08/05/2026
𝐎𝐝𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢: 𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨
A Treviso è arrivato il momento della verità: la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per una raffica di insulti e minacce online contro i ciclisti, accusati di “invadere” le strade come “parassiti su due ruote”. La svolta arriva grazie alla Fondazione Scarponi, che dal 2017 monitora e segnala i post più violenti – da “date fuoco ai gruppi” a “ammazzateli tutti” – trasformando like e commenti in prove per i pm.
Ilaria Scarponi, sorella di Michele – il campione tragicamente falciato nel 2017 – guida questa battaglia: “Non è solo rabbia, è incitamento all’odio che uccide”. In un anno, 150 casi archiviati dalla Polizia Postale, ma ora il tribunale entra in scena: primi tre profili finiti a giudizio per diffamazione aggravata, con l’avvocata Laura Pighi che punta a inasprire le norme contro l’hate speech su strada.
Un monito per l’Italia ciclabile: la strada è di tutti, ma il veleno digitale ha conseguenze reali, questo il comunicato della Fondazione: “C’è un problema culturale e sociale molto profondo, cioè un odio diffuso da parte principalmente degli automobilisti verso chiunque altro intralci la strada di cui si ritengono essere i padroni -racconta ad Altreconomia Tommaso Rossi, avvocato della Fondazione Scarponi e parte del suo comitato scientifico-. La nostra attività principale è proprio quella educativa, andiamo in primo luogo nelle scuole per far capire che la strada è un bene comune, un diritto di tutti e deve essere condivisa. A fronte di questa situazione ci siamo però detti che a volte la consapevolezza in merito ad alcuni problemi socioculturali evolve anche grazie alle iniziative di tipo giudiziario”.