Fisioterapia Centro Salus Ascoli Piceno

Fisioterapia Centro Salus Ascoli Piceno Il Centro Salus si occupa di rieducazione funzionale e riabilitazione in regime di convenzione con i

02/04/2026
12/03/2026

La sindrome da impingement, o conflitto subacromiale, è dovuta all'aumento dell'attrito dei tendini della cuffia dei rotatori - in particolare del sovraspinato - causato dal restringimento dello spazio fra la testa omerale e l’acromion, spazio dove scorrono proprio i tendini.

Gesti atletici o normali mansioni lavorative ripetute, squilibri muscolari o irregolarità del profilo acromiale, provocano l’aumento dell’attrito all’interno di questo spazio causando fenomeni infiammatori o vere e proprie lesioni tendinee.

𝐒𝐢𝐧𝐝𝐫𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐧𝐠𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐛𝐚𝐜𝐫𝐨𝐦𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚?

𝑽𝒆𝒓𝒐.

Sono due nomi diversi che si riferiscono alla stessa patologia; «impingement» è un vocabolo inglese che traduce esattamente quello che in italiano si intende per «conflitto».

𝐋’𝐚𝐜𝐫𝐨𝐦𝐢𝐨𝐧𝐩𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐞̀ 𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐥𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚?

𝑭𝒂𝒍𝒔𝒐.

La conformazione dell’osso acromiale può essere di 3 gradi, nella classificazione di NEER, e quindi da “tetto piano” può diventare spiovente o allungato per semplice conformazione anatomica.

Limare tale anomalia anatomica, ripristinando lo spazio più ampio acromion-omerale come unico intervento, non è la risoluzione del problema, ma è parte di un intervento che generalmente riguarda la riparazione dei tendini della cuffia dei rotatori.

𝐋𝐚 𝐠𝐨𝐭𝐭𝐚, 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨?

𝑽𝒆𝒓𝒐.

La gotta è una delle più comuni forme di artrite ed è caratterizzata dalla presenza di cristalli di acido urico nel liquido sinoviale delle articolazioni.

Il liquido sinoviale, assieme alla cartilagine, è il principale responsabile della riduzione dell’attrito fra le superfici articolari. Poiché aumenta sensibilmente l’attrito fra le superfici e causa l’assottigliamento di tendini e legamenti, la gotta è quindi un importante fattore di rischio per la sindrome da conflitto subacromiale.

𝐈𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐢𝐥 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨?

𝑭𝒂𝒍𝒔𝒐.

La sindrome da impingement è caratterizzata da un dolore che si manifesta anche a riposo, può essere molto forte e si acutizza quando si effettuano alcuni movimenti [come alzare il braccio sopra le spalle].

Il dolore può diventare più intenso anche quando il braccio è inattivo e soprattutto di notte, quando i muscoli rimangono inerti per lunghi periodi.

Questa caratteristica della patologia è causata dallo squilibrio muscolare, che può essere dovuto ai danni creati dalla patologia stessa o al fatto che si assumano posizioni scorrette durante le ore del riposo notturno.

𝐄̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐞𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐜𝐫𝐨𝐦𝐢𝐨𝐩𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨?

𝑽𝒆𝒓𝒐.

Questa patologia è quella che vede intervenire più spesso – come “second look” – gli ortopedici esperti, poiché il problema della risalita della testa omerale conseguente alla lesione tendinea, viene risolta da chirurghi poco esperti soltanto attraverso la limatura dell’osso acromiale [acromionplastica appunto] che allevia solo per pochi mesi la sintomatologia, portando però i pazienti a provare lo stesso dolore e ad avvertire una forza ridotta per la mancata riparazione della lesione tendinea, spesso conseguente a tale attrito.

L’acromionplastica, quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, non deve essere un atto chirurgico isolato, ma una fase dell’intervento che permette di avere un miglior spazio di scorrimento dei tendini della cuffia dei rotatori.

02/12/2025

Rottura muscolare dovuta ad eccessivo sollevamento pesi con associata lussazione inferiore della spalla (luxatio erecta)!! Questa patologia vista qui è un evento non comune e avviene quasi esclusivamente nei giovani maschi atletici. Nella maggior parte dei casi segnalati, i pazienti svolgevano attività di sollevamento pesi, in particolare la panca. Il pettoralis maggiore è un potente adduttore spalla che funziona anche per aiutare la rotazione interna e la flessione in avanti della spalla. Al fine di svolgere adeguatamente tutte queste funzioni, si estende su gran parte della parete anteriore toracica e presenta diverse laminae (teste), tra cui una che si inserisce nell'omero. Pazienti con rottura di pettoralis maggiore tipicamente presenti nelle fasi acute della lesione, con dolore, gonfiore esteso ed ecchimosi della parete anteriore toracica, assella e aspetto mediale del braccio interessato. Se il gonfiore è eccessivo, può mascherare la perdita della piega ascellare anteriore caratteristica di questa condizione. Tuttavia, gli schemi ecchimotici sono definitivi e tipici di questa lesione. In assenza di ecchimosi, determinare la corretta diagnosi può risultare difficile, specialmente in presenza di gonfiore persistente della parete toracica. La riparazione chirurgica dovrebbe essere completata con un programma di riabilitazione ben supervisionato, che nella maggior parte dei casi riporta la forza postoperatoria alle capacità normali o quasi normali.

24/11/2025
11/10/2025

Tutti pensano che la frattura del femore sia sempre la stessa.

Falso: non tutte le fratture sono uguali, e il punto esatto in cui si rompe cambia tutto, dalla prognosi, ai rischi per finire al trattamento.

Guarda l’immagine: sopra la linea blu ci sono le fratture intracapsulari (capitata, sottocapitata, transcervicale, base cervicale), sotto la linea arancione quelle extracapsulari (trocanteriche e sottotrocanteriche).

Per chi non è del mestiere: è come rompere un tubo dell’acqua dentro al muro o fuori dal muro. Dentro rischi di non riparare bene il passaggio (perché la vascolarizzazione della testa femorale può saltare), fuori invece il tubo si aggiusta meglio ma con viti e placche che tengano tutto fermo.

Per i colleghi clinici: la distinzione tra fratture intracapsulari ed extracapsulari è fondamentale per l’approccio chirurgico e riabilitativo, con implicazioni dirette sul rischio di necrosi avascolare, stabilità meccanica e scelta dell’impianto protesico o osteosintesi.

E quindi? Significa che parlare genericamente di "frattura del femore" non basta: il percorso di recupero, i tempi di carico e la prognosi dipendono da millimetri di differenza nella riga della frattura.

Qualcuno dirà: "ma stai parlando di necrosi avascolare e osteosintesi.. paroloni".

Tradotto: non tutte le rotture sono uguali, e il futuro dell’anca dipende da dove si spezza il femore. La buona notizia? Con il giusto intervento e una riabilitazione mirata, anche un evento traumatico così serio può diventare un percorso di ritorno all’autonomia. 😁

06/09/2025

“Appoggio male il piede.”

Ma male rispetto a cosa?

Tutti parlano di “camminare bene”, “avere un appoggio neutro”, “evitare l’iperpronazione”..
Ma in questa immagine c’è la verità più scomoda del cammino umano.

Non esiste un appoggio perfetto. Esiste un sistema che si adatta.

La camminata non è un gesto semplice. È una sinfonia biomeccanica. Ogni fase ha un tempo, un’estensione, un’attivazione muscolare precisa:
estensori che frenano (eccentrico), flessori che spingono (concentrico), abduttori che stabilizzano il bacino, il piede che dorsiflette, poi rilascia, poi spinge.

Ma tutto questo dipende da una cosa sola: come si comporta l’appoggio nel contatto col suolo.

Il piede non è mai “dritto”, non è mai “fisso” in un assetto neutro. Durante la camminata fisiologica, si muove continuamente tra pronazione e supinazione, per assorbire carichi e restituire energia.

Ma quando resta troppo a lungo in una posizione (over-pronation o over-supination), il sistema perde la capacità di adattarsi.

Nascono rigidità, dolori, tendiniti, distorsioni.

Nota bene: quella che spesso chiamiamo “iperpronazione” non è un errore, ma una variazione individuale. Diventa disfunzionale solo se persiste in ogni fase.

Doppia lettura

Livello 1 – per pazienti

Non cercare l’appoggio “perfetto”.
Cerca un appoggio che si adatta, che varia, che si muove. Perché il tuo piede non è una base.. è un sistema.

Livello 2 – per clinici

La gestione della pronazione non è una correzione da fare “in statico”, ma una strategia dinamica valutando la variabilità del passo, stimolando la capacità elastica delle catene muscolari.

Valutare il cammino non significa giudicare se è “giusto”, ma capire come funziona il sistema nel suo insieme: appoggio, bacino, catene muscolari, controllo motorio.

Non blocchiamo il piede con plantari o scarpe “correttive” senza motivo. Il plantare può essere utile in fase acuta, per redistribuire carichi o ridurre dolore, ma non deve sostituire il lavoro attivo sul controllo motorio e l’adattamento.

Si dovrebbe lavorare sull’asse tibio-tarsico in chiave funzionale, non solo posturale.

E quindi?

Se un paziente ti dice “cammino storto”.. la risposta non è “raddrizzarlo”.

La risposta è: “Facciamo in modo che tu possa cambiare appoggio quando serve.”

Non correggere la posizione. Allena la transizione.

“Ma l’iperpronazione si corregge con un plantare.”

Davvero? O si compensa? O si depotenzia?
Il corpo corregge ciò che riconosce.
Tu, prima di correggerlo, lo hai ascoltato? 🫣

27/07/2025

Benvenuti a un nuovo episodio di “Commenta che ti passa: dove i tuoi commenti trasformano i nostri post!” 🤭

Ogni volta partiamo da un contenuto condiviso, ma è il confronto tra colleghi, pazienti, esperti e curiosi a renderlo più ricco, completo e utile.

Buona lettura!

Tacchi e carico sull’avampiede: cosa succede davvero quando cambiamo altezza?

Quando si parla di calzature, spesso il discorso si limita a estetica e moda. Ma in fisioterapia, e nella biomeccanica clinica in generale, ogni centimetro di tacco racconta una storia ben più complessa: quella della distribuzione del carico sul piede e delle ripercussioni che può avere su tutto il corpo.

La biomeccanica del tacco: più sali, più spingi avanti, semplice no?

Quando il piede è piatto sul terreno (cioè senza tacco), la distribuzione del peso corporeo è relativamente bilanciata: circa il 43% del carico grava sull’avampiede, mentre il 57% resta sul tallone. Questa proporzione rappresenta una condizione fisiologica, che il corpo ha imparato ad assorbire e gestire nel tempo.

Ma basta salire anche solo di qualche centimetro per cambiare il gioco.

Con un tacco di 4 cm, la situazione si ribalta: il 57% del carico passa sull’avampiede e il 43% sul tallone.

A 6 cm, la spinta anteriore aumenta, con un 75% del carico sull’avampiede e solo un 25% sul tallone.

Sopra i 10 cm, si può arrivare a scaricare fino al 90-100% del peso sull’avampiede, con una quasi totale esclusione del tallone dal gioco di carico.

Questo significa un enorme aumento dello stress sulle articolazioni metatarsali, sui muscoli flessori plantari e su tutte le strutture connettivali coinvolte nella gestione del carico.

Il rischio biomeccanico: dal piede alla colonna.

Il sovraccarico dell’avampiede può portare a condizioni dolorose e adattamenti posturali compensatori. Le metatarsalgie, ad esempio, sono tra le conseguenze più frequenti, ma non le uniche.

Una tensione continua sull’avampiede può contribuire nel tempo a sviluppare alluce valgo, deformità delle dita e ispessimenti plantari. Può creare squilibri muscolari e articolari a carico della caviglia, del ginocchio e dell’anca, alterando l’orientamento del bacino e la curvatura lombare. Tutto ciò può arrivare a modificare la postura globale.

Come osservato anche da Marco: “il punto non è tanto solo quanto carico si sposta, ma dove e come il piede dovrebbe stare quando è ben educato a farlo.”

Idealmente, un piede rieducato distribuisce il carico a terra con una ripartizione funzionale: 50% sul tallone, 40% sul primo metatarso, 10% sul quinto. Un equilibrio che favorisce stabilità, efficienza e postura corretta.

Ed è proprio da qui che nasce una delle riflessioni più importanti: sono le scarpe a doversi adattare ai nostri piedi, non il contrario.

“Barefoot o tradizionali?” Chiede Marina.

Nel dibattito che spesso anima le discussioni tra fisioterapisti, runner e pazienti, il tema delle scarpe barefoot (o minimaliste) divide. Ma è importante chiarire: non si tratta di moda, si tratta di funzione.

Come spiegato in risposta a Marina, le scarpe barefoot sono pensate per riprodurre la camminata a piedi nudi, permettendo una distribuzione più naturale del carico e stimolando i muscoli intrinseci del piede. Tuttavia, non sono adatte a tutti.

Chi non è abituato deve procedere con gradualità, proprio per evitare dolori o sovraccarichi. In questi casi, l’uso delle barefoot può e deve essere accompagnato da esercizi mirati, valutazione clinica e adattamento progressivo.

Una buona calzatura, sia essa barefoot o tradizionale, dovrebbe sempre rispettare tre criteri fondamentali.

Prima di tutto una suola flessibile, che consenta al piede di muoversi liberamente.
In secondo luogo uno spazio sufficiente per le dita, evitando compressioni e per ultimo un supporto adeguato, calibrato sul tipo di piede e sul livello di attività della persona.

Lo ha sottolineato bene anche Andrea, suggerendo (con ironia) di conservare il post come risposta pronta per chi critica le calzature barefoot: il punto non è schierarsi, ma capire quando e per chi sono adatte.

E la lunghezza del piede? Un fattore spesso dimenticato!

Una delle osservazioni più tecniche ma fondamentali è arrivata da Valeria, che ha posto un quesito tanto semplice quanto trascurato:

“Un tacco da 10 cm ha lo stesso effetto su un piede numero 36 e su un 41?”

La risposta è: assolutamente no. La lunghezza del piede cambia radicalmente l’inclinazione del piede stesso all’interno della scarpa, e di conseguenza la distribuzione del carico sull’avampiede.

Inoltre, aspetti come il cavismo, la dominanza del primo dito o la forma dell’arco plantare modificano ulteriormente l’effetto finale del tacco. Ogni piede ha la sua storia, la sua meccanica e le sue vulnerabilità. E riconoscerlo significa aprire la strada alla personalizzazione delle calzature e a una valutazione fisioterapica sempre più individualizzata.

Il consiglio pratico (con un tocco di buon senso) 😌

Se stai pensando di passare alle barefoot, inizia con cautela e criterio. Dai tempo al piede di adattarsi, lavora sull’elasticità, sulla forza dei muscoli plantari e sulla propriocezione. E se invece preferisci scarpe più strutturate, punta a comfort, flessibilità e rispetto della tua biomeccanica personale.

Come direbbe Gianni: “non è il piede che si deve adattare alla scarpa, ma il contrario.”

Avrete capito che il piede è una struttura dinamica, sensoriale, adattiva. Il tacco è solo un centimetro in più, ma può diventare un chilometro di differenza nella tua postura.

Questo contenuto è stato aggiornato e migliorato grazie ai commenti e alle osservazioni ricevute: un esempio concreto di come la conoscenza cresca nel dialogo.

Se l’hai trovato utile, condividilo con chi potrebbe beneficiarne: colleghi, studenti, pazienti o semplici curiosi.

E se anche tu hai qualcosa da aggiungere.. commenta che ti passa! 😉

Il prossimo episodio potrebbe nascere proprio dalla tua esperienza. 👏

19/07/2025
21/06/2025

Ed eccoci nuovamente alle porte del fine settimana, per un nuovo episodio di "Patologie Spiritose, dove affrontiamo i malanni.. tra curiosità e leggerezza!"

Oggi parliamo di un disturbo che arriva in punta di piedi.. anzi, di anca: la lesione del labbro acetabolare! Se sentite un “clic”, un blocco o un dolore profondo all’inguine, non sempre è colpa dei pantaloni troppo stretti: potrebbe essere proprio il labbro dell’anca che sta soffrendo.

Cos’è e dov’è?

Il labbro acetabolare è una struttura fibrocartilaginea che avvolge il bordo della cavità dell’acetabolo (la “coppa” che accoglie la testa del femore).
Serve a stabilizzare l’anca, aumentare la congruenza articolare e sigillare il liquido sinoviale. Quando si lesiona, può causare dolore, blocchi e una fastidiosa sensazione di “scatto” interno.

Curiosità divertente:

Nonostante il nome “labbro”, non c’entra nulla con il viso (e neanche con il bacio!). Ma può “sussurrare” dolore all’inguine, specialmente durante certi movimenti. E se senti clic o blocchi, non è l’anca che scrolla il feed, ma sta chiedendo aiuto!

Come si sviluppa?

Le lesioni possono essere:

- traumatiche (cadute, torsioni improvvise)

– degenerative (sovraccarico, displasia, FAI ovvero conflitto femoro-acetabolare)

Il labbro può fissurarsi o staccarsi parzialmente, generando attrito, infiammazione e alterazioni nella biomeccanica del bacino.

Nella vita quotidiana:

I sintomi più comuni sono:

- dolore profondo all’inguine, soprattutto nei movimenti di flessione o rotazione,

- sensazione di scatto o clic interno,

- a volte limitazione nei movimenti o debolezza nel camminare o salire le scale
Anche restare troppo seduti o incrociare le gambe può accentuare il dolore.

Parole complicate, spiegate semplici

Labbro acetabolare: un anello cartilagineo che tiene fermo il femore nell’acetabolo e rende l’anca più stabile.

FAI (Femoro-Acetabular Impingement): una condizione in cui il femore e l’acetabolo vanno in conflitto meccanico, schiacciando il labbro.

Accenni di fisioterapia

Se la lesione non è severa o non chirurgica, il trattamento fisioterapico mira a:

– rinforzare i muscoli del core e dell’anca per ridurre il carico articolare,

– correggere il gesto motorio (soprattutto sportivo),

– lavorare su mobilità, stabilità lombo-pelvica e rieducazione posturale,

– evitare movimenti estremi in flessione + rotazione interna.

Se la lesione è significativa, può essere necessario l’intervento artroscopico (riparazione o debridement).

Curiosità scientifica

Molti pazienti con lesione del labbro acetabolare vengono trattati inizialmente per pubalgia o ernia inguinale, senza successo. Solo con RMN specifica o artro-RMN si arriva alla diagnosi corretta. E il tempo è prezioso: una lesione trascurata può portare a degenerazione articolare precoce.

Conclusione

Il labbro dell’anca può essere piccolo, ma il suo ruolo è enorme. Se inizia a “lamentarsi”, non ignorarlo! Con una valutazione precisa e un piano fisioterapico mirato, puoi evitare peggioramenti e.. tornare a muoverti con stile.

A sabato prossimo per il prossimo episodio! 👋

18/05/2025

Benvenuti a un nuovo episodio di “Patologie Spiritose”, dove affrontiamo i malanni.. tra curiosità e leggerezza! Oggi scendiamo.. proprio in basso! Parliamo infatti di un dolore fastidioso sotto al piede, quello che ti fa dire “ahi!” appena scendi dal letto. Se il tuo tallone ti dà il buongiorno con una stilettata, potresti avere a che fare con la fascite plantare! 👣

Cos’è e dov’è?

La fascite plantare è un’infiammazione della fascia plantare, una struttura fibrosa che collega il calcagno (tallone) alle dita del piede. La sua funzione è quella di sostenere l’arco plantare e ammortizzare l’impatto durante il cammino. Ma quando la si sovraccarica, si infiamma e.. camminare diventa una tortura! 🔥

Curiosità divertente

Sai qual è il momento della giornata in cui la fascite plantare si fa sentire di più? Appena scendi dal letto! Il piede ha “riposato” tutta la notte, e la fascia, accorciata, viene stirata di colpo al primo passo. È un po’ come ti**re un elastico freddo: protesta subito!

Come si sviluppa?

Questa condizione si sviluppa a causa di sovraccarico meccanico, calzature inadeguate, appoggio scorretto o aumento repentino dell’attività fisica (soprattutto corsa o camminata). È particolarmente frequente in persone con piedi piatti o cavi, sovrappeso, o in chi passa molte ore in piedi.

Nella vita quotidiana

Se senti dolore acuto al tallone appena ti alzi, o dopo lunghe camminate, potresti avere una fascite plantare. Il dolore può diminuire con il movimento, ma peggiora a fine giornata o dopo l’attività. E no, non è solo colpa delle scarpe.. spesso è tutto l’assetto posturale a influire! 😵

Parole complicate, spiegate semplici

Fascia plantare: una specie di “corda tesa” sotto il piede che aiuta a mantenere l’arco e a distribuire le forze quando cammini.

Infiammazione: la reazione del corpo quando una struttura è troppo sollecitata. Il dolore è il suo modo di chiedere una pausa!

Accenni di fisioterapia

Il trattamento prevede stretching mirato della fascia plantare e del tricipite surale, mobilizzazione dell’arco plantare, rinforzo muscolare del piede e della catena posturale inferiore, oltre all’uso di solette personalizzate se c’è un appoggio anomalo. Tecniche manuali, rieducazione propriocettiva e terapia miofasciale completano l’intervento.

Curiosità scientifica

Sapevi che la fascite plantare è una delle principali cause di dolore al tallone negli adulti? E che la spina calcaneare, quando presente, non è la causa del dolore, ma una conseguenza cronica dello stress sulla fascia?

Conclusione

La fascite plantare può rallentare ogni tuo passo, ma con attenzione, buone calzature e fisioterapia mirata, puoi tornare a camminare con leggerezza. E la mattina, il primo passo sarà solo l’inizio di una giornata.. non di un dolore!

A sabato prossimo per il prossimo episodio! 👋

08/04/2025

Scopri consigli pratici e approfondimenti sul benessere fisico e la fisioterapia. Leggi i nostri articoli su EduCare Fisio.

05/04/2025

Indirizzo

Via Palestro 17
Ascoli
63100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 13:00
15:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 13:00
15:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 13:00
15:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 13:00
15:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 13:00
15:00 - 19:00

Telefono

0736257476

Sito Web

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