13/01/2026
Le paure limitano l’attività quotidiana e spesso si mascherano da ciò che comunemente definiamo “funzionamento”. In realtà esse rappresentano una forma di adattamento impoverito, un compromesso che la vita impone quando viene vissuta più come difesa che come esperienza.
La paura non nasce dal vuoto, ma dall’eccesso: dall’eccesso di memoria, di controllo, di attesa. È un prodotto del tempo interiore, non dell’evento. Per questo motivo non appartiene al presente, ma a una proiezione continua del passato sul futuro.
Si osserva allora come l’individuo, nel tentativo di proteggersi, finisca per ridurre progressivamente il campo dell’esperienza. La rinuncia precede il sintomo. Il corpo e la mente si adeguano, costruendo un equilibrio apparente che, però, ha il costo di una vita non pienamente vissuta.
Il compito terapeutico non è l’eliminazione della paura — obiettivo ingenuo e irrealistico — ma il suo ridimensionamento simbolico: restituirle un luogo, un confine, una funzione non più tirannica. Solo così l’organismo può tornare a riconoscere il presente come spazio abitabile e non come minaccia continua.
La guarigione, quando avviene, non è mai una scomparsa del sintomo, ma una riconquista del tempo.
Tutti, a prescindere dalle decadi di vita, possono ancora scegliere di vivere con quella curiosità e quell’entusiasmo che rendono il tempo nuovamente aperto.
Quando il piacere di sentire prevale sul timore di perdere, la vita torna ad appartenere a se stessa.
Niente paura, nessun alibi:
uscire vivi dalla vita.