28/12/2025
Trasfuso un testimone di Geova. Perché è così difficile garantire un diritto apparentemente “elementare”?
Vicenda nota: paziente nega consenso alla trasfusione ad un primo intervento, qualcosa va storto, torna in sala. Il breve tempo non permette di contrastare l’anemia per vie naturali: rischio vita alto. Il sangue serve davvero, alternativa funerale. Il medico chiama il magistrato, autorizzazione, vita salvata. Finita così? Non è detto: la stampa riporta altri casi: processi, sentenze ed un ospedale condannato all’indennizzo per una trasfusione non voluta.
Perché è così difficile garantire il diritto trasfusione no, apparentemente elementare? La scelta è del paziente ed il medico la deve sempre tutelare indipendentemente dalla sua posizione personale. Per il paziente minore o incapace di intendere non decide comunque il medico, ma il magistrato. Tutto facile quindi? Solo nel mondo di bianchi o neri.
Condizioni critiche, no consenso alla trasfusione, sala operatoria: da chirurgo ho un mandato e devo fermarmi dove vuole il paziente, ed io li mi fermo. Mi costa, perché l’attaccamento alla vita vale anche per quella degli altri: l’empatia, che aiuta a curare bene non è un interruttore che si può spegnere a comando: non è come perdere a tennis: vero che non ho generato io l’incidente, vero che è arrivato in condizioni critiche, vero che ce l’ho messa tutta cercando di salvargli la vita con gli strumenti che lui mi consentito di usare, ma vero anche che sarebbe potuta andare diversamente. Trent’anni di sala operatoria non bastano per abituarsi a vedere le conseguenze di una scelta estrema sulle facce di pietrificate di chi in sala di attesa sperava nella clemenza del destino ed invece si sente dire “non è andata”: tutto questo anche se è difficile da accettare lo rispetto fino in fondo.
Quando poi va male, che tutele ho dalla legge per non rispondere sul piano personale della morte del paziente? Oggi prendo quella decisione con 11.000 interventi sulle spalle, ma se al mio posto è chiamato un bravissimo chirurgo ad inizio carriera? In entrambi i casi, col senno del poi, qualcuno può dire che anche in assenza di trasfusione si sarebbe potuto fare questo o quello, oppure che un altro chirurgo più abile a dominare l’emorragia avrebbe salvato il paziente.
Le vie della giurisprudenza sono infinite: servono le spalle larghe e molta pazienza, perché non è detto che finisca bene. Alla fine potrei essere condannato. Se l’avessi trasfuso si sarebbe salvato sarei stato condannato, ma per un altro motivo. Paradossale no? Cosa è peggio?
Oltre la giurisprudenza c’è comunque la coscienza, ed un decesso, per un chirurgo è un peso da portare per tutta la vita, ed anche questo va messo nel conto. Il contesto di urgenza non è comunque la peggiore situazione, perché nei confronti del paziente che necessita di un grosso intervento programmabile la decisione è pure peggiore, perché presa a tavolino.
“Professore, so che lei per questo intervento ha abbattuto la necessità di trasfusioni, sono qui perché io non do il consenso”. Certo, la necessità di trasfusione è scesa dal 50% a 1 paziente su 20, ma chi ci garantisce che lei cada nei 19 in cui non serve? E se fosse quell’uno? Certo, quello non vorrebbe essere nessuno, ma la chirurgia rimane un atto estremamente complesso dalle variabili non totalmente prevedibili.
Paradossalmente per un chirurgo il peso della responsabilità è addirittura maggiore su procedure a basso rischio di trasfusione, perché tenuto a compiere un’azione elevando il rischio di errore fatale.
Se il paziente si anemizza e muore, dopo la tragedia, inizia uno strascico dove il consenso firmato non solleva dalla responsabilità legale e dalla pretesa che il paziente avrebbe dovuto ricadere necessariamente tra i 19 da non trasfondere: partono ipotesi di errore durante l’intervento, cercando quel qualcosa che ha permesso ad altri di farcela ma non a lui: la realtà ne bianca ne nera cade in una zona grigia dove ogni caso è a se: la cartella clinica va alla Procura della Repubblica con ipotesi di omicidio e se non c’è l’archiviazione, si devono affrontare tre gradi di giudizio.
Ecco che garantire un diritto apparentemente “elementare” del paziente, scegliere per se stesso non è sempre facile perché con le leggi attuali è come chiedere al chirurgo di passare su un’asse di equilibrio, con sotto un coccodrillo. Chi me lo fa fare? In emergenza posso dichiarare il paziente inoperabile, mentre nella chirurgia programmata posso fare un passo indietro. Il “non me la sento” non è perseguibile da nessuno, trarre uno: me stesso. Per questo, fino ad oggi, non mi sono mai tirato indietro.
Prof. Cesare Faldini
Direttore Dipartimento Patologie Complesse
Istituto Ortopedico Rizzoli - Università di Bologna