Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista

Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista Biologo Nutrizionista. Specializzato in Nutrizione ed Integrazione Clinica e Sportiva. Allenatore Personal Trainer, FIPE. Specialista in Lipidomica e Fitoterapia.

Sono un biologo nutrizionista, laureato magistrale in Biologia della Salute, presso l’Università di Bologna. Iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine Biologi Emilia Romagna e Marche, A_2908. Esperto in nutrizione clinica e nutrizione ed integrazione per lo sportivo, ho perfezionato i miei studi frequentando corsi post laurea e di aggiornamento sulla nutrizione umana e sulle metodiche nutriziona

li, di integrazione e di allenamento per lo sportivo. Allenatore Personal Trainer I livello FIPE – Federazione Italiana Pesistica. Collaboro con palestre e centri fitness in Emilia Romagna. Scrivo e curo il blog www.dottmargheriti.it, oltre che essere collaboratore per siti di settore come www.garage.pizza e www.gameplay.cafe

Negli ultimi anni il maqui (Aristotelia chilensis) è diventato oggetto di numerosi studi nel campo della nutrizione. Si ...
07/03/2026

Negli ultimi anni il maqui (Aristotelia chilensis) è diventato oggetto di numerosi studi nel campo della nutrizione.
Si tratta di una piccola bacca originaria del Sud America, particolarmente ricca di antocianine, tra cui la delfinidina, composti bioattivi associati a diverse funzioni biologiche.

La ricerca scientifica ha iniziato a studiare il possibile ruolo di queste molecole in diversi ambiti della salute.
Alcuni lavori suggeriscono effetti interessanti sul metabolismo del glucosio, sulla protezione cardiovascolare e sui processi legati allo stress ossidativo.

Ad esempio, lo studio “Delphinidin-Rich Maqui Berry Extract Lowers Fasting and Postprandial Glycemia and Insulinemia in Prediabetic Individuals” (Alvarado, 2016) ha osservato una riduzione della glicemia post-prandiale e della risposta insulinica in soggetti con alterata tolleranza al glucosio.

Un altro studio clinico, “A Randomized Clinical Trial Evaluating the Efficacy of an Anthocyanin-Maqui Berry Extract on Oxidative Stress Biomarkers” (Davinelli, 2015), ha evidenziato una diminuzione dei marker di stress ossidativo e delle LDL ossidate, un parametro coinvolto nei processi aterosclerotici.

Anche studi più recenti stanno indagando il possibile ruolo delle antocianine del maqui nella modulazione di enzimi digestivi e metabolici, suggerendo un potenziale impatto sul metabolismo dei nutrienti.

Naturalmente è importante ricordare che nessun singolo alimento può essere considerato una soluzione miracolosa: i benefici per la salute derivano soprattutto da un’alimentazione complessivamente equilibrata e da uno stile di vita sano.

Nel nuovo articolo del blog ho analizzato cosa dice davvero la letteratura scientifica sul maqui, citando gli studi più rilevanti pubblicati negli ultimi anni.

Se vuoi approfondire proprietà, meccanismi biologici e risultati degli studi scientifici, trovi l’articolo completo qui:
👉 https://www.dottmargheriti.it/blog/cosa-e-il-maqui

Gli acidi grassi omega-3, presenti soprattutto nel pesce e nell’olio di pesce, sono da tempo associati a benefici per la...
05/03/2026

Gli acidi grassi omega-3, presenti soprattutto nel pesce e nell’olio di pesce, sono da tempo associati a benefici per la salute cardiovascolare e metabolica. Negli ultimi anni, tuttavia, l’attenzione della ricerca si è concentrata anche su un altro possibile ambito: il loro ruolo nei confronti del tumore alla prostata.

Uno studio pubblicato nel 2015 sul Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics (“Omega-3 fatty acids and other FFA4 agonists inhibit growth factor signaling in human prostate cancer cells”, Liu Z., 2015) ha mostrato che EPA e DHA possono legarsi a un recettore presente sulle cellule tumorali chiamato FFA4, interferendo con alcuni segnali cellulari che favoriscono la proliferazione delle cellule cancerose.

Anche ricerche cliniche più recenti stanno esplorando questa relazione. Nel 2024, uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology (“High Omega-3, Low Omega-6 Diet With Fish Oil for Men With Prostate Cancer on Active Surveillance”, Aronson W., 2024) ha osservato che una dieta ricca di omega-3 e povera di omega-6, associata a olio di pesce, può ridurre alcuni marcatori di proliferazione cellulare nei pazienti con carcinoma prostatico a basso rischio.

Il tema resta comunque oggetto di dibattito scientifico. Nel 2013 uno studio molto discusso pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (“Plasma Phospholipid Fatty Acids and Prostate Cancer Risk in the SELECT Trial”, Brasky T., 2013) aveva suggerito una possibile associazione tra livelli elevati di omega-3 nel sangue e maggiore rischio di tumore alla prostata. Analisi successive hanno però evidenziato diversi limiti metodologici e i risultati complessivi della letteratura restano eterogenei.

In sintesi, la ricerca più recente suggerisce che gli omega-3 possano influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella crescita tumorale, ma non esistono ancora prove definitive di un effetto preventivo diretto.

👉 Nell’articolo completo analizzo nel dettaglio gli studi scientifici più recenti, i meccanismi molecolari coinvolti e cosa emerge davvero dalla letteratura internazionale.

🔗 Leggi l’approfondimento completo qui:
https://www.dottmargheriti.it/blog/ruolo-degli-omega-3-nella-prevenzione-del-cancro-alla-prostata

Quando si parla di depurazione del fegato e dimagrimento, spesso quello che leggiamo online è molto diverso da quello ch...
29/01/2026

Quando si parla di depurazione del fegato e dimagrimento, spesso quello che leggiamo online è molto diverso da quello che emerge dagli studi scientifici.
Il fegato e il peso corporeo sono in realtà strettamente collegati: quando il fegato accumula troppo grasso (il cosiddetto “fegato grasso” o MASLD), lavora peggio e il corpo diventa più resistente all’insulina, e questo rende più facile accumulare grasso, soprattutto sulla pancia, e più difficile dimagrire anche se si prova a fare dieta.

Uno studio del 2009 ha mostrato che perdere circa l’8% del peso corporeo può ridurre il grasso nel fegato di oltre il 60% e migliorare nettamente la sensibilità all’insulina, segno che il metabolismo inizia a funzionare meglio.
In pratica, meno grasso nel fegato significa un organismo che gestisce meglio zuccheri e grassi e che quindi risponde meglio agli sforzi per dimagrire.

La buona notizia è che non serve perdere decine di chili per aiutare davvero il fegato. Diversi studi indicano che una perdita di peso di circa il 5% migliora già gli esami del fegato come ALT e AST, mentre con una riduzione del 7–10% si vedono miglioramenti importanti dell’infiammazione e della steatosi.
In chi riesce a perdere intorno al 10% del proprio peso, in molti casi si osservano persino miglioramenti della fibrosi, cioè dei danni strutturali più seri del fegato. Tradotto in un esempio concreto: una persona di 80 kg che perde tra 4 e 8 kg, in modo graduale e controllato, può già ottenere benefici reali e misurabili sulla salute epatica.

Tutto questo però non ha nulla a che vedere con l’idea di “depurazione epatica” venduta da succhi, tisane o programmi detox di pochi giorni.
Una revisione critica delle cosiddette “diete detox”, pubblicata nel 2015, ha concluso che non esistono veri studi clinici di qualità che dimostrino che questi programmi eliminino tossine o facciano dimagrire in modo sano e duraturo.
Anche istituzioni ufficiali come il National Center for Complementary and Integrative Health negli Stati Uniti ricordano che mancano prove solide a favore dei detox e che alcuni prodotti o pratiche possono anche essere rischiosi, per esempio per squilibri elettrolitici o interazioni con farmaci.
Il fegato, infatti, non ha bisogno di essere “pulito” in una settimana: lavora tutti i giorni, 24 ore su 24, grazie a sistemi di trasformazione ed eliminazione delle sostanze di scarto già integrati nel suo funzionamento.

Dal punto di vista biologico, si può dire che la vera “depurazione” del fegato avviene quando lo alleggeriamo dal carico di grasso e gli forniamo ciò di cui ha bisogno per lavorare bene.
Questo significa mangiare in modo equilibrato, con uno stile di tipo mediterraneo ricco di verdure, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e olio d’oliva, riducendo zuccheri, fritti e alcol, e mantenere un leggero deficit calorico che consenta una perdita di peso graduale.

Significa anche muoversi regolarmente: l’attività fisica, infatti, può migliorare il grasso nel fegato e la sensibilità all’insulina anche quando la bilancia non si muove molto, grazie all’effetto diretto sui muscoli e sul metabolismo.
Alcuni nutrienti e molecole come il glutatione e il suo precursore N-acetilcisteina (NAC) hanno mostrato in studi clinici di supportare la funzione epatica e migliorare alcuni esami del sangue, ma si tratta sempre di supporto a uno stile di vita sano, non di scorciatoie miracolose. Ripetiamo insieme, supporto non miracolo.

In definitiva, la domanda “la depurazione epatica quanto influisce su un percorso di dimagrimento?” ha una risposta chiara se cambiamo il significato di “depurazione”. Se per depurazione intendiamo succhi, tisane, digiuni o prodotti con promesse eclatanti, la loro influenza sul dimagrimento è praticamente nulla e non supportata da prove serie.
Se invece per depurazione intendiamo migliorare davvero la salute del fegato con perdita di peso graduale, alimentazione curata, poco alcol e movimento, allora sì: un fegato più sano può fare una grande differenza, perché rende il corpo più sensibile all’insulina, gestisce meglio zuccheri e grassi e rende il dimagrimento più efficace e sostenibile nel tempo.

I probiotici si misurano in CFU, ovvero unità formanti colonia, che indicano i batteri vivi capaci di colonizzare l'inte...
26/01/2026

I probiotici si misurano in CFU, ovvero unità formanti colonia, che indicano i batteri vivi capaci di colonizzare l'intestino.
La domanda comune è se bastino milioni o servano miliardi per ottenere benefici su digestione, microbiota e sistema immunitario. Gli studi recenti chiariscono che non esiste una dose universale, ma dipende dallo strain specifico e dall'obiettivo terapeutico.

Per la salute generale e il supporto quotidiano al microbiota, dosi intorno a 1-10 miliardi di CFU al giorno mostrano efficacia in trial clinici, come riportato in revisioni sistematiche.
Ad esempio, nella meta-analisi "Probiotics for the prevention of pediatric antibiotic-associated diarrhea" di Goldenberg et al. del 2015, dosi ≥5 miliardi CFU/die prevengono meglio la diarrea associata ad antibiotici rispetto a dosi inferiori. Uno studio del 2026, "Effect of Probiotic Strain, Duration, and Dose on Preventing ICU-Acquired Infection" di Al-Aklabi et al., conferma che almeno 5 miliardi CFU/die, con durate maggiori o uguali a 14 giorni, riducono infezioni in pazienti critici usando strain come Lactobacillus acidophilus LA-5.

Dosi più alte, oltre i 10 miliardi, possono essere utili in casi specifici come squilibri post-antibiotici o infiammazioni, ma più non significa sempre meglio: revisioni come quella di Ouwehand del 2017 indicano un breakpoint a 10 miliardi per AAD, senza dose-response lineare oltre.
Per il pubblico medio, integratori con 10-20 miliardi CFU (Lactobacillus o Bifidobacterium) bastano, assunti con costanza per almeno 4-8 settimane, migliorando barriera intestinale e markers infiammatori senza effetti collaterali significativi.

Scegli prodotti con ceppi identificati (es. L. rhamnosus GG) e CFU garantiti fino alla scadenza, verificando etichette per matching con studi evidence-based.

Inizia con dosi medie e monitora risposta personale, consultando un nutrizionista o un medico per personalizzazioni.

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha pi...
23/01/2026

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha più senso usare i probiotici per periodi di alcune settimane o mesi in momenti critici (stress, cambio stagione, antibiotici, disturbi intestinali ricorrenti) e poi fare pause, piuttosto che prenderli 1 mese sì e 1 mese no per tutta la vita senza un motivo preciso.

I probiotici agiscono come ospiti temporanei: non colonizzano stabilmente l’intestino, ma esercitano i loro effetti finché li assumi e poi vengono eliminati, come sottolineato da una guida aggiornata su durata di assunzione e transitorietà dei ceppi (“How Long Should You Take Probiotics? A Science‑Backed Guide”, Seed Health, 2025).
Per mantenere benefici su barriera intestinale, sistema immunitario e benessere generale, molti studi clinici usano assunzioni continue per almeno 8–12 settimane, per esempio il trial randomizzato di Ahmad et al. 2025 “Effects of Probiotic Supplementation on Depressive Symptoms and Gut Microbiota Composition” che ha utilizzato 12 settimane di integrazione con Lactobacillus rhamnosus GG e Bifidobacterium longum.

Un filone molto recente sulla performance e la salute degli atleti, come la review di Teglas et al. 2025 “Probiotic supplementation for optimizing athletic performance”, mostra che protocolli di 1–3 mesi di probiotici multi‑ceppo migliorano sintomi gastrointestinali, profilo lipidico e percezione di salute generale, ma che questi effetti tendono a ridursi quando l’assunzione viene sospesa, proprio perché i batteri sono transitori.
Anche nelle persone con patologie croniche si osservano durate simili: in un trial randomizzato di 12 settimane in pazienti con sclerosi multipla, riassunto da Zeng et al. 2025 nell’umbrella meta‑analysis “Probiotics and gastrointestinal disorders: an umbrella meta‑analysis”, i probiotici hanno ridotto marker infiammatori come hs‑CRP e migliorato alcuni parametri di qualità di vita, ma senza indicare la necessità di cicli a vita a intervalli prestabiliti.

Le nuove linee guida internazionali su probiotici e prebiotici per la salute intestinale, pubblicate dall’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics nel documento “New global guidelines for probiotics and prebiotics for gut health and disease” (ISAPP, 2025), sottolineano due concetti chiave: usare ceppi e dosaggi studiati per obiettivi specifici e per durate simili a quelle dei trial, e personalizzare durata e frequenza sulla base della risposta clinica, invece di proporre cicli standard uguali per tutti.
Una review recente di Mafe et al. 2025 “A review on probiotics and dietary bioactives: Insights into gut microbiota and metabolic health” evidenzia che, sul lungo periodo, la base rimane lo stile di vita (fibre, polifenoli, attività fisica, sonno), mentre i probiotici vanno considerati come un supporto mirato, a blocchi di alcune settimane o mesi, nei periodi in cui l’equilibrio del microbiota è più fragile.

In pratica, per la salute generale di un adulto sano, una strategia ragionevole può essere: 1–3 mesi di probiotico con ceppi e dosi documentate, in fasi di maggior stress, cambio stagione o dopo antibiotici, seguiti da alcune settimane o mesi di pausa in cui si lavora soprattutto su alimentazione ricca di fibre e stile di vita; poi si valuta se ripetere un nuovo ciclo in base a sintomi e obiettivi, non per abitudine automatica.

Rimane fondamentale scegliere prodotti con ceppi ben caratterizzati e supportati da studi clinici, adattando frequenza e durata insieme al professionista, perché la stessa review di Zeng et al. 2025 mostra un’enorme eterogeneità tra protocolli (ceppi, dosaggi, durate) e non permette di fissare un “ciclo standard” valido in assoluto per tutti.

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara u...
21/01/2026

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara una bevanda vegetale ricca di proteine e, aggiungendo un coagulante, si formano dei “panetti” bianchi dalla consistenza più o meno compatta.
È una fonte proteica vegetale completa, con tutti gli amminoacidi essenziali, povera di grassi saturi e naturalmente priva di colesterolo, quindi interessante come alternativa alle proteine animali in un’ottica di salute cardiovascolare.

Dal punto di vista nutrizionale il tofu apporta proteine di buona qualità, grassi prevalentemente insaturi, una quota di fibra e diversi minerali come calcio, ferro e magnesio, con valori che variano molto a seconda del tipo di tofu e del coagulante usato.
È anche ricco di isoflavoni della soia (come genisteina e daidzeina), composti bioattivi con azione fitoestrogenica lieve, spesso chiamati “fito-ormoni” ma con un effetto decisamente più debole rispetto agli estrogeni umani.
In soggetti sani queste molecole si comportano più come modulatori che come “stimolanti ormonali”, e vengono metabolizzate anche dalla flora intestinale, per cui la risposta può variare da persona a persona.

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata soprattutto sugli effetti del consumo regolare di soia e tofu su cuore, metabolismo e rischio di malattie croniche. Una meta-analisi prospettica del 2023, “Soy Consumption and the Risk of Type 2 Diabetes and Cardiovascular Diseases” di Li e colleghi, ha mostrato che circa 26–27 g di tofu al giorno erano associati a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari di circa il 18% rispetto ai consumi più bassi, in particolare per l’ictus. Questo effetto protettivo sembra legato alla combinazione di proteine vegetali, acidi grassi insaturi e isoflavoni, che nel complesso migliorano il profilo lipidico e alcuni marker infiammatori.

Sul piano più clinico, uno studio controllato randomizzato in doppio cieco del 2022, “Effect of 4-Week Consumption of Soy Kori-tofu on Cardiometabolic Health Markers” di van der Waal et al., ha valutato per quattro settimane un tofu “kori” (tofu di soia surgelato/essiccato) in adulti tra 40 e 70 anni con colesterolo moderatamente elevato. Rispetto a un controllo a base di proteine del siero di latte, il consumo quotidiano di questo tofu ha portato a una riduzione significativa di alcuni marcatori cardiometabolici, tra cui il colesterolo totale e LDL, suggerendo un ruolo utile del tofu nelle strategie dietetiche per la prevenzione cardiovascolare.

Il tofu è stato studiato anche in relazione al rischio oncologico. Una meta-analisi del 2024, “Soy Product Consumption and the Risk of Cancer” di Wang e colleghi, ha esaminato oltre 300.000 partecipanti e diversi tipi di prodotti a base di soia: un incremento di circa 61 g al giorno di tofu era associato a una riduzione del rischio complessivo di cancro intorno al 12%, con un rischio ancora più basso nelle persone che arrivavano a circa 100 g al giorno. In questo lavoro il tofu risulta uno dei derivati della soia più favorevoli, probabilmente per il profilo di isoflavoni e la densità proteica.
È importante ricordare che si tratta di studi osservazionali: il tofu si inserisce in stili di vita globalmente più sani, ma è uno dei tasselli che contribuiscono al quadro protettivo.

C’è poi il capitolo “ormoni e tumori ormono-dipendenti”, spesso fonte di preoccupazione nel pubblico.
Una revisione ampia del 2022, “The health effects of soy: A reference guide for health professionals” di Messina, conclude che negli adulti l’assunzione moderata di soia e tofu non aumenta il rischio di tumori legati agli ormoni sessuali e, anzi, in molti studi epidemiologici è associata a un rischio leggermente inferiore di tumore della mammella e della prostata.
Una meta-analisi del 2024 su prodotti di soia e tumori, la già citata revisione di Wang, conferma che il consumo elevato di tofu è collegato a minori diagnosi di diversi tipi di tumore, senza evidenza di effetti pro-estrogenici dannosi nelle popolazioni studiate.
Restano però necessarie valutazioni individuali nelle persone in terapia oncologica o con condizioni endocrine specifiche, dove i fitoestrogeni possono interagire con alcuni farmaci.

Gli effetti del tofu non riguardano solo cuore e tumori, ma anche intestino e benessere generale.
Un lavoro del 2024, “The Health Benefits of Tofu, an Unfermented Soybean Food that Regulates the Intestinal Environment” di Takahashi e colleghi, ha valutato 82 adulti giapponesi con problemi di stipsi, confrontando tofu ricco di isoflavoni con una versione povera di questi composti. Dopo alcune settimane, nel gruppo che assumeva il tofu “normale” la percentuale di persone che riferivano miglioramento della stitichezza era circa il doppio rispetto al gruppo con tofu povero di isoflavoni (41,5% vs 21%), con un effetto particolarmente evidente nelle donne.
In parallelo sono aumentati i livelli urinari di isoflavoni, suggerendo un ruolo della modulazione del microbiota intestinale e della produzione di metaboliti come l’equolo.

Un altro aspetto interessante è il supporto alla composizione corporea e all’infiammazione, soprattutto in età avanzata e in contesti di attività fisica. Uno studio del 2017, “Effects of dried tofu supplementation during interval walking training on the methylation of the NFKB2 gene in the whole blood of older women” di Nemoto e colleghi, ha analizzato donne intorno ai 65 anni impegnate in un programma strutturato di camminata a intervalli.
Il gruppo che assumeva quotidianamente tofu essiccato dopo l’allenamento, rispetto al placebo, ha mostrato maggior aumento della massa muscolare della coscia, miglioramento della forza e modifiche epigenetiche nel gene NFKB2 legate a una minore suscettibilità all’infiammazione sistemica.
Questo suggerisce che il tofu, inserito in un contesto di esercizio regolare, può contribuire sia al mantenimento della massa magra sia a un profilo infiammatorio più favorevole.

Nel complesso, quindi, il tofu non è semplicemente un “formaggio di soia”, ma un alimento funzionale che combina proteine di alta qualità, grassi buoni e composti bioattivi utili per cuore, metabolismo, intestino e, potenzialmente, per la prevenzione di alcune forme di cancro.
Per la maggior parte delle persone sane, un consumo regolare e moderato (ad esempio 2–4 porzioni a settimana, pari a circa 60–100 g per porzione) inserito in una dieta varia e ricca di vegetali può rappresentare una strategia semplice e concreta per migliorare il profilo nutrizionale complessivo.

Come sempre, il beneficio non viene da un singolo cibo “miracoloso”, ma da un pattern alimentare equilibrato dove il tofu può diventare una delle principali fonti proteiche vegetali al posto di carni lavorate e formaggi ricchi di grassi saturi.

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello...
19/01/2026

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello stomaco e rilascia aminoacidi in modo prolungato nel sangue, a differenza della whey che agisce velocemente. Questo profilo cinetico le rende ideali per coprire periodi di digiuno prolungato, come la notte, quando il corpo ripara i muscoli senza nuovi apporti nutrizionali. Studi recenti confermano che il timing di assunzione influenza il recupero post-allenamento.

Uno studio randomizzato controllato pubblicato su Nutrients, "Casein Supplementation Timing and Exercise Performance in Soccer Players: Pre-Sleep vs. Post-Exercise Intake-A Randomized Controlled Trial", con autore principale Serdar Bayrakdaroğlu nel 2025, ha testato 30 g di caseine micellari su calciatori professionisti dopo un allenamento ad alta intensità. Il gruppo che le ha prese subito post-esercizio ha migliorato picco di potenza e indice di fatica nel test RAST, mentre chi le ha assunte 30-60 minuti prima di dormire ha guadagnato in salto verticale (CMJ) e potenza media, mostrando che entrambi i momenti funzionano senza superiorità netta. In pratica, se ti alleni di sera, una dose pre-sonno evita cali prestazionali il giorno dopo.

Un'altra review su Phys Act Nutr, "Pre-sleep casein protein ingestion: new paradigm in post-exercise recovery nutrition", di Jooyoung Kim nel 2020, sintetizza evidenze su 40-48 g di caseine 30 minuti prima di dormire dopo resistance training serale. Questo aumenta la disponibilità plasmatica di aminoacidi overnight, stimola la sintesi proteica, inibisce il catabolismo e riduce infiammazione e indolenzimento muscolare, favorendo un bilancio proteico positivo durante il sonno. Per atleti o chi fa palestra regolare, 40 g la sera equivalgono a un "nutriente a rilascio controllato" che ottimizza ipertrofia e forza a lungo termine.

Il messaggio chiave è flessibilità: post-allenamento per un boost rapido anti-catabolico, o pre-sonno per sostenere la sintesi proteica notturna, sempre con dosi intorno ai 30-40 g mescolate in acqua o latte scremato. Non conta solo il totale proteico giornaliero, ma distribuirlo con caseine la sera massimizza il recupero senza interferire con il riposo.
Prova e adatta al tuo schema, monitorando progressi in palestra.

La creatina monoidrata non è un integratore “solo per uomini e bodybuilder”: nelle donne può supportare forza, massa mag...
14/01/2026

La creatina monoidrata non è un integratore “solo per uomini e bodybuilder”: nelle donne può supportare forza, massa magra, cervello e alcune fasi delicate della vita femminile, con un profilo di sicurezza buono quando usata ai dosaggi consigliati. Allo stesso tempo, restano zone grigie su gravidanza e uso a lungo termine in specifiche condizioni cliniche, dove è sempre meglio passare dal medico.

Negli ultimi anni si è iniziato a guardare alla creatina con una lente specifica per il sesso femminile, perché metabolismo, ormoni e distribuzione dei tessuti sono diversi rispetto agli uomini. Una review su “Creatine Supplementation in Women’s Health: A Lifespan Perspective” (Smith-Ryan, 2021) sottolinea che le donne hanno in media riserve endogene di creatina più basse del 70–80% rispetto agli uomini, il che può renderle potenzialmente più “sensibili” all’integrazione in termini di benefici su performance e salute in alcune fasi della vita. Una review più recente, “Creatine in women’s health: bridging the gap from menstruation through pregnancy to menopause” (Kaviani, 2025), propone la creatina come possibile alleata lungo tutto l’arco della vita femminile: dal ciclo mestruale, alla gravidanza, fino alla menopausa, non solo per il muscolo ma anche per sistema nervoso centrale e funzione cognitiva.

Sul fronte della performance, una systematic review molto recente, “Does Creatine Supplementation Enhance Performance in Active Females?” (Brady, 2025), ha analizzato gli studi disponibili su donne fisicamente attive, mostrando che l’integrazione di creatina monoidrata migliora soprattutto esercizi di forza e potenza ad alta intensità (come lavori di sala pesi, sprint, salti), mentre gli effetti su resistenza pura sono più modesti. La stessa review evidenzia che la risposta può variare in base allo stato ormonale (fase del ciclo, uso di contraccettivi, perimenopausa), e invita a studiare meglio i protocolli “ottimizzati” per il sesso femminile. In pratica, per una donna che fa allenamento di forza 2–3 volte a settimana, la classica dose di 3–5 g/die di creatina monoidrata sembra sufficiente a migliorare capacità di lavoro e recupero, senza bisogno di carichi estremi.

Un aspetto interessante è quello degli effetti “extra-muscolari”. La review di Smith-Ryan del 2021 segnala possibili benefici su umore, fatica mentale e funzione cognitiva, specialmente in contesti di stress metabolico o ormonale (ciclo irregolare, perimenopausa, diete restrittive). Studi clinici su popolazioni femminili con disturbi dell’umore stanno esplorando la creatina come coadiuvante alle terapie standard, come nel trial “A Randomized Double-Blind Controlled Trial of Creatine in Female Methamphetamine Users” (Lyoo, 2014), nato per valutare l’effetto della creatina sulla fosfocreatina cerebrale e sui sintomi depressivi. Anche se non si parla di uso “da palestra”, questi dati aprono alla creatina come vero nutraceutico del sistema nervoso nelle donne.

Quando si parla di salute riproduttiva e gravidanza il discorso si fa più delicato. Un lavoro di impostazione prospettica, “Creatine and pregnancy outcomes, a prospective cohort study in low-risk pregnant women: study protocol” (Heazell, 2018), parte dall’ipotesi che lo stato di creatina materna possa influenzare la crescita fetale e gli esiti del parto, sulla base di osservazioni preliminari che correlano livelli di creatina con peso e lunghezza alla nascita. Una review su “Creatine supplementation during pregnancy” (Ellery, 2014) evidenzia che negli animali la supplementazione ha mostrato effetti neuroprotettivi sul feto in condizioni di ipossia e non ha dato segnali di tossicità, ma negli esseri umani i dati sono ancora limitati e gli autori invitano alla prudenza, in attesa di studi clinici ben strutturati. Un recente studio di farmacocinetica, “Open label, dose escalation trial of creatine monohydrate in pregnant women” (Tapia, 2025), indica che il terzo trimestre non altera in modo sostanziale la gestione della creatina rispetto alle donne non gravide con dosaggi simili a quelli “ergogenici”, ma si tratta ancora di ricerca sperimentale, non di una raccomandazione di uso di routine.

Sul piano della sicurezza generale, la review “Creatine Supplementation in Women’s Health: A Lifespan Perspective” ribadisce che, alle dosi classiche (3–5 g/die), non sono emerse problematiche rilevanti a livello renale, epatico o cardiovascolare nelle donne sane, in linea con quanto osservato negli uomini. Una position paper recente, “Creatine supplementation is safe, beneficial throughout the lifespan, and inconsistent restrictions in vulnerable life stages are not evidence-based” (Candow, 2025), insiste sul fatto che la demonizzazione della creatina non è supportata dai dati, e che l’integratore, se usato correttamente, è generalmente ben tollerato anche nella popolazione femminile. Rimangono comunque alcune attenzioni di buon senso: evitare il fai-da-te in presenza di patologie renali note, controllare l’uso se si assumono farmaci potenzialmente nefrotossici, idratarsi a sufficienza e informare sempre il medico o il ginecologo in caso di gravidanza o allattamento.

In sintesi pratica, per una donna sana che si allena con i pesi, la creatina monoidrata (3–5 g/die, senza necessità di fase di carico) può essere uno strumento utile per aumentare forza, mantenere o incrementare la massa magra e sostenere la funzione cognitiva, soprattutto in periodi di stress o dieta ipocalorica. Gravidanza, allattamento, patologie renali o terapie complesse restano invece ambiti in cui non è prudente improvvisare: la creatina, in questi casi, va valutata in equipe con ginecologo e nutrizionista, perché anche un integratore dal profilo di sicurezza favorevole merita rispetto e personalizzazione quando entra nella vita ormonale di una donna.

Quando si parla di “piante drenanti” la regina, in termini di numero di studi alle spalle, è probabilmente il tarassaco ...
12/01/2026

Quando si parla di “piante drenanti” la regina, in termini di numero di studi alle spalle, è probabilmente il tarassaco (Taraxacum officinale), spesso affiancato dall’orthosiphon (Orthosiphon stamineus/aristatus), ma con una quantità di letteratura complessiva inferiore.
In pratica, il tarassaco è una delle piante più studiate tra quelle usate per favorire diuresi e gestione dei liquidi, ma questo non significa che sia una panacea né che sia priva di rischi in tutte le condizioni.

Il tarassaco viene utilizzato da decenni come pianta ad azione diuretica e depurativa, tanto che diverse review recenti hanno raccolto un numero consistente di studi preclinici e clinici sulla pianta intera e sui suoi estratti.
Una revisione del 2025, “The Role of Dandelion (Taraxacum officinale) in Liver and Metabolic Health” di Vielma FH et al., sottolinea come il tarassaco abbia un solido background di ricerche su fegato, metabolismo lipidico e, tra le altre cose, attività diuretica, richiamata anche per le possibili interazioni con farmaci antipertensivi e diuretici di sintesi.
Un altro lavoro di sintesi, “An overview of therapeutic potentials of Taraxacum officinale” di Baradaran A. et al., 2022, evidenzia che il tarassaco è una delle piante medicinali più investigate a livello sperimentale per effetti antiossidanti, epatoprotettivi, metabolici e renali, includendo il tradizionale impiego come diuretico.

Il punto chiave è che il tarassaco ha così tanti studi perché non viene visto solo come “pianta drenante”, ma come fitoterapico multifunzionale: molti lavori preclinici (cellule e modelli animali) ne analizzano l’impatto su fegato grasso, infiammazione, stress ossidativo e funzione renale, e la diuresi è spesso una delle azioni osservate o discusse. Ad esempio, lo studio “The Protective Effect of Dandelion Hydroalcoholic Extract on Vancomycin-Induced Nephrotoxicity” di Karimi A. et al., 2020, mostra che l’estratto di tarassaco protegge le cellule renali dai danni di un antibiotico nefrotossico, suggerendo un ruolo di supporto renale indiretto anche oltre il semplice effetto diuretico.
Questo rafforza l’idea che, dietro la classica tisana “drenante”, ci sia una pianta con una farmacologia relativamente complessa e ben documentata.

Se si guarda alla sola diuresi, anche altre piante hanno una buona base dati, ma più ristretta. L’orthosiphon (Orthosiphon stamineus o aristatus), noto come “tè di Giava”, è considerato un diuretico fitoterapico con evidenze sperimentali specifiche: lo studio “Diuretic properties of Orthosiphon stamineus Benth” di Arafat OM et al., 2009, mostra in modello animale un aumento dose‑dipendente del volume urinario e dell’escrezione di elettroliti, seppur con potenza inferiore a diuretici farmaceutici come furosemide e idroclorotiazide.
Una successiva integrazione dei dati, come riportato nell’articolo “High tendency of Orthosiphon stamineus towards diuretic and hypouricemic effects” di Arafat OM et al., 2008, conferma la tendenza diuretica e ipouricemizzante della pianta, utilizzata tradizionalmente per edema, ipertensione lieve e disturbi delle vie urinarie.
Tuttavia, il numero totale di studi su orthosiphon resta inferiore rispetto al tarassaco e spesso si tratta di studi su animali o piccoli trial su prodotti combinati, non sempre facilmente traducibili al singolo estratto.

Un aspetto importante, spesso sottovalutato dal pubblico, è che più studi non significa automaticamente “più sicura” o “più adatta a tutti”, ma semplicemente che conosciamo meglio i pro e i contro di quella pianta.
Nel caso del tarassaco, le revisioni recenti ricordano che l’attività diuretica può teoricamente aumentare il rischio di squilibri idro‑elettrolitici e interagire con farmaci diuretici o antipertensivi; la review di Vielma FH et al., 2025, segnala anche possibili interazioni con anticoagulanti, dato che alcuni componenti hanno attività antiaggregante.
Analogamente, per orthosiphon gli studi di Arafat OM e colleghi indicano una lieve alterazione dei parametri renali (sempre entro range normali) e la necessità di cautela in soggetti con patologie renali o in terapia farmacologica complessa.

In sintesi, se parliamo di “pianta drenante con più studi alle spalle”, il tarassaco si posiziona al primo posto grazie a un corpo di letteratura ampio e in continua crescita, che lo indaga sia come diuretico tradizionale sia come supporto epatico e metabolico. Orthosiphon rappresenta una seconda scelta interessante, con dati più mirati sulla diuresi ma quantitativamente inferiori.

Per l’uso pratico, l’idea di “drenare” non dovrebbe tradursi in fai‑da‑te cronico con tisane concentrate o integratori multipli: soprattutto in presenza di ipertensione, terapia diuretica, disturbi renali o uso di anticoagulanti, è sempre opportuno valutare con uno specialista se, come e per quanto tempo inserire una pianta drenante nel proprio percorso nutrizionale e di salute.

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Sono un biologo nutrizionista, laureato magistrale in Biologia della Salute, presso l’Università di Bologna. Iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine Nazionale dei Biologi, AA_70861. Esperto in nutrizione e nutrizione ed integrazione per lo sportivo, ho perfezionato i miei studi frequentando corsi post laurea e di aggiornamento sulla nutrizione umana e sulle metodiche nutrizionali, di integrazione e di allenamento per lo sportivo. Specialista in Lipidomica e Fitoterapia. Allenatore Personal Trainer I livello FIPE – Federazione Italiana Pesistica. Collaboro con palestre e centri fitness in Emilia Romagna. Scrivo e curo una video rubrica su www.intothefitness.com , dove parlo di nutrizione, nutrizione sportiva ed integrazione.

Come scritto in precedenza, lavoro mettendo insieme due passioni, la nutrizione e l’allenamento, così da creare un pacchetto unico e specializzato per offrire ai paziente un controllo a 360° del proprio benessere, convinto che nutrizione ed allenamento siano le due rotaie che vanno a completare il binario del successo in termini di salute.

Oltre che in ambulatorio, dedico buona parte della mia giornata ad allenare i miei pazienti, e non clienti, presso un piccolo centro fitness nella provincia bolognese.