Studio di Psicoterapia Avellino

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18/01/2026

Metal detector a Scuola: lo Stato si arrende e scarica il fallimento sui ragazzi
La proposta di installare metal detector nelle scuole, avanzata dal Ministro Giuseppe Valditara all’indomani di un omicidio tra studenti, non è una risposta: è una resa. È l’ammissione implicita che lo Stato non sa più educare, prevenire, comprendere, e sceglie quindi la scorciatoia della sorveglianza e del sospetto.
Sul piano operativo, la misura è un pasticcio giuridico e organizzativo. Se il metal detector suona, chi interviene? Chi perquisisce un minore? Un insegnante trasformato in agente di sicurezza? Un collaboratore scolastico investito di poteri che non ha? Un poliziotto fisso a scuola? Con quale base legale, con quali garanzie, con quali conseguenze in caso di errore, abuso o discriminazione? Nessuna risposta è stata fornita, perché nessuna risposta credibile esiste. È una proposta lanciata per fare rumore, non per funzionare.
Ma è sul piano sociale e culturale che l’idea è devastante. Il metal detector non intercetta il disagio, non disinnesca la violenza, non salva vite. Serve solo a trasformare la scuola in uno spazio di controllo permanente, dove ogni studente è un sospetto e ogni relazione è mediata dalla paura. È la fine simbolica della scuola come comunità educativa e l’inizio della scuola come zona militarizzata.
Parlare di “scuole a rischio” significa poi colpire sempre gli stessi: periferie, quartieri popolari, contesti fragili. Non si interviene sulle cause, si marchiano i luoghi e le persone. Si dice, senza dirlo, che quei ragazzi sono il problema. È una stigmatizzazione istituzionale che alimenta esclusione, rabbia e sfiducia, esattamente il terreno su cui la violenza cresce.
Metteremo dei metal detector anche a Caivano, città simbolo della propaganda di governo?
Questa proposta evita accuratamente le domande scomode: dove sono gli psicologi scolastici stabili? Dove sono gli educatori? Dove sono gli investimenti contro il sovraffollamento delle classi, la solitudine emotiva degli adolescenti? Dove sono le politiche sociali che affiancano la scuola invece di usarla come discarica di ogni emergenza?
Mettere un metal detector all’ingresso significa dichiarare che si è rinunciato a capire. Che si è rinunciato a prevenire. Che si è rinunciato a educare. È la politica della paura che prende il posto della responsabilità.
La sicurezza vera non passa dai tornelli, ma da una scuola viva, sostenuta, ascoltata e messa nelle condizioni di fare il suo lavoro. Tutto il resto è propaganda securitaria costruita sul dolore, e non renderà nessuno più al sicuro.
Si continua ostinatamente a non voler comprendere un punto essenziale: la scuola non è un problema di ordine pubblico, è il motore di un Paese civile. Trattarla come un luogo da blindare significa certificare il fallimento di una visione politica incapace di guardare oltre l’emergenza e oltre il consenso immediato.
Una nazione che risponde alla violenza giovanile con i metal detector sta dicendo che non crede più nell’educazione come strumento di trasformazione sociale. Sta dicendo che preferisce controllare invece di investire, sospettare invece di includere, reprimere invece di capire. È una scelta di corto respiro che tradisce una concezione povera dello Stato e ancora più povera del futuro.
La scuola è il primo spazio pubblico in cui si costruiscono cittadinanza, convivenza, senso del limite, gestione del conflitto. Se lì fallisce tutto, non è perché mancano i tornelli, ma perché mancano politiche educative strutturali, continuità, risorse, visione. Ogni euro speso in sorveglianza è un euro sottratto a psicologi, educatori, formazione, tempo scuola, relazioni significative.
Trasformare gli studenti in corpi da scannerizzare significa rinunciare all’idea stessa di comunità educativa. Significa insegnare che la sicurezza nasce dalla forza e non dalla responsabilità, che il controllo vale più della fiducia, che lo Stato arriva solo per punire e mai per accompagnare. È un messaggio profondamente diseducativo, che prepara cittadini impauriti, non cittadini consapevoli.
Un Paese civile non si misura da quanti metal detector installa, ma da quanta scuola costruisce. E quando chi governa smette di capirlo, il problema non sono i ragazzi: il problema è la politica che ha smesso di credere nel proprio futuro.

18/01/2026

Lasciate litigare i bambini!

I conflitti non vanno negati ma accettati e gestiti. Ovviamente vanno poste delle regole molto basilari, per esempio che non ci si picchia e non ci si insulta. Ma poi bisogna lasciare che parlino tra loro, non con l’adulto. Bisogna passare dall’idea di controllare i bimbi all’idea di utilizzare i loro comportamenti come situazioni di apprendimento.

Ma se i bambini non trovano una soluzione al loro conflitto?

Il termine “soluzione” appartiene al mondo adulto, significa letteralmente che il conflitto si è sciolto. Per i bimbi, però, anche il litigio è una fase del gioco. Per i più piccoli si può parlare di accordo ma se questo non viene trovato, smette comunque la contrapposizione. Nel momento in cui invece un accordo si trova, spesso li si sente dire “Ci siamo chiariti” o frasi simili con lo stesso significato.

L’importante è fare comunicare i bambini, senza intervenire. Durante l’infanzia non si rimane arrabbiati, perché non si prova ancora rancore. Voler a tutti i costi imporre una soluzione non funziona.

17/01/2026

Off-topic ?...no!

"Ci sono amori che si esauriscono come certe stagioni: lentamente, in silenzio, senza tanti clamori.
Accade perché l’amore non è un contratto a tempo indeterminato, ma un sentimento vivo che, come tutto ciò che è vivo, può trasformarsi o spegnersi.

La responsabilità, però, inizia esattamente lì dove l’amore finisce.

Perché c’è una differenza sostanziale tra l’onestà di riconoscere la fine di un sentimento e la comodità di fingere che non sia mai arrivata.
Tra il rispetto per la storia vissuta e l’uso dell’altro come arredamento emotivo.

C’è invece chi resta seduto al tavolo e continua a occupare il posto nel letto, mentre altrove costruisce una realtà parallela.
Chi mantiene i benefici della coppia, la presenza, la cura, la disponibilità dell'altro, ma ha già disinvestito affettivamente.
Chi trasforma la relazione in un surrogato: una forma vuota che assomiglia all’amore solo per abitudine.

In questi casi viene meno il rispetto.
Si resta per convenienza.
Per paura del vuoto, per pigrizia emotiva, per non rinunciare a ciò che l’altro garantisce.
E intanto si vincola chi è accanto a una narrazione falsa, a una relazione che di fatto non esiste più.

L’inganno più grave risiede proprio nel negare all’altro la possibilità di scegliere.
Nel tenerlo dentro una relazione che esiste solo per uno dei due, impedendogli di orientarsi, di decidere, di andarsene o di restare accettando di vivere con i resti di un fuoco che ormai è solo cenere.

Perché se è vero che l’amore può finire senza colpa, essere onesti quando l’amore finisce è una forma alta e basica di rispetto verso l'altro. È riconoscere il valore del tempo condiviso e non profanarlo con una finzione che fa comodo solo a una delle due parti."

Dott.ssa Annarita Arso

17/01/2026

Non si va dallo psicologo solo perché si soffre, ma perché a volte non sappiamo spiegare quello che stiamo vivendo e il malessere è solo la punta dell’iceberg.
Lo psicologo ci aiuta a scoprire cosa c’è sotto la superficie.

11/01/2026

Il corpo esprime ciò che la mente nasconde.
Ciò che non riusciamo a dire, il corpo lo mostra.
Un gesto, uno sguardo che sfugge, rivelano emozioni che la mente prova a trattenere.
Anche quando tentiamo di apparire tranquilli, il corpo racconta la nostra verità con una sincerità disarmante.
Osservarlo significa capirci meglio e spesso nei movimenti più semplici si nasconde ciò che non troviamo il coraggio di trasformare in parole.

Ovviamente riguarda , sia uomini che donne.
11/01/2026

Ovviamente riguarda , sia uomini che donne.

A 50 anni ancora figlio di mamma. Il figlio ormai uomo maturo e economicamente indipendente, non se ne va da casa. Cosa c'è dietro questo legame simbiotico.

Questa " problematica " vale per entrambi , donna o uomo che sia.
11/01/2026

Questa " problematica " vale per entrambi , donna o uomo che sia.

A 50 anni ancora figlio di mamma. Il figlio ormai uomo maturo e economicamente indipendente, non se ne va da casa. Cosa c'è dietro questo legame simbiotico.

10/01/2026

Nessuno può farsi carico dei nostri vuoti o salvarci da un dolore.
Chi ci ama può ascoltarci, sostenerci e incoraggiarci.
Ma il cammino per affrontare i nostri dolori e guarire è una responsabilità che spetta unicamente a noi.

10/01/2026
10/01/2026

La rabbia costante non è solo un problema emotivo. Quando la collera persiste nel tempo, il corpo entra in uno stato di allerta permanente, attivando ripetutamente la risposta allo stress. Ciò provoca un rilascio continuo di ormoni come il cortisolo e l'adrenalina, impedendo all'organismo di riposare e ritrovare il suo equilibrio naturale. Col passare del tempo, questa sovraesposizione al cortisolo fa sì che il corpo perda la capacità di controllare l'infiammazione. Aumentano le sostanze proinfiammatorie e compaiono sintomi come stanchezza cronica, dolori corporei, problemi digestivi e un maggiore rischio cardiovascolare. Anche l'intestino ne risente: lo stress altera il microbiota e amplifica l'infiammazione in tutto l'organismo. Nel cervello, questo processo riduce la capacità di adattamento neuronale e rende le persone più reattive emotivamente, creando un circolo vizioso in cui la rabbia alimenta i suoi stessi effetti fisici. Per questo motivo, imparare a gestire la rabbia non è solo una questione di salute mentale: è un modo diretto per prendersi cura del proprio corpo.

06/01/2026

Sono stati identificati centinaia di nuovi geni essenziali per lo sviluppo delle cellule cerebrali

Indirizzo

Via Sottotenente Giovanni Iannaccone, 3/A
Avellino
83100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 10:00 - 12:00

Telefono

0825782621

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