17/11/2025
Emergenza lista d’attesa al Rizzoli di Bologna: mobilità (dei pazienti) definita canaglia? Parliamone.
Al Rizzoli di Bologna, undicesimo ospedale al mondo per l’ortopedia, con i suoi 28000 pazienti in lista d’attesa far “sparire” i pazienti delle altre regioni non risolverebbe un gran che: la lista sarebbe lo stesso lunga. Se un ospedale pubblico genera attrazione per l’elevata qualità delle cure dovrebbe ricevere più risorse per ridurre l’attesa dei pazienti, non chiudere loro la porta in faccia. E’ così in tutto il mondo, purtroppo non da noi.
La richiesta di risorse per ridurre l’attesa della lista operatoria SSN dando voce ai pazienti che attendono mediamente oltre 18 mesi per un intervento ha generato molte polemiche ma non la risposta fondamentale: quanti pazienti in più potremo operare nel 2026? Se saranno gli stessi del 2025 o poche centinaia in più, il nostro appello sarà caduto nel vuoto.
Gli spazi fisici ci sarebbero, ma non tutte le sale operatorie sono attive 12 ore al giorno, manca personale, di conseguenza ci sono letti vuoti, perché il collo di bottiglia è lo spazio chirurgico: bisogna aumentare le sale attive e non ridurre i letti dei reparti scongiurando un adeguamento al ribasso della produzione che sarebbe un insulto ai pazienti che da tutta Italia si sono rivolti al Rizzoli e che soffrono ogni giorno per il ritardo di una chiamata: come si può definirli “mobilità canaglia”? I pazienti sono tutti uguali davanti alla malattia, da ovunque arrivino: ci auguriamo che non si arrivi al concetto di “curiamoli a casa loro”, tantomeno prima i Bolognesi che sarebbe una traslazione in piccolo di prima gli Italiani.
Inoltre ogni reparto interrompe l’attività elettiva una settimana su quattro per effettuare “traumatologia di primo livello”: lo spostamento di questa nei centri traumatologici cittadini permetterebbe di recuperare il 25% di spazi per abbattere la lista d’attesa.
Spostare il problema sul paziente libero di decidere dove curarsi, è “un’arma di distrazione di massa”: la Costituzione Italiana tutela il suo diritto di scegliere: se una piattaforma come il Rizzoli ha maggiore attrattiva per meriti riconosciuti non solo a livello nazionale ma anche mondiale, rappresenta un esempio per il sistema sanitario o deve essere appiattita?
La complessità non è una definizione amministrativa ma una valutazione clinica: un piede o un ginocchio possono essere anche più complessi della colonna vertebrale o dell’anca se la vi sono pareri clinici discordanti. Come si fa a dire ad un paziente “la sua patologia è considerata troppo semplice”? Gli ambulatori del Rizzoli di Bologna sono pieni: non dobbiamo andare a cercare i malati: le convenzioni dell’Istituto con strutture sul territorio nazionale per le consulenze definite in questi giorni “picking” di pazienti, sono uno strumento per ridurre il disagio del viaggio verso Bologna. Il paziente oggi si informa e sceglie consapevolmente: chiudendo le convenzioni esterne se decide di affidarsi al Rizzoli lo farà comunque, dovendo affrontare anche il viaggio. Complicargli la vita è la strada giusta per ridurre la lista d’attesa?
La riduzione dell’invasività in chirurgia del piede è nata al Rizzoli, come lo sono le tecniche di medicina rigenerativa sulla cartilagine, le ricostruzioni legamentose o i trapianti meniscali. Procedure altamente complesse il cui contributo innovativo del Rizzoli viene riconosciuto a livello mondiale: è una delle punte di eccellenza della ricerca Italiana: basta fare una ricerca su “pubmed” per comprenderne la portata scientifica. E’ scoraggiante sentir definire lo studio e la ricerca che ha generato questi successi “linea di produzione a bassa complessità”.
L’Istituto Rizzoli è l’ospedale Italiano dove vengono organizzati annualmente più corsi di formazione ed aggiornamento e dove vengono ricevuti più chirurghi ad imparare in sala operatoria da tutto il mondo ma purtroppo la “traslazione” delle competenze in chirurgia ortopedica non è un processo rapido. L’esperienza al Dipartimento Rizzoli Sicilia che ho diretto dal 2012 al 2016 ha permesso a ottomila pazienti operati di evitare il viaggio verso l’Emilia Romagna, ma la traslazione ha richiesto di spostare in blocco professionisti di ogni area sanitaria per effettuare la stessa chirurgia complessa di Bologna.
Ridurre i tempi d’attesa per un intervento elettivo è una sfida che dovremmo affrontare insieme, mettendo il paziente al centro. E’ un problema molto complesso che richiede uno sforzo da parte di tutti: noi chirurghi siamo disponibili a fare la nostra parte: non chiudendo le porte di ingresso ma passando più tempo in sala operatoria. Ci auguriamo che politica cittadina, regionale e nazionale possano riconoscere all’Istituto Ortopedico Rizzoli le risorse necessarie per continuare ad offrire assistenza in tempi ragionevoli ai pazienti indipendentemente dalla loro provenienza rispettando a pieno la mission dell’unico Istituto di Ricerca a Carattere Scientifico ortopedico pubblico.
Prof. Cesare Faldini
Direttore Dipartimento Patologie Complesse
Istituto Ortopedico Rizzoli – Università di Bologna