16/11/2025
Verissimo...
Quando oggi parliamo di Reiki, ci viene in mente un nome preciso, un metodo, magari un corso strutturato… ma la verità è che questa energia, questa idea del lasciar fluire la forza vitale attraverso le mani, esisteva ben prima che qualcuno la chiamasse “Reiki”. Era qualcosa di così naturale per gli esseri umani da non richiedere nemmeno un titolo. In Giappone gli antichi lo chiamavano teate, che significa semplicemente “mettere le mani dove serve”, come quando una madre appoggia la mano sulla fronte del figlio e in quel gesto si trasmette qualcosa che va oltre il calore. Gli Ainu, un popolo che portava con sé un’antica sapienza sciamanica, lo conoscevano come un soffio, una trasmissione di respiro spirituale più che un tocco. Nei monasteri buddhisti, invece, questo principio si fondeva con la meditazione e i mudra: non si parlava mai esplicitamente di “energia che scorre”, ma la praticavano tutti i giorni.
In Cina tutto questo era semplicemente parte della vita. Il Qi Liao era una forma di cura in cui la persona canalizzava il proprio Qi a beneficio dell’altro, senza rituali particolari, senza teorie astruse: il corpo, se è libero, sa cosa fare. E nel Tibet antico, il concetto era ancora più mistico: l’energia era considerata un dono nascosto, un seme di luce custodito nel profondo, qualcosa che si risvegliava solo quando l’individuo era pronto, come uno dei famosi gTerma, i tesori spirituali che “riemergono” nei momenti in cui il mondo ne ha bisogno.
E qui arriviamo al punto più delicato.
Oggi sembra normale che chiunque, semplicemente pagando un corso, possa dire: “Sì, da domani pratico Reiki.” Ma per gli antichi non funzionava così. L’energia non era un diritto: era una responsabilità. Non entravi perché lo volevi, entravi perché qualcuno vedeva in te una maturità, una limpidezza, una capacità di non usare ciò che imparavi per il tuo ego. Nessuno ti chiedeva titoli o competenze, ti guardavano negli occhi. Cercavano stabilità, silenzio interiore, umiltà. E, soprattutto, la capacità di non voler “fare miracoli”, ma di lasciar fluire qualcosa di più grande di sé.
Chi praticava davvero? Monaci che avevano consacrato la loro vita alla disciplina, guaritori che erano riconosciuti dal villaggio, uomini e donne che avevano attraversato prove interiori, persone che venivano considerate “trasparenti”, cioè senza pesi, senza intenzioni nascoste. Erano persone che la comunità sentiva già colme di benevolenza. E, soprattutto, coloro che non cercavano potere: perché dare energia da un cuore sporco significava sporcare chi la riceveva.
Il percorso iniziatico dell’epoca era una cosa quasi invisibile: l’allievo osservava per mesi, a volte anni, senza chiedere nulla. Era il maestro a decidere il momento in cui avveniva il vero passaggio. E non avveniva certo con attestati o dispense. Avveniva con un contatto silenzioso, magari una mano sulla testa, oppure con un respiro condiviso, o un mantra sussurrato che non veniva scritto da nessuna parte. A volte l’attivazione vera e propria avveniva nelle ore prima dell’alba, quando il mondo è fermo e il velo tra le dimensioni è più sottile. Era un gesto intimo, sacro, che non aveva nulla a che vedere con i corsi intensivi da weekend.
La ragione per cui non era aperto a tutti era semplice: se dai una forza sottile a chi non è pronto, quella forza si ritorce contro, o peggio crea squilibri nell’altro. Chi non aveva un minimo di equilibrio rischiava di assorbire energie degli altri, di creare dipendenze, di confondere le proprie emozioni con quelle del ricevente… o addirittura di aprire varchi indesiderati. Gli antichi sapevano che la prima guarigione da fare è sempre su sé stessi. Se non sei pulito, non puoi portare pulizia.
Ed è proprio qui che oggi si vede la differenza più grande. Oggi tanti vogliono il “titolo di Master” senza capire che nell’antichità un Master era quasi un monaco laico, una persona che aveva raggiunto un livello di coscienza che gli permetteva di essere un canale limpido. Non era un ruolo da esibire: era una forma di servizio. Essere un maestro significava conoscere a fondo le proprie ombre, saperle gestire, e soprattutto non sentirsi mai superiore al ricevente.
La verità è che il Reiki autentico, quello che davvero passa da cuore a cuore, è qualcosa che non si compra e non si insegna con quattro simboli. È uno stato dell’essere. È lasciare che la vita faccia, mentre tu ti fai da parte. Non servono tecniche complicate: serve un’anima pulita.
Per chi vuole avvicinarsi a questo modo antico, ci sono due strade semplici. La prima è il silenzio: più la mente si calma, più diventiamo canali puliti. Il Ki non fluisce dove c’è caos, paura o desiderio di potere. Fluisce dove trova spazio. La seconda strada è scegliere con cura da chi ricevere l’insegnamento. Perché un Maestro non lo riconosci dal certificato, lo riconosci dalla sua luce, dal modo in cui respira, dal modo in cui parla agli altri, soprattutto a chi è in difficoltà. Lo riconosci da come vive, non da cosa dice.
E forse questo è il vero cuore di tutto: il Reiki antico non era una tecnica. Era un cammino di trasformazione. Chi sceglieva di percorrerlo sapeva che prima di guarire l’altro, doveva imparare ad essere vero. E questo, ancora oggi, rimane l’unico vero requisito.
Seguirà la seconda parte dove verrà riportato come venivano scelti i maestri.
Ad Maiora, con cuore e spirito aperti.
© [2025] Cav. Luigi Albano. Scrittore e ricercatore indipendente in Radiestesia, Geometria Sacra e Bioenergia. Testo originale ideato e scritto da me. Revisione ortografica e immagini a cura dell’intelligenza artificiale. Condivisibile solo citando l’autore e la fonte. www.luigialbano.it