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L’11 aprile 2026 a Torino ti aspettiamo per Parkinson 2026: cura, qualità di vita, futuro.Una mattinata dedicata a perso...
01/04/2026

L’11 aprile 2026 a Torino ti aspettiamo per Parkinson 2026: cura, qualità di vita, futuro.
Una mattinata dedicata a persone con Parkinson, familiari e caregiver, con interventi su ricerca, nuove terapie, qualità di vita, riabilitazione, attività sul territorio e strumenti concreti per il benessere.
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria: https://forms.gle/k1p3nbPudJrQVPCp9

Ricorre il quinto anno di attività!
24/03/2026

Ricorre il quinto anno di attività!

Riproponiamo ancora una volta questa questione perché continuiamo a vedere sempre la stessa scena, enti pubblici che dic...
17/03/2026

Riproponiamo ancora una volta questa questione perché continuiamo a vedere sempre la stessa scena, enti pubblici che dicono di non conoscerla, uffici che fanno finta di niente, operatori che rispondono che per loro non vale e che bisogna fare la fila come tutti gli altri.
Questa è una scusa che non regge più, perché la Disability Card esiste da anni ed è uno strumento ufficiale dello Stato; non è possibile che ogni volta a rimetterci siano sempre le persone con disabilità e le loro famiglie.
Questa finta ignoranza ormai è inaccettabile; se una tessera ufficiale non viene riconosciuta dagli stessi enti pubblici che dovrebbero applicare la Legge, significa che il problema non è la norma ma la volontà di rispettarla.
Fa mo***re rabbia e frustrazione il fatto che spesso, molto spesso, non venga riconosciuta negli uffici pubblici, gli operatori non sanno cosa sia.
Lo scriviamo ancora una volta per fare chiarezza, perché su questa tessera c’è molta confusione; troppe volte non viene riconosciuta nemmeno negli ospedali, al CUP o negli uffici pubblici.
La Disability Card è una tessera ufficiale rilasciata dallo Stato italiano alle persone con disabilità e serve per dimostrare in modo rapido la propria condizione senza dover portare sempre con sé tutti i verbali.
Questa tessera è disposta ed erogata in tutta l'Unione Europea. E' stata introdotta in Italia con il Decreto del Ministero per le disabilità del 6 novembre 2020, che ha dato attuazione al progetto europeo della Disability Card, con gestione affidata all’INPS.
La tessera è collegata direttamente alle banche dati dell’INPS e contiene le informazioni relative al riconoscimento di invalidità civile, legge 104 e altre condizioni di disabilità, proprio per permettere alla persona di dimostrare i propri diritti in modo semplice e immediato.
Lo scopo della Disability Card è quello di facilitare l’accesso ai servizi, alle agevolazioni e alle priorità previste per le persone con disabilità, evitando che ogni volta si debbano esibire verbali e certificazioni cartacee.
La carta deve essere riconosciuta dalle pubbliche amministrazioni, dagli enti che erogano servizi pubblici e anche dalle strutture sanitarie, perché è un documento ufficiale collegato ai dati dello Stato.
Questo significa che quando una persona ha diritto alla priorità, per esempio negli ospedali, al CUP, negli uffici pubblici o in altri servizi, la tessera dovrebbe essere sufficiente per dimostrare il diritto senza dover ogni volta mostrare il verbale di invalidità o di handicap.
Il principio è collegato anche al Codice dell’Amministrazione Digitale, che obbliga le pubbliche amministrazioni a utilizzare le banche dati ufficiali e a non chiedere ai cittadini documenti che lo Stato possiede già.
Purtroppo nella pratica succede spesso che alcuni uffici non la riconoscano (oppure dicano che bisogna comunque prendere il numero e fare la fila come tutti gli altri)
Questo non dipende dalla Legge, ma dal fatto che non tutte le strutture sono ancora organizzate (a distanza di SEI anni!) o informate correttamente, oppure semplicemente non applicano le disposizioni.
La normativa prevede che le amministrazioni pubbliche debbano adeguarsi agli strumenti digitali e ai sistemi collegati alla Disability Card, proprio perché la carta è stata introdotta per semplificare e per evitare che la persona con disabilità debba ogni volta giustificare la propria condizione.
Se un ufficio rifiuta la Disability Card, si può chiedere di parlare con il responsabile del servizio e far presente che si tratta di un documento ufficiale collegato ai dati INPS e previsto da normativa nazionale.
Se il problema persiste, si può fare una segnalazione scritta all’ente, all’azienda sanitaria oppure all’URP, chiedendo che venga rispettata la normativa sulle agevolazioni e sulle priorità per le persone con disabilità.
É importante sapere che la Disability Card non crea diritti nuovi, ma serve a dimostrare in modo più semplice i diritti che già esistono, come la priorità, le agevolazioni e l’accesso facilitato ai servizi.
Quando questi diritti non vengono riconosciuti, il problema non è della tessera, ma di chi non applica correttamente la Legge.
Continuiamo a riproporre l’argomento, perché non è possibile che uno strumento ufficiale dello Stato venga ancora trattato come se non esistesse e le persone con disabilità devono ogni volta discutere, spiegare e giustificarsi per ottenere il riconoscimento di diritti già acquisiti.

L’altro giorno, davanti a un bancomat, ho assistito a una scena che mi ha fatto riflettere sul mondo in cui viviamo oggi...
16/03/2026

L’altro giorno, davanti a un bancomat, ho assistito a una scena che mi ha fatto riflettere sul mondo in cui viviamo oggi.

Davanti a me c’era un uomo molto anziano,
forse oltre gli 80 anni. Quando è arrivato il suo turno, ha tirato fuori una busta e si è avvicinato
al bancomat con quella delicatezza che hanno
le persone educate, quelle che cercano sempre
di non disturbare nessuno. Ma bastavano pochi secondi per capire che qualcosa non andava. Toccava lo schermo, si fermava, riprovava.
Era disorientato. Non riusciva ad andare avanti.

A un certo punto si è voltato verso la fila,
che intanto si era allungata, e con un gesto piccolo, quasi timido, mi ha chiesto aiuto.
Non con arroganza, non con pretesa.
Con quella dignità discreta che hanno certi anziani quando si sentono in difficoltà e,
perfino in quel momento, cercano di pesare
il meno possibile sugli altri.

Mi sono avvicinato subito. Gli ho parlato piano, con delicatezza, spiegandogli passo dopo passo dove premere. Non ho sfiorato i suoi soldi, neppure per un istante. Per rispetto, per pudore. Perché certe persone meritano di essere aiutate senza mai sentirsi esposte, senza mai avvertire l’ombra dell’imbarazzo.

Doveva fare un versamento.
Con calma, ha seguito ogni indicazione,
ha inserito l’importo e alla fine è riuscito a concludere l’operazione. Quando tutto è finito,
ci siamo spostati per lasciare posto agli altri.
Lui mi ha guardato con gratitudine.
Io gli ho sorriso. Pensavo che fosse finita lì.

Invece no.

Prima di andare via, ha infilato la mano nella tasca della giacca, ha preso il portafoglio e mi ha teso una banconota da 10 € per offrirmi la colazione. In quel momento ho sentito un nodo stringermi dentro. Ho rifiutato subito, con affetto, quasi con pudore. Ma il punto non erano quei soldi. Il punto era la grandezza di quel gesto. Perché anche in difficoltà, anche smarrito davanti a una macchina che per lui sembrava parlare un’altra lingua, quell’uomo sentiva ancora il bisogno di ricambiare. Di non restare in debito.
Di conservare intatta la propria dignità.

Ed è lì che ho pensato a una verità che fa male.

Stiamo costruendo un mondo sempre più veloce, sempre più digitale, sempre più comodo per chi sa stare al passo. Ma per molti anziani questo mondo è diventato una porta chiusa.
Uno schermo che li mette in difficoltà.
Un sistema che non spiega, non aspetta,
non perdona. Li vediamo in banca, negli ospedali, negli uffici, davanti a un bancomat, davanti a una procedura incomprensibile che per noi è semplice e per loro sembra un muro.

Eppure stiamo parlando delle persone che hanno costruito il mondo in cui viviamo oggi. Dei nostri padri. Delle nostre madri. Dei nostri nonni.
Della generazione che ha lavorato una vita intera, che ha fatto sacrifici veri, che ha tenuto in piedi famiglie, case, quartieri, città. Hanno dato tutto
a questo Paese e oggi, troppo spesso, vengono lasciati soli proprio dentro il mondo che hanno contribuito a creare.

La verità è che non sempre servono grandi gesti. A volte bastano cinque minuti.
Un po’ di pazienza. Una voce gentile.
Una mano tesa al momento giusto. E invece siamo diventati freddi. Distratti. Sempre di corsa. Così presi dalle nostre giornate da dimenticare l’essenziale: nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’umanità.

La modernità avrebbe dovuto semplificare
la vita a tutti. Non umiliare chi è più fragile.
Non far sentire fuori posto chi ha soltanto
un altro tempo, un altro passo, un altro modo
di stare al mondo.

Abbiamo riempito il mondo di innovazione,
ma rischiamo di svuotare il cuore.

E allora la vera domanda è questa:
Che razza di progresso è quello che lascia indietro proprio chi meriterebbe più rispetto,
più dignità e più presenza?

31/01/2026
🤝
30/10/2025

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10092

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