23/04/2026
Il fatto di Catanzaro scuote perché ci mette davanti a qualcosa che non è mai davvero lontano: la fragilità silenziosa che può abitare le famiglie nei primi anni di vita dei bambini.
Dal mio osservatorio privilegiato della Pediatria, vedo spesso madri stanche oltre la stanchezza, che non chiedono aiuto non perché non ne abbiano bisogno, ma perché non sanno più a chi chiederlo.
La depressione post partum non è sempre evidente, non è sempre “diagnosticata”: a volte è una zona grigia fatta di insonnia, senso di inadeguatezza, isolamento progressivo.
È una solitudine che cresce piano, e che può diventare pericolosa proprio perché invisibile.
Ma c’è un altro aspetto che troppo spesso ignoriamo: la solitudine della coppia.
Quella che Pediatra Carla ha chiamato dei “numeri pari”: due genitori, sulla carta insieme, ma di fatto soli.
Senza rete familiare, senza comunità, senza un contesto che li sostenga.
La genitorialità, oggi, è spesso un’esperienza privata e isolata, mentre dovrebbe essere collettiva, condivisa, sostenuta.
Quando mancano i nonni, quando gli amici sono lontani o impegnati, quando i servizi ci sono ma non riescono a intercettare precocemente il disagio, la fatica quotidiana può trasformarsi in qualcosa di più profondo.
E il rischio è che il dolore resti chiuso dentro le mura domestiche, fino a diventare insostenibile.
Non possiamo leggere episodi come questo solo come tragedie individuali.
Sono anche segnali di un sistema che non sempre riesce a proteggere, ad accompagnare, a vedere per tempo.
Serve uno sguardo più attento nei consultori, nei pediatri di famiglia, nei servizi territoriali. Serve fare domande in più, anche quando sembra non necessario.
Serve normalizzare il chiedere aiuto.
E forse serve anche recuperare una dimensione più umana e meno solitaria della genitorialità: ricordarci che crescere un bambino non dovrebbe mai essere un’impresa da affrontare in due… o peggio, da soli.