30/12/2025
Siamo immersi in un immaginario saturo di amore.
Lo vediamo ovunque: nei film, nelle serie, nelle pubblicità.
Un amore romantico, levigato, semplificato. Spesso irraggiungibile.
Eppure, se guardiamo a come funzionano davvero le nostre relazioni – e più in generale la nostra società – il messaggio che passa è tutt’altro. L’amore viene facilmente svalutato: considerato ingenuo, poco realistico, una debolezza. Qualcosa da superare in fretta, da gestire con razionalità, da non prendere troppo sul serio.
Viviamo in un tempo che esalta l’autonomia, la prestazione, l’efficienza. Un tempo che stigmatizza la solitudine, ma allo stesso tempo produce isolamento. Che ci spinge a essere indipendenti, competitivi, autosufficienti, mentre riduce sempre di più lo spazio per la cura dei legami. Anche di quelli affettivi.
Nel lavoro clinico questo paradosso emerge spesso: persone che desiderano profondamente relazioni significative, ma che si sentono “sbagliate” nel farlo. Come se avere bisogno dell’altro fosse una colpa, o una mancanza di maturità.
E allora forse vale la pena dirlo chiaramente: prendersi cura dei legami, scegliere relazioni che non siano basate solo sull’utilità o sulla convenienza, lasciare spazio a un amore più libero e meno performativo non è un gesto ingenuo.
È un atto profondamente controcorrente.
In certi casi, persino rivoluzionario.
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