Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista

Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista Biologo Nutrizionista. Specializzato in Nutrizione ed Integrazione Clinica e Sportiva. Allenatore Personal Trainer, FIPE. Specialista in Lipidomica e Fitoterapia.

Sono un biologo nutrizionista, laureato magistrale in Biologia della Salute, presso l’Università di Bologna. Iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine Biologi Emilia Romagna e Marche, A_2908. Esperto in nutrizione clinica e nutrizione ed integrazione per lo sportivo, ho perfezionato i miei studi frequentando corsi post laurea e di aggiornamento sulla nutrizione umana e sulle metodiche nutrizionali, di integrazione e di allenamento per lo sportivo. Allenatore Personal Trainer I livello FIPE – Federazione Italiana Pesistica. Collaboro con palestre e centri fitness in Emilia Romagna. Scrivo e curo il blog www.dottmargheriti.it, oltre che essere collaboratore per siti di settore come www.garage.pizza e www.gameplay.cafe

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha pi...
23/01/2026

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha più senso usare i probiotici per periodi di alcune settimane o mesi in momenti critici (stress, cambio stagione, antibiotici, disturbi intestinali ricorrenti) e poi fare pause, piuttosto che prenderli 1 mese sì e 1 mese no per tutta la vita senza un motivo preciso.

I probiotici agiscono come ospiti temporanei: non colonizzano stabilmente l’intestino, ma esercitano i loro effetti finché li assumi e poi vengono eliminati, come sottolineato da una guida aggiornata su durata di assunzione e transitorietà dei ceppi (“How Long Should You Take Probiotics? A Science‑Backed Guide”, Seed Health, 2025).
Per mantenere benefici su barriera intestinale, sistema immunitario e benessere generale, molti studi clinici usano assunzioni continue per almeno 8–12 settimane, per esempio il trial randomizzato di Ahmad et al. 2025 “Effects of Probiotic Supplementation on Depressive Symptoms and Gut Microbiota Composition” che ha utilizzato 12 settimane di integrazione con Lactobacillus rhamnosus GG e Bifidobacterium longum.

Un filone molto recente sulla performance e la salute degli atleti, come la review di Teglas et al. 2025 “Probiotic supplementation for optimizing athletic performance”, mostra che protocolli di 1–3 mesi di probiotici multi‑ceppo migliorano sintomi gastrointestinali, profilo lipidico e percezione di salute generale, ma che questi effetti tendono a ridursi quando l’assunzione viene sospesa, proprio perché i batteri sono transitori.
Anche nelle persone con patologie croniche si osservano durate simili: in un trial randomizzato di 12 settimane in pazienti con sclerosi multipla, riassunto da Zeng et al. 2025 nell’umbrella meta‑analysis “Probiotics and gastrointestinal disorders: an umbrella meta‑analysis”, i probiotici hanno ridotto marker infiammatori come hs‑CRP e migliorato alcuni parametri di qualità di vita, ma senza indicare la necessità di cicli a vita a intervalli prestabiliti.

Le nuove linee guida internazionali su probiotici e prebiotici per la salute intestinale, pubblicate dall’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics nel documento “New global guidelines for probiotics and prebiotics for gut health and disease” (ISAPP, 2025), sottolineano due concetti chiave: usare ceppi e dosaggi studiati per obiettivi specifici e per durate simili a quelle dei trial, e personalizzare durata e frequenza sulla base della risposta clinica, invece di proporre cicli standard uguali per tutti.
Una review recente di Mafe et al. 2025 “A review on probiotics and dietary bioactives: Insights into gut microbiota and metabolic health” evidenzia che, sul lungo periodo, la base rimane lo stile di vita (fibre, polifenoli, attività fisica, sonno), mentre i probiotici vanno considerati come un supporto mirato, a blocchi di alcune settimane o mesi, nei periodi in cui l’equilibrio del microbiota è più fragile.

In pratica, per la salute generale di un adulto sano, una strategia ragionevole può essere: 1–3 mesi di probiotico con ceppi e dosi documentate, in fasi di maggior stress, cambio stagione o dopo antibiotici, seguiti da alcune settimane o mesi di pausa in cui si lavora soprattutto su alimentazione ricca di fibre e stile di vita; poi si valuta se ripetere un nuovo ciclo in base a sintomi e obiettivi, non per abitudine automatica.

Rimane fondamentale scegliere prodotti con ceppi ben caratterizzati e supportati da studi clinici, adattando frequenza e durata insieme al professionista, perché la stessa review di Zeng et al. 2025 mostra un’enorme eterogeneità tra protocolli (ceppi, dosaggi, durate) e non permette di fissare un “ciclo standard” valido in assoluto per tutti.

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara u...
21/01/2026

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara una bevanda vegetale ricca di proteine e, aggiungendo un coagulante, si formano dei “panetti” bianchi dalla consistenza più o meno compatta.
È una fonte proteica vegetale completa, con tutti gli amminoacidi essenziali, povera di grassi saturi e naturalmente priva di colesterolo, quindi interessante come alternativa alle proteine animali in un’ottica di salute cardiovascolare.

Dal punto di vista nutrizionale il tofu apporta proteine di buona qualità, grassi prevalentemente insaturi, una quota di fibra e diversi minerali come calcio, ferro e magnesio, con valori che variano molto a seconda del tipo di tofu e del coagulante usato.
È anche ricco di isoflavoni della soia (come genisteina e daidzeina), composti bioattivi con azione fitoestrogenica lieve, spesso chiamati “fito-ormoni” ma con un effetto decisamente più debole rispetto agli estrogeni umani.
In soggetti sani queste molecole si comportano più come modulatori che come “stimolanti ormonali”, e vengono metabolizzate anche dalla flora intestinale, per cui la risposta può variare da persona a persona.

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata soprattutto sugli effetti del consumo regolare di soia e tofu su cuore, metabolismo e rischio di malattie croniche. Una meta-analisi prospettica del 2023, “Soy Consumption and the Risk of Type 2 Diabetes and Cardiovascular Diseases” di Li e colleghi, ha mostrato che circa 26–27 g di tofu al giorno erano associati a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari di circa il 18% rispetto ai consumi più bassi, in particolare per l’ictus. Questo effetto protettivo sembra legato alla combinazione di proteine vegetali, acidi grassi insaturi e isoflavoni, che nel complesso migliorano il profilo lipidico e alcuni marker infiammatori.

Sul piano più clinico, uno studio controllato randomizzato in doppio cieco del 2022, “Effect of 4-Week Consumption of Soy Kori-tofu on Cardiometabolic Health Markers” di van der Waal et al., ha valutato per quattro settimane un tofu “kori” (tofu di soia surgelato/essiccato) in adulti tra 40 e 70 anni con colesterolo moderatamente elevato. Rispetto a un controllo a base di proteine del siero di latte, il consumo quotidiano di questo tofu ha portato a una riduzione significativa di alcuni marcatori cardiometabolici, tra cui il colesterolo totale e LDL, suggerendo un ruolo utile del tofu nelle strategie dietetiche per la prevenzione cardiovascolare.

Il tofu è stato studiato anche in relazione al rischio oncologico. Una meta-analisi del 2024, “Soy Product Consumption and the Risk of Cancer” di Wang e colleghi, ha esaminato oltre 300.000 partecipanti e diversi tipi di prodotti a base di soia: un incremento di circa 61 g al giorno di tofu era associato a una riduzione del rischio complessivo di cancro intorno al 12%, con un rischio ancora più basso nelle persone che arrivavano a circa 100 g al giorno. In questo lavoro il tofu risulta uno dei derivati della soia più favorevoli, probabilmente per il profilo di isoflavoni e la densità proteica.
È importante ricordare che si tratta di studi osservazionali: il tofu si inserisce in stili di vita globalmente più sani, ma è uno dei tasselli che contribuiscono al quadro protettivo.

C’è poi il capitolo “ormoni e tumori ormono-dipendenti”, spesso fonte di preoccupazione nel pubblico.
Una revisione ampia del 2022, “The health effects of soy: A reference guide for health professionals” di Messina, conclude che negli adulti l’assunzione moderata di soia e tofu non aumenta il rischio di tumori legati agli ormoni sessuali e, anzi, in molti studi epidemiologici è associata a un rischio leggermente inferiore di tumore della mammella e della prostata.
Una meta-analisi del 2024 su prodotti di soia e tumori, la già citata revisione di Wang, conferma che il consumo elevato di tofu è collegato a minori diagnosi di diversi tipi di tumore, senza evidenza di effetti pro-estrogenici dannosi nelle popolazioni studiate.
Restano però necessarie valutazioni individuali nelle persone in terapia oncologica o con condizioni endocrine specifiche, dove i fitoestrogeni possono interagire con alcuni farmaci.

Gli effetti del tofu non riguardano solo cuore e tumori, ma anche intestino e benessere generale.
Un lavoro del 2024, “The Health Benefits of Tofu, an Unfermented Soybean Food that Regulates the Intestinal Environment” di Takahashi e colleghi, ha valutato 82 adulti giapponesi con problemi di stipsi, confrontando tofu ricco di isoflavoni con una versione povera di questi composti. Dopo alcune settimane, nel gruppo che assumeva il tofu “normale” la percentuale di persone che riferivano miglioramento della stitichezza era circa il doppio rispetto al gruppo con tofu povero di isoflavoni (41,5% vs 21%), con un effetto particolarmente evidente nelle donne.
In parallelo sono aumentati i livelli urinari di isoflavoni, suggerendo un ruolo della modulazione del microbiota intestinale e della produzione di metaboliti come l’equolo.

Un altro aspetto interessante è il supporto alla composizione corporea e all’infiammazione, soprattutto in età avanzata e in contesti di attività fisica. Uno studio del 2017, “Effects of dried tofu supplementation during interval walking training on the methylation of the NFKB2 gene in the whole blood of older women” di Nemoto e colleghi, ha analizzato donne intorno ai 65 anni impegnate in un programma strutturato di camminata a intervalli.
Il gruppo che assumeva quotidianamente tofu essiccato dopo l’allenamento, rispetto al placebo, ha mostrato maggior aumento della massa muscolare della coscia, miglioramento della forza e modifiche epigenetiche nel gene NFKB2 legate a una minore suscettibilità all’infiammazione sistemica.
Questo suggerisce che il tofu, inserito in un contesto di esercizio regolare, può contribuire sia al mantenimento della massa magra sia a un profilo infiammatorio più favorevole.

Nel complesso, quindi, il tofu non è semplicemente un “formaggio di soia”, ma un alimento funzionale che combina proteine di alta qualità, grassi buoni e composti bioattivi utili per cuore, metabolismo, intestino e, potenzialmente, per la prevenzione di alcune forme di cancro.
Per la maggior parte delle persone sane, un consumo regolare e moderato (ad esempio 2–4 porzioni a settimana, pari a circa 60–100 g per porzione) inserito in una dieta varia e ricca di vegetali può rappresentare una strategia semplice e concreta per migliorare il profilo nutrizionale complessivo.

Come sempre, il beneficio non viene da un singolo cibo “miracoloso”, ma da un pattern alimentare equilibrato dove il tofu può diventare una delle principali fonti proteiche vegetali al posto di carni lavorate e formaggi ricchi di grassi saturi.

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello...
19/01/2026

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello stomaco e rilascia aminoacidi in modo prolungato nel sangue, a differenza della whey che agisce velocemente. Questo profilo cinetico le rende ideali per coprire periodi di digiuno prolungato, come la notte, quando il corpo ripara i muscoli senza nuovi apporti nutrizionali. Studi recenti confermano che il timing di assunzione influenza il recupero post-allenamento.

Uno studio randomizzato controllato pubblicato su Nutrients, "Casein Supplementation Timing and Exercise Performance in Soccer Players: Pre-Sleep vs. Post-Exercise Intake-A Randomized Controlled Trial", con autore principale Serdar Bayrakdaroğlu nel 2025, ha testato 30 g di caseine micellari su calciatori professionisti dopo un allenamento ad alta intensità. Il gruppo che le ha prese subito post-esercizio ha migliorato picco di potenza e indice di fatica nel test RAST, mentre chi le ha assunte 30-60 minuti prima di dormire ha guadagnato in salto verticale (CMJ) e potenza media, mostrando che entrambi i momenti funzionano senza superiorità netta. In pratica, se ti alleni di sera, una dose pre-sonno evita cali prestazionali il giorno dopo.

Un'altra review su Phys Act Nutr, "Pre-sleep casein protein ingestion: new paradigm in post-exercise recovery nutrition", di Jooyoung Kim nel 2020, sintetizza evidenze su 40-48 g di caseine 30 minuti prima di dormire dopo resistance training serale. Questo aumenta la disponibilità plasmatica di aminoacidi overnight, stimola la sintesi proteica, inibisce il catabolismo e riduce infiammazione e indolenzimento muscolare, favorendo un bilancio proteico positivo durante il sonno. Per atleti o chi fa palestra regolare, 40 g la sera equivalgono a un "nutriente a rilascio controllato" che ottimizza ipertrofia e forza a lungo termine.

Il messaggio chiave è flessibilità: post-allenamento per un boost rapido anti-catabolico, o pre-sonno per sostenere la sintesi proteica notturna, sempre con dosi intorno ai 30-40 g mescolate in acqua o latte scremato. Non conta solo il totale proteico giornaliero, ma distribuirlo con caseine la sera massimizza il recupero senza interferire con il riposo.
Prova e adatta al tuo schema, monitorando progressi in palestra.

La creatina monoidrata non è un integratore “solo per uomini e bodybuilder”: nelle donne può supportare forza, massa mag...
14/01/2026

La creatina monoidrata non è un integratore “solo per uomini e bodybuilder”: nelle donne può supportare forza, massa magra, cervello e alcune fasi delicate della vita femminile, con un profilo di sicurezza buono quando usata ai dosaggi consigliati. Allo stesso tempo, restano zone grigie su gravidanza e uso a lungo termine in specifiche condizioni cliniche, dove è sempre meglio passare dal medico.

Negli ultimi anni si è iniziato a guardare alla creatina con una lente specifica per il sesso femminile, perché metabolismo, ormoni e distribuzione dei tessuti sono diversi rispetto agli uomini. Una review su “Creatine Supplementation in Women’s Health: A Lifespan Perspective” (Smith-Ryan, 2021) sottolinea che le donne hanno in media riserve endogene di creatina più basse del 70–80% rispetto agli uomini, il che può renderle potenzialmente più “sensibili” all’integrazione in termini di benefici su performance e salute in alcune fasi della vita. Una review più recente, “Creatine in women’s health: bridging the gap from menstruation through pregnancy to menopause” (Kaviani, 2025), propone la creatina come possibile alleata lungo tutto l’arco della vita femminile: dal ciclo mestruale, alla gravidanza, fino alla menopausa, non solo per il muscolo ma anche per sistema nervoso centrale e funzione cognitiva.

Sul fronte della performance, una systematic review molto recente, “Does Creatine Supplementation Enhance Performance in Active Females?” (Brady, 2025), ha analizzato gli studi disponibili su donne fisicamente attive, mostrando che l’integrazione di creatina monoidrata migliora soprattutto esercizi di forza e potenza ad alta intensità (come lavori di sala pesi, sprint, salti), mentre gli effetti su resistenza pura sono più modesti. La stessa review evidenzia che la risposta può variare in base allo stato ormonale (fase del ciclo, uso di contraccettivi, perimenopausa), e invita a studiare meglio i protocolli “ottimizzati” per il sesso femminile. In pratica, per una donna che fa allenamento di forza 2–3 volte a settimana, la classica dose di 3–5 g/die di creatina monoidrata sembra sufficiente a migliorare capacità di lavoro e recupero, senza bisogno di carichi estremi.

Un aspetto interessante è quello degli effetti “extra-muscolari”. La review di Smith-Ryan del 2021 segnala possibili benefici su umore, fatica mentale e funzione cognitiva, specialmente in contesti di stress metabolico o ormonale (ciclo irregolare, perimenopausa, diete restrittive). Studi clinici su popolazioni femminili con disturbi dell’umore stanno esplorando la creatina come coadiuvante alle terapie standard, come nel trial “A Randomized Double-Blind Controlled Trial of Creatine in Female Methamphetamine Users” (Lyoo, 2014), nato per valutare l’effetto della creatina sulla fosfocreatina cerebrale e sui sintomi depressivi. Anche se non si parla di uso “da palestra”, questi dati aprono alla creatina come vero nutraceutico del sistema nervoso nelle donne.

Quando si parla di salute riproduttiva e gravidanza il discorso si fa più delicato. Un lavoro di impostazione prospettica, “Creatine and pregnancy outcomes, a prospective cohort study in low-risk pregnant women: study protocol” (Heazell, 2018), parte dall’ipotesi che lo stato di creatina materna possa influenzare la crescita fetale e gli esiti del parto, sulla base di osservazioni preliminari che correlano livelli di creatina con peso e lunghezza alla nascita. Una review su “Creatine supplementation during pregnancy” (Ellery, 2014) evidenzia che negli animali la supplementazione ha mostrato effetti neuroprotettivi sul feto in condizioni di ipossia e non ha dato segnali di tossicità, ma negli esseri umani i dati sono ancora limitati e gli autori invitano alla prudenza, in attesa di studi clinici ben strutturati. Un recente studio di farmacocinetica, “Open label, dose escalation trial of creatine monohydrate in pregnant women” (Tapia, 2025), indica che il terzo trimestre non altera in modo sostanziale la gestione della creatina rispetto alle donne non gravide con dosaggi simili a quelli “ergogenici”, ma si tratta ancora di ricerca sperimentale, non di una raccomandazione di uso di routine.

Sul piano della sicurezza generale, la review “Creatine Supplementation in Women’s Health: A Lifespan Perspective” ribadisce che, alle dosi classiche (3–5 g/die), non sono emerse problematiche rilevanti a livello renale, epatico o cardiovascolare nelle donne sane, in linea con quanto osservato negli uomini. Una position paper recente, “Creatine supplementation is safe, beneficial throughout the lifespan, and inconsistent restrictions in vulnerable life stages are not evidence-based” (Candow, 2025), insiste sul fatto che la demonizzazione della creatina non è supportata dai dati, e che l’integratore, se usato correttamente, è generalmente ben tollerato anche nella popolazione femminile. Rimangono comunque alcune attenzioni di buon senso: evitare il fai-da-te in presenza di patologie renali note, controllare l’uso se si assumono farmaci potenzialmente nefrotossici, idratarsi a sufficienza e informare sempre il medico o il ginecologo in caso di gravidanza o allattamento.

In sintesi pratica, per una donna sana che si allena con i pesi, la creatina monoidrata (3–5 g/die, senza necessità di fase di carico) può essere uno strumento utile per aumentare forza, mantenere o incrementare la massa magra e sostenere la funzione cognitiva, soprattutto in periodi di stress o dieta ipocalorica. Gravidanza, allattamento, patologie renali o terapie complesse restano invece ambiti in cui non è prudente improvvisare: la creatina, in questi casi, va valutata in equipe con ginecologo e nutrizionista, perché anche un integratore dal profilo di sicurezza favorevole merita rispetto e personalizzazione quando entra nella vita ormonale di una donna.

Quando si parla di “piante drenanti” la regina, in termini di numero di studi alle spalle, è probabilmente il tarassaco ...
12/01/2026

Quando si parla di “piante drenanti” la regina, in termini di numero di studi alle spalle, è probabilmente il tarassaco (Taraxacum officinale), spesso affiancato dall’orthosiphon (Orthosiphon stamineus/aristatus), ma con una quantità di letteratura complessiva inferiore.
In pratica, il tarassaco è una delle piante più studiate tra quelle usate per favorire diuresi e gestione dei liquidi, ma questo non significa che sia una panacea né che sia priva di rischi in tutte le condizioni.

Il tarassaco viene utilizzato da decenni come pianta ad azione diuretica e depurativa, tanto che diverse review recenti hanno raccolto un numero consistente di studi preclinici e clinici sulla pianta intera e sui suoi estratti.
Una revisione del 2025, “The Role of Dandelion (Taraxacum officinale) in Liver and Metabolic Health” di Vielma FH et al., sottolinea come il tarassaco abbia un solido background di ricerche su fegato, metabolismo lipidico e, tra le altre cose, attività diuretica, richiamata anche per le possibili interazioni con farmaci antipertensivi e diuretici di sintesi.
Un altro lavoro di sintesi, “An overview of therapeutic potentials of Taraxacum officinale” di Baradaran A. et al., 2022, evidenzia che il tarassaco è una delle piante medicinali più investigate a livello sperimentale per effetti antiossidanti, epatoprotettivi, metabolici e renali, includendo il tradizionale impiego come diuretico.

Il punto chiave è che il tarassaco ha così tanti studi perché non viene visto solo come “pianta drenante”, ma come fitoterapico multifunzionale: molti lavori preclinici (cellule e modelli animali) ne analizzano l’impatto su fegato grasso, infiammazione, stress ossidativo e funzione renale, e la diuresi è spesso una delle azioni osservate o discusse. Ad esempio, lo studio “The Protective Effect of Dandelion Hydroalcoholic Extract on Vancomycin-Induced Nephrotoxicity” di Karimi A. et al., 2020, mostra che l’estratto di tarassaco protegge le cellule renali dai danni di un antibiotico nefrotossico, suggerendo un ruolo di supporto renale indiretto anche oltre il semplice effetto diuretico.
Questo rafforza l’idea che, dietro la classica tisana “drenante”, ci sia una pianta con una farmacologia relativamente complessa e ben documentata.

Se si guarda alla sola diuresi, anche altre piante hanno una buona base dati, ma più ristretta. L’orthosiphon (Orthosiphon stamineus o aristatus), noto come “tè di Giava”, è considerato un diuretico fitoterapico con evidenze sperimentali specifiche: lo studio “Diuretic properties of Orthosiphon stamineus Benth” di Arafat OM et al., 2009, mostra in modello animale un aumento dose‑dipendente del volume urinario e dell’escrezione di elettroliti, seppur con potenza inferiore a diuretici farmaceutici come furosemide e idroclorotiazide.
Una successiva integrazione dei dati, come riportato nell’articolo “High tendency of Orthosiphon stamineus towards diuretic and hypouricemic effects” di Arafat OM et al., 2008, conferma la tendenza diuretica e ipouricemizzante della pianta, utilizzata tradizionalmente per edema, ipertensione lieve e disturbi delle vie urinarie.
Tuttavia, il numero totale di studi su orthosiphon resta inferiore rispetto al tarassaco e spesso si tratta di studi su animali o piccoli trial su prodotti combinati, non sempre facilmente traducibili al singolo estratto.

Un aspetto importante, spesso sottovalutato dal pubblico, è che più studi non significa automaticamente “più sicura” o “più adatta a tutti”, ma semplicemente che conosciamo meglio i pro e i contro di quella pianta.
Nel caso del tarassaco, le revisioni recenti ricordano che l’attività diuretica può teoricamente aumentare il rischio di squilibri idro‑elettrolitici e interagire con farmaci diuretici o antipertensivi; la review di Vielma FH et al., 2025, segnala anche possibili interazioni con anticoagulanti, dato che alcuni componenti hanno attività antiaggregante.
Analogamente, per orthosiphon gli studi di Arafat OM e colleghi indicano una lieve alterazione dei parametri renali (sempre entro range normali) e la necessità di cautela in soggetti con patologie renali o in terapia farmacologica complessa.

In sintesi, se parliamo di “pianta drenante con più studi alle spalle”, il tarassaco si posiziona al primo posto grazie a un corpo di letteratura ampio e in continua crescita, che lo indaga sia come diuretico tradizionale sia come supporto epatico e metabolico. Orthosiphon rappresenta una seconda scelta interessante, con dati più mirati sulla diuresi ma quantitativamente inferiori.

Per l’uso pratico, l’idea di “drenare” non dovrebbe tradursi in fai‑da‑te cronico con tisane concentrate o integratori multipli: soprattutto in presenza di ipertensione, terapia diuretica, disturbi renali o uso di anticoagulanti, è sempre opportuno valutare con uno specialista se, come e per quanto tempo inserire una pianta drenante nel proprio percorso nutrizionale e di salute.

La vitamina C liposomiale è una forma “incapsulata” in piccole vescicole di grasso (liposomi) che ne migliorano l’assorb...
08/01/2026

La vitamina C liposomiale è una forma “incapsulata” in piccole vescicole di grasso (liposomi) che ne migliorano l’assorbimento rispetto alla vitamina C classica, ma resta pur sempre un integratore che va usato con criterio, soprattutto nei soggetti con problemi renali o calcolosi.
I benefici principali riguardano soprattutto la maggiore biodisponibilità e la tollerabilità gastrointestinale, mentre le controindicazioni sono simili a quelle della vitamina C tradizionale quando si eccede con i dosaggi.

Negli ultimi anni diversi studi hanno confrontato direttamente vitamina C liposomiale e non liposomiale, valutando come cambia la concentrazione nel sangue dopo l’assunzione orale.
In uno studio randomizzato, doppio cieco, crossover su adulti sani, “Liposomal delivery enhances absorption of vitamin C into plasma and leukocytes”, Joseph et al., 2024, una singola dose di 500 mg di vitamina C liposomiale ha aumentato il picco plasmatico di circa il 27% e la concentrazione nei leucociti di circa il 20% rispetto alla stessa dose in forma standard, suggerendo una biodisponibilità superiore e più prolungata.
Una revisione di tipo scoping, “Do Liposomal Vitamin C Formulations Have Improved Bioavailability Compared with Non-Liposomal Vitamin C?”, Carr et al., 2025, conferma che, in vari studi farmacocinetici, le formulazioni liposomiali tendono ad avere area sotto la curva (AUC) e Cmax maggiori, cioè rimangono in circolo più a lungo e raggiungono concentrazioni leggermente più alte.

Perché questo può interessare nella pratica quotidiana? Una maggiore biodisponibilità significa che, a parità di dose, una quota più alta di vitamina C arriva effettivamente nel sangue e nelle cellule immunitarie, dove agisce come antiossidante e cofattore enzimatico.
Questo può essere utile in condizioni in cui il fabbisogno è aumentato (fumatori, atleti agonisti, stati infiammatori cronici, infezioni ricorrenti) o quando l’intestino è più sensibile e non tollera bene dosi elevate della forma tradizionale, perché la struttura liposomiale riduce il contatto diretto della vitamina C libera con la mucosa.
Alcuni studi in vitro e preclinici, come “Protective Effects of Liposomal Vitamin C on SARS-CoV-2 Target Genes in Kidney Cells”, Pormohammad et al., 2025, suggeriscono un potenziale effetto protettivo sulla risposta allo stress ossidativo a livello cellulare, ma si tratta ancora di dati sperimentali, non di prove cliniche definitive sull’uomo.

Dal punto di vista della sicurezza, la vitamina C liposomiale con dosaggi fisiologici o moderati (ad esempio 200–500 mg/die) è considerata generalmente sicura negli adulti sani, esattamente come la vitamina C normale.
I problemi emergono soprattutto con assunzioni croniche elevate, oltre i 1000–2000 mg al giorno, soglia che molte linee guida indicano come limite massimo tollerabile per evitare effetti indesiderati.
Le reazioni più comuni in caso di eccesso sono disturbi gastrointestinali dose-dipendenti (nausea, crampi addominali, diarrea osmotica, meteorismo), dovuti al fatto che la vitamina C non assorbita richiama acqua nel lume intestinale e irrita la mucosa.

Esistono anche alcune controindicazioni specifiche da tenere a mente prima di usare in modo disinvolto la vitamina C liposomiale ad alto dosaggio, soprattutto se assunta quotidianamente e per lunghi periodi.

Chi ha una storia di calcoli renali di tipo ossalico o soffre di nefropatie dovrebbe evitare di superare i 1000 mg/die, perché l’eccesso di vitamina C può aumentare l’escrezione urinaria di ossalati e il rischio di nuovi calcoli, come riportato in documenti di sicurezza e schede tecniche come “Vitamin C (Ascorbic Acid): Side Effects and Precautions”, WebMD, 2009, e nei riassunti per pazienti di Mayo Clinic del 2025.

Attenzione anche a condizioni come emocromatosi e talassemie, in cui dosi elevate di vitamina C possono favorire l’assorbimento di ferro e peggiorare il sovraccarico marziale; in questi casi l’integrazione, liposomiale o meno, va sempre gestita sotto stretto controllo medico.

In sintesi, la forma liposomiale non rende la vitamina C “innocua a qualsiasi dose”, ma può permettere di usare dosi un po’ più basse per ottenere gli stessi livelli plasmatici, riducendo l’impatto sull’intestino: il che è un vantaggio, ma non un lasciapassare per l’autosomministrazione senza valutare il quadro clinico complessivo.

Mangiare bene non inizia a tavola, ma molto prima: tra gli scaffali del supermercato.Accanto alla mia attività di biolog...
07/01/2026

Mangiare bene non inizia a tavola, ma molto prima: tra gli scaffali del supermercato.

Accanto alla mia attività di biologo nutrizionista, considerando l’esperienza quotidiana offerta e richiesta dai miei pazienti in questi quasi 15 anni di attività, ho deciso di offrire un nuovo servizio, il Personal Nutritional Shopper, pensato per trasformare la spesa quotidiana in uno strumento concreto di salute, consapevolezza e risultati reali.

Non si tratta di “fare la spesa al posto tuo”, ma di imparare a scegliere.
Insieme analizziamo prodotti, etichette, ingredienti e qualità nutrizionale degli alimenti, adattando ogni scelta ai tuoi obiettivi: migliorare l’alimentazione, gestire il peso, supportare l’attività sportiva, prevenire o controllare specifiche condizioni metaboliche.
Tutto basato su evidenze scientifiche e su un approccio personalizzato, perché ciò che è adatto a uno non lo è necessariamente per tutti.

Il valore aggiunto è l’integrazione tra competenza sanitaria e applicazione pratica: la teoria nutrizionale esce dallo studio e diventa quotidianità, concreta e sostenibile.
Niente indicazioni generiche, niente mode alimentari, ma scelte consapevoli costruite su misura.

Se vuoi smettere di comprare “cibo a caso” e iniziare a nutrirti davvero, anche la spesa può diventare parte del tuo percorso di salute.

Prendi il piano nutrizionale che ho redatto per te, scegli il tuo supermercato di fiducia e organizziamoci per fare la prima spesa insieme!!!

Incorporare un pasto libero settimanale all’interno di un percorso nutrizionale può rappresentare un aiuto psicologico s...
29/12/2025

Incorporare un pasto libero settimanale all’interno di un percorso nutrizionale può rappresentare un aiuto psicologico significativo, soprattutto per chi segue regimi alimentari più rigidi o restrittivi. Uno studio pubblicato su Frontiers in Endocrinology nel 2024, firmato da M. Mancini e colleghi, ha evidenziato come la possibilità di concedersi un pasto “fuori dalle regole” possa migliorare la motivazione e la sostenibilità di un piano alimentare, riducendo il rischio di abbandono del regime e di stress psicologico eccessivo. Questo tipo di strategia, nota anche come “cheat meal” o pasto libero, non va inteso come un’occasione per eccedere senza controllo, ma come un momento pianificato e consapevole, utile per soddisfare alcune voglie e mantenere una relazione più equilibrata con il cibo.​

Dal punto di vista fisiologico, il pasto libero settimanale non altera in modo rilevante i processi metabolici né induce effetti negativi duraturi, purché non venga vissuto con sensi di colpa o come un momento di perdita di controllo. Anzi, secondo uno studio pubblicato da Peppino Nutrizionista nel 2021, la consapevolezza di poter mangiare più liberamente una volta alla settimana aumenta la motivazione a seguire il resto del piano alimentare e riduce la probabilità di abbandonare il percorso nutrizionale. Inoltre, la gestione corretta del pasto libero può contribuire a mantenere una migliore qualità della vita sociale, permettendo di partecipare a momenti conviviali senza sentirsi inadeguati o esclusi.​

È però importante non sottovalutare gli aspetti psicologici legati a questo tipo di strategia. Se il pasto libero viene vissuto con ansia, senso di colpa o frustrazione, può trasformarsi in un momento di perdita di controllo, aumentando il rischio di episodi di alimentazione incontrollata o di sviluppo di disturbi alimentari, come evidenziato da uno studio pubblicato su Mens Health nel 2025. Per questo motivo, è fondamentale affrontare il pasto libero con serenità, senza considerarlo un “fallimento”, ma come parte integrante di un percorso nutrizionale sostenibile e flessibile.​

In sintesi, il pasto libero settimanale, se gestito in modo consapevole e senza rigidità eccessiva, può essere uno strumento utile per supportare la motivazione, ridurre lo stress psicologico e migliorare l’aderenza a lungo termine al piano nutrizionale. Tuttavia, è essenziale che venga vissuto senza sensi di colpa e che non si trasformi in un momento di perdita di controllo, per evitare conseguenze negative sul rapporto con il cibo e sulla salute mentale

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Via Di Corticella 181/3
Bologna
40128

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Our Story

Sono un biologo nutrizionista, laureato magistrale in Biologia della Salute, presso l’Università di Bologna. Iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine Nazionale dei Biologi, AA_70861. Esperto in nutrizione e nutrizione ed integrazione per lo sportivo, ho perfezionato i miei studi frequentando corsi post laurea e di aggiornamento sulla nutrizione umana e sulle metodiche nutrizionali, di integrazione e di allenamento per lo sportivo. Specialista in Lipidomica e Fitoterapia. Allenatore Personal Trainer I livello FIPE – Federazione Italiana Pesistica. Collaboro con palestre e centri fitness in Emilia Romagna. Scrivo e curo una video rubrica su www.intothefitness.com , dove parlo di nutrizione, nutrizione sportiva ed integrazione.

Come scritto in precedenza, lavoro mettendo insieme due passioni, la nutrizione e l’allenamento, così da creare un pacchetto unico e specializzato per offrire ai paziente un controllo a 360° del proprio benessere, convinto che nutrizione ed allenamento siano le due rotaie che vanno a completare il binario del successo in termini di salute.

Oltre che in ambulatorio, dedico buona parte della mia giornata ad allenare i miei pazienti, e non clienti, presso un piccolo centro fitness nella provincia bolognese.