28/03/2026
Buon pomeriggio a tutti.
Uno dei propositi degli incontri del martedì è quello della conoscenza di sé e della consapevolezza del proprio inconscio.
Allora cosa significa conoscersi? Per la psicoanalisi conoscere se stessi significa sapere in che misura siamo coscienti di noi stessi e in che misura non lo siamo. Significa illuminare la parte che opera indipendentemente dal nostro normale pensiero cosciente. Conoscersi in questa nuova dimensione della vita inconscia significa acquistare libertà e acquisire la capacità di pensare criticamente.
Chi non la acquisisce è esposto a tutte le influenze, le suggestioni, gli errori e le menzogne che vengono diffuse e che lo indottrinano sin dall'inizio. Non si può essere liberi, autodeterminarsi e scoprire la centralità del proprio essere se non si sa pensare criticamente. Solo pensando criticamente gli esseri umani possono fronteggiare la realtà. Il pensiero critico è al servizio della vita, e in particolare serve, a livello individuale come a livello sociale, a rimuovere gli impedimenti che ci paralizzano o che sono di ostacolo. Ci vuole un certo coraggio a vivere in un mondo in cui il pensiero critico è così osteggiato. Occorre coraggio per liberarsi da chi vuole privarci della nostra esistenza sia che lo faccia a carte scoperte oppure furtivamente.
La Psicoanalisi ha accertato che quello che è stato seminato nell'inconscio infantile nei primi dieci anni di vita, quello si riavrà, tale e quale, da adulto.
Gli studi di Spitz a New York testimoniano quali danni si possa arrecare ad un bambino fin dai primi anni di vita con le alterazioni delle relazioni primarie parentali. Il primo esempio, il più elementare, di rapporto sociale, è quello del bambino con la madre e successivamente con gli altri componenti familiari. Tutte le relazioni ulteriori, quella amorosa, quella lavorativa, i rapporti interpersonali, l'amicizia, la capacità di affermazione e la possibilità di dare un significato e uno scopo alla vita, sono influenzate e determinate dalle prime relazioni parentali. Ed è anche vero, però, che le istituzioni sociali e culturali della società adulta determinano a loro volta le primarie relazioni. Sono ambedue inestricabilmente collegate insieme.
Uno studio etnico antropologico di Kardiner sulla tribù degli Alor, ha dimostrato che, poiché nella struttura economica di questa società la donna lavora durante tutto il giorno nei campi,mentre il marito è a sua volta assente per altre mansioni e ciò è un fatto costante e non sporadico, il bambino è abbandonato praticamente a sé o al massimo all'attenzione immaginabile di uno più grandicello. (Quindi carenze e deprivazione di cure materne)
Il risultato è distacco grave nei rapporti interpersonali successivi. "Ogni relazione umana è gravemente lesa se si paragona ad altre società. Questi individui sono insicuri, solitari, senza fede né in sé né negli altri, timidi, col sentimento di essere costantemente minacciati. Essi non cooperano in una azione di gruppo, non creano amicizie, sono tendenzialmente traditori. L'ostilità di ciascuno per l'altro è enorme. Non hanno capacità creative, vivono del momento, non hanno concetto di virtù né di ricompensa per una buona azione che non è concepibile".
La decadenza progressiva dell'autorità patriarcale e la sempre più deludente, fragile e precaria relazione madre-figlio ha portato nella nostra società ad una decomposizione rapida della famiglia.
Se ne vedono le conseguenze in tutti quei fenomeni di patologia sociale che vanno dalla delinquenza giovanile all'alcolismo, alla tossicodipendenza, all'aumento delle nevrosi e delle psicosi.
Allora non bisognerebbe mai dimenticare che nessuno gruppo, nessuna relazione di massa può valere l'essenza intima del dialogo a due (Madre-figlio, Padre-figlio) che è stato forse il più bel dono che lo spirito umano ha dato nel momento che si innestava nell'uomo.
CREDERE DI POTERNE FARE A MENO O DI SOSTITUIRLO CON VALORI RAZIONALI È UNA INGENUA QUANTO PSEUDOSCIENTIFICA SOLUZIONE.