23/04/2026
Forse oggi il “rumore” è diventato il modo principale con cui la società evita di confrontarsi davvero con la sofferenza psichica grave. Ci penso da ore, perché ogni volta che accade una tragedia come quella di questi giorni, in cui una madre ha perso la vita insieme ai suoi figli, succede anche qualcos’altro. Nel giro di pochissimo arrivano opinioni, sentenze, prese di posizione, analisi improvvisate, commenti scritti con la furia di chi ha bisogno di dire subito da che parte sta. E, in fondo, è qualcosa che riguarda un po’ tutti, perché quella spinta a intervenire immediatamente è umana. Eppure eventi così chiederebbero l’esatto contrario. Chiederebbero più lentezza, più profondità, più contatto con il limite. Chiederebbero di accettare che non tutto può essere consumato dentro una reazione immediata.
Il problema è che il “rumore” non nasce quasi mai da una vera comprensione. Molto più spesso nasce dall’angoscia. Quando un fatto ci mette davanti a qualcosa di estremo, di intollerabile, di spaventoso, il commento rapido diventa una difesa. Giudicare, semplificare, indignarsi, dividere il mondo in mostri e persone perbene, in colpevoli assoluti e innocenti assoluti, serve a ristabilire una distanza. Serve a dirci che quella cosa non ci riguarda, che appartiene a un altrove oscuro e irriconoscibile, che noi siamo fuori da quella possibilità. È un modo per proteggersi dal pensiero più scomodo di tutti: che la sofferenza mentale grave esiste davvero, che può deformare profondamente la percezione della realtà, e che spesso cresce nel silenzio molto prima di diventare visibile.
A me colpisce sempre questo punto. Davanti alla sofferenza psichica grave continuiamo a comportarci come se bastasse il linguaggio morale. Come se categorie come bene e male, cattiveria e bontà, egoismo e amore fossero sufficienti a spiegare ciò che accade quando una mente crolla. Ma ci sono condizioni in cui il dolore non è più solo dolore. Diventa alterazione del pensiero, restringimento radicale dell’orizzonte, perdita della possibilità di immaginare alternative, frattura del rapporto con sé e con gli altri. Quando questo succede, il nostro bisogno di trovare una spiegazione semplice produce un discorso che consola chi lo pronuncia, ma non illumina nulla di ciò che è accaduto.
Il moralismo, in fondo, ha proprio questa funzione: non capire, ma rassicurare. È una risposta che sembra forte, ma in realtà è fragile. Fragile perché non regge la complessità. Fragile perché non sa stare nel dolore senza addomesticarlo. Fragile perché ci evita il compito più difficile, che non è esprimere un’opinione ma tollerare il fatto che, a volte, quella sofferenza non viene riconosciuta in tempo. E questa, secondo me, è la parte più dura da accettare. Ci sono tragedie davanti alle quali la domanda vera non è cosa pensiamo della persona coinvolta, ma cosa non è stato visto, cosa non è stato ascoltato, dove si è spezzata la possibilità di intercettare quella sofferenza prima che diventasse irreparabile. Solo che questa domanda ci espone. Ci toglie la comodità del commento e ci mette davanti a una responsabilità che è anche collettiva. Perché se una sofferenza di questo livello non viene riconosciuta in tempo, non è mai solo una vicenda privata. C’entra la cultura con cui leggiamo il dolore mentale, c’entrano i servizi, c’entra il modo in cui trattiamo la fragilità, c’entra la tendenza a minimizzare, a normalizzare, a dire che passerà, a scambiare segnali profondi per stanchezza, carattere, esagerazione, debolezza. C’entra anche la nostra difficoltà a reggere emotivamente il contatto con ciò che non comprendiamo fino in fondo.
Allora sì, il rumore diventa una fuga. Una fuga travestita da partecipazione. Una fuga travestita da sensibilità. Una fuga travestita perfino da giustizia. Ma una società che reagisce sempre parlando troppo e pensando poco non sta davvero entrando nella tragedia. La sta coprendo. La sta riempiendo di parole per non sentire il vuoto, lo sgomento, il fallimento, il limite. Credo che il punto sia proprio questo: non tutto ciò che accade deve essere subito tradotto in opinione. Ci sono eventi che dovrebbero innanzitutto fermarci. Costringerci a un atto di onestà. Farci ammettere che la sofferenza psichica grave non è uno slogan, non è un tema da dibattito improvvisato, non è materia da post indignati scritti in cinque minuti. È qualcosa di infinitamente più serio, più doloroso e più complesso, e meriterebbe meno esibizione emotiva e più capacità di ascolto.
Per me il rispetto, in casi così, non coincide con il silenzio vuoto di chi volta la faccia dall’altra parte. Coincide piuttosto con un silenzio pensante, con la rinuncia a usare il dolore altrui per mettere in scena sé stessi, con la capacità di non correre subito a dire la propria solo per sedare la propria angoscia. A volte la forma più alta di umanità non è avere qualcosa da aggiungere, ma accettare di restare per un momento dentro ciò che ci disarma. Lì, forse, comincia una comprensione più vera. Ed è solo da lì, non dal rumore, che si può sperare di arrivare prima la prossima volta.