22/04/2026
NON GIUDICATE UNA MADRE
(Di Patrizia Coffaro)
Questa mattina una donna si è Ianciata dal baIcone con i suoi tre bambini. Il più piccolo aveva quattro mesi... aveva un rosario in mano, e già qui, se ci si ferma un attimo, si capisce che non siamo davanti a un gesto freddo, razionale, lucido. Siamo davanti a una mente che si è spenta nella disperazione, a un dolore che ha superato la soglia del sopportabile.
E la prima cosa da dire, senza girarci intorno, è questa... non giudicate. Non perché quello che è successo sia accettabile, non lo è. È devastante, è straziante, ma il giudizio, quello rapido, quello che serve solo a mettere distanza tra noi e lei, non aiuta a capire e se non capiamo, continueremo a vedere tragedie così, ancora, ancora e ancora.
In Italia c’è un problema enorme che viene ancora trattato come marginale, come qualcosa di raro, come una fragilità individuale... la depresslone post parto.
Non è una tristezza passeggera o solo stanchezza, non è passerà, ma è una condizione reale, biologica, neurologica, ormonale, emotiva... è un terremoto interno.
Una donna partorisce e nel giro di poche ore il suo assetto ormonale cambia in modo drastico, estrogeni e progesterone crollano, il sonno sparisce, il corpo è svuotato, infiammato, vulnerabile. Spesso ci sono carenze nutrizionali importanti, ferro, vitamine del gruppo B, omega 3. Il sistema nervoso è sotto pressione costante e sopra tutto questo si aggiunge una cosa che oggi diamo per scontata ma che è profondamente innaturale.. la solitudine.
Un tempo, e non è nostalgia, è antropologia, la donna dopo il parto non veniva lasciata sola. C’erano altre donne, madri, sorelle, zie, c’era una rete. Il suo compito era uno... nutrire e recuperare. Tutto il resto veniva sostenuto... oggi no.
Oggi dopo due, tre giorni si torna a casa e inizia una maratona senza fine, notti insonni, pianti, allattamento, dubbi continui.p aura di sbagliare, corpo che non riconosci più e spesso accanto c’è un partner che, anche in buona fede, non capisce cosa sta succedendo, perché nessuno glielo ha mai spiegato realmente cosa sta accadendo.
E allora succede che la donna non si riconosce più, ma non sa nemmeno dare un nome a quello che sta vivendo. Non dice... ho bisogno di aiuto.ma pensa: "sono io che non vado bene".
E quando entri in quel punto lì, quando tutto diventa nero, quando la mente inizia a distorcere la realtà, quando il dolore diventa costante, quando la stanchezza diventa disconnessione… chiedere aiuto non è più semplice, è quasi impossibile.
Questa è la parte che fa più paura.
Perché da fuori si continua a dire “perché non ha chiesto aiuto?”. Ma la verità è che spesso, in quello stato, non riesci nemmeno a capire che ti serve aiuto, sei dentro e allora sì, dobbiamo dirlo chiaro... abbiamo fallito.
Abbiamo fallito come sistema sanitario, che ancora tratta la salute mentale post parto come qualcosa di secondario. Abbiamo fallito come società, che idealizza la maternità ma non sostiene le madri. Abbiamo fallito come famiglie, che spesso non vedono, o vedono ma minimizzano, oppure aggiungo stress a una donna che ha bisogno di tutto all'infuori di altro stress e giudizi sulla gestione del bambino. Abbiamo fallito anche come cultura, che continua a raccontare che diventare madre è la cosa più bella del mondo senza raccontare anche quanto può essere destabilizzante.
E c’è un altro punto, delicato ma necessario... i partner. Un marito, un compagno, non deve diventare psicologo, ma deve diventare attento. Se vede la donna che AMA cambiare, spegnersi, chiudersi, non deve interpretarlo come rifiuto, pigrizia, esagerazione. Deve fermarsi e dire... qui c’è qualcosa che non va, e deve chiedere aiuto, anche al posto suo.
Perché ci sono momenti in cui una madre non riesce a salvarsi da sola e non è debolezza, è fisiologia che diventa fragilità. Quella donna con il rosario in mano non stava scegliendo, stava crollando e questo dovrebbe farci smettere di parlare di casi isolati e iniziare a parlare di prevenzione vera.
Significa preparare le donne prima del parto, non solo al travaglio ma al dopo. Significa monitorarle nelle settimane successive, significa costruire reti di supporto, parlare di nutrizione, integrazione, di sonno, di sistema nervoso, di cambiamenti ormonali. Significa normalizzare il fatto che si può stare male, anche profondamente, dopo aver dato la vita.
E significa soprattutto una cosa... non lasciare sole le donne. Perché quando una donna crolla dopo il parto, non crolla da un giorno all’altro, ci arriva e se impariamo a vedere prima, forse, possiamo evitare che il buio diventi così profondo da non lasciare più via d’uscita. Non è una questione di colpa, è una questione di responsabilità collettiva.
E finché non lo capiamo, continueremo a piangere tragedie che, in molti casi, si potevano intercettare prima. Spero davvero che il Sistema Sanitario, insieme alla sua rete di medici, inizi a sostenere concretamente le madri nel post parto.
Non solo con parole, ma con un supporto reale, anche sul piano nutrizionale e integrativo. Perché dopo il parto e durante l’allattamento, una donna è profondamente deprivata di nutrienti e proprio quei nutrienti sono fondamentali per sostenere il sistema nervoso, l’equilibrio ormonale e la stabilità emotiva. Senza questo supporto, chiediamo a una donna di reggere tutto… quando in realtà è il momento in cui avrebbe più bisogno di essere sostenuta.