07/01/2026
La Befana aveva un gatto che si chiamava Gennaro.
Un nome semplice, diceva lei. Un nome che non pretendeva niente.
Gennaro, invece, lo trovava sospetto: i nomi semplici spesso nascondono problemi complessi.
Era un gatto nero, con una macchia bianca sulla pancia che sembrava una luna difettosa, come se il cielo avesse sbagliato a disegnarla. Quando dormiva pareva innocuo. Quando era sveglio, faceva domande.
Passava le giornate sul davanzale, a guardare il mondo come si guarda una fiaba che non mantiene la promessa del lieto fine.
La Befana viveva con lui in una casa che sapeva di cavolo, polvere e tempo accumulato. Una casa che non cercava di sembrare giovane.
Una sera, mentre il carbone dolce sobbolliva piano, Gennaro parlò.
«Befana» disse.
«Hai notato che ogni anno la lista dei bambini cattivi è più lunga?»
La Befana non alzò lo sguardo. Continuò a mescolare.
«Ho notato che ogni anno le aspettative sono più grandi» disse. «E la pazienza più corta.»
Gennaro batté la coda contro il pavimento.
«Non sono cattivi» disse. «Ma hanno smesso di crederci.»
La Befana si fermò. Il cucchiaio restò dritto nel pentolone, come un pensiero lasciato a metà.
«E allora perché continuo?» chiese. «Perché volo tutta la notte, perché lascio doni a chi forse non li capirà mai?»
Gennaro sollevò gli occhi.
«Perché sei una fiaba» disse. «E le fiabe servono a rendere il mondo abitabile.»
Lei si sedette. Le ossa fecero il rumore delle cose antiche che non chiedono scusa.
«Io però sono stanca.»
«Lo so» disse il gatto. «È così che si diventa reali.»
La Befana versò un po’ di grappa nel tè. Poi, senza commentare, ne versò un dito anche nella ciotola di Gennaro.
Il gatto bevve con attenzione.
«Non risolve nulla» disse. «Ma migliora la prospettiva.»
Quella notte partirono.
La scopa scricchiolava come un’idea vecchia che rifiuta di morire. Gennaro era aggrappato al ma**co, il pelo teso, gli artigli ben piantati nella necessità.
Sorvolarono tetti, antenne, finestre chiuse troppo presto. Case ricche di oggetti e povere di sonno. Case silenziose e case che trattenevano il respiro.
La Befana lasciava doni senza soffermarsi troppo. Sapeva che guardare troppo porta a giudicare, e giudicare porta a fermarsi.
A un certo punto, sopra una città che dormiva male, parlò.
«Gennaro… e se non servisse a niente?»
Il gatto aspettò che la domanda fosse pronta.
«Servire» disse infine «è una parola che il mondo usa per difendersi. Anche sperare non serve. Eppure continuiamo.»
La Befana posò un regalo su un balcone spoglio.
«Allora io continuo» disse. «Non per migliorare il mondo. Ma per contraddirlo.»
Gennaro annuì.
«È la forma più educata di ribellione.»
All’alba tornarono a casa.
La cucina li accolse con il suo odore di cose sopravvissute. Gennaro saltò sul tavolo. La Befana si tolse il cappello, come si toglie un ruolo che pesa.
«Sai cosa ho capito?» disse il gatto.
«Dimmi.»
«Che crescere non significa smettere di credere alle fiabe. Significa capire perché continuiamo a raccontarle anche quando sappiamo che mentono.»
La Befana sorrise. Aveva pochi denti e molte notti alle spalle.
Quella verità le stava simpatica.
Si guardarono.
Non erano felici, ma presenti.
Non erano saggi, ma ostinati.
E vissero così: non secondo una morale, ma secondo una scelta.
Aspettando il prossimo gennaio senza illusioni, ma senza cinismo.
Perché il mondo non promette niente.
Ma ogni tanto, se sei fortunato, ti manda una Befana stanca
e un gatto di nome Gennaro. A ricordarti che vale comunque la pena lasciare qualcosa di buono anche quando nessuno lo ha meritato.
- C. Paradosso -