13/01/2026
Lo sguardo dell’Altro.👁️👁️
Nella pratica psicoterapeutica, lo sguardo dell’altro non è una metafora astratta, ma un’esperienza concreta e profondamente incarnata. È qualcosa che si riattiva nella relazione terapeutica e che attraversa la storia affettiva del paziente, spesso ben prima che le parole possano organizzarsi in un racconto coerente. Molti percorsi clinici iniziano da un disagio che fatica a trovare forma, ma che può essere condensato in una domanda silenziosa e persistente: esisto davvero per qualcuno?
Winnicott ha mostrato come il Sé prenda forma nello sguardo della madre sufficientemente buona, in quello spazio di rispecchiamento in cui il bambino si sente visto, riconosciuto, tenuto nella mente dell’altro. È attraverso questo sguardo che il soggetto comincia a percepirsi come reale, continuo, degno di esistere. Quando il rispecchiamento è coerente e affidabile, il Sé può strutturarsi con una sensazione di sicurezza di base. Quando invece è assente, intrusivo o discontinuo, l’individuo cresce con una fragilità profonda del senso di sé, che in età adulta si manifesta come bisogno intenso di riconoscimento e, allo stesso tempo, come paura costante di non meritare lo sguardo dell’altro.
Nel lavoro clinico, questa fragilità emerge spesso nella qualità delle relazioni affettive. Il desiderio dell’altro non è vissuto solo come un’esperienza emotiva, ma come una conferma ontologica. Lacan ha sottolineato come il desiderio sia sempre desiderio dell’Altro: il soggetto non desidera semplicemente, ma desidera essere desiderato. Non basta amare, non basta essere presenti; ciò che conta è occupare un posto nello sguardo dell’altro. Quando questo posto sembra vacillare, il vissuto che si attiva non riguarda solo la perdita della relazione, ma una minaccia più profonda all’esistenza psichica stessa.
In molti pazienti, soprattutto con organizzazioni borderline o narcisistiche, il desiderio dell’altro funziona come regolatore dell’autostima e della coesione del Sé. La relazione viene caricata di un peso eccessivo: deve sostenere l’identità, garantire continuità, riparare ferite antiche. Quando lo sguardo dell’altro si sposta, si raffredda o semplicemente non risponde come atteso, emergono vissuti intensi di angoscia, rabbia, vergogna. Non è il presente a essere vissuto, ma un passato relazionale che si riattualizza, spesso senza essere riconosciuto come tale.
La gelosia, in questa prospettiva, non può essere ridotta a una semplice emozione reattiva o a un tratto caratteriale. Clinicamente, essa si configura come una difesa contro l’angoscia di annientamento. Il soggetto geloso non teme solo di perdere l’altro, ma di perdere sé stesso nello sguardo dell’altro. La presenza reale o immaginata di un terzo diventa allora intollerabile, perché minaccia la posizione faticosamente conquistata nel campo del desiderio.
Kohut ha descritto come, in assenza di un adeguato rispecchiamento narcisistico nelle prime relazioni, l’individuo resti dipendente da conferme esterne per mantenere la coesione del Sé. In questi casi, la competizione diventa una modalità privilegiata di regolazione interna. Il confronto con l’altro non è orientato alla crescita, ma alla sopravvivenza psichica. Vincere, eccellere, primeggiare diventano condizioni necessarie per sentirsi vivi; perdere equivale a scomparire, a essere esclusi dallo sguardo che conta.
La teoria dell’attaccamento offre un’ulteriore chiave di lettura. Pazienti con storie di attaccamento insicuro o disorganizzato tendono a vivere la relazione come intrinsecamente instabile. Lo sguardo dell’altro è percepito come imprevedibile, facilmente ritirabile, e per questo deve essere costantemente monitorato. In terapia, questo si traduce spesso in una sensibilità estrema ai micro-segnali del terapeuta: un silenzio può essere vissuto come disinteresse, un limite come rifiuto, una variazione nel tono come segnale di abbandono. La gelosia e la competizione, in questi casi, non sono espressioni di aggressività, ma tentativi disperati di mantenere la vicinanza.
Il corpo occupa un posto centrale in queste dinamiche. Nella clinica, il corpo è spesso il primo luogo in cui il bisogno di riconoscimento si iscrive. Nei disturbi dell’immagine corporea, nei disturbi alimentari e nelle organizzazioni narcisistiche, il corpo diventa un oggetto da offrire allo sguardo dell’altro, uno strumento attraverso cui ottenere valore e conferma. L’esposizione del corpo sostituisce, almeno in parte, l’esposizione emotiva, vissuta come troppo rischiosa.
Winnicott parlerebbe, in questi casi, di un falso Sé che si organizza anche a livello corporeo: un corpo adattato, controllato, performante, che funziona come interfaccia relazionale, mentre il vero Sé resta protetto, nascosto, temendo di non essere accolto se mostrato nella sua vulnerabilità. Il corpo diventa visibile, mentre il soggetto resta invisibile a sé stesso.
Esporsi come persone, e non solo come corpi o come prestazioni, rappresenta uno dei passaggi più difficili nel lavoro terapeutico. Mostrare bisogni, limiti, dipendenza affettiva significa rinunciare al controllo. Molti pazienti hanno imparato molto presto che la vulnerabilità comporta una perdita: di amore, di rispetto, di sicurezza. Di conseguenza, costruiscono un Sé competente, efficiente, adattato, che funziona nel mondo ma fatica a sentire di esistere davvero.
La relazione terapeutica offre la possibilità di un’esperienza diversa. Non perché sia priva di tensioni o di limiti, ma perché propone uno sguardo che non compete, non seduce, non ritira il riconoscimento di fronte alla fragilità. Nel tempo, attraverso la continuità e la tenuta della relazione, il paziente può interiorizzare uno sguardo nuovo, capace di restare anche quando il Sé non performa, anche quando è confuso, geloso, dipendente.
Questo processo consente una lenta ma profonda trasformazione. Il valore personale comincia a separarsi dal desiderio dell’altro, e la relazione smette di essere un luogo di sopravvivenza per diventare uno spazio di incontro. Il soggetto non è più costretto a esibirsi per esistere. Può, gradualmente, abitare la relazione come presenza intera, non come oggetto da desiderare o da valutare.
Non tutti comprenderanno, ma il mio sguardo è rivolto proprio a voi.