Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR

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Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR Dentro la mente accadono più cose di quante si immagini. La psicologia aiuta a comprenderle. In presenza e a distanza.

C'è, nel cuore di un genitore, uno spazio che somiglia a un giardino. È lì che prende forma la relazione con il figlio: ...
20/04/2026

C'è, nel cuore di un genitore, uno spazio che somiglia a un giardino. È lì che prende forma la relazione con il figlio: uno spazio simbolico fatto di presenza, sintonizzazione emotiva e significati condivisi. Non è soltanto un luogo di cura, ma anche di riconoscimento reciproco e costruzione dell'identità.

Fin dalle prime interazioni, il genitore svolge una funzione complessa e fondamentale: offrire contenimento e, allo stesso tempo, favorire apertura. Proteggere senza chiudere, rispecchiare senza invadere. In questo equilibrio si struttura una dimensione centrale dello sviluppo: il senso di sicurezza.

Le esperienze quotidiane di uno sguardo, una voce che calma o un incoraggiamento nei primi tentativi di autonomia, contribuiscono a costruire quella che in psicologia viene definita base sicura. Da qui il bambino può esplorare il mondo, sapendo di poter tornare a un riferimento stabile.

Nel caso della relazione padre-figlio, questa dinamica assume una sfumatura specifica. Il padre può rappresentare una figura che orienta e protegge, ma anche che sostiene l'esplorazione e la crescita. Accanto alla funzione di guida, emerge spesso un'altra dimensione: quella di riconoscimento delle risorse e delle potenzialità del figlio.

Il legame si costruisce così in una circolarità relazionale: il genitore sostiene lo sviluppo dell'autonomia, mentre il figlio, attraverso la propria vitalità e spontaneità, contribuisce a rinnovare e trasformare la sensibilità emotiva dell'adulto.

Con il tempo, il "giardino" si espande. I confini iniziali si trasformano, e ciò che era protezione deve gradualmente diventare spazio per la separazione e la differenziazione. In questa fase, la funzione genitoriale evolve: non si tratta più solo di custodire, ma di permettere.

Lasciare andare non è una rinuncia al legame, ma una sua trasformazione. Implica la capacità di sostenere la distanza mantenendo la presenza emotiva, senza possesso né controllo.

Quando questo processo avviene in modo sufficientemente armonico, il figlio interiorizza l'esperienza relazionale come una struttura interna stabile: non come modello da replicare, ma come base da cui costruire la propria identità.

La figura genitoriale si configura come base sicura e promuove resilienza e autonomia. Una presenza sufficientemente sintonizzata favorisce lo sviluppo di adulti capaci di regolazione emotiva, fiducia in sé e consapevolezza relazionale.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

A volte si può avvertire la sensazione di avere il fiato sul collo: una pressione interna, continua, come se il tempo es...
09/04/2026

A volte si può avvertire la sensazione di avere il fiato sul collo: una pressione interna, continua, come se il tempo esercitasse una prossimità eccessiva, non negoziabile. Questa esperienza può accompagnarsi alla percezione di essere fuori tempo, come se esistesse uno scarto tra la vita vissuta e quella desiderata.

In tali condizioni si intrecciano scelte rimandate, possibilità non attualizzate, momenti in cui si è rimasti anche quando un orientamento interno indicava altrove.
Nel ripercorrere la propria storia, può emergere un vissuto di perdita o la sensazione di non aver dato piena espressione a parti significative di sé.

Eppure, il tempo non coincide unicamente con ciò che è stato. Esiste una dimensione presente, in atto, che continua a trasformarsi. Un tempo che include elementi del vissuto ancora accessibili, potenzialmente pensabili, riconoscibili, integrabili.

Il passato non è modificabile nei suoi eventi, ma può trasformarsi il modo in cui viene esperito nel presente. Questo processo implica spesso un movimento controintuitivo: sospendere l'evitamento e avvicinarsi, con gradualità, ai propri stati interni.

Non si tratta di colmare un ritardo, ma di ridefinire una direzione che risulti maggiormente coerente con la propria organizzazione interna. Dare spazio alla comprensione, discriminare ciò che mantiene valore, sostenere ciò che, nel presente, conserva vitalità.

Non esiste un esito universalmente valido, ma la possibilità di costruire una maggiore continuità del sé. Il cambiamento può iniziare proprio in questo punto: nella scelta, non priva di fatica, di mantenere il contatto con la propria esperienza.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

A volte, ripensando al passato, può emergere la sensazione che si sarebbe potuto fare diversamente.È una percezione che ...
08/04/2026

A volte, ripensando al passato, può emergere la sensazione che si sarebbe potuto fare diversamente.
È una percezione che pesa, perché porta con sé l'idea di aver sbagliato qualcosa che, forse, si sarebbe potuto evitare.

Eppure, guardando con più gentilezza, emerge altro. In quel momento non mancava l'attenzione. Mancava, semplicemente, un certo tipo di esperienza.

Ogni scelta prende forma dentro i confini di ciò che si conosce, si sente e si è imparato fino a lì.

Quando il vocabolario emotivo è ancora in costruzione, alcune realtà non sono ancora riconoscibili. Non perché non siano importanti, ma perché non sono ancora diventate visibili.

Per questo, più che di errore, spesso si tratta di un passaggio, di un attraversamento necessario per arrivare a capire.

Il sapere non è immediato. Si costruisce nel tempo, a volte anche attraverso ciò che inizialmente confonde o ferisce.

Alcune consapevolezze arrivano solo dopo. Dopo aver vissuto, dopo aver sentito, dopo essere cambiati.

E questo può mettere in crisi l'idea di controllo, il desiderio comprensibile che, con più chiarezza, tutto sarebbe stato diverso, più semplice, meno doloroso.

Ma la chiarezza, spesso, nasce proprio da ciò che non era ancora possibile vedere. La lucidità non precede l'esperienza. La segue.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

C'è una forma di valore che raramente viene nominata.Non coincide con i traguardi visibili o con le rappresentazioni più...
07/04/2026

C'è una forma di valore che raramente viene nominata.
Non coincide con i traguardi visibili o con le rappresentazioni più diffuse del successo, ma riguarda la capacità di sostenere, accompagnare e contribuire al percorso dell’altro.

È la possibilità di offrire qualcosa che si sta ancora costruendo dentro di sé. Di riconoscere, senza amarezza, che ciò che si è seminato può fiorire altrove.

Implica anche un passaggio delicato: non misurare la propria crescita attraverso quella degli altri, né vivere il loro sviluppo come un confronto implicito.

Non si tratta solo di tollerare il successo altrui, ma di poterlo riconoscere e valorizzare senza che questo metta in discussione il proprio valore.

C'è una funzione importante nel "restare radice" mentre l'altro cresce. Un contributo spesso invisibile, ma essenziale.

Partecipare al percorso di qualcuno, essere presenza, impulso o parola significativa, è una forma di valore che difficilmente trova spazio nella cultura della prestazione.

Per questo richiede consapevolezza: svincolare il proprio valore personale dalla visibilità, dalla rapidità dei risultati o dal riconoscimento esterno.

Non tutto ciò che si genera è destinato a restare. Questo non riduce ciò che è stato dato.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Non sempre il problema sta nel dare. A volte il limite profondo riguarda il saper accogliere. È una questione di tollera...
03/04/2026

Non sempre il problema sta nel dare. A volte il limite profondo riguarda il saper accogliere. È una questione di tolleranza interna alla vulnerabilità.

Accogliere attiva infatti dimensioni sensibili che per alcune organizzazioni di personalità risultano difficilmente tollerabili. Implica il concedersi una dipendenza temporanea, consentire all'altro di incidere sul proprio equilibrio.
È come essere toccati da qualcosa che non si governa.

E quando questa esperienza diventa troppo intensa, può attivarsi una risposta silenziosa: si resta nella relazione, ma si riduce l'impatto di ciò che arriva.
Si ascolta, ma senza lasciarsi davvero raggiungere. Si accetta, ma senza integrare.

Il dare resta attivo e visibile, mentre il ricevere viene neutralizzato. La relazione funziona, ma non nutre.
Spesso questo movimento non è consapevole.
Ha a che fare con una forma di protezione: mantenere continuità interna, evitare di sentirsi esposti, preservare un senso di padronanza.
Ma ciò che protegge, allo stesso tempo, può limitare.

Non si tratta allora di dare di più.
Si tratta di ampliare la capacità di restare in ciò che arriva, senza attivare immediatamente una difesa.
Di tollerare l'effetto che l'altro produce, senza doverlo subito ridurre o controllare.

Accogliere non è passività. È un lavoro psichico attivo, sottile: lasciare spazio, permettere un'incidenza, sostenere una trasformazione, anche minima.

Perché senza la possibilità di ricevere, non si crea nutrimento. E senza nutrimento, la relazione continua a esistere, ma non a vivere.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

La paura può mettere radici profonde. Si costruisce nel tempo attraverso esperienze, esitazioni e tentativi interrotti, ...
02/04/2026

La paura può mettere radici profonde. Si costruisce nel tempo attraverso esperienze, esitazioni e tentativi interrotti, fino a intrecciarsi con lo sguardo rivolto a sé e al mondo. Non sempre si mostra apertamente: più spesso custodisce ciò che è già noto, suggerendo, in silenzio, che non esistano altre possibilità.

Dallo stesso terreno può nascere anche il coraggio. Non richiede condizioni ideali, ma può emergere proprio nei contesti in cui si sono consolidate difficoltà, blocchi o ritiri.

In ambito psicologico, il coraggio non è assenza di paura, ma riconoscimento della sua presenza: un movimento discreto, che prende forma proprio là dove si sono consolidati arresti, ritiri, fragilità.

Raramente si manifesta in gesti eclatanti. Piuttosto, si rivela nei passaggi minimi: un tentativo, uno scarto impercettibile, un riavvicinarsi.

Le forme dell'agire e del sentire non sono sentenze definitive, ma espressioni di schemi appresi, che possono essere compresi e modificati nel tempo.

Se la paura ha tracciato strade, resta possibile, nel tempo, aprirne altre, con pazienza, consapevolezza ed esperienza.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Esiste una leggerezza che unisce e una che separa. Lo scherzo vive esattamente lì. Nasce leggero, quasi invisibile, come...
01/04/2026

Esiste una leggerezza che unisce e una che separa. Lo scherzo vive esattamente lì.

Nasce leggero, quasi invisibile, come un movimento spontaneo tra le persone. È il linguaggio della complicità, dell'intesa che non ha bisogno di spiegarsi. Un sorriso condiviso può avvicinare più di molte parole.

Eppure, lo scherzo porta con sé una doppia possibilità. Può essere un ponte, quando accoglie, e include. Quando lascia intatta la dignità di chi lo attraversa. Quando riconosce anche i limiti, i confini, le zone più sensibili dell'altro.

Oppure può diventare una lama sottile, quando si traveste da leggerezza ma custodisce giudizio, distanza, esclusione.

Non è lo scherzo a definire il suo valore, ma lo spazio emotivo in cui prende vita. Esiste davvero solo quando è riconosciuto da entrambi, quando non impone, ma invita.

Perché non sempre ciò che è leggero per chi lo dice lo è anche per chi lo riceve.
Ogni scherzo incontra una storia, una sensibilità, un confine.

A volte ciò che ferisce non è lo scherzo in sé, ma l'impossibilità di dirlo. Il sorriso che resta, anche quando non corrisponde a ciò che si prova.

La leggerezza non è mai neutra. Può diventare spazio condiviso, oppure trasformarsi in qualcosa che separa, senza dichiararlo apertamente.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Non tutte le persone sentono allo stesso modo e non tutte possono permettersi di farlo.In psicologia si parla di finestr...
31/03/2026

Non tutte le persone sentono allo stesso modo e non tutte possono permettersi di farlo.

In psicologia si parla di finestra di tolleranza emotiva: quello spazio interno in cui le emozioni possono essere vissute senza risultare travolgenti o disattivate.

Quando l'esperienza si colloca all'interno di questa soglia, le emozioni possono essere riconosciute, attraversate e integrate. Non sempre, però, questo processo avviene in modo spontaneo.

C'è chi vive sopra soglia. L'esperienza emotiva appare eccessiva per intensità, rapidità o complessità. In questi casi, l’emozione non informa più. Invade. E allora il sistema si attiva, si difende, si irrigidisce. Ansia, reattività, ipervigilanza sono tentativi di regolazione. Non eccessi.

Per chi vive sotto soglia, tutto è attenuato, distante, ovattato. Qui il sistema non esplode, ma si ritira. Si anestetizza, rallenta, dissocia. Troppo spento, troppo lontano, troppo ovattato. Non è assenza di vita. È protezione. L'emozione non disturba: scompare.

Molte storie personali oscillano tra questi due estremi: iperattivazione e ipoattivazione, troppo e troppo poco, sentire tutto o non sentire abbastanza.

La regolazione emotiva non coincide con il controllo delle emozioni, ma con la possibilità di ampliare la propria finestra di tolleranza.
Significa poter rimanere in contatto con ciò che si prova senza esserne sopraffatti o senza dover ricorrere alla disconnessione.

Ampliare questa capacità significa diventare più presenti nella propria esperienza interna. In questo spazio si scopre la possibilità di accogliere ciò che si prova, restando pienamente in relazione con le proprie emozioni.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Ci sono bambini che fin da piccoli, imparano a prendersi cura di tutto. Tranne che di se stessi. Quelle piccole spalle c...
30/03/2026

Ci sono bambini che fin da piccoli, imparano a prendersi cura di tutto. Tranne che di se stessi. Quelle piccole spalle che stanno ancora imparando a sostenere il proprio corpo nel mondo non sono fatte per reggere il peso delle fatiche degli adulti.

Spesso la loro forza viene ammirata, ma può nascere da ciò che è mancato: cura, protezione, accoglienza. Responsabilità e autocontrollo emergono non perché sia il momento giusto, ma perché diventa necessario.

Durante l'infanzia il bisogno più profondo è sentirsi al sicuro. Quando questo manca, il bambino impara ad arrangiarsi da solo, a districare i propri nodi, ad affrontare dolori non della sua età. Cresce con la sensazione che dipendere dagli altri sia troppo rischioso.

Non è necessario che un bambino conosca il peso di preoccupazioni, delusioni o fatiche interiori degli adulti. Ciò che serve è una presenza stabile, capace di offrire protezione anche nei momenti difficili. Proteggere non significa nascondere le emozioni, ma evitare che si senta responsabile di ciò che non gli appartiene.

Quando gli adulti riescono a gestire le proprie difficoltà, si favorisce la crescita di un senso di sicurezza e di confini chiari tra ciò che è proprio e ciò che non lo è. Offrire sicurezza non significa eliminare le tempeste, ma attraversarle senza travolgere chi non è ancora pronto ad affrontarle.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Due parole possono sfiorarsi nel suono, ma crescere da radici diverse: "dignità" e "divinità" ne sono un esempio.Eppure,...
28/03/2026

Due parole possono sfiorarsi nel suono, ma crescere da radici diverse: "dignità" e "divinità" ne sono un esempio.

Eppure, nel pensiero umano, la dignità è stata spesso avvicinata al divino. Per significato, non per etimologia: l'idea che ogni persona possieda un valore intrinseco, non negoziabile.

In ambito psicologico, questa distinzione apre una riflessione centrale: le azioni non definiscono il valore della persona. Le azioni appartengono al movimento. La dignità all'essere.

Le azioni cambiano, inciampano, si correggono. Possono essere osservate, comprese, trasformate. La dignità, invece, non segue queste oscillazioni. Non aumenta nei successi, non si consuma negli errori.

Quando ciò che si fa si sovrappone a ciò che si è, nasce la vergogna: uno sguardo che non distingue più e finisce per colpire la persona invece del gesto.

Tenere aperto questo spazio, tra l'azione e l'essere, significa permettere al cambiamento di accadere senza distruggere chi lo attraversa.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Se non esistesse il domani, l'oggi finirebbe probabilmente per cedere sotto il peso di tutte le urgenze. Senza la promes...
25/03/2026

Se non esistesse il domani, l'oggi finirebbe probabilmente per cedere sotto il peso di tutte le urgenze. Senza la promessa di un altro giorno, tutto dovrebbe trovare spazio nell'immediato, subito. E sarebbe troppo.

L'idea del "dopo" rappresenta, in questo senso, una risorsa silenziosa ma fondamentale: permette di regolare la pressione, di riconoscere che non tutto deve accadere nello stesso momento.

Nel tempo attuale, però, questa possibilità sembra progressivamente ridursi. L'immediatezza diventa il criterio dominante, e ciò che può attendere viene vissuto come qualcosa di trascurato o a rischio.

In questo scenario, le giornate tendono a trasformarsi in una corsa continua. Il riposo si riduce, l'attesa si carica di tensione, e prende forma una percezione diffusa di urgenza costante.

Il pensiero che non si rimanda al domani quello che si può fare oggi può apparire funzionale, ma spesso finisce per alimentare affaticamento, ansia e perdita di lucidità. Quando tutto diventa urgente, viene meno lo spazio necessario per comprendere, elaborare e scegliere.

Il domani, allora, non è soltanto una dimensione temporale. È anche uno spazio mentale.
Un margine che consente di distribuire il carico, di tollerare il non immediato, di sospendere senza collassare. Riconoscerlo significa legittimare la possibilità di non risolvere tutto subito. Di lasciare aperto ciò che richiede tempo. Più che nell'eliminare l'attesa, il punto può trovarsi nel fidarsi della sua esistenza.

Alcuni processi si chiariscono solo nel tempo. Alcune risposte emergono dopo. E ciò che appare eccessivamente urgente, talvolta, richiede prima di tutto uno spazio di riflessione.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

La libertà è spesso celebrata come ideale, ma nell’esperienza concreta non è semplice. Essere liberi significa assumere ...
24/03/2026

La libertà è spesso celebrata come ideale, ma nell’esperienza concreta non è semplice. Essere liberi significa assumere scelte, sostenere le conseguenze e rinunciare alle garanzie che i limiti possono offrire.

Alcune prigioni diventano stranamente confortevoli: vincoli, ruoli o modi di vivere che limitano, ma assicurano prevedibilità, protezione dai rischi e dalla responsabilità delle decisioni.

Uscire significa incontrare l'angoscia dell'autonomia, quella sensazione di non avere più sbarre o appigli esterni a giustificazione di ciò che accade nella vita. È un passaggio che spaventa, ma che trasforma: dalla paura nasce la capacità di scegliere con consapevolezza, di sostenere ciò che si è creato, di costruire un sé autentico e solido.

La responsabilità non è una punizione. È ciò che trasforma l'impulso in scelta consapevole. Solo chi accetta questa responsabilità può attraversare il confine tra sicurezza apparente e libertà reale, dove il coraggio di affrontare il mondo e se stessi diventa la misura della maturità e della crescita emotiva.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

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