Studio di Psicoterapia Dott.ssa Francesca Cosentino

Studio di Psicoterapia Dott.ssa Francesca Cosentino Psicoterapeuta ad orientamento umanistico relazionale, neuroscienze, ipnosi e rilassamento.

Guerra. Il trauma agito.Il cielo si fa grigio come se l’inconscio collettivo di intere nazioni stesse vomitando traumi a...
02/03/2026

Guerra. Il trauma agito.
Il cielo si fa grigio come se l’inconscio collettivo di intere nazioni stesse vomitando traumi antichi: l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta missilistica iraniana non sono solo eventi strategici ma ripetizioni compulsive di ferite storiche e di umiliazioni sedimentate.
Ogni esplosione è un sintomo, ogni sirena un ritorno del rimosso, ogni strategia militare un tentativo di difendere un Io nazionale minacciato e fragile.
L’“Altro” diventa proiezione di desideri, paure e rabbie non riconosciute, generando un ciclo di violenza che rispecchia ansie profonde e conflitti edipici collettivi…infatti dietro ogni dichiarazione ed ogni azione, si nasconde il bisogno di riconoscimento e di sopravvivenza simbolica,una pulsione primaria di controllo e di identificazione che rende il conflitto esterno l’emergere del conflitto interno,un teatro psichico dove dolore, paura e orgoglio si fondono e parlano la lingua dell’inconscio.

23/02/2026
In che modo i traumi non elaborati possono impedìre relazioni di amicizia sane? 👁️👁️Il trauma relazionale incide in modo...
11/02/2026

In che modo i traumi non elaborati possono impedìre relazioni di amicizia sane? 👁️👁️
Il trauma relazionale incide in modo profondo e spesso silenzioso sullo stile di amicizia dell’adulto perché altera le aspettative di base con cui l’individuo entra in relazione.Quando le prime figure significative sono state fonte di paura, incoerenza, rifiuto o imprevedibilità, il sistema di attaccamento descritto da Bowlby non si organizza intorno alla sicurezza, ma intorno alla sopravvivenza emotiva.Le relazioni future, comprese le amicizie, vengono così vissute non come spazi di nutrimento reciproco, ma come contesti potenzialmente pericolosi.
Nel trauma relazionale precoce – come mostrano gli studi sull’attaccamento disorganizzato di Main e Hesse – la figura che dovrebbe offrire protezione coincide con la fonte di minaccia. Questo genera modelli operativi interni contraddittori: desiderio intenso di vicinanza e simultaneo impulso alla fuga. Nell’amicizia adulta ciò può tradursi in dinamiche ambivalenti, fatte di avvicinamenti intensi seguiti da improvvisi distacchi, oppure in relazioni caotiche dove la fiducia non riesce mai a stabilizzarsi.
Dal punto di vista psicoanalitico, il trauma relazionale compromette l’integrazione dell’oggetto descritta da Melanie Klein. L’altro può essere percepito alternativamente come totalmente buono o totalmente minaccioso, senza una sintesi stabile. Questo favorisce idealizzazioni rapide e delusioni altrettanto drastiche. La difficoltà non è soltanto fidarsi dell’amico, ma tollerare che l’amico sia imperfetto senza che ciò riattivi vissuti di abbandono o umiliazione originari.
Winnicott sottolineerebbe che il trauma compromette la continuità dell’essere e la possibilità di sentirsi reali in relazione. Se l’ambiente primario non è stato “sufficientemente buono”, l’individuo può sviluppare un falso Sé adattivo. Nell’amicizia adulta questo si manifesta come tendenza a compiacere, a mostrarsi sempre adeguati o forti, evitando l’autenticità per paura di essere rifiutati. La relazione diventa allora un luogo di performance più che di spontaneità.
Kohut, nella Psicologia del Sé, descriverebbe l’effetto del trauma come una frattura nella coesione del Sé. L’amico può essere investito della funzione di oggetto-Sé riparativo: qualcuno che deve colmare vuoti antichi, offrire rispecchiamento costante, garantire stabilità emotiva. Quando l’altro inevitabilmente non riesce a soddisfare queste aspettative totalizzanti, la delusione può essere vissuta come crollo narcisistico, non come normale frustrazione.
Le ricerche contemporanee sul trauma complesso e sulla regolazione emotiva mostrano inoltre che le esperienze relazionali traumatiche alterano i sistemi neurobiologici dello stress. L’intimità può attivare iperattivazione o dissociazione. Nell’amicizia ciò si traduce in difficoltà a modulare la vicinanza: alcuni adulti diventano ipervigili, interpretano segnali neutri come rifiuti, altri si distaccano emotivamente quando la relazione si fa troppo profonda.
In sintesi, il trauma relazionale non impedisce il desiderio di amicizia, che spesso resta molto intenso, ma altera la percezione della sicurezza nel legame. L’adulto può oscillare tra bisogno e difesa, tra idealizzazione e ritiro, tra ricerca di fusione e paura dell’esposizione. …Lo stile di amicizia diventa così il riflesso di antiche strategie di adattamento, costruite per proteggersi dal dolore, ma che nel presente rendono complesso vivere la reciprocità, la fiducia e la continuità affettiva che caratterizzano un’amicizia stabile.
Questa riflessione stimola la capacità che abbiamo di cambiare sempre le cose, di stare dentro a quel movimento che è la vivacità relazionale e di aspettarci che accada ciò che più temiamo o desideriamo.

👁️Ultimamente ho avuto in terapia adolescenti e giovani adulti che mi hanno fatto riflettere. Così ho lasciato per un at...
06/02/2026

👁️Ultimamente ho avuto in terapia adolescenti e giovani adulti che mi hanno fatto riflettere.
Così ho lasciato per un attimo i miei riferimenti cognitivi, le teorie comportamentali e i vari manuali diagnostici che danno a noi clinici la sicurezza di essere sulla strada giusta.
👁️ Ho riletto con piacere Margareth Mead, cercando forse quelle risposte profonde di cui hanno tanto bisogno i ragazzi.
Mi sono accorta che Margaret Mead ha offerto alla clinica contemporanea una chiave di lettura profondamente compatibile con la teoria relazionale e con la teoria dell’attaccamento, pur non appartenendo formalmente a nessuna delle due. Il suo contributo più radicale per me,non risiede solo nell’aver mostrato che lo sviluppo umano è culturalmente mediato, ma nell’aver implicitamente affermato che la mente nasce, si organizza e soffre sempre all’interno di una rete di relazioni significative. E’ incredibile notare come questa intuizione dialoghi in modo diretto con l’assunto fondamentale della psicoanalisi relazionale: non esiste un Sé isolato, ma un Sé che prende forma nel campo intersoggettivo.
Negli studi della Mead sull’adolescenza e sui ruoli di genere, emerge con forza un’idea che oggi è centrale anche nella clinica: il disagio psichico non è il prodotto inevitabile di pulsioni interne, ma l’esito di relazioni che non riescono a contenere, rispecchiare e dare senso all’esperienza emotiva.
In questo senso, la cultura descritta dalla Mead può essere letta come una matrice relazionale primaria, una sorta di “ambiente di attaccamento esteso”, capace o meno di fornire sicurezza emotiva, dove le relazioni sociali sono prevedibili, inclusive e non giudicanti, l’angoscia diminuisce; dove sono frammentate, performative o punitive, la sofferenza aumenta.
La teoria dell’attaccamento di Bowlby trova qui un’eco potente: ciò che garantisce uno sviluppo psichico sufficientemente sano non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di legami affidabili.
Proprio così .
La Mead, osservando culture in cui la crescita avveniva senza rotture traumatiche, mostrava indirettamente come la sicurezza emotiva non sia solo una funzione della diade madre-bambino, ma del contesto relazionale complessivo. Oggi, molti pazienti mi portano in seduta storie di attaccamento formalmente “adeguato”, ma vissuti profondi di insicurezza, solitudine e non riconoscimento, che possono essere letti come esiti di ambienti culturali emotivamente incoerenti o non sintonizzati.
Dal punto di vista clinico, integrare la visione della Mead con la teoria relazionale, significa riconoscere che il setting terapeutico diventa uno spazio in cui il paziente può finalmente fare esperienza di un legame diverso: un legame in cui l’altro non impone significati, ma li co-costruisce.
In seduta la sofferenza non viene interpretata come deficit individuale, ma come memoria relazionale incarnata, spesso legata a esperienze di attaccamento insicuro o disorganizzato amplificate da pressioni culturali contemporanee. Ansia, vergogna, senso di vuoto e frammentazione identitaria non sono solo sintomi, ma segnali emotivi di una mente che non ha trovato sufficiente rispecchiamento.
In questa prospettiva, l’eredità di Margaret Mead diventa profondamente emotiva e clinicamente viva: ci ricorda che curare non significa adattare l’individuo a un modello normativo, ma offrirgli una relazione in cui poter sentire che il proprio modo di essere ha diritto di esistere. Una psicoanalisi relazionale, risponde così a uno dei bisogni psicologici più urgenti del nostro tempo: essere visti, compresi e tenuti nella relazione, prima ancora che spiegati.❤️

Perché alcuni bambini reagiscono con rabbia e comportamenti eccessivi di fronte alla frustrazione?Alcuni studi di risona...
02/02/2026

Perché alcuni bambini reagiscono con rabbia e comportamenti eccessivi di fronte alla frustrazione?

Alcuni studi di risonanza magnetica funzionale, evidenziano come, nei bambini più facilmente frustrabili e irritabili, alcune aree cerebrali quali amigdala, striato e corteccia prefrontale presentino un funzionamento alterato, con ripercussioni sulla capacità di riconoscere correttamente le espressioni facciali altrui, errata aspettativa di ricompensa e scarsa tolleranza alla frustrazione. (Tseng et al., 2019; Deveney et al., 2013; White et al., 2018)da State of mind

E’ importante avere una routine giornaliera di mindfulness ❤️
02/02/2026

E’ importante avere una routine giornaliera di mindfulness ❤️

La spiegazione psicologica del nazismo👁️👁️👁️.Prima dell’avvento del nazismo, Erich Fromm svolse un lavoro di ricerca che...
28/01/2026

La spiegazione psicologica del nazismo👁️👁️👁️.
Prima dell’avvento del nazismo, Erich Fromm svolse un lavoro di ricerca che oggi appare di straordinaria lucidità anticipatrice. Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, nel contesto della Repubblica di Weimar, Fromm si trovò a interrogarsi su una questione che all’epoca risultava tutt’altro che ovvia: perché ampi strati della popolazione tedesca, compresi lavoratori e ceti medi che formalmente si riconoscevano in partiti progressisti o socialdemocratici, mostravano una crescente attrazione per forme di autorità rigide e per movimenti politici apertamente antidemocratici.
La sua risposta non fu né puramente economica né esclusivamente ideologica, ma si collocò in uno spazio allora poco esplorato, quello dell’intreccio tra struttura sociale e struttura psichica.

All’interno dell’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte, Fromm contribuì a un progetto che mirava a integrare marxismo e psicoanalisi. L’idea di fondo era che i rapporti di produzione e le condizioni materiali non potessero spiegare da sole i comportamenti politici delle masse, se non venivano messe in relazione con il modo in cui gli individui interiorizzavano l’autorità, vivevano la libertà e costruivano la propria identità. In questo quadro si collocano le ricerche empiriche condotte tra il 1929 e il 1931, basate anche sull’uso di questionari somministrati a operai e impiegati tedeschi. Non si trattava di semplici strumenti statistici, ma di dispositivi psico-sociali pensati per far emergere atteggiamenti profondi, spesso non pienamente consapevoli, nei confronti del potere, della disciplina, della gerarchia e delle figure autoritarie.

Fromm era interessato a capire come le persone reagivano all’autorità nella vita quotidiana, in particolare all’interno della famiglia, del lavoro e delle organizzazioni politiche. I questionari indagavano il rapporto con il padre, l’idea di obbedienza, l’atteggiamento verso i più deboli e verso le minoranze, la concezione della libertà e della responsabilità individuale.
Le risposte venivano poi interpretate alla luce della psicoanalisi, con l’obiettivo di individuare delle strutture di carattere relativamente stabili.
Ciò che emerse fu che una parte significativa dei soggetti presentava tratti autoritari marcati, pur dichiarandosi favorevole, sul piano politico, a valori democratici o socialisti. In altre parole, l’orientamento ideologico esplicito non coincideva necessariamente con la disposizione emotiva e caratteriale profonda.

Da queste analisi Fromm sviluppò il concetto di carattere autoritario, inteso come una struttura psichica caratterizzata da una forte tendenza alla sottomissione verso l’alto e da un’altrettanto forte aggressività verso il basso. L’individuo autoritario prova sicurezza nell’obbedienza, trae sollievo dall’esistenza di un potere forte e definito e tende a scaricare la propria angoscia su gruppi percepiti come deboli o devianti. Questo tipo di personalità non nasce spontaneamente, ma si forma attraverso processi di socializzazione precoci, in particolare all’interno della famiglia patriarcale, dove l’autorità viene interiorizzata come valore morale e non come relazione storica e modificabile.

Queste riflessioni confluirono, a metà degli anni Trenta, nello studio collettivo su autorità e famiglia, nel quale Fromm analizzò il modo in cui la struttura familiare tradizionale preparava gli individui ad accettare forme di dominio politico autoritario. La famiglia, secondo Fromm, non era semplicemente un’istituzione privata, ma un luogo chiave di mediazione tra società e psiche, in cui si apprendeva a obbedire, a reprimere il dissenso e a identificare la sicurezza con la sottomissione. In questo senso, il totalitarismo non appariva come una rottura improvvisa, ma come l’esito di disposizioni psicologiche già largamente diffuse.

Il collegamento tra questi studi e l’avvento del nazismo diventa evidente se si considera che Fromm individuò, prima del 1933, una diffusa paura della libertà. La crisi economica, l’instabilità politica e la dissoluzione dei vecchi riferimenti sociali avevano prodotto un senso di insicurezza profonda. Molti individui, formalmente emancipati dai vincoli tradizionali, non riuscivano a sostenere il peso dell’autonomia e della responsabilità individuale. In questo vuoto, l’autorità totale offerta dal nazismo apparve come una soluzione psicologica prima ancora che politica.
Il Führer incarnava una figura paterna onnipotente, il movimento forniva un’identità collettiva rassicurante e l’antisemitismo offriva un bersaglio su cui proiettare frustrazioni e paure.

Fromm interpretò quindi il consenso al nazismo non come il risultato di una mera manipolazione o di un’adesione ideologica superficiale, ma come l’espressione di bisogni psichici profondi.
Il regime permetteva agli individui di sottomettersi sentendosi al tempo stesso parte di una forza potente, risolvendo così il conflitto tra impotenza e desiderio di grandezza. Questa lettura venne poi sistematizzata durante l’esilio negli Stati Uniti, soprattutto nel libro Fuga dalla libertà, dove Fromm ampliò l’analisi sostenendo che la modernità, liberando l’individuo dai legami tradizionali, aveva anche generato nuove forme di solitudine e angoscia. Il fascismo, e in particolare il nazismo, rappresentava per lui una risposta patologica a questa condizione, una fuga dalla libertà mascherata da destino collettivo.

In questo senso, gli studi empirici di Fromm e i suoi questionari non furono semplicemente un’analisi sociologica del presente, ma una vera e propria diagnosi preventiva.
Essi mostrarono come il terreno psicologico su cui il nazismo avrebbe attecchito fosse già ampiamente preparato, rivelando che la minaccia autoritaria non nasce all’improvviso, ma cresce silenziosamente all’interno delle strutture quotidiane della vita sociale e familiare.

Indirizzo

Galleria Cavour 3 Bologna
Bologna

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 18:00
Martedì 09:00 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 18:00
Giovedì 09:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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