Prof. Cesare Faldini, Chirurgo Ortopedico

Prof. Cesare Faldini, Chirurgo Ortopedico Direttore Clinica Ortopedia 1, Istituto Ortopedico Rizzoli, Università di Bologna.

08/01/2026

Una metodologia innovativa per trattare le lesioni osteocondrali della caviglia grazie alla stretta integrazione tra le competenze chirurgiche della Clinica ...

Spaghettino al ragù vegetale alla Mutti con aglio olio e peperoncino, parmigiano. Tra un sorso di spuma gelata e l’altro...
31/12/2025

Spaghettino al ragù vegetale alla Mutti con aglio olio e peperoncino, parmigiano. Tra un sorso di spuma gelata e l’altro penso: chi sono miei eroi del 2025?

Attentato di Hanukkah a Bondi Beach, Boris e Sofia Gurman, invece di fuggire agli spari vanno incontro ed affrontano Sajid Akram e vengono uccisi.

Poi c’è Ahmed al Ahmed, stesso gesto. C’è un video dove lui è di spalle al terrorista che corre dalla parte opposta. Chi glielo fa fare? Lui corre verso l’uomo armato, da dietro lo affronta, ed in qualche modo lo ferma.

Sedici morti, quaranta feriti. Quanti in più senza questi tre eroi? Due si sono sacrificati in difesa della propria comunità, ebrei di origine Russa. Uno rimane ferito, è un musulmano di origine Siriana.

Un musulmano Siriano che sventa un attentato dell’Isis ad opera di due terroristi islamici ad una festa ebraica. La forza del suo gesto va oltre.

E dal 2025 ho concluso, auguri a tutti, linea allo studio!

Trasfuso un testimone di Geova. Perché è così difficile garantire un diritto apparentemente “elementare”? Vicenda nota: ...
28/12/2025

Trasfuso un testimone di Geova. Perché è così difficile garantire un diritto apparentemente “elementare”?

Vicenda nota: paziente nega consenso alla trasfusione ad un primo intervento, qualcosa va storto, torna in sala. Il breve tempo non permette di contrastare l’anemia per vie naturali: rischio vita alto. Il sangue serve davvero, alternativa funerale. Il medico chiama il magistrato, autorizzazione, vita salvata. Finita così? Non è detto: la stampa riporta altri casi: processi, sentenze ed un ospedale condannato all’indennizzo per una trasfusione non voluta.

Perché è così difficile garantire il diritto trasfusione no, apparentemente elementare? La scelta è del paziente ed il medico la deve sempre tutelare indipendentemente dalla sua posizione personale. Per il paziente minore o incapace di intendere non decide comunque il medico, ma il magistrato. Tutto facile quindi? Solo nel mondo di bianchi o neri.

Condizioni critiche, no consenso alla trasfusione, sala operatoria: da chirurgo ho un mandato e devo fermarmi dove vuole il paziente, ed io li mi fermo. Mi costa, perché l’attaccamento alla vita vale anche per quella degli altri: l’empatia, che aiuta a curare bene non è un interruttore che si può spegnere a comando: non è come perdere a tennis: vero che non ho generato io l’incidente, vero che è arrivato in condizioni critiche, vero che ce l’ho messa tutta cercando di salvargli la vita con gli strumenti che lui mi consentito di usare, ma vero anche che sarebbe potuta andare diversamente. Trent’anni di sala operatoria non bastano per abituarsi a vedere le conseguenze di una scelta estrema sulle facce di pietrificate di chi in sala di attesa sperava nella clemenza del destino ed invece si sente dire “non è andata”: tutto questo anche se è difficile da accettare lo rispetto fino in fondo.

Quando poi va male, che tutele ho dalla legge per non rispondere sul piano personale della morte del paziente? Oggi prendo quella decisione con 11.000 interventi sulle spalle, ma se al mio posto è chiamato un bravissimo chirurgo ad inizio carriera? In entrambi i casi, col senno del poi, qualcuno può dire che anche in assenza di trasfusione si sarebbe potuto fare questo o quello, oppure che un altro chirurgo più abile a dominare l’emorragia avrebbe salvato il paziente.

Le vie della giurisprudenza sono infinite: servono le spalle larghe e molta pazienza, perché non è detto che finisca bene. Alla fine potrei essere condannato. Se l’avessi trasfuso si sarebbe salvato sarei stato condannato, ma per un altro motivo. Paradossale no? Cosa è peggio?

Oltre la giurisprudenza c’è comunque la coscienza, ed un decesso, per un chirurgo è un peso da portare per tutta la vita, ed anche questo va messo nel conto. Il contesto di urgenza non è comunque la peggiore situazione, perché nei confronti del paziente che necessita di un grosso intervento programmabile la decisione è pure peggiore, perché presa a tavolino.

“Professore, so che lei per questo intervento ha abbattuto la necessità di trasfusioni, sono qui perché io non do il consenso”. Certo, la necessità di trasfusione è scesa dal 50% a 1 paziente su 20, ma chi ci garantisce che lei cada nei 19 in cui non serve? E se fosse quell’uno? Certo, quello non vorrebbe essere nessuno, ma la chirurgia rimane un atto estremamente complesso dalle variabili non totalmente prevedibili.

Paradossalmente per un chirurgo il peso della responsabilità è addirittura maggiore su procedure a basso rischio di trasfusione, perché tenuto a compiere un’azione elevando il rischio di errore fatale.

Se il paziente si anemizza e muore, dopo la tragedia, inizia uno strascico dove il consenso firmato non solleva dalla responsabilità legale e dalla pretesa che il paziente avrebbe dovuto ricadere necessariamente tra i 19 da non trasfondere: partono ipotesi di errore durante l’intervento, cercando quel qualcosa che ha permesso ad altri di farcela ma non a lui: la realtà ne bianca ne nera cade in una zona grigia dove ogni caso è a se: la cartella clinica va alla Procura della Repubblica con ipotesi di omicidio e se non c’è l’archiviazione, si devono affrontare tre gradi di giudizio.

Ecco che garantire un diritto apparentemente “elementare” del paziente, scegliere per se stesso non è sempre facile perché con le leggi attuali è come chiedere al chirurgo di passare su un’asse di equilibrio, con sotto un coccodrillo. Chi me lo fa fare? In emergenza posso dichiarare il paziente inoperabile, mentre nella chirurgia programmata posso fare un passo indietro. Il “non me la sento” non è perseguibile da nessuno, trarre uno: me stesso. Per questo, fino ad oggi, non mi sono mai tirato indietro.

Prof. Cesare Faldini
Direttore Dipartimento Patologie Complesse
Istituto Ortopedico Rizzoli - Università di Bologna

21/12/2025
26/11/2025

Ricordi in pillole della spedizione Camerun 2025. Questa volta con noi anche un ospite veramente speciale: Francesco Porcelli chirurgo generale. Si può operare un’ernia addominale con le sole suture senza l’uso di costosi dispositivi impiantabili come le retine? Certo! Francesco, maestro in questo tipo di chirurgia tutta biologica ha messo a disposizione la sua esperienza (e le sue ferie) per portare una tecnica biologica, mini invasiva, rispettosa dei tessuti ma soprattutto poco costosa. Il mix giusto per il contesto africano. Grazie Francesco! Abbiamo imparato tutto qualcosa dalla tua esperienza, anche affrontando insieme i più complicati interventi ortopedici! Ti aspettano anche l’anno prossimo! Sei uno di noi !! 🇨🇲

22/11/2025

Dolore al rachide cervicale: un sintomo molto comune che tutti almeno una volta abbiamo avuto. Da dove arriva? Le sette vertebre cervicali possono andare incontro ad infiammazione, sovraccarico, qualche volta un processo artrosico, più raramente ernia del disco. Com’è gestire in autonomia i primi sintomi? Quando rivolgersi allo specialista? Bisogna preoccuparsi in caso di ernia? Ci vediamo più tardi alle 10:30 su Raiuno, buongiorno benessere ospite di Vira Carbone approfondiremo tutti questi aspetti …. a più tardi!

Emergenza lista d’attesa al Rizzoli di Bologna: mobilità (dei pazienti) definita canaglia? Parliamone. Al Rizzoli di Bol...
17/11/2025

Emergenza lista d’attesa al Rizzoli di Bologna: mobilità (dei pazienti) definita canaglia? Parliamone.

Al Rizzoli di Bologna, undicesimo ospedale al mondo per l’ortopedia, con i suoi 28000 pazienti in lista d’attesa far “sparire” i pazienti delle altre regioni non risolverebbe un gran che: la lista sarebbe lo stesso lunga. Se un ospedale pubblico genera attrazione per l’elevata qualità delle cure dovrebbe ricevere più risorse per ridurre l’attesa dei pazienti, non chiudere loro la porta in faccia. E’ così in tutto il mondo, purtroppo non da noi.

La richiesta di risorse per ridurre l’attesa della lista operatoria SSN dando voce ai pazienti che attendono mediamente oltre 18 mesi per un intervento ha generato molte polemiche ma non la risposta fondamentale: quanti pazienti in più potremo operare nel 2026? Se saranno gli stessi del 2025 o poche centinaia in più, il nostro appello sarà caduto nel vuoto.

Gli spazi fisici ci sarebbero, ma non tutte le sale operatorie sono attive 12 ore al giorno, manca personale, di conseguenza ci sono letti vuoti, perché il collo di bottiglia è lo spazio chirurgico: bisogna aumentare le sale attive e non ridurre i letti dei reparti scongiurando un adeguamento al ribasso della produzione che sarebbe un insulto ai pazienti che da tutta Italia si sono rivolti al Rizzoli e che soffrono ogni giorno per il ritardo di una chiamata: come si può definirli “mobilità canaglia”? I pazienti sono tutti uguali davanti alla malattia, da ovunque arrivino: ci auguriamo che non si arrivi al concetto di “curiamoli a casa loro”, tantomeno prima i Bolognesi che sarebbe una traslazione in piccolo di prima gli Italiani.

Inoltre ogni reparto interrompe l’attività elettiva una settimana su quattro per effettuare “traumatologia di primo livello”: lo spostamento di questa nei centri traumatologici cittadini permetterebbe di recuperare il 25% di spazi per abbattere la lista d’attesa.

Spostare il problema sul paziente libero di decidere dove curarsi, è “un’arma di distrazione di massa”: la Costituzione Italiana tutela il suo diritto di scegliere: se una piattaforma come il Rizzoli ha maggiore attrattiva per meriti riconosciuti non solo a livello nazionale ma anche mondiale, rappresenta un esempio per il sistema sanitario o deve essere appiattita?

La complessità non è una definizione amministrativa ma una valutazione clinica: un piede o un ginocchio possono essere anche più complessi della colonna vertebrale o dell’anca se la vi sono pareri clinici discordanti. Come si fa a dire ad un paziente “la sua patologia è considerata troppo semplice”? Gli ambulatori del Rizzoli di Bologna sono pieni: non dobbiamo andare a cercare i malati: le convenzioni dell’Istituto con strutture sul territorio nazionale per le consulenze definite in questi giorni “picking” di pazienti, sono uno strumento per ridurre il disagio del viaggio verso Bologna. Il paziente oggi si informa e sceglie consapevolmente: chiudendo le convenzioni esterne se decide di affidarsi al Rizzoli lo farà comunque, dovendo affrontare anche il viaggio. Complicargli la vita è la strada giusta per ridurre la lista d’attesa?

La riduzione dell’invasività in chirurgia del piede è nata al Rizzoli, come lo sono le tecniche di medicina rigenerativa sulla cartilagine, le ricostruzioni legamentose o i trapianti meniscali. Procedure altamente complesse il cui contributo innovativo del Rizzoli viene riconosciuto a livello mondiale: è una delle punte di eccellenza della ricerca Italiana: basta fare una ricerca su “pubmed” per comprenderne la portata scientifica. E’ scoraggiante sentir definire lo studio e la ricerca che ha generato questi successi “linea di produzione a bassa complessità”.

L’Istituto Rizzoli è l’ospedale Italiano dove vengono organizzati annualmente più corsi di formazione ed aggiornamento e dove vengono ricevuti più chirurghi ad imparare in sala operatoria da tutto il mondo ma purtroppo la “traslazione” delle competenze in chirurgia ortopedica non è un processo rapido. L’esperienza al Dipartimento Rizzoli Sicilia che ho diretto dal 2012 al 2016 ha permesso a ottomila pazienti operati di evitare il viaggio verso l’Emilia Romagna, ma la traslazione ha richiesto di spostare in blocco professionisti di ogni area sanitaria per effettuare la stessa chirurgia complessa di Bologna.

Ridurre i tempi d’attesa per un intervento elettivo è una sfida che dovremmo affrontare insieme, mettendo il paziente al centro. E’ un problema molto complesso che richiede uno sforzo da parte di tutti: noi chirurghi siamo disponibili a fare la nostra parte: non chiudendo le porte di ingresso ma passando più tempo in sala operatoria. Ci auguriamo che politica cittadina, regionale e nazionale possano riconoscere all’Istituto Ortopedico Rizzoli le risorse necessarie per continuare ad offrire assistenza in tempi ragionevoli ai pazienti indipendentemente dalla loro provenienza rispettando a pieno la mission dell’unico Istituto di Ricerca a Carattere Scientifico ortopedico pubblico.

Prof. Cesare Faldini
Direttore Dipartimento Patologie Complesse
Istituto Ortopedico Rizzoli – Università di Bologna

Indirizzo

Clinica Ortopedica 1, Istituto Ortopedio Rizzoli, Via Pupilli 1
Bologna
40136

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