Dott. Mauro Acierno, Psicologo - Psicoterapeuta Psicosomatista

Dott. Mauro Acierno, Psicologo - Psicoterapeuta Psicosomatista Ognuno ha diritto a salvaguardare la salute ed è un diritto che dobbiamo imparare a concederci.

Terapeuta EMDR certificato
Esperto in Psicologia dell'Emergenza e Psicotraumatologia
Esperto in Management dei Servizi Sanitari
Giudice Onorario Minorile

Ci pensavo oggi: forse una delle cose che stiamo perdendo di più è la capacità di vivere momenti che non servano a nient...
28/05/2026

Ci pensavo oggi: forse una delle cose che stiamo perdendo di più è la capacità di vivere momenti che non servano a niente. Momenti non produttivi, non utili, non performanti. Sembra banale, ma ormai facciamo fatica perfino a stare dentro qualcosa se non ci restituisce immediatamente un risultato. Anche il tempo libero spesso diventa una prestazione: bisogna allenarsi, migliorarsi, documentare, ottimizzare, dimostrare. E intanto ci stiamo dimenticando una cosa enorme: la mente umana non si regge solo sulla produttività. Ha bisogno anche di leggerezza, di vuoto, di presenza, di contatto, di gioco. Gioco vero. Quello senza obiettivi, senza competizione, senza utilità concreta. Ridere senza motivo, fare tardi parlando, fare l’amore senza guardare l’orologio, perdere tempo con qualcuno, camminare senza meta, annoiarsi perfino. Perché è lì che il cervello spesso ricomincia a respirare. È lì che il sistema nervoso esce dalla modalità sopravvivenza. E forse non è un caso se oggi così tante persone si sentono emotivamente spente: stiamo vivendo vite sempre più efficienti e sempre meno vive.

22/05/2026

Ci sono ragazzi che oggi stanno riuscendo perfettamente nella vita e contemporaneamente stanno pensando di sparire. Ed è questa la parte che continuiamo a non capire. Perché ci siamo costruiti un’idea estremamente superficiale della sofferenza mentale. Continuiamo a immaginarla evidente, rumorosa, facilmente riconoscibile. Pensiamo ancora che chi sta male debba necessariamente fermarsi, isolarsi, piangere, chiedere aiuto apertamente. In realtà sempre più persone stanno imparando a dissociarsi dal proprio dolore pur di continuare a funzionare. Negli ultimi anni questa cosa la vedo in maniera impressionante soprattutto nei più giovani. Ragazzi emotivamente esausti a vent’anni. Corpi costantemente in allarme. Menti che non riescono più a fermarsi davvero. Una sensazione cronica di vuoto che molti tentano di regolare attraverso iperstimolazione continua, social, pornografia, sostanze, relazioni compulsive, perfezionismo, prestazione. E mentre tutto questo accade continuiamo a parlare di salute mentale solo dopo le tragedie. Solo quando qualcuno si suicida. Solo quando il dolore diventa cronaca. Solo quando la sofferenza esplode in maniera irreversibile. È come se questo Paese riuscisse a vedere il disagio psicologico soltanto quando non può più evitarlo.
Ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: la salute mentale in Italia non è soltanto vittima di disattenzione culturale. È anche il risultato di precise scelte politiche fatte negli ultimi anni.
Non possiamo indignarci per il disagio giovanile e poi continuare a considerare superflua l’educazione emotiva e sessuo-affettiva nelle scuole. Non possiamo parlare di prevenzione mentre vengono bocciate proposte che avrebbero potuto creare spazi di ascolto, alfabetizzazione emotiva e riconoscimento precoce della sofferenza. Perché poi il risultato è questo: adolescenti che crescono emotivamente analfabeti, incapaci di riconoscere ciò che sentono, incapaci di gestire il rifiuto, la frustrazione, la vergogna, il conflitto, l’abbandono.
E nello stesso tempo continuiamo ad avere servizi territoriali saturi, carenza di personale, liste d’attesa interminabili e investimenti sulla salute mentale tra i più bassi d’Europa rispetto al bisogno reale della popolazione. La verità è che sulla salute mentale si continua a investire troppo poco perché il disagio psicologico, finché non esplode pubblicamente, non porta consenso immediato. Eppure stiamo assistendo a qualcosa di enorme. A un progressivo collasso emotivo collettivo che riguarda soprattutto i più giovani. Disturbi alimentari sempre più precoci. Autolesionismo. Dipendenze. Ritiro sociale. Vuoto identitario. Rabbia incontrollata. Sensazioni croniche di derealizzazione e spegnimento emotivo.
Ma tutto questo fa meno rumore di una tragedia. E allora viene ignorato.
Viviamo in una società che pretende prestazione continua anche da persone internamente devastate. I social hanno amplificato tutto questo in maniera enorme, trasformando il confronto in una condizione permanente del cervello umano. Milioni di adolescenti oggi crescono con la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa, di dover valere abbastanza, di dover essere performanti, desiderabili, interessanti, produttivi. Sempre. Poi accade una tragedia e improvvisamente tutti parlano di disagio mentale. Per qualche giorno. Poi tutto torna come prima. La verità è che non stiamo intervenendo sul dolore: stiamo semplicemente reagendo alle conseguenze quando ormai è troppo tardi.

19/05/2026

Ogni volta che accade una tragedia come quella di Modena il rischio è sempre lo stesso: trasformare tutto in una reazione emotiva immediata, fatta di paura, rabbia e bisogno di trovare una spiegazione semplice a qualcosa che semplice non è. È umano. Davanti a eventi così violenti abbiamo bisogno di dare un senso a ciò che appare incomprensibile. Ma proprio nei momenti di maggiore allarme sociale servirebbe lucidità.
Parlare di salute mentale in questi casi non significa giustificare la violenza né deresponsabilizzare chi compie certi atti. Significa riconoscere che il disagio psichico grave esiste, che può degenerare quando non intercettato e che una società seria dovrebbe occuparsene prima che esploda nel modo peggiore possibile. Il problema è che in Italia continuiamo a parlare di salute mentale quasi esclusivamente dopo una tragedia. Prima, molto spesso, quella sofferenza resta invisibile, banalizzata o lasciata interamente sulle spalle delle famiglie. Eppure i numeri raccontano una realtà molto più ampia e complessa di quella che emerge nel dibattito pubblico.

Secondo il Rapporto Salute Mentale del Ministero della Salute, nel 2024 oltre 845 mila persone sono state assistite dai servizi specialistici di salute mentale e più di 272 mila sono state prese in carico per la prima volta. Nello stesso periodo sono aumentati anche gli accessi ai pronto soccorso per problematiche psichiatriche. Questo significa che il disagio mentale non è un fenomeno marginale o raro, ma una questione sanitaria e sociale enorme che coinvolge migliaia di famiglie ogni giorno. Dietro questi numeri però ci sono servizi territoriali che spesso lavorano in condizioni estremamente difficili. Operatori sovraccarichi. Dipartimenti di Salute Mentale che faticano a garantire continuità terapeutica, prevenzione e presa in carico precoce. Famiglie lasciate sole per anni nella gestione di situazioni gravissime. E soprattutto un tema strutturale che raramente viene affrontato davvero: quello delle risorse.

Negli ultimi anni la quota del Fondo Sanitario Nazionale destinata alla salute mentale è rimasta intorno al 2,7%, molto distante da quel 5% indicato da tempo come obiettivo minimo da numerose società scientifiche e da molti operatori del settore. Alcuni report internazionali collocano inoltre l’Italia tra i Paesi europei che investono proporzionalmente meno nella salute mentale rispetto al peso reale del problema sulla popolazione. Questo non è un tema ideologico o politico nel senso più sterile del termine. È un tema sanitario, educativo e sociale. Quando i servizi territoriali non riescono ad intervenire precocemente, quando il supporto psicologico diventa economicamente inaccessibile per molte persone, quando manca educazione emotiva nelle scuole e prevenzione reale nei contesti di vita, il disagio cresce nel silenzio fino a diventare, in alcuni casi, ingestibile.

E bisogna stare molto attenti anche ad un altro aspetto: associare automaticamente sofferenza mentale e pericolosità è profondamente sbagliato. La stragrande maggioranza delle persone che soffrono di disturbi psichici non è violenta. Anzi, molto più spesso subisce isolamento, stigma e marginalizzazione. Ridurre tutto alla parola “folle” non aiuta nessuno. Non aiuta chi soffre, non aiuta le famiglie e non migliora nemmeno la sicurezza collettiva. La verità è che la salute mentale è diventata una delle grandi fragilità del nostro tempo. Lo vediamo nell’aumento delle crisi depressive, nei disturbi d’ansia sempre più diffusi, nelle dipendenze, nelle condotte autolesive, nella fatica crescente di molti adolescenti nel regolare emozioni, frustrazione e senso di vuoto. E continuiamo troppo spesso ad accorgercene soltanto quando il dolore si trasforma in cronaca.

Per questo servirebbe un cambio culturale profondo. Meno slogan e meno discussioni costruite solo sull’emergenza. Più investimenti seri, continuità terapeutica, lavoro territoriale, integrazione tra sanità, scuola e servizi sociali.

Bibliografia e fonti:
- Ministero della Salute, Rapporto Salute Mentale 2024
- OMS – World Mental Health Report
- Quotidiano Sanità, analisi sul finanziamento dei servizi di salute mentale in Italia
- Società Italiana di Psichiatria (SIP), documenti programmatici sul finanziamento dei DSM
- OCSE, Health at a Glance Europe

02/05/2026

Certe cose fanno arrabbiare, inutile girarci intorno. Vedi un progetto nato da poco, qualcosa di bello per il territorio, e subito qualcuno sente il bisogno di rovinarlo. E allora partono le solite discussioni: la sicurezza, il Comune, la scuola, le forze dell’ordine, i giovani “allo sbando”. Io però una cosa la dico in modo chiaro: continuare a puntare il dito fuori rischia di farci perdere il punto centrale. Il tema educativo nasce dentro casa. Nel mio lavoro incontro ogni giorno ragazzi che non sono “senza valori”, ma spesso senza contenimento, ragazzi che non sanno dove appoggiarsi quando stanno male. E sapete cosa dicono molti di loro? Che non possono permettersi di stare male davanti ai genitori, perché altrimenti sono i genitori a crollare, e allora si tengono tutto dentro. E quel “tutto” prima o poi esce, spesso nel modo sbagliato. Qui non è solo un problema di regole, è un problema di presenza. Negli ultimi anni si è rotto qualcosa nella capacità degli adulti di reggere le emozioni dei figli: la frustrazione, la rabbia, la noia non vengono più accompagnate, vengono evitate, spente, oppure rimandate indietro. E un ragazzo che non impara a stare dentro queste emozioni, poi le agisce. Non tutte le famiglie sono così, anzi, ci sono genitori straordinari, presenti, solidi, ma ci sono anche tante famiglie fragili, disorientate, che andrebbero sostenute davvero, non giudicate, perché una famiglia lasciata sola è un problema collettivo, non privato. Allora forse la domanda non è solo “chi ha fatto questo?”, ma “che adulti stiamo diventando?”. Possiamo mettere più controlli, più telecamere, più pattuglie, ma se non torniamo a essere adulti capaci di dire dei no, di reggere un figlio quando sta male, di trasmettere rispetto con l’esempio, continueremo a rincorrere le conseguenze senza mai toccare le cause. La verità è scomoda ma semplice: o riprendiamo il nostro ruolo educativo, oppure continueremo a indignarci davanti a episodi come questo senza cambiare davvero nulla.

23/04/2026

Forse oggi il “rumore” è diventato il modo principale con cui la società evita di confrontarsi davvero con la sofferenza psichica grave. Ci penso da ore, perché ogni volta che accade una tragedia come quella di questi giorni, in cui una madre ha perso la vita insieme ai suoi figli, succede anche qualcos’altro. Nel giro di pochissimo arrivano opinioni, sentenze, prese di posizione, analisi improvvisate, commenti scritti con la furia di chi ha bisogno di dire subito da che parte sta. E, in fondo, è qualcosa che riguarda un po’ tutti, perché quella spinta a intervenire immediatamente è umana. Eppure eventi così chiederebbero l’esatto contrario. Chiederebbero più lentezza, più profondità, più contatto con il limite. Chiederebbero di accettare che non tutto può essere consumato dentro una reazione immediata.

Il problema è che il “rumore” non nasce quasi mai da una vera comprensione. Molto più spesso nasce dall’angoscia. Quando un fatto ci mette davanti a qualcosa di estremo, di intollerabile, di spaventoso, il commento rapido diventa una difesa. Giudicare, semplificare, indignarsi, dividere il mondo in mostri e persone perbene, in colpevoli assoluti e innocenti assoluti, serve a ristabilire una distanza. Serve a dirci che quella cosa non ci riguarda, che appartiene a un altrove oscuro e irriconoscibile, che noi siamo fuori da quella possibilità. È un modo per proteggersi dal pensiero più scomodo di tutti: che la sofferenza mentale grave esiste davvero, che può deformare profondamente la percezione della realtà, e che spesso cresce nel silenzio molto prima di diventare visibile.

A me colpisce sempre questo punto. Davanti alla sofferenza psichica grave continuiamo a comportarci come se bastasse il linguaggio morale. Come se categorie come bene e male, cattiveria e bontà, egoismo e amore fossero sufficienti a spiegare ciò che accade quando una mente crolla. Ma ci sono condizioni in cui il dolore non è più solo dolore. Diventa alterazione del pensiero, restringimento radicale dell’orizzonte, perdita della possibilità di immaginare alternative, frattura del rapporto con sé e con gli altri. Quando questo succede, il nostro bisogno di trovare una spiegazione semplice produce un discorso che consola chi lo pronuncia, ma non illumina nulla di ciò che è accaduto.

Il moralismo, in fondo, ha proprio questa funzione: non capire, ma rassicurare. È una risposta che sembra forte, ma in realtà è fragile. Fragile perché non regge la complessità. Fragile perché non sa stare nel dolore senza addomesticarlo. Fragile perché ci evita il compito più difficile, che non è esprimere un’opinione ma tollerare il fatto che, a volte, quella sofferenza non viene riconosciuta in tempo. E questa, secondo me, è la parte più dura da accettare. Ci sono tragedie davanti alle quali la domanda vera non è cosa pensiamo della persona coinvolta, ma cosa non è stato visto, cosa non è stato ascoltato, dove si è spezzata la possibilità di intercettare quella sofferenza prima che diventasse irreparabile. Solo che questa domanda ci espone. Ci toglie la comodità del commento e ci mette davanti a una responsabilità che è anche collettiva. Perché se una sofferenza di questo livello non viene riconosciuta in tempo, non è mai solo una vicenda privata. C’entra la cultura con cui leggiamo il dolore mentale, c’entrano i servizi, c’entra il modo in cui trattiamo la fragilità, c’entra la tendenza a minimizzare, a normalizzare, a dire che passerà, a scambiare segnali profondi per stanchezza, carattere, esagerazione, debolezza. C’entra anche la nostra difficoltà a reggere emotivamente il contatto con ciò che non comprendiamo fino in fondo.

Allora sì, il rumore diventa una fuga. Una fuga travestita da partecipazione. Una fuga travestita da sensibilità. Una fuga travestita perfino da giustizia. Ma una società che reagisce sempre parlando troppo e pensando poco non sta davvero entrando nella tragedia. La sta coprendo. La sta riempiendo di parole per non sentire il vuoto, lo sgomento, il fallimento, il limite. Credo che il punto sia proprio questo: non tutto ciò che accade deve essere subito tradotto in opinione. Ci sono eventi che dovrebbero innanzitutto fermarci. Costringerci a un atto di onestà. Farci ammettere che la sofferenza psichica grave non è uno slogan, non è un tema da dibattito improvvisato, non è materia da post indignati scritti in cinque minuti. È qualcosa di infinitamente più serio, più doloroso e più complesso, e meriterebbe meno esibizione emotiva e più capacità di ascolto.

Per me il rispetto, in casi così, non coincide con il silenzio vuoto di chi volta la faccia dall’altra parte. Coincide piuttosto con un silenzio pensante, con la rinuncia a usare il dolore altrui per mettere in scena sé stessi, con la capacità di non correre subito a dire la propria solo per sedare la propria angoscia. A volte la forma più alta di umanità non è avere qualcosa da aggiungere, ma accettare di restare per un momento dentro ciò che ci disarma. Lì, forse, comincia una comprensione più vera. Ed è solo da lì, non dal rumore, che si può sperare di arrivare prima la prossima volta.

21/04/2026

Sai qual è uno dei pesi più grandi che ritrovo negli adulti in terapia? Aver imparato troppo presto a reggere emozioni che non erano le loro. Non succede per cattiveria, succede quando un adulto è talmente dentro alla propria tempesta da non riuscire più a contenerla. E allora quel peso passa, senza bisogno di parole, passa nei silenzi, negli sguardi, nella tensione che si respira in casa. I bambini non capiscono tutto, ma sentono tutto. E quando non riescono a dare un senso a quello che percepiscono fanno l’unica cosa che possono fare: si adattano, si trattengono, diventano più grandi prima del tempo. Non perché siano forti, ma perché non hanno alternative. Un bambino però non ha bisogno di un genitore perfetto, ha bisogno di un adulto che resti, il più possibile, un contenitore. Non uno che non prova, ma uno che sa dove mettere quello che prova. Il punto non è mostrare o nascondere le emozioni, il punto è non farle diventare un compito per chi non è pronto a portarle. Proteggere un figlio non significa fingere che vada tutto bene, significa assumersi la responsabilità del proprio mondo interno e potersi dire, anche nei momenti difficili, “questa cosa è mia, non è sulle sue spalle”. Quando questo accade, il bambino cresce con una base che sembra invisibile ma che fa tutta la differenza: la sensazione che il mondo può essere anche faticoso, ma affrontabile. Non perché qualcuno lo farà al posto suo, ma perché ha imparato, dentro la relazione, cosa significa essere sostenuto. E da lì, piano piano, costruisce la capacità di reggersi da solo. Non si tratta di evitare la fatica, ma di non anticiparla quando non serve. La forza non nasce dal peso, nasce da come quel peso viene tenuto. E questa, nel tempo, è una delle forme più profonde di cura.

Da psicoterapeuta che lavora a stretto contatto con la psichiatria, leggere cose come queste mi riporta sempre lì: alla ...
09/04/2026

Da psicoterapeuta che lavora a stretto contatto con la psichiatria, leggere cose come queste mi riporta sempre lì: alla complessità reale di quello che trattiamo ogni giorno. Il litio lo abbiamo sempre collocato dentro una funzione precisa. Oggi invece iniziamo a intravedere che potrebbe avere un ruolo molto più ampio, che tocca la vulnerabilità neuronale, la protezione del cervello, forse persino traiettorie di malattia che vanno oltre l’umore.

Questo, nel concreto, ha delle implicazioni importanti. Non perché cambi da subito quello che facciamo, ma perché cambia il modo in cui pensiamo i percorsi di cura: meno compartimenti, meno etichette rigide, più integrazione tra livelli diversi, biologici e psicologici.

Ed è qui che, almeno per me, sta la parte più affascinante del lavoro. Accorgersi che la mente non è mai riducibile a una sola chiave di lettura, e che ogni volta che crediamo di aver capito qualcosa, si apre un livello ulteriore. È anche questo che rende necessario il dialogo continuo tra psicoterapia e psichiatria. Non come mondi separati, ma come modi diversi di avvicinarsi alla stessa complessità.

E, in fondo, è questo che rende questo lavoro così potente: avere a che fare con qualcosa che non smette mai di sorprenderci.

𝐈𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐢𝐨: 𝐝𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 🧠
𝐍𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐬𝐮 𝐮𝐧 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐨 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐞𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨.
𝐅𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 💬🗯️💭

Carissimi Tutte e Tutti, permettetemi di parlarvi di un vecchio amico della psichiatria che si è presentato al banchetto della neuroscienze con un abito completamente nuovo. Il litio — sì, quello stesso elemento chimico usato da decenni per il disturbo bipolare — sembra avere un curriculum molto più ricco di quanto pensassimo. Un po’ come scoprire che il bidello della scuola ha un dottorato in fisica quantistica.
Un articolo pubblicato su Medscape il 30 marzo 2026 a firma di James M. Greenblatt riaccende i riflettori su una scoperta straordinaria apparsa su Nature nell’agosto 2025: Liviu Aron e colleghi di Harvard hanno dimostrato che il litio è naturalmente presente nel cervello umano a concentrazioni traccia, e che nei pazienti con deterioramento cognitivo lieve e malattia di Alzheimer tali concentrazioni sono significativamente ridotte. Come se il cervello malato avesse smarrito le chiavi di casa. Ancora più affascinante — e inquietante — è la scoperta che le placche amiloidi, quelle strutture proteiche patologiche tipiche dell’Alzheimer, sembrerebbero sequestrare attivamente il litio, agendo da vere e proprie “spugne molecolari” che privano i neuroni circostanti di un elemento essenziale per la loro sopravvivenza.
Ma perché il litio è così importante? Perché non si comporta come un semplice psicofarmaco, bensì come un vero e proprio agente pleiotropico: supporta la funzione mitocondriale, riduce la neuroinfiammazione, contrasta lo stress ossidativo, modula i sistemi serotoninergico, GABAergico e dopaminergico, e aumenta i livelli di BDNF, il fattore neurotrofico per eccellenza che “nutre” i neuroni.
In pratica, il litio lavora come un ottimo direttore d’orchestra che tiene insieme un’intera sinfonia biologica — e quando manca, l’orchestra suona stonata.
L’interesse si estende ora al litio a basse dosi come potenziale strumento neuroprotettivo, anche se gli studi clinici controllati restano ancora limitati. Un recente studio pilota pubblicato su JAMA Neurology ha mostrato segnali promettenti nel rallentare il declino della memoria verbale nel deterioramento cognitivo lieve, soprattutto nei soggetti amiloide-positivi.
La prospettiva che emerge è affascinante: il litio non sarebbe soltanto un farmaco, ma forse un micronutriente essenziale per la salute cerebrale a lungo termine.
La prossima volta che qualcuno vi chiede cosa c’è di nuovo in psichiatria, potete rispondere: “il vecchio litio, naturalmente.”



Voci bibliografiche.
⬇️
Greenblatt JM. Lithium beyond bipolar: a new role in brain health. Medscape Psychiatry. 2026 Mar 30.
Aron L, Bhatt S, Bhatt DL, et al. Brain lithium deficiency contributes to neuronal vulnerability in Alzheimer’s disease. Nature. 2025.
Nunes MA, Viel TA, Buck HS. Microdose lithium treatment stabilized cognitive impairment in patients with Alzheimer’s disease. Curr Alzheimer Res. 2013;10(1):104-7.
Diniz BS, Machado-Vieira R, Forlenza OV. Lithium and neuroprotection: translational evidence and implications for the treatment of neuropsychiatric disorders. Neuropsychiatr Dis Treat. 2013;9:493-500.

Il punto non è non ricadere.Il punto è riconoscersi quando succedee non lasciarsi più da soli dentro quel momento.
08/04/2026

Il punto non è non ricadere.
Il punto è riconoscersi quando succede
e non lasciarsi più da soli dentro quel momento.

07/04/2026

Il ragazzo minorenne trovato a terra, privo di sensi dopo aver bevuto, non è una notizia che dovrebbe sorprenderci. E invece ogni volta sembriamo cadere dal pero con una facilità disarmante, come se fosse qualcosa di imprevedibile, di lontano, di eccezionale. La verità è che ci riesce benissimo fingere stupore, molto meno guardarci davvero allo specchio.

Io sono nato e cresciuto ad Avezzano e con i ragazzi ci lavoro ogni giorno. Li ascolto quando smettono di mostrarsi forti, quando raccontano cosa significa vivere qui alla loro età, senza filtri. E quello che emerge non ha niente a che fare con le etichette facili che ci piace usare. Non è solo incoscienza, non è solo “divertimento che sfugge di mano”. È un disagio che cresce dentro un vuoto che, negli anni, abbiamo contribuito tutti a costruire. Avezzano è una città che, nei fatti, offre pochissimo a un adolescente. Non ci sono spazi veri di aggregazione, non esistono luoghi dove stare senza dover consumare qualcosa, non c’è una proposta culturale viva e continua, non ci sono poli sportivi pubblici pensati davvero per i giovani, non c’è una progettualità che li tenga dentro, che li faccia sentire parte. C’è poco, troppo poco, e quel poco spesso è lasciato all’iniziativa individuale, non a una visione collettiva.

E mentre questo vuoto cresce, succede anche altro, quasi senza rumore. Il 30 marzo ha chiuso il Centro di ascolto giovani Veronica Gaia di Orio, una di quelle realtà che provavano a esserci davvero, a offrire uno spazio, un tempo, un ascolto. Non siamo riusciti a tenere in vita nemmeno questo. Nemmeno un’esperienza di volontariato così preziosa. E questo dice molto più di qualsiasi articolo di cronaca.

Quando cresci così, quando ti muovi dentro giornate tutte uguali, quando non trovi contesti in cui riconoscerti, il vuoto non resta vuoto, si riempie. E si riempie con quello che è disponibile, con quello che funziona subito. L’alcol diventa una scorciatoia, un modo per stare insieme, per sentire qualcosa, per non sentire troppo. Non è una giustificazione, è una spiegazione. E se non capiamo questo, continueremo a fermarci alla superficie senza toccare mai il problema.

Poi arriviamo noi adulti, puntuali come sempre ma nel momento sbagliato. Arriviamo quando c’è il ragazzo a terra, quando c’è l’ambulanza, quando c’è l’articolo da condividere. Ci indigniamo, commentiamo, scuotiamo la testa. Prima, però, dov’eravamo? Dove siamo stati mentre questi ragazzi crescevano dentro una città che non li ha mai davvero messi al centro? Avezzano oggi è molto più a misura di chi ha già vissuto che di chi deve ancora iniziare. E non è un problema prendersi cura degli anziani, è un problema dimenticarsi dei giovani. Perché una comunità che non investe sui ragazzi sta, di fatto, rinunciando al proprio futuro.

Continuare a scandalizzarsi senza cambiare nulla è comodo, ci permette di sentirci dalla parte giusta senza mettere in discussione niente. Ma è anche il modo più rapido per rendere questi episodi sempre meno eccezioni e sempre più normalità.

Quel ragazzo a terra non è solo “un fatto di cronaca”. È lo specchio di una città che da troppo tempo preferisce non vedere. E finché continueremo a raccontarcela in modo diverso, non cambierà assolutamente niente.

Questa immagine racconta qualcosa di molto semplice, ma allo stesso tempo profondo. Uno spazio pubblico che si prende cu...
06/04/2026

Questa immagine racconta qualcosa di molto semplice, ma allo stesso tempo profondo. Uno spazio pubblico che si prende cura delle differenze, che si ferma a pensare anche a chi fa più fatica, senza etichette e senza pietismo, ma con l’idea concreta di mettere tutti nelle condizioni di accedere davvero alla cultura. Qui non c’è nulla di straordinario, ed è proprio questo il punto. Libri pensati per la dislessia, scaffali dedicati, un ambiente accogliente, tutto gratuito, tutto normale, come dovrebbe essere ovunque. La vera differenza sta nello sguardo: non si parte dal limite della persona, ma dal limite dell’ambiente, e lo si modifica. In Italia troppo spesso accade il contrario, si chiede al bambino, al ragazzo, allo studente di adattarsi, di recuperare, di fare uno sforzo in più, mentre gli spazi restano immutati, costruiti su misura per chi non ha difficoltà. Ma una società inclusiva non è quella che interviene dopo con strumenti compensativi, è quella che progetta contesti accessibili fin dall’inizio. Investire in questi luoghi non è un lusso, è una scelta culturale, è il modo più concreto per dire che nessuno deve sentirsi fuori posto davanti a un libro. Forse dovremmo ripartire proprio da qui, smettere di chiedere alle persone di essere all’altezza degli spazi e iniziare finalmente a rendere gli spazi all’altezza delle persone.

La Pasqua, al di là di tutto, ci riporta sempre lì: alla possibilità di ricominciare, anche quando dentro non ci sentiam...
04/04/2026

La Pasqua, al di là di tutto, ci riporta sempre lì: alla possibilità di ricominciare, anche quando dentro non ci sentiamo pronti.

Nella mia stanza vedo spesso quanto sia difficile questo passaggio, quanto coraggio serva per restare dentro certe fatiche senza scappare, e quanto valore ci sia anche nei cambiamenti più piccoli, quelli che da fuori quasi non si notano.

Per questo il mio augurio va a chi sta attraversando un momento complicato, a chi si sente fermo o stanco, ma continua comunque a provarci: che possiate darvi il tempo, lo spazio e la fiducia per rimettervi in movimento, ognuno con i propri tempi.

Buona Pasqua, davvero ♥️

Indirizzo

Via Lago Di Lesina 8B
Avezzano
67051

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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