Annarita Bavaro Psicoterapeuta olistica - EMDR

Annarita Bavaro Psicoterapeuta olistica - EMDR Terapia online 🌍
EMDR II livello 🖥📲👐
Bambino interiore🧒👧
Alice Miller
Evoluzione olistica
🇮🇹
annaritabavaro84@gmail.com Telegram: https://t.me/AnnaritaBavaro

Per informazioni o per prenotare un percorso di terapia puoi inviarmi una mail: annaritabavaro84@gmail.com indicando nell'oggetto il tuo nome e cognome.

01/03/2026
01/03/2026

Se vogliamo proteggere la vita sul nostro pianeta dobbiamo rimettere in discussione la NOSTRA PERICOLOSA CECITÀ, ovunque essa si manifesti, ma soprattutto in noi stessi.

Alice Miller

01/03/2026

Un bambino cattivo e un genitore buono...

A livello di sopravvivenza ha una funzione protettiva.
È un' illusione.

Sarebbe devastante comprendere subito, che il bambino è sempre buono. Non merita nulla di doloroso! La responsabilità non era la sua...

Questa visione reale non la potrebbe mai reggere...

Se i genitori sono cattivi (irresponsabili)...che ne sarà di me?

Per comprendere la verità ci vuole tempo.

È doloroso capire...ma necessario.

Si cresce solo quando vediamo la verità.

Annarita Bavaro

01/03/2026

Buona domenica.
Come va?

Esattamente...😅
28/02/2026

Esattamente...😅

27/02/2026

Ci sono persone che non sanno limitare le offese durante una discussione. Anche verso chi amano.
Che vomitano ogni parola salga loro alla gola, convinti di essere giustificati dal momento di rabbia.
Rabbia.
Come si fosse belve.
Ma dimenticano che ad accogliere l'offesa potrebbe essere quel tipo di persona che non risponderà a tono.
Che farà silenzio.
E in quel silenzio farà annegare l'insulto. All'apparenza almeno.
Ma non è così.
Quella parola galleggerà dentro quell'anima durante le ore successive.
Poi, quell'anima la toglierà dalle acque del dolore. La asciugherà, ripensandoci a lungo, fino a quando avrà elaborato di non averla meritata. Allora la inchioderà nella memoria come un post It. Un foglietto giallo che darà dispiacere per sempre.

(Paola Felice)

Quell’uomo con la testa tra le mani e quel ragazzo smarrito sono la foto più br**ta di queste Olimpiadi.Più ancora di Li...
27/02/2026

Quell’uomo con la testa tra le mani e quel ragazzo smarrito sono la foto più br**ta di queste Olimpiadi.

Più ancora di Lindsey Vonn che urla in pista.

Perché lì c’è una donna adulta. Una campionessa che ha attraversato vittorie, infortuni, ritorni, scelte radicali. C’è qualcuno che conosce il prezzo dell’esposizione pubblica e ha deciso di pagarlo. L’urlo è parte del contratto. È il rischio consapevole di chi ha scelto di stare lì, davanti a tutti.

Qui no.

Qui c’è un ragazzo di ventun anni che in un istante smette di essere il “predestinato”, il “dio dei quadrupli”, la copertina già scritta. E torna figlio.

E in quello sguardo verso il padre c’è una domanda che non dovrebbe mai esistere:
“Mi vuoi bene lo stesso?”

È questo che fa male.

Perché lo sport è feroce, sì. È selettivo, è spietato, è una macchina che macina aspettative e le restituisce in numeri. Ma la famiglia dovrebbe essere il luogo dove il numero non conta. Dove il punteggio non entra. Dove l’errore non diventa identità.

Un genitore è un’altra cosa.

Non è il primo a crollare per un punteggio.
Non è il giudice che conferma la sentenza del tabellone.
Non è lo spettatore che vive il sogno per interposta persona.

È l’ultimo argine.

È quello che, mentre il mondo misura, smette di misurare.
È quello che, mentre tutti analizzano l’errore, protegge la persona.
È quello che distingue tra “hai sbagliato” e “sei sbagliato”.

La delusione è umana.
L’ambizione pure.
È legittimo aver sognato il podio. È legittimo soffrire per averlo visto sfumare.

Ma c’è un ordine delle priorità.
Prima viene il ragazzo.
Poi viene l’atleta.

Perché un podio perso è un fatto sportivo.
Un amore percepito come condizionato è una crepa identitaria.

Noi non siamo modelli pedagogici. Sbagliamo tono, sbagliamo tempi, a volte confondiamo orgoglio e aspettativa. A volte ci facciamo trascinare dall’ansia di fare bene, di vedere riconosciuto il sacrificio, di non sprecare un’occasione che sembra irripetibile.

Però c’è una linea sottile ma decisiva: quella oltre la quale il figlio sente di dover meritare l’abbraccio.

E quell’abbraccio non si merita.
Si garantisce.

Quel ragazzo lì, in quella foto, potrebbe essere il figlio di tutti noi.
Il giorno in cui non entra in quell’università.
Il giorno in cui sbaglia un esame.
Il giorno in cui perde una gara, un concorso, un amore.
Il giorno in cui il mondo gli si stringe addosso e lui cerca il nostro sguardo per capire se è ancora al sicuro.

In quel momento non serve una lezione.
Non serve un’analisi tecnica.
Non serve un bilancio dei sacrifici fatti.

Serve una certezza.

“Tu sei molto più di questa gara.”

Le Olimpiadi finiscono.
Le classifiche cambiano.
Le carriere si riscrivono.

Ma lo sguardo che trova o non trova un porto, quello resta.

Dal web

27/02/2026

UOMINI CHE AMANO TROPPO...?

Chi sono gli uomini che “amano troppo”?
L’amare troppo, la dipendenza psicologica dalle relazioni, è più diffusa tra le donne, ma non è certo assente tra gli uomini, semplicemente se ne parla di meno. Un uomo può forse ammettere un amore infelice, ma è difficile che confessi tutto: la sua ossessione, le umiliazioni, le suppliche e le strategie tentate.

Diverse modalità:

Il salvatore: colui che trova sempre donne che hanno ferite profonde. Uomini che hanno avuto una madre sofferente, che si è appoggiata molto a loro: ecco che spesso ripropongono l’unico modello d’amore che conoscono, scegliendo a ripetizione partner bisognose di cure. Hanno bisogno della debolezza della partner per sentirsi utili: se lei riesce a star meglio, il rapporto entra in crisi, e spesso lui va in cerca di una nuova donna da aiutare…

Vittima: Di solito molto passivi. Hanno uno spirito di sopportazione infinito, tollerano tradimenti, umiliazioni, mancanza di attenzioni e di rispetto, ripetendosi che ne vale la pena, perché si tratta di un ‘grande amore’. Sono persone con problematiche di tipo masochista, cresciuti in famiglie difficili, nelle quali sono stati abituati a evitare a ogni costo i conflitti.

I persecutori: uomini che partono da un’estrema debolezza interiore che però, per nascondersi, si veste di aggressività, violenza o spirito di persecuzione. Allora aggrediscono verbalmente o fisicamente la partner, la perseguitano con il loro desiderio o la loro gelosia, elaborano strategie di vendetta se lei si allontana.

Depressi: passano da una crisi abbandonica all’altra, senza riuscire a uscirne.

Tra loro esiste un filo rosso che li unisce... l’incapacità di riconoscere che “il problema” non è nella partner – con la sua freddezza, i suoi problemi, i suoi tradimenti – ma dentro di sé, nella inconscia convinzione di non meritare l’amore, nei modelli appresi in famiglia.

Capire questo meccanismo di proiezione è il primo passo, necessario e difficile, per riuscire ad amare tanto ma bene, e accettare quello che a questi uomini sembra fare così paura, perché se ne sentono indegni, perché non hanno imparato per primi ad accettare se stessi: essere ricambiati.

Un uomo che “ama troppo” è invece un uomo che ama male o che, meglio ancora, forse non ama affatto. Si definiscono così infatti le persone che credono di amare intensamente qualcuno, ma in realtà scaricano nella relazione amorosa tutta una serie di ansie e problemi personali.

Dunque non amano, sono ossessionati. Non sono attratti da una partner, ma in fuga da se stessi, e da un vuoto interiore che non riescono a riconoscere e a sopportare. Non hanno un genuino desiderio sessuale, ma l’imperioso bisogno di dimenticare se stessi, tra le braccia di un’altra persona.

Come capire la differenza tra un uomo che ama molto e uno che “ama troppo”? Non è sempre facilissimo, perché a chiunque può capitare, di tanto in tanto, di usare il sentimento come paravento per scordare le proprie difficoltà personali. Un buon metro per giudicare, d’altra parte, è la quantità e la qualità della sofferenza che questi uomini sopportano nei loro rapporti.

E’ un ottimo segno saper aiutare una partner in difficoltà; meno tranquillizzante è l’aver bisogno che lei sia nei guai, per sentirsi utili e accettati. E allo stesso modo, può capitare a tutti di innamorarsi perdutamente di una donna che non ne vuole sapere; ma non è altrettanto sano se questo accade in continuazione. La premura è deliziosa, la disponibilità tirata sino al masochismo è sospetta. La generosità nel sesso in un uomo è bellissima, ma non se arriva alla dimenticanza di se stesso.

Post ispirato ad un articolo vitafelice.it

27/02/2026

Una ragazza mi chiede:

- Come faccio a spiegare agli altri il motivo delle mie reazioni?

Io le rispondo:

- Dall'esterno non si nota nulla, perché accade dentro di te. Sei tu che vedi i fantasmi del passato e percepisci nel tuo corpo le attivazioni somatiche di rabbia, tristezza, congelamento come se i tuoi genitori fossero ancora qui davanti te.
Facendoti sentire quell'antica impotenza e disperazione, di quando eri piccola.

Ci sono degli "attivatori traumatici" stimoli o situazioni molto simili a quelli vissuti nel passato come rumori forti, confusione, azioni che dobbiamo svolgere velocemente...

Oppure situazioni "gr*****to" attuali che ci rendono più vulnerabili e reattive come la mancanza di sonno, la percezione del dolore fisico, emozioni troppo forti...

Ma gli altri di tutto questo dramma non sanno nulla. Quindi oltre alle parole giuste per spiegare ciò che accade dentro di noi, dovremmo cercare le persone giuste, che attraverso l'empatia sappiamo "percepire" il nostro mondo interiore...E tenercele strette...

Annarita Bavaro

26/02/2026

COME SPIEGARE IL LUTTO AI BAMBINI

La morte di una persona cara rappresenta un evento doloroso per tutti, ma in modo particolare per i bambini.
Il famoso psicologo dello sviluppo John Bowlby ha studiato bene l'elaborazione del lutto individuando delle fasi consecutive da vivere fino in fondo, per poter poi con il tempo risanare la ferita.
Fasi:
1) STORDIMENTO: Ha una durata variabile, inizialmente la persona non comprende cosa è accaduto, si sta male fisicamente con f***e di dolore intenso.

2) RICERCA DELLA PERSONA PERDUTA: Può durare da alcuni mesi ad alcuni anni durante i quali la persona acquisisce la consapevolezza che non potrà mai più riavere la persona amata
3) DISORGANIZZAZIONE E DISPERAZIONE: La quotidianità è cambiata e non si accetta...
4) RIORGANIZZAZIONE: Lentamente si ritorna nel flusso della vita...e nuove cose bella possono ancora succedere...

Se il bambino non è guidato in queste fasi ci potranno essere delle conseguenze sia a breve che a lungo termine. I genitori per aiutare i propri figli potrebbero seguire dei consigli pratici.

- Dare la notizia nella fase acuta del lutto, magari anche anticipando la reazione emotiva a cui andremo incontro: Sediamoci sto per dirti una cosa triste.
- Dare tutte le informazioni con un linguaggio adatto all'età del bambino e alla sua sensibilità.
- Lasciarlo libero di esprimere il suo dolore e il suo malessere. Accogliendo con rispetto le sue reazioni.
- Validare tutte le reazioni e mai banalizzarle ( Ma tanto la nonna era anziana; sei un ometto basta piangere; sei br**ta quando piangi meglio quando sorridi).
- E' normale piangere, essere tristi, disperati...
-Mai far finta che non sia accaduto nulla, in questo modo il bambino non potrà capire la situazione, fare domande e sarà impossibile accedere alla fare di riorganizzazione.
- Solo se il bambino lo vuole può partecipare al rito funebre, oppure creare a casa un rito d'addio con un disegno...
-Nei giorni successivi stare vicino al bambino, contenere il suo dolore, rassicurarlo. Gradualmente reintrodurlo nella sua quotidianità (amici, sport, passeggiate...).
-Non modificare per quanto possibile gli orari e le regole familiari, rispettate in precedenza.
- Non pretendere alte prestazioni scolastiche perchè il dolore interferisce sulla concentrazione e la memoria.
- Non spingere il bambino a distarsi continuamente dal suo sentire, dal suo vissuto.
-Rispondete alla domande del bambino
- Rassicuratelo sull'affetto di altri familiari o amici stretti
-Date spazio al dolore
-Rassicurate il bambino che lui non ha colpe, non ha responsabilità su quanto accaduto, se non hanno ben chiaro cosa è successo creano delle fantasie ben peggiori della dura realtà ( Sono stato cattivo per questo papà non ritorna più; mamma era arrabbiata con me è mi ha lasciato da solo...).
-Creiamo una narrazione tramite i disegni degli eventi significativi vissuti insieme, anche dell'evento che ha causato la morte. In modo da creare un filo logico e in bambino non potrà sentirsi colpevole.
- I genitori possono mostrare dolore, empatia e lacrime per vivere tutti insieme il dolore.

Annarita Bavaro.

26/02/2026

Era addestrata fin dall’infanzia a individuare le regole nel caos.
Ma di fronte all’abbandono siamo tutti uguali: nemmeno una testa molto ordinata può reggere alla scoperta di non essere amata.

- Elena Ferrante

25/02/2026

In ogni DITTATORE, sterminatore o terrorista, per terribile che esso sia, si cela sempre e comunque un bambino che un tempo è stato gravemente umiliato e che è sopravvissuto solo grazie alla totale negazione dei propri sentimenti di assoluta impotenza.

Tuttavia questa completa negazione della sofferenza subìta produce uno svuotamento interiore, e assai spesso blocca lo sviluppo della capacità innata di provare COMPASSIONE PER GLI ALTRI.

Queste persone non hanno difficoltà a DISTRUGGERE altre vite umane, persino la propria stessa vita vuota di senso.

Oggi siamo in grado di vedere sullo schermo del computer le lesioni cerebrali che si producono nei bambini che hanno subìto percosse o che sono stati abbandonati. Ne riferiscono numerosi articoli di ricercatori di neurobiologia, in particolare di Bruce D. Perry, che è anche psichiatra infantile.

Dal mio punto di vista e sulla base delle mie ricerche sull’infanzia dei dittatori più efferati, come Hi**er, Stalin, Mao e Ceausescu, vivo il terrorismo e gli ultimi attentati terroristici come la macabra, ma precisa dimostrazione di ciò che accade a milioni e milioni di bambini di TUTTO IL MONDO dietro il pretesto dell’educazione, e che purtroppo viene ignorato dalla società.

Tutti noi in quanto adulti abbiamo dovuto conoscere ciò che molti bambini vivono nella loro quotidianità.
Se ne stanno impotenti, muti e tremanti davanti all’imprevedibile, incomprensibile, brutale e indescrivibile violenza dei loro genitori che vendicano sui figli le sofferenze della propria infanzia, non rielaborate perché negate.

PRIMO, NON PICCHIARE.

Alice Miller

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