09/12/2021
Molte persone non vanno in terapia perché temono di trovare nello psicologo una figura simile a quelle con le quali si confrontano ogni giorno. Hanno paura che lo psicologo sia un coach, un trainer, che li spinga semplicemente a mettersi alla prova e a buttarsi.
Io lo chiamo "approccio alla Gianni Morandi". Dire al paziente semplicemente "DAI CHE CE LA FAI", può essere un'esperienza devastante. È una vita che glielo dicono tutti. Genitori, insegnanti, sorelle, fratelli, amici, sconosciuti. È circondato da persone che banalmente gli ripetono "DAJEEE TUTTAAA, SPACCA TUTTOH! VAI BOMBER! BUTTATIII, MA COSA CI PERDI?? NIENTEEE! DEVI ESSERE CORAGGIOSOH! DAI CHE CE LA FAIII!" ".
Tanto, alla fine, se ti fai male cazzi tuoi, sai a me che me ne fotte.
Esistono cose che noi, semplicemente, non riusciamo a fare. Perlomeno adesso. Questo vale per tutti, anche per noi terapeuti. Ed è terapeutico per il paziente anche sapere che può non farcela. Sarà il lui, a tempo debito, a tentare cose che prima non aveva fatto.
Il compito del terapeuta è portare il paziente ad essere più consapevole del perché di questo blocco. Ne capirà l'origine e la funzione protettiva. Scoprirà anche che, oggi, questa funzione protettiva si è persa e che alcuni comportamenti continua a metterli in atto come un automatismo.
Detto ciò, lui può continuare a non fare nulla. Il terapeuta comprende, supporta e moderatamente incoraggia, rispettando i tempi e le paure della persona, senza mai fare il Gianni Morandi della situazione.
Tutto va contestualizzato: una spintarella può essere fondamentale in un certo momento della terapia, rovinosa in altri.
La mia esperienza personale è che a volte il paziente fa tutto da solo, a tempo debito.
Ricordate: il cambiamento è come il Natale, quando arriva, arriva.