Emilia Aprile Psicoterapeuta

Emilia Aprile Psicoterapeuta Neurologa, psicoterapeuta. Si occupa di training autogeno, terapia della scrittura, teatroterapia

Perché il teatro cura?Nel teatro diventi altroAttraversi parti di te🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭Siamo uno, nessuno, centomilaSi può vivere ...
11/03/2026

Perché il teatro cura?

Nel teatro diventi altro
Attraversi parti di te
🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭
Siamo uno, nessuno, centomila
Si può vivere questa molteplicità senza angoscia
Grazie alla consapevolezza
🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭
La maschera è
Silenzio dell’io
È una pausa dal dover essere
🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭🎭
È Immersione nel sé profondo
Che è pura essenza e non ruolo

Continua il percorso di psicoterapia di gruppo con tecniche teatrali, condotto da me con la collaborazione di Annalisa Falcicchio che magistralmente integra tecniche di scrittura.
Emilia Aprile

Per informazioni sul prossimo ciclo di incontri di Teatroterapia richiedi di entrare in questo gruppo:
https://chat.whatsapp.com/Jn0N8XEOy326SszXttaaxx?mode=hqctcla

13/01/2026

Se ogni lutto, anche quello più elaborato, più “accettato”, conservasse sempre un resto, una scheggia, un punto dolente che continua a pulsare dentro di noi?
Ho sempre pensato che esista qualcosa di irriducibile nel dolore della perdita, una ferita che non guarisce mai del tutto.
Possiamo provare a rimarginarla, a darle un senso, ma resta sempre lì: come una cicatrice che, al cambiare del tempo o delle stagioni, torna a farsi sentire...
Forse dovremmo accettare che il lutto non è qualcosa che si supera, ma qualcosa che si trasforma.
Che dentro di noi non muore mai davvero ciò che abbiamo amato: cambia forma, si riconfigura, diventa un’altra presenza.
È un’operazione di metamorfosi, un’opera interiore di trasformazione del dolore in significato, della perdita in creazione.
Il lutto, se resta senza lavoro, ci incatena al passato, ci condanna alla paralisi della malinconia.
Ma se trova una via, se riesce a generare senso, allora può aprirci di nuovo alla vita.
È qui che nasce una nuova forma di nostalgia — non quella sterile del rimpianto, ma quella grata, viva, che illumina come la luce delle stelle morte: una luce che ci raggiunge da un corpo che non esiste più, ma che continua a splendere.
La nostalgia delle stelle morte è questo: la memoria che non spegne, ma accende; il dolore che non distrugge, ma trasforma;
il passato che non ci trattiene, ma ci invita ad andare avanti.
Il lutto, allora, non è mai solo perdita.
È anche promessa.
È un ritorno di luce - quella che proviene da ciò che abbiamo amato, e che, anche se non c’è più, continua a mostrarci la via.

Massimo Recalcati

C’è un momento in cui sentiamo il bisogno di fermarci, ascoltarci davvero e dare spazio a ciò che spesso resta senza voc...
12/01/2026

C’è un momento in cui sentiamo il bisogno di fermarci, ascoltarci davvero e dare spazio a ciò che spesso resta senza voce 🌿

La teatroterapia nasce proprio da qui. Dal corpo che parla prima delle parole, dalla voce che trova nuove forme, dal movimento che scioglie ciò che è rimasto bloccato troppo a lungo 🎭
È un metodo terapeutico che utilizza le tecniche teatrali per accompagnare la crescita personale, favorire l’espressione emotiva e aprire varchi là dove sentiamo rigidità, paura o fatica.

Il percorso che stiamo per avviare è condotto dalla Dott.ssa Emilia Aprile, psicoterapeuta specializzata in Gestalt, Bioenergetica e Teatroterapia.

Un lavoro profondo e delicato, pensato per chi desidera esplorare se stesso e le proprie emozioni attraverso il potere trasformativo del teatro, migliorando la relazione con sé e con gli altri ✨

Saranno otto incontri in cui corpo, voce, gesto e scrittura diventano strumenti di ascolto e scoperta 🖋️

Negli esercizi di teatroterapia saranno presenti anche momenti di scrittura, accompagnati dal supporto di Annalisa Falcicchio, che porterà la sua esperienza degli incontri di con i gruppi di Colori Vivaci Magazine.

Il percorso prenderà avvio al raggiungimento del numero minimo di partecipanti e si svolgerà presso MD Fisiosport, in Via Tridente 22, Bari.
Gli incontri si terranno il giovedì dalle 18.30 alle 20 🕰️

Se senti che questo spazio potrebbe essere per te, se hai domande o anche solo curiosità, puoi scriverci senza impegno 💬

📱 WhatsApp: 347 8727150

oppure entra nel gruppo dedicato per ricevere tutte le informazioni:
👉⏩ https://chat.whatsapp.com/JBTO5YKjjwaButQSX5vDSX?mode=wwt

A volte il primo passo è solo chiedere.
Tutto il resto può arrivare dopo 🌱🎭

Nel disordine raccolgo idee 🪅🪅🪅🪅🪅🪅🪅🪅UN NATALE DIVERSO É Natale Mi sveglio dal torpore consueto Dei giorni uguali ai gior...
26/12/2025

Nel disordine raccolgo idee
🪅🪅🪅🪅🪅🪅🪅🪅
UN NATALE DIVERSO

É Natale
Mi sveglio dal torpore consueto
Dei giorni uguali ai giorni
Alla ricerca
di una luce diversa
Tra i rami dell’albero
E il luccichio
Di lacrime
Di vita
Che scivola via,
Alla ricerca
Del vero
Oltre
Il frastuono di festa
Nel silenzio
Della solitudine
Amata



di Natale

🎭Non esiste solo il teatro che diverte o quello impegnato che fa pensare.Esiste un teatro che smuove.Che scava, che apre...
07/12/2025

🎭Non esiste solo il teatro che diverte o quello impegnato che fa pensare.
Esiste un teatro che smuove.
Che scava, che apre cassetti
segreti.
Che fa risalire pezzi di noi che avevamo dimenticato .

💛
Questo è il cuore della
Teatroterapia.

💛
E a chi serve?
A chi non si accontenta di una vita in superficie.
A chi è curioso e vuole vivere più intensamente
— perché la curiosità aggiunge vita alla vita 👀

C'è ancora qualche posto per il mio prossimo corso di Teatroterapia,
che quest'anno integra anche la scrittura come strumento terapeutico:
un percorso in cui corpo, voce e parola lavorano insieme per generare consapevolezza e trasformazione.

Telefonami:
3338124436/3478727150

16/11/2025

Gli addii di Derrida
la Repubblica – 15 novembre 2025

La nostra vita è fatta dai nostri innumerevoli morti. Essi non sono più con noi, ci hanno lasciati per sempre, non ritorneranno più, eppure sono ancora in noi. Ma in che modo? Quale presenza è la presenza di chi non può più essere presente, di chi non è più qui e non può più risponderci? È questa una domanda che ritorna insistentemente in "Ogni volta unica, la fine del mondo" (Jaca Book, 2025), questo formidabile e struggente libro di Jacques Derrida costituito da discorsi a metà tra il congedo amicale, l’orazione funebre e il saggio critico che il filosofo rivolge a chi, tra i suoi amici e le sue amiche più cari, è scomparso. Con quale presenza possiamo rapportarci se la presenza di chi è morto si è convertita in una assenza irrimediabile, se io non posso più parlare con loro ma solo di loro ad altri, se la loro esistenza si è separata irreversibilmente dall’esistenza, se entrando nel regno dei morti questa presenza non fa più parte di questo mondo? La morte dell’altro, scrive Derrida, non coincide solo con la sparizione “di questa o quella vita” ma “con la fine del mondo nella sua totalità, con la fine di tutto il mondo possibile”. Allo stesso modo, potremmo dire, il dolore che accompagna il trauma della perdita non è un dolore che possiamo circoscrivere in un organo, che possiamo localizzare o identificare, ma è un dolore che investe tutta la nostra vita, un dolore che rende la nostra stessa esistenza dolorosa in quanto tale. Ma, daccapo, cosa resta in me di chi se n’è andato per sempre, cosa resta in me di te? In che modo chi non è più qui può essere ancora qui? In quali forme possiamo preservare un rapporto con chi è divenuto irreversibilmente assente? Il paradosso che i nostri cari morti sollevano è che essi, come ricorda Derrida, restano in noi pur non potendo mai essere nostri. Non ne possiamo disporre, non possiamo raggiungerli, non possiamo richiamarli in vita. La loro assenza, come scriveva Lewis in Diario di un dolore, è divenuta “come un cielo che si estende su ogni cosa”, una “forma acuta della presenza”, secondo una intensa poesia di Attilio Bertolucci. Ma questa assenza che è un cielo sopra la mia testa e che è acuta come una spina nella carne, è destinata a diventare l’esperienza estrema di una presenza tanto prossima quanto lontana. Tuttavia, se i nostri morti non possono più sentire la nostra voce, noi possiamo sentire ancora la loro nella forma residuale di un resto che il tempo non può cancellare mai del tutto. “Sorridetemi… come io avrei sorriso fino alla fine”, scrive Derrida ai suoi cari nel biglietto del suo stesso congedo. Il lavoro del lutto non punta a cancellare la perdita ma a convertirla in gratitudine. Non punta a liberarsi dal peso del morto, ma ad istituire la sua memoria in un modo nuovo, come la sopravvivenza in noi di chi non è più tra noi. La potenza di questo lavoro non consiste, dunque, nel recupero integrale della libido che rende possibili nuovi futuri suoi investimenti, come invece Freud riteneva dovesse qualificarsi un lutto cosiddetto compiuto. Perché c’è in ogni lutto qualcosa di “interminabile, inconsolabile, irriconciliabile”. Perché è necessario, come Derrida sostiene di fatto in questo libro, fare il lutto dell’ideale freudiano del cosiddetto lutto compiuto. Perché non c’è, appunto, lutto compiuto, non c’è lutto senza resto impossibile da elaborare nel lutto, perché ogni lavoro del lutto comporta una ferita melanconica che non può essere suturata. L’altro che riconosciamo come insostituibile non può essere dimenticato proprio perché non può essere integralmente assimilato, perché la sua presenza in noi, come ripete Derrida, non lo rende mai nostro, perché la sua vicinanza resta una prossimità lontana, perché la presenza della sua assenza non può dissolversi. Si dovrebbe invece – questo invita a fare Derrida – rinunciare all’apparente forza del lutto, all’ideale freudiano del suo compimento ideale. Si dovrebbe riconoscere lo scacco melanconico che ogni lutto degno di questo nome porta sempre parzialmente con sé. Per questo mancano le forze a Derrida mentre tiene le sue onoranze funebri, per questo mancano sempre le forze a chi resta e deve parlare di chi non è più qui, per questo la sua stessa voce trema e anche parlare gli risulta impossibile, per questo, forse, si dovrebbe sempre e solo tacere. Perché la vera forza del lutto coincide con la sua massima debolezza, ovvero con il lutto della forza stessa del lutto, col riconoscimento che insieme all’amico o all’amica, al fratello o alla sorella, all’amato o all’amata, al figlio o alla figlia, al padre o alla madre, è morto anche un mondo intero che non ritornerà più. Ma come fare affinché un addio non sia per sempre? In che modo è possibile mantenere un rapporto con chi morendo è uscito da ogni possibile rapporto? In che modo possiamo mantenere un rapporto con chi “non è più vivo, non è più qui, non ci risponderà più”? Quella che Derrida definisce come “la gioiosa innocenza dell’ammirazione” non è forse la risposta in noi di chi non è più con noi? Non è questo vincolo di libertà che ci spinge a riconoscere nell’incontro che abbiamo fatto con chi ci ha lasciato l’ordine di una grazia? La riconoscenza e la gratitudine sono due forme di eredità che, respingendo la nostalgia del rimpianto, rinviano l’accadere della morte. La riconoscenza e la gratitudine non implicano però alcuna identificazione. Non si tratta di essere o di diventare chi non è più qui, ma di assumere la sua assenza come il resto di un debito fecondo. È solo la fedeltà all’evento di ciò che il nostro incontro è stato a mantenere l’evento di quell’incontro ancora vivo, a farlo esistere ancora, a non farlo terminare mai, a fare in modo che continui a ripetersi, che non smetta di iniziare ancora. L’addio a chi non è più con noi rivela l’insostituibilità di chi non c’è più, ma, insieme ad essa, rivela la grazia di un incontro che, al di là della morte, può non smettere di ripetersi. In questo senso i nostri innumerevoli morti non sono solo delle ombre che oscurano i nostri giorni, ma presenze fatte di assenza che accompagnano la nostra vita nonostante se ne siano irreversibilmente separate. Per questo Derrida può scrivere infine che “Dio” vuol dire: la morte può mettere fine a un mondo, ma non può significare la fine del mondo”.

🧘‍♀️ Si cresce nella consapevolezza di ciò che siamo e si vive con più leggerezza nella trasparenza del nostro io che gu...
09/11/2025

🧘‍♀️ Si cresce nella consapevolezza di ciò che siamo e si vive con più leggerezza nella trasparenza del nostro io che guarda in faccia la propria ombra
Emilia Aprile

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