26/03/2026
Il caso di Bergamo della docente accoltellata da un adolescente non è solo un fatto di cronaca. È un evento che mette in luce, in modo crudo, alcune criticità profonde nei processi di sviluppo psichico e relazionale in età evolutiva.
Quando un adolescente agisce una violenza così concreta e diretta, siamo di fronte a un fallimento della funzione trasformativa del pensiero: l’agito prende il posto della rappresentazione. Non si tratta solo di impulsività, ma di una difficoltà più radicale nel mentalizzare stati emotivi complessi – rabbia, vergogna, senso di umiliazione – che non trovano spazio di simbolizzazione e vengono evacuati nell’azione.
Questi episodi non possono essere letti come eventi isolati o esclusivamente individuali. Il comportamento violento emerge all’interno di configurazioni relazionali specifiche: dinamiche familiari, assetti scolastici, posizionamenti nel gruppo dei pari. In particolare, il contesto scolastico può diventare, per alcuni adolescenti, il luogo in cui si riattivano vissuti di fallimento, esclusione o minaccia narcisistica.
Dal punto di vista clinico, vediamo spesso ragazzi che fanno fatica a tenere insieme le diverse parti di sé: una parte più fragile e impulsiva, e una parte più adulta che dovrebbe aiutarli a fermarsi e riflettere. Quando questo equilibrio è debole, il rischio di passare all’azione aumenta.
Nel mio lavoro in ambito penitenziario, incontro storie in cui emerge spesso come questi agiti violenti non siano “esplosioni improvvise”, ma esiti di traiettorie segnate da micro-fratture evolutive: fallimenti nella regolazione emotiva, esperienze relazionali non sintoniche, carenze nei processi di riconoscimento e contenimento. Ciò non attenua la responsabilità individuale, ma ne complessifica la comprensione.
Questi eventi ci pongono una questione tecnica, prima ancora che morale: quanto i nostri contesti educativi sono attrezzati per intercettare segnali di disregolazione emotiva severa? All’interno delle relazioni quanto spazio viene dato alla costruzione di competenze di mentalizzazione, alla gestione della frustrazione, al lavoro sul limite?
Il rischio, di fronte a fatti così, è oscillare tra semplificazioni (la patologizzazione o la demonizzazione) e risposte esclusivamente securitarie. Ma senza un investimento strutturato su prevenzione, lettura precoce del disagio e interventi integrati tra scuola, famiglia e servizi, continueremo a intervenire solo dopo che l’agito ha già preso il sopravvento.