Dr Francesco Sansone

Dr Francesco Sansone Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Dr Francesco Sansone, Psicoterapeuta, Via Rettifilo 44, Avellino.

17/04/2026

Le mani di mia madre

Nel processo di sviluppo la madre non svolge soltanto una funzione di accudimento fisico,
ma rappresenta il primo sistema di regolazione emotiva esterna per il bambino. Attraverso
la relazione con il caregiver il bambino apprende progressivamente come riconoscere le
proprie emozioni, come regolarle, come tollerare stati interni dolorosi e come interpretare le
relazioni interpersonali.
Quando la madre possiede una buona integrazione psichica, è in grado di contenere e
trasformare l’esperienza emotiva del bambino. Quando invece presenta difficoltà nella
regolazione affettiva, il bambino sviluppa strategie adattive che possono diventare nel
tempo stili relazionali rigidi o vulnerabilità psicopatologiche.
Il primo quadro riguarda la madre che possiede una buona integrazione psicologica. Questa
configurazione è caratterizzata da regolazione emotiva stabile, capacità di riconoscere gli
stati mentali del bambino, empatia non intrusiva e tolleranza della dipendenza infantile. In
questo contesto relazionale il bambino interiorizza un’esperienza coerente di protezione e
disponibilità affettiva. Il risultato è lo sviluppo di un attaccamento sicuro.
Nel tempo ciò favorisce la costruzione di una personalità caratterizzata da identità stabile,
buona regolazione affettiva, fiducia nelle relazioni e capacità di intimità e autonomia. Dal
punto di vista clinico questa configurazione rappresenta il pattern di personalità più
integrato e resiliente.
Un secondo quadro riguarda le madri caratterizzate da forte ansia relazionale. In questi casi
si osservano frequentemente paura dell’abbandono, ipercoinvolgimento emotivo, difficoltà
di separazione e oscillazioni tra vicinanza e tensione. Il bambino percepisce una
disponibilità affettiva instabile e imprevedibile. Si sviluppa quindi un attaccamento
ansioso-ambivalente.
Nell’età adulta questo stile può manifestarsi attraverso ipersensibilità al rifiuto, paura
intensa dell’abbandono, bisogno costante di conferme affettive e relazioni emotivamente
instabili. Dal punto di vista psicopatologico questa configurazione può contribuire allo
sviluppo di organizzazioni dipendenti, configurazioni istrioniche e alcuni funzionamenti
borderline.
Una terza configurazione riguarda la madre distaccata o emotivamente evitante. Si tratta di
madri che tendono a minimizzare l’importanza delle emozioni. In questi contesti relazionali
prevalgono distanza affettiva, valorizzazione dell’autonomia precoce e difficoltà nel
tollerare la dipendenza emotiva. Il bambino apprende che l’espressione dei bisogni affettivi
non riceve risposta.
La strategia adattiva consiste quindi nella disattivazione del sistema di attaccamento,
producendo un attaccamento evitante. Nell’età adulta si osservano frequentemente
autosufficienza difensiva, difficoltà nell’intimità emotiva, distacco affettivo e forte
razionalizzazione delle emozioni. Questa configurazione può essere associata a
organizzazioni narcisistiche, personalità evitanti e funzionamenti caratterizzati da ridotta
consapevolezza emotiva.
La configurazione più complessa si osserva quando la madre presenta traumi relazionali
non elaborati o una forte instabilità affettiva. In questi casi il bambino può sperimentare
comportamenti materni imprevedibili, oscillazioni tra vicinanza e ritiro, segnali emotivi
contraddittori ed esperienze di paura nella relazione.
Si crea così un paradosso evolutivo: la figura che dovrebbe offrire protezione diventa anche
fonte di paura. Il risultato può essere lo sviluppo di un attaccamento disorganizzato.
Nell’età adulta questa configurazione può manifestarsi attraverso relazioni intense ma
instabili, paura simultanea della vicinanza e dell’abbandono, difficoltà nella regolazione
emotiva e fenomeni dissociativi.
Dal punto di vista psicopatologico queste organizzazioni sono frequentemente associate a
strutture borderline, traumi relazionali precoci e gravi difficoltà nella mentalizzazione.
La potenza materna decide della vita e della morte e, per questa ragione, espone sempre
ogni madre al rischio di pensarsi fantasmaticamente e incestuosamente come la sola
“proprietaria” del figlio. Una madre non è mai soltanto pura luce: mani, volto e seno che
fanno segno della presenza, amore per il nome e difesa del carattere insostituibile
dell’esistenza del figlio. È anche, tuttavia, una forza oscura che può annientare la vita, una
forza che prescinde da come la madre si comporta verso il suo piccolo, perché riguarda
l’essere della madre come tale e la sua sproporzione assoluta nei confronti dell’inermità del
figlio.

17/04/2026

Perdonare e perdonarsi

Quando vogliamo perdonare, dobbiamo innanzitutto accettare di essere stati feriti o di aver ferito a nostra
volta. Perdonare non significa affatto tollerare soprusi, subire l'aggressività altrui o rassegnarsi a
un'ingiustizia continua. Non implica restare in una relazione dove albergano rabbia, paura o umiliazione.
Non possiamo perdonare se ci sentiamo ancora sotto minaccia: il perdono può nascere solo quando siamo
fuori pericolo e ci sentiamo protetti.
Per intraprendere questo cammino, dobbiamo essere disposti a considerare che ogni atto compiuto contro di
noi può essere il risultato di molteplici fattori. Il dolore che percepiamo come personale e intenzionale è
spesso l'esito di una serie di cause e condizioni che si influenzano a vicenda nel tempo. Spesso queste radici
sono profonde e danno origine a ingiustizie sia personali che sociali. Ognuno di noi è diventato ciò che è in
base all'eredità genetica (come la predisposizione all'impulsività), all'ambiente, alla cultura di crescita e alle
specifiche condizioni di salute fisica e psichica; questo riguarda tanto noi quanto l’altro. Il perdono non è un atto di
debolezza, ma un processo di ristrutturazione cognitiva. Esso richiede di identificare e mettere in
discussione quegli schemi mentali rigidi e quei pensieri disfunzionali legati all'offesa che alimentano il
ciclo del ruminio mentale. In questa cornice, il perdono viene inteso come una scelta deliberata di ridurre
la reattività emotiva negativa, distinguendo nettamente la guarigione interna dalla riconciliazione
interpersonale, che richiede invece condizioni di sicurezza e reciprocità spesso assenti in contesti tossici.
Apriti al dolore: permettiti di rivivere le emozioni — dolore, rabbia, risentimento — per quello che è
accaduto; lascia che il cuore si sciolga nella compassione per quella sofferenza, qualunque siano state le
cause che l'hanno provocata. Coltiva la saggezza: prova a riconoscere che tutto ciò che è successo è la
conseguenza di molti fatti e condizioni tra loro dipendenti. Assumiti la responsabilità di proteggerti; prenditi
l'impegno di non cadere nello stesso errore e di prendere le distanze da ciò che ti ha causato o potrebbe
causarti ancora dolore.
Torna a prendere confidenza con il corpo, così com'è oggi, e cerca il "balsamo miracoloso" per le ferite
emotive. Rabbia, risentimento e rancore abitano il cuore della persona ferita e diventano emozioni tossiche
più per chi le prova che per l'offensore. Quando il perdono diventa problematico — con rabbia persistente,
pensieri intrusivi sull'offesa o desiderio di vendetta — il rancore si trasforma in un fattore di mantenimento
della sofferenza.
Tuttavia, non sempre perdonare è sano. Può essere disfunzionale quando si perdona troppo facilmente per
paura dell'abbandono, quando si minimizza il danno subito o si permane in relazioni tossiche caratterizzate
da dipendenza affettiva, bassa autostima o disturbi di personalità.
La sfida più difficile rimane perdonare se stessi. Per questo, è spesso meglio iniziare con gli altri. È quasi
come sbucciare una cipolla: strato dopo strato, perdonando l'esterno, si arriva finalmente al punto in cui è
possibile perdonare se stessi.
(Patty Duca)

Chi è il paziente designato?La psicopatologia del paziente designato non nasce nel vuoto, ma “copre” tensioni tra altri ...
01/04/2026

Chi è il paziente designato?

La psicopatologia del paziente designato non nasce nel vuoto, ma “copre” tensioni tra altri membri (es. conflitti di coppia) e viene incastrato in ruoli come il fragile ribelle, il malato, il capro espiatorio.
Il sintomo del paziente designato ha spesso una funzione sistemica: evitare sconvolgimenti e capovolgimenti di scena. Ciò non significa che il sintomo sia “voluto”, ma che ha un significato inconscio e relazionale.
Quando la persona vive un conflitto interno e non ha strategie efficaci per gestire lo stress, si attivano meccanismi di difesa o schemi disfunzionali inconsci. Il sintomo non è un
errore: è un adattamento.
È una modalità che mantiene paradossalmente la famiglia unita, evitando conflitti più dolorosi. Il paziente designato è spesso il più sensibile, non il più “debole”.
Ogni famiglia vive tensioni, divergenze, emozioni difficili. Quando il conflitto non può essere espresso, non può essere discusso, non può essere riconosciuto, minaccia la stabilità del sistema.
Il paziente designato diventa il contenitore del disagio familiare “pagando” un debito emotivo per mantenere la coesione del sistema. Il suo sintomo è un tentativo di
mantenere l’equilibrio del sistema: è una risposta relazionale, il regolatore del sistema familiare.
Il sintomo non è solo personale: è sistemico. La famiglia, come ogni sistema vivente, tende a mantenere uno stato di stabilità percepita, anche quando questo stato è patologico.
Il sintomo del paziente designato funziona come un meccanismo di retroazione negativa (feedback negativo): quando il sistema rischia di cambiare troppo (es. separazione dei genitori, uscita di un figlio, morte di un nonno, cambiamento di ruolo), il sintomo si intensifica per riportare il sistema allo stato precedente.
Quando il paziente designato inizia a migliorare (meno sintomi, maggiore autonomia, meno richieste di attenzione), il sistema familiare non vive questo miglioramento come un successo, ma come una minaccia all’equilibrio.
Per questo attiva, in modo del tutto inconscio, una serie di manovre che riportano il paziente al ruolo di “portatore del sintomo”. Questo fenomeno si chiama resistenza sistemica al cambiamento o re-induzione del sintomo.
La resistenza sistemica al cambiamento rappresenta un principio cardine della prospettiva sistemico-relazionale, secondo cui ogni sistema umano tende a preservare la propria omeostasi attraverso meccanismi che neutralizzano o attenuano le perturbazioni trasformative.
Tale resistenza non va intesa come opposizione consapevole, bensì come esito emergente delle interazioni tra i membri del sistema che, nel tentativo di mantenere ruoli, gerarchie e pattern comunicativi consolidati, possono inconsapevolmente ostacolare i processi di cambiamento terapeutico.
In contrasto, la re-induzione del sintomo costituisce una tecnica deliberata tipica degli approcci strategici, in cui il terapeuta prescrive il sintomo o una sua variante con l’obiettivo di interrompere la logica disfunzionale che lo sostiene.
Attraverso il paradosso terapeutico, la prescrizione del sintomo produce un effetto di disconferma: il paziente sperimenta la possibilità di modulare volontariamente ciò che percepiva come incontrollabile, aprendo così uno spazio di ristrutturazione cognitiva e comportamentale.
Mentre la resistenza sistemica descrive un fenomeno
spontaneo di autoregolazione relazionale, la re-induzione del sintomo rappresenta un intervento intenzionale volto a scardinare tale autoregolazione quando essa mantiene il problema.
Introduzione: oltre la dicotomia individuo-sistema. La mente
è intrinsecamente relazionale e la relazione è
intrinsecamente mentalizzabile (o non mentalizzabile): il paziente designato è il punto di condensazione fenomenologica della disorganizzazione relazionale non mentalizzata.
In questa prospettiva: il sintomo come organizzazione della disorganizzazione, una soluzione paradossale che consente al sistema di evitare il collasso. Il sintomo non è errore, ma soluzione.
Il processo attraverso cui ciò che non è stato mentalizzato diventa pensabile, condivisibile e trasformabile. Il paziente designato è il membro del sistema che manifesta il sintomo in modo più evidente, fungendo da portavoce del disagio relazionale.
La sua sintomatologia svolge una funzione omeostatica: stabilizza il sistema, evita l’emersione di conflitti latenti e mantiene ruoli e gerarchie familiari.
Il sintomo, quindi, non è solo individuale ma sistemico e richiede una lettura circolare delle dinamiche che lo
generano e lo mantengono.
Il sintomo rappresenta dunque una forma di ordine minimo, una soluzione paradossale che consente al sistema di evitare il collasso.

Neuroni specchio, psicopatologia, empatia e marketingIl rapporto tra neuroni specchio, psicopatologia, empatia e marketi...
04/03/2026

Neuroni specchio, psicopatologia, empatia e marketing

Il rapporto tra neuroni specchio, psicopatologia, empatia e marketing rappresenta uno dei punti
di intersezione più fecondi tra neuroscienze, clinica e scienze della comunicazione.
Il sistema dei neuroni specchio è stato descritto negli anni ’90 dal gruppo di Giacomo Rizzolatti
presso l’Università di Parma. Questi neuroni si attivano sia quando un soggetto compie
un’azione, sia quando osserva un altro individuo compiere la stessa azione. Successivamente è
stato ipotizzato un loro coinvolgimento anche nella comprensione delle emozioni, con
l’attivazione dell’insula e della corteccia cingolata anteriore.
Le principali funzioni del sistema specchio sono la comprensione immediata dell’intenzionalità
altrui, l’apprendimento per imitazione e la risonanza emotiva pre-riflessiva. Non si tratta di una
“lettura della mente”, bensì di una simulazione incarnata: il corpo dell’osservatore riproduce
implicitamente lo stato dell’altro.
In ambito clinico, il sistema specchio è stato chiamato in causa per spiegare alcune alterazioni
dell’intersoggettività.
Nel Disturbo dello Spettro Autistico, studi di neuroimaging hanno ipotizzato una disfunzione del
sistema specchio, con conseguenti difficoltà nella comprensione intuitiva delle intenzioni altrui.
Nel Disturbo Borderline di Personalità non si osserva una semplice ipo-attivazione, bensì una
iper-reattività emotiva: l’altro viene rispecchiato in modo eccessivo, generando disregolazione
affettiva.
Nel Disturbo Narcisistico di Personalità il problema non è l’assenza di risonanza, ma la sua
subordinazione al mantenimento del Sé grandioso: l’altro viene percepito più come specchio
confermante che come soggetto separato.
Nel Disturbo Antisociale di Personalità, alcuni studi suggeriscono una dissociazione tra empatia
cognitiva (relativamente intatta) ed empatia affettiva (ridotta): il soggetto comprende l’altro, ma
non ne condivide lo stato emotivo.
L’empatia può essere scomposta in tre dimensioni principali: empatia affettiva (risonanza
automatica, legata al sistema specchio), empatia cognitiva (mentalizzazione, associata alla
corteccia prefrontale mediale) e compassione (regolazione emotiva e orientamento prosociale).
Il sistema specchio costituisce la base preverbale dell’identificazione primaria. Tuttavia, senza
una regolazione corticale superiore, la risonanza può trasformarsi in fusionalità, contagio
emotivo o acting-out. Non è dunque la semplice presenza del rispecchiamento a determinare la
salute psichica, ma la sua integrazione con la capacità di mentalizzazione.
Il marketing contemporaneo utilizza implicitamente i meccanismi di risonanza specchio.
Quando in uno spot osserviamo un volto sorridente che gusta un prodotto, un corpo rilassato che
utilizza un servizio o un gruppo che condivide un’esperienza, il nostro sistema specchio si attiva,
producendo una simulazione corporea dello stato mostrato.
Esempi classici sono le pubblicità emozionali di Coca-Cola, basate sulla condivisione e sulla
felicità collettiva, e gli spot minimalisti di Apple, fondati sull’identificazione con uno stile di vita
creativo e competente. Il prodotto non viene semplicemente mostrato: viene simbolicamente
incorporato nello spettatore.
Dal punto di vista psicodinamico, il marketing opera su tre livelli: attivazione del
rispecchiamento (“Io sento ciò che vedo”); identificazione narcisistica (“Io voglio essere come
quello”); oggetto-feticcio regolativo (“Questo prodotto mi darà quello stato”). Il prodotto diventa
così un regolatore affettivo esterno, soprattutto nei soggetti con fragilità narcisistica o difficoltà
di autoregolazione.
Il miglior messaggio subliminale è quello che ti fa credere che l’idea sia stata tua. La pubblicità
più efficace non si vede, si sente. Il subconscio è il vero cliente; la mente conscia è solo il
portinaio. Vendere non è convincere la testa: è sedurre il cuore e il subconscio.
Alcuni esempi di comunicazione subliminale includono: Amazon, il cui logo contiene una
freccia che va dalla “A” alla “Z”, suggerendo completezza; FedEx, con la freccia nascosta tra la
“E” e la “x”, simbolo di velocità e precisione; Baskin Robbins, con il numero “31” integrato nel
logo, a indicare i gusti disponibili per ogni giorno del mese.
In conclusione, il sistema specchio rappresenta, in neuroscienza, un meccanismo di simulazione
incarnata; in psicopatologia, un possibile nodo della disregolazione intersoggettiva; in
marketing, un amplificatore preverbale della persuasione. Neuroni specchio, empatia e
marketing condividono un principio comune: la mente è relazionale e incarnata. La stessa
struttura neurobiologica che consente la comprensione dell’altro può favorire l’integrazione
psichica, amplificare la vulnerabilità psicopatologica ed essere utilizzata come leva persuasiva
nel consumo.

24/02/2026

Quando il lutto non viene deposto il disturbo post.traumatico da stress

24/02/2026
Amore vero o possesso? La linea sottile del controlloL'amore sano si fonda su intimità, passione e impegno; il controllo...
18/02/2026

Amore vero o possesso? La linea sottile del controllo

L'amore sano si fonda su intimità, passione e impegno; il controllo nasce
invece da una ferita profonda della sicurezza emotiva.
Trasformare il tropismo negativo in positivo è un processo di “ricalibrazione
del radar” emotivo.
Il bisogno di controllare il partner spesso deriva da una bassa autostima e dalla
paura costante di non essere “abbastanza”.
In questo contesto, il controllo diventa un meccanismo di difesa per gestire
l’ansia dell’abbandono.
Ogni azione viene scrutata e criticata, portando la persona controllata a
dubitare delle proprie capacità.
L’uso della geolocalizzazione o la richiesta di accesso a messaggi e social
come prova d’amore conduce inevitabilmente a una domanda cruciale: amore
o possesso?
La distinzione tra amore e controllo è netta: il primo è un atto di libertà, il
secondo è un tentativo di placare l’ansia attraverso il possesso dell’altro.
Il bisogno di controllo non nasce dall’amore, ma da una mania alimentata
dall’insicurezza.
A differenza della gelosia sana, che è moderata e volta a proteggere la
relazione, quella patologica diventa un pensiero ossessivo che logora la
fiducia.
Si manifesta come un monitoraggio costante (messaggi, social, spostamenti)
nel tentativo di prevenire l’abbandono, trasformandosi in una forma di
ipervigilanza relazionale.
L’amore sano può essere descritto come uno spazio circolare in cui l’altro non
è un oggetto da possedere, ma un soggetto che aiuta a far emergere il meglio
di sé.
Il controllo patologico trasforma la cura in sorveglianza, spesso per sedare
ansie profonde o ferite di attaccamento.
Mentre in un amore sano il sintomo è assente, perché la relazione è un
catalizzatore di energia, nella psicopatologia il controllo diventa il sintomo
che tenta di “curare” un’angoscia più grande.
Spesso queste due figure si attraggono in quella che viene definita collusione
narcisista-dipendente:
uno ha bisogno di dominare per sentirsi vivo, l’altro di essere dominato per
sentirsi sicuro.
È un equilibrio perfetto nella sua tragicità. La domanda fondamentale diventa:
“Senza questa persona mi sento triste o mi sento distrutto e privo di identità?”
La tristezza è figlia del desiderio e dell’amore; la distruzione è figlia del
bisogno e della patologia.
Il primo passo è comprendere che l’urgenza che proviamo verso il partner non
riguarda quasi mai il presente, ma è spesso un’eco del passato.
Quale vuoto della mia infanzia sto cercando di riempire attraverso il controllo
o la sottomissione?
Il tropismo negativo rappresenta il “lato oscuro” della forza di gravità nelle
relazioni:
è quella spinta che ci trascina ciclicamente verso situazioni o partner che ci
fanno soffrire.
Il tropismo (termine mutuato dalla biologia) è la tendenza a essere attratti
proprio da ciò che è tossico, distruttivo o incompatibile con il nostro
benessere.
Preferiamo un dolore che conosciamo, perché familiare, a una felicità che ci è
ignota e che quindi ci spaventa.
Un amore sano può sembrare “noioso” a chi è abituato alle montagne russe del
tropismo negativo.
Smetti di lottare contro ciò che ti spaventa e investi tutto te stesso in ciò che ti
appassiona.
La paura si nutre della tua attenzione: ignorala e morirà di fame.
Scegli la gioia con decisione e il timore si dissolverà naturalmente.
Il tropismo è la memoria antica del nostro essere: una forza che ci orienta
prima ancora della volontà,
come se qualcosa in noi ricordasse la strada che la coscienza non ha ancora
imparato a vedere.

11/02/2026

Ieri l’annuncio: si è tenuta l’ultima puntata di Report, almeno per adesso.

A voi mancherà? Sperate di vedere altrove in TV ?

Il bambino che sei statoIl bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, unaformazione psichica complessa...
10/12/2025

Il bambino che sei stato

Il bambino che sono stato permane come un oggetto interno vivo, una
formazione psichica complessa che abita la mia interiorità pur trasformandosi
nel tempo. Non è un semplice ricordo né un reperto statico dell’infanzia: è un
insieme dinamico di rappresentazioni di sé e dell’altro, inscritto nelle prime
esperienze corporee, nelle relazioni primarie e nei depositi affettivi che queste
hanno lasciato. È fatto di gesti, toni, sguardi, microtraumi e traumi veri e
propri, e proprio per questo continua a esercitare una forza inconscia, talvolta
silenziosa, talvolta dirompente. La sua presenza si manifesta nei territori in cui
la vita psichica resta più vulnerabile: nelle ansie di separazione, nei timori di
perdita, nelle difficoltà a sentire la continuità dell’esistere. Egli porta con sé
ciò che, nell’origine, non ha potuto essere mentalizzato: angosce primarie,
frammenti non simbolizzati, stati affettivi massivi ma ancora privi di forma
rappresentabile. È, al tempo stesso, custode della vitalità creativa, del gesto
spontaneo, della capacità di stupirsi e di amare senza riserve. Questo doppio
registro – ferita e potenzialità – rende il bambino interno una presenza
decisiva nell’economia del sé adulto. La formazione dinamica che deriva da
configurazioni infantili non elaborate costituisce un’evidenza clinica
trasversale ai diversi orientamenti psicodinamici. Stati affettivi intensi o
apparentemente sproporzionati, vulnerabilità nelle relazioni intime, acting-out
o coazioni a ripetere possono essere compresi come riattivazioni di nuclei
psichici originari rimasti in parte non mentalizzati. Il bambino interno, infatti,
non è una traccia mnestica, ma una struttura viva generata nelle prime
esperienze sensoriali e affettive. Le interazioni precoci con le figure di
accudimento plasmano mappe relazionali implicite che divengono, nel tempo,
rappresentazioni di sé e dell’altro. Le coazioni a ripetere non sono semplici
automatismi, ma tentativi inconsci di riscrivere la scena primaria: la
riproposizione di fallimenti antichi nel desiderio, mai del tutto estinto, di
riparare il danno originario. Poiché gran parte della vita psichica infantile è
preverbale, il corpo resta uno spazio privilegiato in cui il bambino interno
continua ad agire e manifestarsi. Accanto alle aree ferite, il bambino interno
conserva aspetti sani e vitali: il desiderio di esplorare, la creatività, la capacità
di stupore, l’investimento affettivo non difeso. Entrare in contatto con questa
dimensione richiede una consapevolezza adulta sufficientemente stabile da
sostenere regressioni controllate e processi profondi di risignificazione.
L’adulto diventa così la funzione che offre ciò che un tempo è mancato:
continuità, contenimento, sintonizzazione. È in questo incontro che parti
scisse della personalità possono finalmente essere collegate. Il bambino
interno non rappresenta una reliquia psicologica né un residuo romantico
dell’infanzia: è un interlocutore vivo della vita psichica, una presenza che
chiede ascolto e relazione. Quando la parte adulta riesce a dialogare con quella
infantile senza esserne colonizzata, la psiche acquista coesione, complessità e
autenticità. Molti fenomeni della vita emotiva adulta – regressioni improvvise,
reazioni affettive sproporzionate, difficoltà nelle relazioni intime o, al
contrario, slanci creativi inattesi – sono il riaffiorare di questi nuclei infantili
non pienamente mentalizzati. Fin dai primi giorni di vita ciascuno di noi
costruisce un archivio emotivo: un insieme di esperienze, sguardi, toni di
voce, sensazioni di essere tenuti oppure trascurati. Questo archivio non resta
nel passato: diventa una lente attraverso cui interpretiamo il mondo. Il
bambino interno è dunque la memoria viva di come il mondo è entrato in noi
per la prima volta. Ed è da questa luce che prende forma la possibilità di
trasformazione: la liberazione e l’integrazione di ciò che abbiamo appreso o
intuito dipendono dalla nostra capacità di accettare il ruolo di “genitore
interno” del nostro bambino del passato. C’è una parte di noi che non è mai
del tutto cresciuta, non perché sia rimasta infantile o immatura, ma perché le
prime esperienze emotive – quelle che abbiamo vissuto prima ancora di avere
parole – continuano a pulsare nel nostro mondo interno. La luce e la
liberazione di ciò che abbiamo appreso dipendono dalla nostra capacità di
accogliere questo compito. Se siamo in grado di accettare il ruolo di genitori
del nostro bambino interiore, possiamo vivere senza remore la nostra vita nel
tempo presente.

Indirizzo

Via Rettifilo 44
Avellino
83012

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00
Sabato 08:00 - 17:00

Telefono

+393333050949

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