Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

Il corpo tossisce. Starnutisce. Piange.Per espellere ciò che non gli appartiene.Perché non tutto ciò che entra è degno d...
23/01/2026

Il corpo tossisce. Starnutisce. Piange.
Per espellere ciò che non gli appartiene.
Perché non tutto ciò che entra è degno di restare.
Polvere, batteri, fumo, tossine.
Il corpo ha i suoi rituali: convulsi, rumorosi, a volte violenti.
Ma sono riti di purificazione.
La saggezza animale che ancora ci abita.

E l’anima?
L’anima non ha bronchi. Non ha trachea.
Ma ha soglie.
E quando qualcosa di tossico vi entra -
una menzogna, un tradimento, una catena,
un amore finto, un dio venduto, una vergogna imposta - l’anima cerca un’uscita.

E allora come tossisce l’anima?
A volte grida nel sonno.
A volte scrive poesie che nessuno leggerà.
A volte rompe tutto, senza sapere perché.
A volte si isola, per non infettare.
A volte smette di parlare, perché ogni parola sarebbe veleno.
A volte urla. O danza. O canta a squarciagola nel buio. O lascia. O parte. O si ribella.
Oppure ama di nuovo, con uno strappo.

Ma il suo vero colpo di tosse è il pianto sacro.
Non quello domestico, non quello educato.
Quello che viene da dentro.
Quello che non si può fermare.
Quello che ti svuota e ti salva.
Lì, l’anima sta sputando il male.

Il corpo tossisce. L’anima trasforma.
E quando non riesce a espellere il male, l’anima si ammala.
Diventa servile. Si rattrappisce. Fa sogni senza luce.
Diventa triste, ma non sa dire perché.
Per questo non va mai fermata la tosse dell’anima.
Va ascoltata.
Onorata.
Lasciata uscire.

(Manuele Dalcesti - da "I Sentieri del Lupo")

Immagine: Opera di Paul Klee - "Mythical Flower" (watercolor)

Arriva un momento in cui ci si rende conto di un qualcosa di importante:che le proprie reazioni non erano il vero proble...
19/01/2026

Arriva un momento in cui ci si rende conto di un qualcosa di importante:
che le proprie reazioni non erano il vero problema;
che i propri sentimenti non erano affatto esagerati;
che il proprio istinto non era per nulla spezzato.
Ci si rende conto che proprio quelle precise "reazioni" rappresentavano delle risposte autentiche ed umane a comportamenti che oltrepassavano i limiti.

Per molto tempo, a molti è stato insegnato a dubitare di se stessi per primi, per minimizzare l'operato violento generale.
A molti è stato insegnato a mettere in discussione la propria sanità mentale, invece di mettere in discussione le azioni che causavano quel dolore.
Questo tipo di condizionamento è profondo, e può tranquillamente erodere il senso di se stessi.

Guarire significa riuscire a fidarsi di nuovo di se stessi.
Significa sapere che riuscire a mettere dei confini non rende affatto insensibili o distaccati.
Significa ritornare ad essere integri e onesti.
Significa smettere di lasciare che gli altri riscrivano la propria realtà di sé.

(Zachary Fisher)

Immagine: Dipinto di Daniella Willett-Rabin - "Deep Into the Land of Enchantment"

Innamorati dell'oscuritàdelle ombre, delle parti nascostedei pezzi che nascondiamo per vergogna.Innamorati dell'innocenz...
17/01/2026

Innamorati dell'oscurità
delle ombre, delle parti nascoste
dei pezzi che nascondiamo per vergogna.
Innamorati dell'innocenza.
Delle nostre paure infantili del buio.
Di essere esposti. Di mostrarci.
Di essere visti, di uscire alla luce.

Dei dubbi, dei dolori segreti,
delle nostre strane fantasie, e dei sentimenti con cui non sappiamo cosa fare.
Del terrore della notte.
Della rabbia che bolle proprio sotto la superficie.
Del timore che non siamo degni d'amore.

Dei sentimenti e dei pensieri che nascondiamo
per mantenere l'immagine di 'me'.
Per essere bravi, essere gentili, essere spirituali.
Per essere 'quello che può essere mantenuto in un pezzo'.

Innamorati di questa umanità segreta.
L'oscurità non è oscuritá
ma solo frammenti spaventati che desiderano la luce.
Siamo Esseri che vogliono amore e attenzione, e aria,
e inclusione nella più grande immagine dell'essere.

Non cercare la luce,
abbi solo il coraggio di brillare completamente
nei luoghi doloranti, nei luoghi sensibili.

Illumina. Irradia.
Fa' che sia sicuro per i piccoli mostri
uscire di nascosto
Fai sapere loro che sono bellissimi.
E degni.
E che non sono affatto mostri.

(Jeff Foster)

Immagine: Dipinto di Fred Calleri

C’è un luogo in ciascuno di noiche aspetta di essere visto.È buio, come un abisso nascostosilenzioso e immenso.Lì dormon...
16/01/2026

C’è un luogo in ciascuno di noi
che aspetta di essere visto.
È buio, come un abisso nascosto
silenzioso e immenso.
Lì dormono le paure
le ambizioni che abbiamo seppellito
le parole che non abbiamo detto
per paura di romperci.
Guardarlo fa paura.
Abitarlo, ancora di più.

La realtà ci spinge fuori
dove il rumore è più forte
dove i gesti si affrettano
dove il cielo sembra sempre più alto
e la terra sempre più lontana.
E noi, lì, a rincorrere ombre
a costruire muri
mentre la voce dentro sussurra:
“Vieni, fermati. Guarda.”
La vita non è pubblicità di emozioni
ma improvvisazione di anima.

Ma guardare dentro è un lavoro difficile.
È come spogliarsi con dita fragili.
È come ascoltare un vecchio canto
fatto di cose dimenticate
di dolore che non ha avuto parole
di luci mai accese.

Eppure, lì dentro
nell’oscurità che temiamo
c’è la radice di ogni nostro sogno
c’è il seme che aspetta solo
di essere portato alla luce.
Perché non si cresce con le illusioni
ma con il coraggio di guardarsi interi:
le crepe, i vuoti
i piccoli miracoli nascosti.

Anche il mondo - il nostro mondo -
ha bisogno di questo sguardo.
Non più occhi distratti
che si posano solo dove il vento luccica
ma mani che scavano
nelle pieghe profonde della terra
nelle storie che nessuno ascolta.

La coscienza non è un grido
è un sussurro che cresce.
È il tocco leggero
di chi sa che ogni gesto
anche il più piccolo
cambia la forma del tempo.

E allora impariamo ad abitare
questa profondità che chiama
questa bellezza che non grida
questo silenzio che insegna.
Perché solo chi sa guardarsi dentro
può davvero svegliarsi.
E quando ci svegliamo
noi, come alberi
portiamo alla luce
un’intera foresta.
E in quella foresta
nel bosco infinito dell’essere
il ramo si spacca e fiorisce
il canto del buio diventa luce
e la vita intera
finalmente ringrazia.

L'intimità non è ciò che ci è stato insegnato.La maggior parte delle persone, infatti, ancora pensa che l'intimità sia f...
11/01/2026

L'intimità non è ciò che ci è stato insegnato.
La maggior parte delle persone, infatti, ancora pensa che l'intimità sia fisica. Non lo è.

L'intimità è verità.
È il momento in cui smetti di esibirti e inizi a rivelarti.
Quando lasci che qualcuno veda le parti di te che non sono impressionanti, lucide o certe.
Quando non usi armature. Ti presenti e basta.
La vera intimità è stare emotivamente nudi davanti a un altro essere umano e non essere puniti per questo.
È offrire una presenza, anche silenziosa, che dice: "Sei al sicuro con me".
Questo tipo di intimità cambia le persone.
Guarisce vecchie ferite. Ammorbidisce le difese che hanno impiegato anni per essere costruite.
Permette al sistema nervoso di respirare.
Crea un tipo di connessione che non svanisce quando il desiderio oscilla o è assente.
L'intimità non è essere desiderati. Si tratta di essere ricevuti.
Completamente. Onestamente. Senza condizioni.

Quando qualcuno riesce a contenere la tua verità senza giudicarla e senza cercare di rimodellarla, questa è intimità.
Quando puoi fare lo stesso per quel qualcuno, questo è amore.

(Zachary Fisher)

Immagine: Opera fotografica di Alain Laboile

Abitare la vita senza più dimostrare.Ci sono momenti in cui la vita non chiede di essere capita, ma sopportata senza ess...
10/01/2026

Abitare la vita senza più dimostrare.

Ci sono momenti in cui la vita non chiede di essere capita, ma sopportata senza essere tradita.
Non nel senso della rassegnazione, ma in quello più difficile della fedeltà a ciò che accade dentro quando nessuna spiegazione basta più.

Abbiamo imparato a funzionare bene: a reggere, a rispondere, a essere all’altezza. Ma quasi nessuno ci ha insegnato a restare quando tutto questo cade.
Restare quando il senso si ritira.
Quando le cose che ci definivano non parlano più.
Quando non sappiamo più dire chi siamo senza usare il passato.
È lì che molti fuggono. Riempiono. Accelerano. Si sostituiscono.
Non perché siano deboli, ma perché il vuoto fa paura e nessuno ci ha mai detto che non è un errore.

Il vuoto non è sempre mancanza.
A volte è spazio che si apre dopo che qualcosa ha finito di reggere.
E il lavoro più profondo, quello che non si vede, non è “migliorarsi”, ma non violentare questo tempo.
Non chiamare soluzione ciò che è fuga. Non chiamare forza ciò che è controllo. Non chiamare guarigione ciò che è solo adattamento.

C’è un momento in cui l’unica cosa vera che si può fare è non tradirsi.
Non riempire. Non spiegare. Non giustificare.
Restare abbastanza a lungo da permettere a qualcosa di nuovo di emergere senza essere forzato.

Questo lavoro non rende speciali. Non rende migliori.
Rende più sobri.
Meno illusioni. Meno maschere.
Più rispetto per i tempi lenti dell’umano.
È un lavoro silenzioso, che non dà riconoscimenti immediati.
Ma se viene attraversato con onestà, restituisce una cosa rara: la possibilità di abitare la vita senza doverla continuamente dimostrare.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Dipinto di Teresa Saia

La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilit...
07/01/2026

La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione.
La fragilità è come uno scudo che ci difende dalle calamità, quello che di solito consideriamo un difetto è invece la virtuosa attitudine che ci consente di stabilire un rapporto di empatia con chi ci è vicino.
Il fragile è l’uomo per eccellenza, perché considera gli altri, suoi pari e non, potenziali vittime, perché laddove la forza impone, respinge e reprime, la fragilità accoglie, incoraggia e comprende.

[Vittorino Andreoli]

Il tema della "verità" attraversa la nostra vita in modo silenzioso e spesso doloroso. Da una parte c’è la verità immedi...
07/01/2026

Il tema della "verità" attraversa la nostra vita in modo silenzioso e spesso doloroso. Da una parte c’è la verità immediata, quella che nasce dai sensi e dall’esperienza diretta. Dall’altra c’è la verità imposta, cioè ciò che la società considera accettabile e che pretende di sostituire alla percezione autentica. Il bambino ci offre un esempio emblematico. Vive immerso nel suo sentire, interpreta il mondo con innocenza e lo racconta senza filtri. Dice ciò che vede e ciò che sente con la naturalezza di chi non conosce ancora le regole del tacere. E proprio questa verità ingenua mette in crisi gli adulti. Quante volte un bambino dice ad alta voce qualcosa di imbarazzante e i genitori intervengono prontamente per zittirlo. Il messaggio che riceve è chiaro: non fidarti dei tuoi sensi, non esprimere ciò che percepisci, limita la tua voce a ciò che gli altri vogliono sentire. Ciò che chiamiamo educazione rischia così di diventare, un processo di nevroticizzazione. Perché crea una frattura tra l’esperienza immediata e la sua espressione, tra il corpo che sente e la mente che censura. È vero, una società senza filtri sarebbe difficile da vivere. Se tutti dicessero sempre tutto, la convivenza diventerebbe conflitto permanente. Le regole del linguaggio sociale hanno dunque una funzione necessaria. Ma l’altra faccia della medaglia è che, se impariamo troppo presto a reprimere la verità interiore, cresciamo divisi: da un lato un sentire vivo e autentico, dall’altro una maschera compiacente. La sfida sta proprio nel custodire la verità del sentire senza trasformarla in colpa, e al tempo stesso nel saperla esprimere in forme che non distruggano ma costruiscano. Se la menzogna diventa l’unica via per sopravvivere socialmente, allora sì, l’educazione non è più tale: diventa una patologia collettiva. Ma se educare significa insegnare a tradurre la verità in parola fertile, capace di aprire invece che ferire allora non si tradisce il bambino, lo si arricchisce. La questione rimane aperta: vogliamo crescere generazioni capaci di mentire o dire la verità con sensibilità e intelligenza.

IL POTERE DELL’ASCOLTOL’ascolto non è gentilezza.È fisiologia.È neurologia applicata all’anima. Quando qualcuno si sente...
05/01/2026

IL POTERE DELL’ASCOLTO
L’ascolto non è gentilezza.È fisiologia.
È neurologia applicata all’anima. Quando qualcuno si sente ascoltato, il corpo cambia stato. Non è poesia: è biologia pura. Il sistema nervoso autonomo esce dalla modalità allerta, il nervo vago prende il comando, la frequenza cardiaca si regolarizza, il respiro scende. Il corpo smette di difendersi e inizia a ripararsi.
L’ascolto è il primo atto terapeutico. Sempre.
Viviamo in un’epoca che parla troppo e sente poco. Tutti esprimono, pochi ricevono. Ma l’essere umano non si cura perché viene capito con le parole giuste. Si cura quando sente che può esistere senza essere interrotto. Senza essere corretto. Senza essere aggiustato. Dal punto di vista neuroscientifico, sentirsi ascoltati abbassa il cortisolo e riattiva i circuiti della sicurezza. Dal punto di vista umano, fa qualcosa di ancora più radicale: restituisce dignità all’esperienza vissuta.
Quando ascolti davvero qualcuno, gli stai dicendo “quello che senti ha diritto di stare al mondo”. Qui entra in gioco Carl Gustav Jung. Jung non parlava di ascolto come tecnica, ma come postura dell’anima. Per lui, ciò che non viene ascoltato non scompare: si sposta nell’ombra. E l’ombra, quando ignorata, governa. I sintomi, i dolori, le compulsioni, le ripetizioni non sono altro che voci non ascoltate che bussano più forte. Ascoltare significa permettere all’ombra di parlare senza giudizio.
E attenzione: ascoltare non è essere d’accordo. È restare presenti mentre l’altro esiste. È sostenere il vuoto senza riempirlo subito con consigli, soluzioni, frasi pronte. C’è una differenza enorme tra sentire e ascoltare. Sentire è un atto passivo. Ascoltare è una scelta attiva. Richiede silenzio interno. Richiede che tu metta da parte il tuo bisogno di avere ragione, di intervenire, di salvare.
L’ascolto vero è scomodo perché ti costringe a non essere il protagonista. C'è una cosa che va detta senza zucchero sopra: molti professionisti della cura hanno dimenticato l’ascolto. Si ascolta per rispondere, non per comprendere. Si ascolta per diagnosticare, non per incontrare. Ascoltare è la prima medicina. Prima della tecnica, della parola giusta e del trattamento.

Non esistono persone da evitare, ma relazioni da comprendere.Come se la complessità umana potesse essere ridotta a carte...
05/01/2026

Non esistono persone da evitare, ma relazioni da comprendere.
Come se la complessità umana potesse essere ridotta a cartelli di pericolo.

Vivere per esclusione non è vivere.
È difendersi.
Non esistono persone da evitare in senso assoluto. Esistono relazioni da comprendere, dinamiche da riconoscere, confini da imparare a porre.

Dire “evita gli evitanti” o “stai lontano dai narcisisti” può sembrare una forma di tutela, ma spesso è una semplificazione che evita il lavoro più difficile: capire cosa accade nell’incontro, cosa si attiva, cosa ciascuno mette in gioco.

Il punto non è chi evitare.
Il punto è: che tipo di relazione sto costruendo?
Che prezzo sto pagando?
Sto restando fedele a me stesso o mi sto adattando per paura di perdere?
C’è reciprocità o solo rincorsa?
C’è responsabilità o solo ripetizione?

Chi riduce tutto a “evita questo tipo di persona” spesso sta evitando una verità più scomoda: che il problema non è l’etichetta dell’altro, ma il modo in cui noi restiamo dentro certe relazioni.

Alcune relazioni vanno attraversate per essere comprese.
Altre vanno interrotte, non perché l’altro sia “da evitare”, ma perché quel legame, così com’è, non è abitabile.

La maturità affettiva non nasce dal classificare gli altri, ma dal riconoscere quando una relazione nutre e quando consuma.

Non si cresce imparando a scansare le persone.
Si cresce imparando a: leggere le dinamiche, nominare ciò che fa male, assumersi la propria parte, mettere limiti senza demonizzare, lasciare andare senza disprezzare.

Non esistono persone da evitare. Esistono relazioni che chiedono coscienza.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Opera di David Inshaw - "Il corvo"

“Non vi auguro un anno meraviglioso in cui tutto è buono: questo è un pensiero magico, infantile, utopico.Vi auguro di a...
01/01/2026

“Non vi auguro un anno meraviglioso in cui tutto è buono: questo è un pensiero magico, infantile, utopico.
Vi auguro di avere il coraggio di guardarvi e di amarvi così come siete.
Che abbiate abbastanza autostima per combattere molte battaglie, e l’umiltà di sapere che ci sono battaglie impossibili da vincere che non vale la pena di combattere.
Vorrei che poteste accettare che ci sono realtà immutabili, e che ce ne sono altre, che se uscite dal ruolo del reclamo, potete cambiare.
Che non vi permettiate il “non posso” e che riconosciate i “non voglio”.
Vi auguro di ascoltare la vostra verità, e di dirla, con la piena consapevolezza che è solo la vostra verità, non quella dell’altro.
Che ci si esponga a ciò che si teme, perché è l’unico modo per superare la paura.
Che si impari a tollerare i “punti neri” dell’altro, perché anche tu hai i tuoi, e questo annulla la possibilità di rivendicare.
Non condannarti per aver commesso errori, non sei onnipotente.
Non mi auguro che il 2026 vi porti la felicità.
Vi auguro di essere felici, qualunque sia la realtà che state vivendo.
La felicità è la via, non l’obiettivo…”.
Mirta Medici ✍🏻

Il Natale celebra la festa della nascita di Gesù, del Dio che si fa uomo, che si inabissa nella vita infranta che è la n...
25/12/2025

Il Natale celebra la festa della nascita di Gesù, del Dio che si fa uomo, che si inabissa nella vita
infranta che è la nostra vita, la vita di tutti gli esseri umani. Il messaggio cristiano non è, infatti,
quello di abbandonare questa vita per raggiungere un’altra vita, una vita che non conoscerebbe né
nascita né morte, una vita senza tempo, perfettamente compiuta, eterna, sottratta all’inferno di questo mondo. Piuttosto è quello di continuare a nascere in questa vita, di nascere nuovamente, di non smettere mai di nascere.
Si tratta di accogliere sino in fondo la sfida della vita, della sua insicurezza, della sua mancanza, del suo essere vita infranta.

È quello che non comprende Freud quando riduce la vita cristiana ad una vita che vorrebbe fuggire dall’asprezza del mondo, ad una vita che si ripara dalle turbolenze della vita grazie allo scudo offerto Dio. Tutto il contrario: sin dalla sua nascita l’essere umano incontra la sua vulnerabilità e la sua insufficienza. La vita cristiana non è vita assicurata, protetta, garantita, ma vita che fa esperienza dell’abbandono, della perdita, dello smarrimento. L’uomo di fede non si risparmia, non è soggiogato da una pulsione securitaria, non tende a fuggire dalle asperità della vita, ma si trova sempre gettato, come Paolo ha sottolineato con forza, nella “ristrettezza”, nella “persecuzione”, nella “fame”, nella “nudità”, nel “pericolo” (Rm, 8, 35). Nell’evento della nascita di Gesù il divino si abbassa e si svuota di ogni potere sovrannaturale per farsi uomo. È l’umiltà della stalla, della paglia, della mangiatoia, del fiato degli animali che riscalda il bambino venuto dal cielo. È lo sradicamento di una vita che non ha casa,alloggio, residenza, titoli, potere. Come se venisse qui ripresa radicalmente la divisione che attraversa la creatura umana descritta dalla Torah.
Essere immagine e somiglianza di Dio, incarnare lo splendore della creazione e, al tempo stesso, essere polvere destinata a ritornare nella polvere. La vita si afferma nella sua nuda forza e, nello
stesso tempo, nella sua altrettanto nuda inermità.

Massimo Recalcati, in “la Repubblica” del 24 dicembre 2023

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