02/01/2026
Quando a morire sono anche i perché
Ci sono eventi che non chiedono il permesso, entrano nella vita delle persone e la spezzano in modo netto, lasciando dietro di sé soltanto un devastante silenzio che fa rumore, la strage di Crans è uno di questi eventi, una ferita collettiva in grado di togliere il fiato e che ci costringe a fermarci, fermarci anche solo per un istante davanti al limite più grande che conosciamo, quello della morte improvvisa. Quella notte mi trovavo io stesso in Svizzera, semplicemente in un altro luogo, e forse proprio questa distanza fisica mi ha permesso di comprendere in maniera ancora più evidente quanto una tragedia non resti mai confinata a un punto sulla mappa. Il dolore attraversa i confini, raggiunge chi osserva da lontano e lo costringe comunque a sentire. In quel locale è avvenuto qualcosa che spesso viene nominato ma poco compreso, un fenomeno chiamato flashover. In termini semplici, il flashover è il momento in cui un incendio smette di essere localizzato e diventa improvvisamente totale, l’aria si satura di calore e gas infiammabili, la temperatura sale in pochi secondi a livelli incompatibili con la vita, e tutto prende fuoco nello stesso istante. Non è un’esplosione, ma una trasformazione rapidissima dell’ambiente, che non lascia tempo di reagire, di capire, di mettersi in salvo, è uno di quei processi che spiegano perché, in alcune tragedie, non ci sia stato spazio per una scelta, per una fuga, per una possibilità. Dopo una tragedia così grande accade quasi sempre la stessa cosa, iniziamo a cercare un colpevole, un nome, una responsabilità, un errore umano su cui concentrare la rabbia. Dal punto di vista psicologico questo movimento è comprensibile, profondamente umano, la rabbia fa parte del lutto e ci aiuta a non sentire subito tutta l’impotenza, prendersela con qualcuno, anche solo mentalmente, ci dà l’illusione che il dolore abbia una direzione, che non sia del tutto privo di senso. Come esseri umani abbiamo bisogno di sapere chi ha cagionato un’azione, perché attribuire una colpa ci permette di non sentire il vuoto totale, ci aiuta a reggere l’urto emotivo, a non crollare sotto il peso di ciò che non possiamo controllare. È il bisogno di attribuzione causale, un tentativo di ridurre l’angoscia e l’incertezza quando la realtà diventa insopportabile, ma questo bisogno, per quanto legittimo, non sempre trova una risposta che sia davvero riparativa. Dal punto di vista criminologico invece, l’analisi serve a comprendere, a studiare le dinamiche, a prevenire, a imparare per il futuro, non a placare il dolore emotivo immediato. La ricerca della responsabilità diventa una necessità affettiva più che conoscitiva, rischia di trasformarsi in una colpevolizzazione reattiva, in una costruzione sociale del colpevole che risponde al bisogno collettivo di trovare un bersaglio per la rabbia, ma che non restituisce nulla a chi ha perso qualcuno, non lenisce l’assenza, non riporta indietro le vite spezzate.
Ora inizia anche un lavoro silenzioso e fondamentale, quello del riconoscimento delle vittime. È un percorso complesso che non riguarda soltanto la medicina legale, ma chiama in causa in modo decisivo anche l’antropologia forense. L’antropologo forense lavora sui resti, sulle tracce, sui frammenti, ricostruendo identità, storie biologiche, caratteristiche individuali, restituendo un nome dove il fuoco e la distruzione hanno cercato di cancellarlo. È un lavoro tecnico, rigoroso, ma profondamente umano, perché riconoscere una vittima significa permettere ai familiari di iniziare davvero il lutto, dare una forma all’assenza, restituire dignità a chi non c’è più. Esistono tragedie che non hanno bisogno di un colpevole per essere comprese, perché non tutto ciò che accade può essere spiegato o contenuto dentro una colpa individuale, e i se e i ma, se fosse stato diverso, se qualcuno avesse fatto altro, se si fosse previsto prima, non cambiano l’esito, non alleviano il dolore, non restituiscono il futuro a chi non potrà più viverlo. Resta il dolore, resta l’assenza, resta quel vuoto che si insinua nelle case, nei pensieri, nei corpi di chi è rimasto, resta lo sguardo di chi oggi dovrà imparare a vivere senza una presenza che fino a ieri era certezza.
Accanto a tutto questo esiste un altro lavoro altrettanto necessario, quello psicologico. Le vittime non sono solo coloro che hanno perso la vita, ma anche i familiari, i soccorritori, i testimoni, tutte le persone che hanno vissuto quegli attimi di terrore e che ora portano dentro immagini, suoni, odori, sensazioni che non si spengono con il tempo. Per molte di queste persone il trauma resta attivo, intrusivo, si ripresenta nei sogni, nel corpo, nei pensieri. È qui che interventi specifici come l’EMDR diventano fondamentali. L’EMDR è una tecnica psicoterapeutica che aiuta il cervello a rielaborare i ricordi traumatici rimasti bloccati. In modo semplice, si lavora su ciò che è accaduto mentre si stimolano alternativamente i due emisferi cerebrali, attraverso movimenti oculari o altre stimolazioni bilaterali. Questo processo permette al ricordo di perdere la sua carica emotiva distruttiva, non viene cancellato, ma smette di fare male come se stesse accadendo di nuovo. È uno strumento prezioso per aiutare chi è rimasto a non restare prigioniero di quei minuti, di quelle immagini, di quell’odore di fumo e paura. Il pensiero va alle mamme e ai papà, alle sorelle e ai fratelli, alle zie e agli zii, alle nonne e ai nonni, alle amiche e agli amici, a tutte quelle persone che oggi portano addosso una perdita che non si può spiegare, a chi non avrà più l’opportunità di assaggiare il gusto dell’anno che verrà, di fare un progetto, di immaginare un domani. E forse l’unica cosa che possiamo fare, davanti a tutto questo, è accettare che a volte muoiono anche i perché, e quando accade non resta che tenere viva la memoria di chi non c’è più, con il rispetto, il silenzio e la presenza umana che il dolore chiede, in assenza di spiegazioni.