19/04/2026
"Che dottoressa di m. che mi è capitata" 🤭 (che sarei io).
Molti colleghi che affianco nelle supervisioni mi fanno comprendere di aver timore di perdere l'alleanza col bambino se dicono dei no, non ora.
La frase sopra me l'ha riservata un bambino in piena contestazione nei miei confronti.
Quando?
Quando ha capito di non poter fare ciò che desiderava.
Quando non gli è piaciuto che non cedevo alla sua richiesta di non lavorare.
Talvolta non è semplice intervenire sul core deficit, quando a questo si sommano difficoltà comportamentali, la fatica del compito e l'abitudine al disimpegno indotto da esperienze negative collezionate a causa delle loro difficoltà persistenti.
Eh sì, avevo adattato e riadattato diverse volte l'attività.
Ma c'è qualcosa di importante da comprendere in Logopedia: si gioca sicuramente -pure molto, mai in modo casuale e sempre con materiali che mirino a potenziare i processi cognitivi deboli- ma ciò non toglie che il nostro incontro abbia un fine specifico, che è quello di lavorare per aiutarli a superare le difficoltà.
Quindi, al di là del gioco scelto in modo strategico e dell'approccio ludico, c'è un punto di non ritorno: nessuno può lavorare al posto loro, nonostante ogni adattamento del compito.
Si tratta quindi di aiutarli a sviluppare una visione per la quale non importa sbagliare, conta solo l'impegno a provare e la responsabilità a farsi carico dei propri bisogni, in questo caso di apprendimento.
Eh sì, c'era anche il genitore in stanza quando ha inveito.
Eh no, non mi sono sentita sminuita.
Anzi, in quel preciso istante ho avuto la conferma che aveva capito che ero pronta a tutto, che non avrei mollato la presa.
Ha sentito la forza del confine, la richiesta ferma di lavoro.
Alleanza non è far fare all'altro sempre ciò che desidera.
Alleanza non è andare d'amore e d'accordo in ogni istante.
Alleanza è: non ti accontento a oltranza, se quello che chiedi non coincide con il mio mandato e con il il tuo bene.
Alleanza è presenza piena.
Se come riabilitatori il nostro obiettivo è chiaro, se la strategia utilizzata è ponderata e se le modalità operative sono calme e gentili, anche se a volte irremovibili, non c'è motivo di temere una perdita dell'alleanza.
Ho spiegato al genitore che quella frase era un ottimo segnale: il bambino stava prendendo le misure della nostra relazione.
E l'ho rassicurato: non doveva dispiacersi o scusarsi per lui.
Io so che lui è in forte difficoltà e per questo svia il compito e si arrabbia quando non gli viene concesso di decidere cosa fare, per cui quella reazione non la vivo su un piano personale.
Gli voglio bene lo stesso e gliel'ho detto prima di salutarlo, mentre lui, lui si era già dimenticato di ciò che aveva detto.
Questi sono i bimbi con i quali amo lavorare.
Quelli che, oltre le contestazioni, sanno che sono lì per loro.
Quelli che mi impegnano in relazioni sfidanti e riparative, perché fanno ciò che io non ho mai osato fare da bambina: protestano. Quelli che dicono liberamente, già da piccoli, i no che io non riuscivo a dire.
In terapia è importante aiutarli anche a regolare meglio il loro comportamento tra:
- l'impeto di affermare le loro posizioni, che io non ho mai avuto e per questo li ammiro e li lascio anche decidere spesso, nel rispetto della loro natura e come azione riparativa per la bambina che sono stata;
- e l'opportunità di mediare, di scendere a patti, abilità che invece devono apprendere per capire che l'adulto è adulto non a caso e che, a volte, è importante cedere e affidarsi, per andare oltre il proprio limite percepito e per sapere di poter essere contenuti, alias messi al riparo.
La Logopedia restaura. Me e loro.
[La sola immagine è generata con l'IA]