Gestalt Bologna

Gestalt Bologna Psicologa e psicoterapeuta

Ci vuole un pizzico di umiltà per ammettere di avere bisogno di aiuto. Chi decide di chiedere una consulenza psicologica...
22/01/2023

Ci vuole un pizzico di umiltà per ammettere di avere bisogno di aiuto.
Chi decide di chiedere una consulenza psicologica non è peggiore di chi non lo fa.
Al contrario, è una persona consapevole del momento che sta attraversando 🤔 e ha deciso di servirsi di risorse adeguate disponibili nell'ambiente, laddove gli altri tentativi di farcela hanno fallito..

☎ 329-0365478
(Colloqui in studio a Bologna / online dovunque ti trovi)

Dott.ssa Elisabetta Galaverni
Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt ed esperienziale, Educatrice professionale socio-pedagogica

18/02/2022

Oggi, 18 febbraio, ricorre la giornata mondiale della sindrome di Asperger E, come ogni anno, verremo bombardati da una valanga di articoli carichi di imprecisioni, articoli e post che in molti casi perpetreranno stereotipi e falsi miti sull’autismo, spesso scritti da persone con una conoscenza vaga e confusa dell’argomento. E allora, proviamo a fare chiarezza sui punti che vengono sistematicamente fraintesi.

Innanzi tutto, bisogna specificare che dal 2013, con la pubblicazione della quinta edizione del manuale diagnostico dell’Associazione Psichiatrica Americana (DSM-5), la sindrome di Asperger è stata inclusa nei disturbi dello spettro autistico, scomparendo di fatto come definizione diagnostica autonoma. Stessa cosa avviene nell’undicesima edizione del manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-11).

Ma si tratta di un cambio di diagnosi che in qualche modo è stato imposto dall’alto, e oggi molte persone diagnosticate come Asperger preferiscono continuare a usare questa definizione in riferimento alla loro condizione. È una questione identitaria, e sebbene io preferisca (per vari motivi, anche sociali e politici) essere definito autistico, credo che sia una scelta personale.

Sicuramente oggi leggerete che l’asperger è caratterizzato da “deficit sociali” o “incapacità di stabilire rapporti sociali”, e che gli asperger sono “completamente disinteressati a sancire rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei” (tutto preso da articoli sull’argomento). Questo è il risultato di una visione deficitaria dell’autismo che contrasta con il concetto di neurodiversità che, lentamente, sta cominciando a diffondersi anche nel mondo accademico e clinico. Noi persone autistiche non abbiamo deficit sociali ma una differente modalità di interazione; vi invito a osservare un gruppo di persone autistiche, vedrete un livello di socialità molto alto, solo che si basa su una differente comprensione e condivisione di segnali, norme sociali, gesti. È come se neurotipici e autistici parlassimo due lingue differenti e volessimo comunicare tra noi senza cercare di trovare un linguaggio comune.

La sindrome di Asperger (l’autismo, in generale) non è una malattia.
E questo non perché ci sia qualcosa di brutto nell’essere malati, ci mancherebbe altro, ma perché l’idea di malattia è legata a quella di cura, di guarigione, di transitorietà. Lo dice anche il vocabolario Treccani che “si intende per malattia un’alterazione transitoria e reversibile”. Ma l’autismo è una condizione del neurosviluppo che accompagna la persona per tutta la vita, non si cura, è una diversa organizzazione del sistema nervoso con le conseguenti differenze comportamentali, sensoriali, cognitive ed emotive che ne conseguono (quelli che vengono definiti sintomi, parola che non trovo particolarmente piacevole, ma vabbè…). Per cui noi persone autistiche non andiamo curate (almeno, non dall’autismo), non siamo “affette” né “soffriamo” di autismo o asperger.

Inoltre, continuare a dire che “soffriamo” di autismo, non fa altro che alimentare un linguaggio sensazionalistico, del dolore, come se le persone neurodivergenti – incluse quindi quelle autistiche – vivessero costantemente una vita di sofferenza. Sarebbe invece il caso di riflettere sul fatto che una buona parte di quelle difficoltà che sicuramente incontriamo nella nostra vita, sono causate dall’interazione con una società a maggioranza neurotipica che, ovviamente, è strutturata da e per persone neurotipiche, non autistiche. Diciamo quindi che, come per la disabilità motoria esistono barriere architettoniche (e non solo quelle architettoniche), alle persone nello spettro autistico la società pone delle barriere che possono essere neurologiche, sensoriali, sociali.

Molto spesso si legge anche che gli asperger non hanno empatia.
Mi dispiace deludere i fan accaniti di quella visione dell’autismo scaduta e rancida, ma non è così. Quasi quattro decadi fa, i ricercatori Simon Baron-Cohen e Uta Frith ipotizzarono che noi persone autistiche avessimo un deficit nella Teoria della Mente[1] (ToM, o Theory of Mind, in inglese), ossia che non fossimo capaci di attribuire stati mentali a noi stesse e agli altri.

Questa idea, che ha stigmatizzato ulteriormente le persone autistiche, è stata successivamente ritrattata dallo stesso Baron-Cohen, ma soprattutto è stata sconfessata da diversi ricercatori, tra cui Ann Gernsbacher[2] oppure Damian Milton. In particolare Milton, ricercatore autistico, col suo Problema della Doppia Empatia[3] ci spiega come le persone autistiche non abbiano un deficit nella ToM, non siano carenti di empatia, ma semplicemente utilizzino altri parametri e codici per analizzare il comportamento di chi hanno di fronte, inferirne gli stati mentali e comportarsi di conseguenza. In pratica, tra autistici e non autistici parliamo due lingue differenti, e finché non troveremo un linguaggio comune avremo sempre l’impressione di non capirci a vicenda.

E quindi, come si fa? Forse potrebbe essere utile ascoltare. L’unico modo per comprendere realmente una una persona neurodivergente è ascoltarla. E ascoltare vuol dire mettere da parte i pregiudizi, non dare credito agli stereotipi; ascoltare presuppone la volontà di comprendere realmente l’altro, le sue necessità, vedere le differenze per quello che effettivamente sono: differenze, non difetti o mancanze.

NOTE:
[1] Baron-Cohen, S., Leslie, A. M., & Frith, U. (1985). Does the autistic child have a “theory of mind” ? Cognition, 21(1), 37–46. doi: 10.1016/0010-0277(85)90022-8
[2] Gernsbacher, M. A., & Yergeau, M. (2019). Empirical Failures of the Claim That Autistic People Lack a Theory of Mind. Archives of scientific psychology, 7(1), 102–118. doi:10.1037/arc0000067
[3] Milton, D. E. M. (2012). On the ontological status of autism: the “double empathy problem.” Disability & Society, 27(6), 883–887. doi:10.1080/09687599.2012.710008
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04/02/2022
"Il nostro atteggiamento deve essere simile a quello del pino di montagna: esso non si irrita quando il suo sviluppo è o...
24/12/2021

"Il nostro atteggiamento deve essere simile a quello del pino di montagna:
esso non si irrita quando il suo sviluppo è ostacolato da una pietra, né pianifica i modi in cui potrà avere ragione degli ostacoli; cerca solo di avvertire se debba crescere in una direzione piuttosto che in un'altra, nel senso della pendenza, o nel senso contrario...
Come l'albero, dobbiamo cedere a questo quasi impercettibile, ma poderoso impulso, a questa tensione spontanea verso un'unica, creativa autorealizzazione".
Cit.

15/06/2021

LA BUONA MADRE È QUELLA CHE DIVENTA INUTILE

La buona madre è quella che diventa inutile col passare del tempo.

È giunto il momento di reprimere l'impulso naturale materno di voler mettere il piccione sotto l'ala, protetto da tutti gli errori, tristezze e pericoli.

È una battaglia difficile, lo confesso. Quando comincio a indebolirmi nella lotta per controllare la super-madre che tutte abbiamo dentro, mi ricordo la frase del titolo. " La buona madre è quella che diventa inutile..."

Se ho fatto il mio dovere di madre correttamente, devo diventare inutile. E prima che una madre mi accusi di disamore, spiego cosa significa. Essere "inutile" è non lasciare che l'amore incondizionato di madre, che esisterà sempre, provochi vizio e dipendenza nei figli, come se fosse una droga, a tal punto, che loro non siano in grado di poter essere autonomi, fiduciosi e Indipendenti. Devono essere pronti a tracciare la loro rotta, a fare le loro scelte, a superare le loro frustrazioni e a commettere i propri errori anche con ogni fase della vita, una nuova perdita è un nuovo traguardo; per entrambe le parti: madre e figlio.

L'amore è un processo di liberazione permanente, e quel legame continua a trasformarsi nel corso della vita. Fino al giorno in cui i figli diventano adulti, costituiscono la loro famiglia e ricominciano il ciclo. Quello di cui hanno bisogno è di avere la certezza che saremo con loro, fermi, nell'accordo o nella divergenza, nel trionfo o nel fallimento, pronte e presenti, l'abbraccio stretto, e il conforto nei momenti difficili. I genitori e le madri, in sostanza, allevano i loro figli affinché siano liberi e non schiavi delle nostre paure. Questa è la più grande sfida e la missione principale.

Quando impariamo ad essere "inutili", ci trasformiamo in un porto sicuro dove possono attraccare.
A Chi Ami Dai:
- Ali per volare.
- Radici per tornare.
- Motivi per restare.
Facciamo figli indipendenti e sicuri di se stessi per vivere una vita piena e onesta.

A. Pintus

06/06/2021

Ascoltare chi ha bisogno di aiuto è importante, ma le relazioni unilaterali possono risultare estenuanti: lo dicono gli psicologi

29/05/2021

Gettalo a terra quel peso non tuo.
E non riprenderlo.
Mai più.
Non aiuterai nessuno trasportando i pesi degli altri.
Al contrario, li danneggerai.
Non potranno rinforzarsi, ritrovarsi, arricchirsi.
Ognuno ha la sua storia da scrivere.
E lo può fare solo tramite i tesori nascosti in ogni suo peso.
Rifiutandolo, rifiuta se stesso.
Gettandolo addosso ad altri egli perde l'occasione di trasformarlo.
In consapevolezza.
Di sé.
Crediamo di fare del bene incurvandoci la schiena di pesi non nostri.
In realtà stiamo derubando qualcuno.
Del suo più grande tesoro.
- Elena Bernabè -

Il primo Natale, il primo compleanno o il primo San Valentino, senza la persona che abbiano amato... sono ricorrenze dif...
14/02/2021

Il primo Natale, il primo compleanno o il primo San Valentino, senza la persona che abbiano amato... sono ricorrenze difficili da affrontare.
I ricordi, la nostalgia, la tristezza o la rabbia si fanno spazio e vorremmo solo che fosse già domani, un giorno "normale".
La vista degli altri, che stanno bene insieme, può essere insopportabile e spingerci verso confronti impietosi, il cui verdetto è uno solo: "ho fallito, ho sbagliato tutto, non sarò più felice, mi manca qualcosa, sono inadeguato, perché proprio a me doveva capitare?.."

Nel mio lavoro accompagno le persone ad attraversare queste dure prove. Lo ammetto. Nonostante la formazione, l'esperienza, le qualità umane che metto in campo, non è facile "stare con" il dolore, la disperazione, la morte di un sogno, la fine di un amore.
Una parte di me vorrebbe che il "male" passasse in fretta, che si accendesse qualche spiraglio di luce. D'altra parte, non sarei d'aiuto se forzassi la persona a "guardare positivo"... c'è un tempo per ogni cosa, come la notte e il giorno, l'inverno e la primavera, il dubbio e la scoperta.
Qualcosa si compie perché qualcosa ha saputo attendere, e il senso della rinascita si accumula in questa sospensione, in questo lento attraversamento.
È sempre un viaggio incerto, pericoloso, miracoloso, quello che parte dal seme addormentato e arriva ai petali più vivaci. Ma prima che la speranza possa dischiudere la sua corolla colorata e profumata, è necessario che le radici tengano ben stretta la propria zolla di terra gelata. Apparentemente morta.
Non possiamo negare il dolore, ma possiamo trasformarlo nella sostanza più fertile che c'è.

03/02/2021

30% donne ha dipendenza affettiva, ma cura c'e': partire da se stesse

In che modo vivere in un determinato ambiente impatta sulla nostra salute mentale?La Psicologia Ambientale si occupa di ...
22/01/2021

In che modo vivere in un determinato ambiente impatta sulla nostra salute mentale?

La Psicologia Ambientale si occupa di indagare questo rapporto.
In particolare studia come noi umani, con le nostre condotte (es. inquinamento e rumore), impattiamo negativamente sull'ambiente psicofisico, e come questo impatto può, a sua volta, compromette la nostra salute e benessere, in un circolo vizioso.

Nella Psicologia Ambientale l’ambiente è un fattore critico e non è considerato come un semplice sfondo a comportamenti o relazioni tra individui

10/01/2021

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Via Caduti Di Casteldebole, 68
Bologna
40132

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