Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR

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Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR Spazio di scoperta interiore. Qui non ci sono formule magiche, scorciatoie o ricerca di colpevoli. C'è invece la sottile danza tra pensieri, emozioni e azioni.

Cerco di accompagnare in questa scoperta, in presenza e a distanza

Dire a qualcuno che la sua emozione è "esagerata" non è soltanto un modo di esprimere il proprio punto di vista. Spesso ...
10/03/2026

Dire a qualcuno che la sua emozione è "esagerata" non è soltanto un modo di esprimere il proprio punto di vista. Spesso significa anche abbassare il volume della sua esperienza emotiva, trattandola come qualcosa che dovrebbe essere ridimensionato. È una forma di invalidazione emotiva.

Quando questo tipo di risposta si ripete nel tempo, può produrre effetti psicologici significativi. La persona può iniziare a dubitare delle proprie percezioni, come se la propria bussola emotiva smettesse lentamente di essere affidabile. Può anticipare il giudizio altrui, spiegarsi prima ancora di esprimersi, ridurre la rabbia, attenuare la tristezza, giustificare i propri limiti.
Non necessariamente perché le emozioni siano davvero eccessive, ma perché si è appreso, spesso in modo implicito, che esprimerle può avere un costo relazionale.

Con il tempo, queste dinamiche possono trasformarsi in un conflitto interno tra autenticità emotiva e bisogno di appartenenza. Sostenere ciò che si prova può sembrare rischioso per il legame, mentre ridimensionarlo può aiutare a mantenere l'equilibrio relazionale, ma al prezzo di una tensione interna.

Per questo diventa importante ricostruire fiducia nella propria esperienza emotiva. Più che chiedersi se si stia "esagerando", può essere più utile riflettere sul messaggio che sta portando quell'emozione.

Le emozioni non sono un difetto da correggere. Sono segnali interni, come piccole luci che si accendono per indicare bisogni, limiti e passaggi importanti nelle relazioni. Ignorarle non le spegne davvero: spesso significa soltanto continuare a muoversi nel buio.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Nella culla prende forma un'alchimia sacra, qualcosa di invisibile e potentissimo. Si comincia a tessere, filo per filo,...
09/03/2026

Nella culla prende forma un'alchimia sacra, qualcosa di invisibile e potentissimo. Si comincia a tessere, filo per filo, il bozzolo invisibile della sicurezza interiore di un bambino.

È nelle prime relazioni di cura che si costruiscono le fondamenta della sicurezza emotiva e dell'immagine di sé. Non nasce dall'assenza di difficoltà, né da un mondo reso perfetto. Prende forma nella qualità della presenza: nello sguardo che riconosce, nelle braccia che accolgono, nella voce capace di trasmettere riconoscimento e legittimazione dell'esperienza emotiva.

Quando le emozioni vengono riconosciute e legittimate, mettono radici profonde. Il bambino che cresce sentendo riconosciuto il valore dei propri sentimenti diventa un adulto che si fida della propria voce. Non si smarrisce davanti al giudizio.

Il vero nutrimento è questo. Un capitale emotivo che attraversa le stagioni della vita. Educare è intrecciare radici profonde mentre si preparano ali che non temano il cielo. È sapere che il vero nido non è fatto di mura, ma di sicurezza interiore: uno spazio che il bambino porterà con sé ovunque andrà.

La più grande eredità non si vede, ma è solidità emotiva. È quella forza quieta che permette di restare in contatto con il proprio valore, anche quando il mondo si fa incerto. È l'abbraccio invisibile che continua a vivere dentro, a sostenere, nel tempo.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Rimanere intrappolati nei propri pensieri non significa semplicemente pensare troppo. Quando la mente torna più volte su...
06/03/2026

Rimanere intrappolati nei propri pensieri non significa semplicemente pensare troppo. Quando la mente torna più volte su una scena, una frase, una scelta, un senso di colpa o una paura, ripete ciò che non è ancora riuscita a comprendere fino in fondo. L'insistenza di un pensiero spesso non è segno di debolezza o di drammatizzazione. A volte è il tentativo di dare senso a qualcosa che è rimasto irrisolto.

Ci sono conflitti che, nel momento in cui sono accaduti, non hanno trovato parole. Una delusione amorosa mandata giù con orgoglio. Una perdita affrontata troppo in fretta. Una critica ricevuta nell'infanzia che è diventata una verità assoluta. Ciò che non ha potuto essere sentito col tempo e la cura necessari non scompare. Rimane dentro e continua a muoversi, come qualcuno che cammina avanti e indietro in una stanza chiusa.

Una persona che termina una relazione ma per mesi ripercorre ogni conversazione non sta solo ricordando. Sta cercando di capire cosa ha ferito, cosa ha riattivato vecchie vulnerabilità, cosa ha confermato paure già presenti prima di quell'amore. Allo stesso modo, chi immagina scenari di fallimento prima di ogni decisione importante, non sta ascoltando una voce presente, ma una molto più antica che un giorno gli ha fatto credere di non essere capace.

Elaborare significa dare forma a ciò che prima era solo una sensazione confusa. Trasformare l'angoscia in una storia comprensibile. Quando un conflitto trova parole, spesso perde il bisogno di ripetersi continuamente nei pensieri. La mente smette di essere una prigione e diventa uno spazio di comprensione.

Pensare è umano. Restare intrappolati nei propri pensieri, spesso, è il segnale che qualcosa dentro di noi sta ancora chiedendo attenzione. E ciò che finalmente viene ascoltato, con il tempo, può imparare anche a riposare.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Durante i primi appuntamenti non ci si innamora soltanto dell'altro. Ci si innamora anche di una versione idealizzata. È...
05/03/2026

Durante i primi appuntamenti non ci si innamora soltanto dell'altro. Ci si innamora anche di una versione idealizzata. È il tempo della vetrina emotiva. Le parole vengono scelte con cura e le insicurezze restano in ombra. Le fragilità vengono stemperate dal desiderio di piacere, quasi senza accorgersene. Si offre ciò che appare più luminoso, più amabile, più facile da accogliere.

La convivenza e il matrimonio aprono invece lo spazio della quotidianità. È il dietro le quinte, non il palcoscenico. Qui emergono abitudini silenziose, ferite antiche, paure rimaste senza nome. Ciò che a lungo è stato trattenuto trova piccoli varchi nella vita di ogni giorno. In un'irritazione sproporzionata, in un silenzio che punisce, nel bisogno di controllo, in una richiesta di vicinanza che diventa soffocante.

L'intimità ha questa natura. Avvicina. E quando ci si avvicina davvero, qualcosa delle difese si allenta. All'inizio l’altro può diventare lo schermo su cui si proiettano gli ideali. Con il tempo diventa anche lo specchio che restituisce ciò che manca, ciò che fa male, ciò che di sé è rimasto ancora incompreso o inascoltato.
Per questo, quando qualcuno sembra cambiare dopo il matrimonio, non sempre si tratta di un cambiamento. Talvolta è una rivelazione. Ciò che prima trovava spazio solo negli intervalli degli incontri diventa visibile nella continuità della vita condivisa.

La convivenza ha una qualità particolare: rende difficile sostenere a lungo una maschera. Rappresentare, prima o poi, stanca. Per questo ogni legame duraturo chiede qualcosa che precede l'incontro con l'altro: uno sguardo onesto verso il proprio mondo interiore. Quando le ferite restano irriconosciute, si rischia di chiedere alla relazione di curarle.

E nessun amore può sostenere, da solo, il compito dell'elaborazione psichica. Amare è incontro.
E perché l'incontro duri, prima o poi diventa necessario rivolgere lo sguardo anche verso ciò che, dentro di sé, chiede ancora di essere compreso.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

L'identità si costruisce nello spazio intersoggettivo, non in isolamento. La psiche si struttura nell'incontro. Anche qu...
04/03/2026

L'identità si costruisce nello spazio intersoggettivo, non in isolamento. La psiche si struttura nell'incontro. Anche quando si percepisce autonomo, l'essere umano è attraversato da relazioni che lo precedono e lo accompagnano.

Ogni sguardo ricevuto, ogni parola ascoltata, ogni assenza significativa deposita una traccia. L'altro non è solo presenza esterna: diventa voce interna, memoria affettiva, misura attraverso cui ci si riconosce.

Nella reciprocità il Sè prende forma. Tra il dire e l'essere ascoltati, tra il dare e il ricevere, tra il bisogno e il riconoscimento. L'incontro può destabilizzare, riscaldare, ferire, nutrire. In ogni caso trasforma, lascia tracce, modifica rappresentazioni interne, riorganizza equilibri emotivi.

Persino la solitudine, sul piano psichico, non è mai vuota: è abitata da presenze interiorizzate, memorie affettive, dialoghi interni. L'illusione dell'autosufficienza protegge. Non fonda. È il legame a costituire l’esperienza umana.

Vivere implica accettare che l'incontro trasformi. L'identità non è una forma definitiva. È una configurazione dinamica, continuamente ridefinita dagli attraversamenti relazionali. La maturazione psichica non coincide con l'impermeabilità, ma con la capacità di lasciarsi toccare dall'incontro senza perdere se stessi.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

L'attesa del momento perfetto è una delle forme più comuni di procrastinazione. Nel tentativo di intercettare la marea i...
03/03/2026

L'attesa del momento perfetto è una delle forme più comuni di procrastinazione. Nel tentativo di intercettare la marea ideale, si rischia di restare immobili sulla riva, osservando il tempo che scorre e attribuendo all'esterno la responsabilità del proprio passo mancato. La perfezione non è una condizione reale ma un costrutto mentale. Un'aspettativa rigida che, anziché motivare, può alimentare immobilità, autocritica e frustrazione.

Ci sarà sempre una pietra lungo il cammino, un dubbio che alza la voce, una paura che si affaccia con forza inattesa. Le difficoltà non interrompono il percorso. Ne rappresentano spesso una soglia, un passaggio necessario verso una fase di trasformazione o di transizione evolutiva.

Nella tensione tra timore e desiderio si sviluppa la resilienza, la capacità di tollerare il disagio emotivo e di riconoscerlo senza esserne sopraffatti. Le opportunità raramente si presentano in modo esplicito o accompagnate da garanzie rassicuranti.

Il cambiamento, infatti, difficilmente avviene in condizioni di perfetta stabilità. Ogni trasformazione autentica implica una quota di rischio emotivo: la possibilità di non controllare tutto, di non sapere con precisione cosa accadrà, e tuttavia scegliere di procedere.

Il momento dell'azione non coincide con l’assenza di paura. Coincide, piuttosto, con una decisione interiore: riconoscere la paura, darle un nome, e andare avanti comunque. Non perché sia semplice, ma perché è coerente con ciò che conta davvero.
Tra esitazione e movimento, tra dubbio e intenzione, prende forma la crescita. Non come un salto improvviso verso la perfezione, ma come un processo continuo di allineamento tra identità presente e direzione desiderata.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Quando l'efficienza prende il posto della presenza, l'energia si concentra sulla performance, mentre l'intimità scivola ...
02/03/2026

Quando l'efficienza prende il posto della presenza, l'energia si concentra sulla performance, mentre l'intimità scivola ai margini. L'immagine pubblica può essere curata con precisione, competenza e dedizione, ma lo spazio che dovrebbe custodire quiete e appartenenza si assottiglia, fino a perdere densità emotiva.

La casa non è soltanto un luogo fisico: è il territorio in cui si depositano le priorità, i tempi dell'ascolto, la qualità dell'attenzione reciproca. Nella fretta quotidiana, nelle agende sempre piene o e nei dialoghi interrotti si può insinuare una distanza che cresce senza ma e senza se. Non nasce da mancanza di affetto, ma da uno squilibrio progressivo tra investimento esterno e presenza relazionale.

Alcune persone apprendono presto l'arte del "funzionare": essere efficienti, affidabili, riconosciute. Questa capacità rappresenta una risorsa preziosa, ma può trasformarsi, nel tempo, in una modalità che orienta l'energia quasi esclusivamente verso l'esterno. Così, senza intenzione, l'intimità viene differita, la cura rimandata, l'essenziale trattato come secondario.

Il riconoscimento sociale nutre l'autostima, ma non sostituisce la qualità del legame. L'applauso sostiene la performance, non la relazione. E quando l'equilibrio tra fuori e dentro si inclina troppo, la vita privata può perdere la sua funzione di rifugio.

La maturità emotiva non coincide con la capacità di sostenere ogni richiesta, ma con la possibilità di interrogarsi su ciò che merita presenza, tempo e dedizione. Perché è nel silenzio condiviso, nella continuità dei piccoli gesti, nella scelta consapevole di restare, anche quando non c'è pubblico, che si costruisce la trama più profonda dell'esistenza.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

In ogni contesto relazionale, affettivo, familiare, sociale o professionale, ci si muove tra ciò che viene domandato, ci...
28/02/2026

In ogni contesto relazionale, affettivo, familiare, sociale o professionale, ci si muove tra ciò che viene domandato, ciò che viene offerto, ciò che viene accolto e ciò che viene respinto. In questo ritmo continuo, a volte armonico, a volte dissonante, che si costruiscono equilibrio, reciprocità e significato.

Nelle relazioni circolano contenuti diversi: affetto, cura, riconoscimento e connessione; tempo, presenza e risorse concrete; ma anche parole che feriscono, gesti che svalutano, silenzi che escludono. Non è soltanto ciò che passa tra le persone a determinare la qualità del legame, bensì il modo in cui questi scambi avvengono: la libertà con cui si chiede, la gratuità con cui si offre, l'apertura con cui si riceve, la fermezza con cui si rifiuta.

La maturità relazionale non è assenza di conflitto, ma capacità di restare consapevoli dentro questo movimento. Significa riconoscere i propri bisogni senza vergogna, porre confini senza colpa, accogliere senza sentirsi in debito, dire no senza perdere il rispetto per sé o per l'altro. È in questo equilibrio dinamico, vivo e imperfetto, che le relazioni possono trasformarsi in spazi di crescita, autenticità e responsabilità reciproca.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Pensare può diventare un modo per non sentire. Esiste una forma di sofferenza che non si manifesta con le lacrime, ma co...
27/02/2026

Pensare può diventare un modo per non sentire. Esiste una forma di sofferenza che non si manifesta con le lacrime, ma con le idee. Alcune persone, di fronte al dolore, si rifugiano nel pensiero. Analizzano tutto. Trovano spiegazioni coerenti. Ricostruiscono il passato con precisione, danno nomi esatti alle emozioni, raccontano la propria storia con lucidità impeccabile. Il discorso è chiaro, ordinato, persino brillante. Manca però qualcosa: il contatto.

Il corpo non trema. Gli occhi non si velano. La voce non si incrina. Tutto sembra "sotto controllo". In psicologia questo meccanismo si chiama intellettualizzazione. È una difesa preziosa: la mente separa il pensiero dal sentimento, per proteggere la persona da un dolore che, in quel momento, sarebbe troppo intenso da attraversare. È un modo raffinato e silenzioso di sopravvivere.

Parlare di un trauma senza sentirlo non significa che non faccia male. Spesso significa che non è ancora possibile toccarlo. E questo va rispettato. Ogni difesa nasce per custodire qualcosa di fragile.
Il problema non è averla costruita. Il problema è quando, col tempo, ciò che protegge finisce anche per imprigionare.

Le difese non vanno forzate. L'armatura non va spezzata. La cura non è uno smascheramento violento. È, piuttosto, la creazione di uno spazio sicuro in cui il pensiero e il sentimento possano lentamente riavvicinarsi. Uno spazio in cui il corpo possa iniziare a dire ciò che la mente ha raccontato per anni. Uno spazio in cui le parole non servano solo a spiegare, ma anche a sentire.

Guarire non significa perdere il controllo né smettere di pensare. Significa permettere al pensiero di non essere più solo. Quando il sentire trova spazio, la mente non deve più difendersi da sola.
E ciò che era rimasto congelato può, lentamente, tornare a scorrere.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Molti genitori, senza rendersene conto, affidano ai loro figli un mandato silenzioso: dare compimento a ciò che è rimast...
26/02/2026

Molti genitori, senza rendersene conto, affidano ai loro figli un mandato silenzioso: dare compimento a ciò che è rimasto incompiuto. Sogni accantonati, desideri sospesi, ideali feriti cercano nuova vita nello spazio dell'infanzia. È un passaggio sottile, quasi impercettibile, in cui l'amore si intreccia con il bisogno di riparare parti di sè.

Quando i sogni dei genitori diventano il destino dei figli, questi probabilmente impareranno presto a indossare l'abito del dovere, a eccellere, anche a costo di soffocare la propria voce. Altri inciampano, si fermano, falliscono ripetutamente, come cercassero di affermare "io sono altro". Altri ancora portano dentro un senso di colpa sottile, come se desiderare una strada diversa equivalesse a tradire l'amore ricevuto.

Eppure crescere implica una separazione. I genitori sono chiamati ad accettare che il figlio non realizzi i loro sogni, non confermi i loro ideali e non ripari le loro ferite. Questa rinuncia non è perdita del legame, ma una forma più matura dell'amore. Significa riconoscere il figlio come soggetto, non come continuazione; come presenza distinta, non come prolungamento.

Quando questa trasformazione non avviene, il bambino rischia di diventare un progetto. Il suo valore si lega alla performance, il successo assume il volto di una riparazione narcisistica, mentre il fallimento diventa una ferita del legame.

La sofferenza nasce proprio dal vivere una vita orientata più a colmare le mancanze genitoriali che a esprimere il proprio desiderio. Amare un figlio, talvolta, significa accettare di non vivere attraverso di lui e trovare, proprio in questa rinuncia, la possibilità di un legame più libero e autentico.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Le promesse possono essere affascinanti. Hanno il colore dell'entusiasmo, la forma del futuro e il suono delle buone int...
25/02/2026

Le promesse possono essere affascinanti. Hanno il colore dell'entusiasmo, la forma del futuro e il suono delle buone intenzioni. A volte però rischiano di assomigliare ai fiori di plastica, belli da lontano, apparentemente perfetti. Eppure senza profumo, senza radici, senza vita. Le relazioni basate solo sulle parole rimaste vuote, tendono a lasciare fragilità emotiva.

Si offrono mondi che non saranno mai consegnati, ma nelle relazioni ciò che nutre davvero non sono le parole proiettate in avanti, ma le esperienze condivise nel presente e la continuità nel tempo. La sicurezza emotiva si sviluppa attraverso i gesti concreti, la risposta empatica e la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Quando manca questa coerenza, anche il silenzio diventa informazione: non un enigma da decifrare, ma un dato relazionale da osservare.

I ricordi e le esperienze vissute, invece, hanno una natura diversa. Sono tracce che hanno attraversato il corpo e la mente: un profumo che riaffiora, una risata che ritorna, una cicatrice che racconta una storia di crescita. La memoria conserva ciò che è autentico, trasformandolo in significato. Gli studi sulla memoria emotiva mostrano che ciò che si integra come esperienza reale diventa parte della propria narrazione personale e contribuisce alla resilienza e alla crescita.

Spesso la sofferenza nasce dal tentativo di colmare l’assenza con interpretazioni: si trasformano segnali ambigui in conferme, silenzi in speranze, distanze in attese. Così la relazione rischia di esistere più nella fantasia che nella realtà. Ma quando non ci sono gesti concreti, reciprocità e investimento condiviso, non si è di fronte a un legame reale, ma a una proiezione: un riflesso dei propri desideri, non dei fatti.

Le promesse possono motivare, ma sono le azioni a creare radici. Se la mente tende a soffermarsi su ciò che avrebbe potuto essere, è meglio invitarla a tornare a ciò che è stato davvero e come è stato sentito. Spostare l’attenzione dall’intenzione all’esperienza concreta.

Il punto non è smettere di fare promesse, ma dare più peso a ciò che si costruisce ogni giorno, perché questo può lasciare un segno. È lì che si costruisce fiducia e si valorizza l'autenticità. Mentre i fiori di plastica restano fermi, i ricordi e le esperienze vissute crescono come piante vere: radicate nella vita, diventano risorse interiori capaci di rifiorire ogni volta.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

La perdita è un inverno che arriva senza preavviso e cambia l'aria. Ogni perdita è, in qualche modo, un lutto e il lutto...
24/02/2026

La perdita è un inverno che arriva senza preavviso e cambia l'aria. Ogni perdita è, in qualche modo, un lutto e il lutto non riguarda solo la morte. Riguarda tutto ciò che non è più come prima.

Può essere una casa lasciata nello specchietto retrovisore, una fase che si chiude o quella versione di sé che il tempo ha trasformato. In ogni caso, perdere significa sentire che il terreno sotto i piedi non è più stabile.

Di fronte a una perdita, il corpo lo sa prima ancora della mente: il respiro si accorcia, l'aria sembra più pesante, il sonno cambia, l'appetito si altera e dentro si apre uno spazio vuoto. È una reazione naturale del sistema nervoso: quando qualcosa di significativo viene meno, l'organismo entra in uno stato di allerta o di rallentamento, come se dovesse riorganizzarsi.

Spesso si tenta di riempire quel vuoto con spiegazioni, con colpe, con fretta. È un modo umano per cercare di riprendere il controllo. Ma il dolore non risponde alla fretta. Ogni perdita richiede una silenziosa riverenza, un tempo che il mondo veloce fatica a concedere.

Non si supera con un salto elegante. È un movimento irregolare tra le macerie, tornando indietro e respirando a fatica. La mente prova a comprendere ciò che il cuore sta ancora imparando a tollerare. A imparare che certe assenze non chiedono riparazioni. Vorrebbero convivenza.

Il vuoto non si può coprire. Si impara a vivere attorno, ridisegnando la mappa della vita con più verità e meno illusioni. Perché c'è un calore segreto nell'accettazione. È come accendere un fuoco: non riporta indietro ciò che non c'è più, ma impedisce di congelarsi dentro. Quando si smette di lottare contro la mancanza, questa smette di far male. E mentre si pensa di aver perso tutto, si scopre che sotto le macerie, sta nascendo una forma nuova di sè.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

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