Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna

Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna Comitato "Alessandro Baldini" per votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

Separazione delle carriere, la Fondazione che fa campagna per il Sì è foraggiata con 350 Mila euro direttamente dal Gove...
16/11/2025

Separazione delle carriere, la Fondazione che fa campagna per il Sì è foraggiata con 350 Mila euro direttamente dal Governo.

Lorenzo Giarelli il Fatto 16/11/25

Il braccio armato del governo nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere è la Fondazione Luigi Einaudi, think tank di ultra-liberali che ha lanciato il comitato Sì Separa e che contiene in sé un paradosso, oltreché una questione di opportunità verso le urne: riceve ogni anno centinaia di migliaia di euro dai ministeri e da alcune Regioni.
Nel 2024, in particolare, parliamo di oltre 350 mila euro dal governo e 116 mila euro dalla Regione Siciliana, oltre a 20 mila dal Lazio di Francesco Rocca.

I dati del 2025 non sono ancora disponibili e saranno noti quando la fondazione pubblicherà il suo bilancio, ma al Fatto risulta già, per esempio, un finanziamento da 112 mila euro da parte del ministero della Cultura.

Queste somme sono in parte affidate per singoli progetti, in parte erogate come sostegno economico a una serie di enti a cui è riconosciuto un valore culturale.

Così facendo, pur essendo indipendente, la Fondazione Luigi Einaudi si trova a far campagna elettorale per il sì quasi per conto del governo che la finanzia, il quale gli si affida perché Giorgia Meloni vuole evitare a ogni costo di personalizzare la sfida alle urne.

Meglio mandare avanti gli altri, insomma, e tenere fuori il più possibile la premier e Fratelli d’Italia.

Non solo. Al momento della vittoria elettorale dei meloniani, nel settembre 2022, esponenti di rilievo dell’attuale governo avevano ruoli dentro la Fondazione. In primis Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che più di tutti ha voluto la riforma sulla separazione delle carriere: a lungo ha fatto parte del consiglio di amministrazione del think tank, lasciandolo una volta scelto come Guardasigilli.

Ma pure il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato per anni membro della Fondazione, illustre esponente del comitato scientifico.

Oggi l’ente è guidato da Giuseppe Benedetto e ha formato il comitato SìSepara, coinvolgendo tra gli altri l’ex presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, Antonio Di Pietro e l’ex deputato Andrea Cangini. Gli incarichi nel Cda sono a titolo gratuito, ma la Fondazione nel Bilancio 2024 segnala 9 dipendenti e cinque collaboratori esterni, per un costo del personale di 236 mila euro.

Per dare un ordine di grandezza dei contributi pubblici (sommando i 350 mila dai ministeri e i fondi dalle Regioni ci si avvicina al mezzo milione), il totale dei proventi messo a bilancio è di 1 milione di euro.

In realtà lo scorso anno tutto il contributo del governo è riconducibile al ministero della Cultura, mentre nel 2023 anche il Viminale e la Farnesina avevano erogato contributi al think tank. Per il 2025 e il 2026 si vedrà.

Per il 2025 e il 2026 si vedrà. Con una certezza: d’ora in poi i finanziamenti pubblici alla Fondazione aiuteranno – più o meno indirettamente – il sì al referendum.

GIUSTIZIA VOTARE NO È UN DOVEREIl grimaldello referendario per attaccare la CostituzioneRino Formica il Domani 10/11/25N...
10/11/2025

GIUSTIZIA VOTARE NO È UN DOVERE
Il grimaldello referendario per attaccare la Costituzione

Rino Formica il Domani 10/11/25

Nelle prossime settimane ci troveremo di fronte ad una questione che lacererà le forze politiche, le comunità, forse anche le coscienze individuali. Votare sì o no al referendum confermativo della riforma proposta dal governo per la divisione delle carriere nella magistratura.

Ma è davvero su questo che si chiama la manifestazione solenne e democratica della partecipazione popolare referendaria? La nostra Costituzione rappresentò una grande novità dal punto di vista della definizione degli equilibri delle forze politiche nella società.

La Carta è il programma politico di uno stato democratico antifascista, nato dalla tragedia che concluse la Seconda guerra mondiale. Un programma di uno stato in cui i poteri venivano fusi in un equilibrio politico-costituzionale.

Nelle prossime settimane ci troveremo di fronte ad una questione che lacererà le forze politiche, le comunità, forse anche le coscienze individuali.

Votare sì o no al referendum confermativo della riforma proposta dal governo per la divisione delle carriere nella magistratura.

Ma è davvero su questo che si chiama la manifestazione solenne e democratica della partecipazione popolare referendaria?

La nostra Costituzione rappresentò una grande novità dal punto di vista della definizione degli equilibri delle forze politiche nella società.

La Carta è il programma politico di uno stato democratico antifascista, nato dalla tragedia che concluse la Seconda guerra mondiale. Un programma di uno stato in cui i poteri venivano fusi in un equilibrio politico-costituzionale.

Al punto che nella Carta non vi è spazio per i cosiddetti governi tecnici. Infatti nei primi cinquant'anni di vita repubblicana non ne avemmo, fatta eccezione per pochissimi che potremmo dire di “pausa” tra le forze politiche, limitata nel tempo, e come governi-ponte per sistemare alcuni squilibri che si erano determinati.

Il governo tecnico appare all'orizzonte del sistema italiano con la crisi dell'ultimo governo di Mani Pulite, quello di Giuliano Amato, nell’aprile del 1993.

Il primo è varato dal presidente Scalfaro, che consegna l’esecutivo a un esponente di una struttura tecnica, il governatore della Banca d'Italia.

Da qui si apre la strada a una modifica di fatto della Costituzione. Di fatto, ma radicale: perché pone la questione delle radici legittime della Repubblica. Sono ancora quelle previste dai costituenti, o sono cambiate?

Da qui la Costituzione entra in una fase di turbolenza e di modifica. In questi trent’anni la progressiva modifica di fatto non è stato affrontata. Eppure pone il tema di come sono utilizzabili gli strumenti previsti dalla Costituzione, quando è in corso questo mutamento.

Si fa finta che tutto si svolga regolarmente, e che il referendum sia uno strumento legittimo e costituzionale di un processo attuativo democratico. Invece è diventato uno strumento il cui esito è ignoto. O forse noto.

Oggi la destra dichiara, sia pure a mezza voce, l’intento di modificare pezzi di Carta per poi radicalmente mutare l’ordinamento.

Se sarà democratico o meno lo si vedrà da chi ne avrà la direzione e la guida. Diciamoci con chiarezza e onestà: da anni la destra utilizza tutti gli strumenti della dialettica politica per portare il paese ad un affidamento al buio della modifica dell’ordinamento democratico. E allora la questione di oggi non è

L'uso del referendum per introdurre una legge di cui però non sappiamo la futura collocazione nel nuovo assetto costituzionale.

La questione è sapere se oggi c'è o non c'è un utilizzo del referendum per accelerare il processo demolitorio della democrazia.

Quindi il problema non è se votare sì o no, è se partecipare o no a quest’accelerazione. Un esempio ci aiuta: se dopo il delitto Matteotti il regime fascista avesse sottoposto al residuo parlamento elettivo leggi modificative dell'ordinamento giudiziario, i partiti di opposizione avrebbero commesso un chiaro errore politico se avessero aperto una trattativa sulla normativa.

Le forze di opposizione non lo fecero, scelsero la via della radicalità politica. Quando si è superata la linea dell'equilibrio democratico ogni forma di compiacenza compromissoria è complicità.

Oggi non siamo al delitto, ma alla lesione profonda del diritto costituzionale democratico. Oggi il governo cerca la legittimazione della sua demolizione della Carta.

Ed è inutile ricordare ogni piè sospinto le radici della Costituzione se da questo ricordo non scaturisce la difesa di quell' assetto politico e istituzionale. Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico.

Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un'intenzione demolitrice della Carta è un dovere.

Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli.

Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo.

Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l'amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene, lasciando nella loro pace Vassalli e le nostre posizioni assunte precedentemente.

Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c'entra. C'entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico.

Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Non si è un giorno per il sì, un giorno per il no, e un giorno a metà. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è.

Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà l'inizio del risveglio nazionale

Referendum: la premier non è ostile. E la Corte?Massimo Villone il Fatto 12/1/25Nella conferenza stampa del 9 gennaio de...
11/01/2025

Referendum: la premier non è ostile. E la Corte?
Massimo Villone il Fatto 12/1/25

Nella conferenza stampa del 9 gennaio della presidente Meloni cogliamo per la strategia di maggioranza la frase “per me l’importante è portare a casa le riforme e consentire agli italiani di esprimersi su queste materie”. Meloni scommette sui referendum.

È possibile che consideri il vaglio popolare come elemento di legittimazione per una strategia che vuole attraverso quelle riforme “rivoltare il paese come un calzino”. Legittimazione necessaria per riforme fatte dal Parlamento meno rappresentativo della storia repubblicana, e grazie a una legge elettorale che regala alla sua coalizione minoritaria nel consenso popolare un largo vantaggio nei numeri parlamentari.

Ci dice quindi – vero o falso che sia – che non c’è un disfavore governativo avverso il referendum.

E forse si trova una conferma nella notizia apparsa sulla stampa che l’Avvocatura di Stato non sosterrebbe le ragioni dell’inammissibilità nell’udienza in Corte costituzionale sul referendum abrogativo della legge 86/2024 (Calderoli), ora fissata al 20 gennaio.

È possibile che Palazzo Chigi veda un prezzo politico nel sostenere l’inammissibilità di un voto popolare abrogativo, in specie quando un’altra riforma – il premierato – poggia sul dare la scelta ai cittadini piuttosto che al Palazzo con il voto sull’elezione diretta del premier.

È una prospettiva in cui è preferibile che le urne referendarie siano impedite da altri: magari dalla Consulta il 20 gennaio, con lo schermo apparentemente tecnico di un richiamo ai precedenti della propria giurisprudenza. Ma un gioco delle tre carte istituzionale non può trasformare in questione tecnica un tema eminentemente politico, come certo è un voto popolare che tocca a fondo il futuro del paese.

Se il 20 gennaio lo Stato si ritira dalla mischia lasciando nella trincea dell’inammissibilità solo alcune regioni del Nord, il risultato netto è porre in esclusiva sulla Corte la responsabilità di negare a 1.300.000 cittadini il diritto che hanno per l’art. 75. Si esalta un ruolo politico della Consulta costruito in una giurisprudenza che consente ad essa amplissimi margini di decisione in un senso o nell’altro.

Tre gli argomenti portati per l’inammissibilità: il collegamento alla legge di Bilancio della legge Calderoli, che la attirerebbe nella inammissibilità prevista dall’art. 75; la molteplicità e conseguente disomogeneità dei contenuti, che renderebbe la Calderoli inidonea per una scelta tutta per il sì o tutta per il no, necessaria invece a garantire la libertà di voto dell’elettore in un referendum; la supposta natura di legge costituzionalmente necessaria della legge Calderoli in quanto direttamente attuativa dell’art. 116.3.

Dei tre argomenti l’ultimo è smentito dai precedenti (governo Conte-1, bozze di intesa della leghista Stefani), e dalla indubbia possibilità di stipulare intese anche senza legge-quadro. È debolissimo il primo, essendo del tutto strumentale il collegamento al bilancio per la dichiarata mancanza di un impatto sulla finanza pubblica. Debolissimo anche il secondo, perché qualunque legge minimamente complessa sarà inevitabilmente disomogenea. Non per questo si può sottrarre al referendum totalmente abrogativo ex art. 75.

Ritenere i primi due argomenti validi per la Calderoli produrrebbe effetti molto al di là della legge 86.

Significherebbe consegnare a qualunque maggioranza pro tempore, attraverso un uso mirato dello strumento legislativo, la possibilità di espropriare il popolo sovrano del diritto fondamentale di partecipazione democratica garantito dall’art. 75 della Costituzione. Questo sulla base non dell’esplicito dettato della norma, ma della lettura data da una giurisprudenza costituzionale restrittiva e segnata da qualche eccesso di formalismo.

Conseguenze pesanti per una scelta politica dissimulata nel tecnicismo. Soprattutto considerando che la Corte ha già avuto un ruolo nella vicenda dell’autonomia differenziata, tra l’altro cambiando una sua antica giurisprudenza.

Leggiamo (sent. 256/1989 e 470/1992) che non è consentito a un referendum consultivo regionale “condizionare scelte discrezionali affidate alla esclusiva competenza di organi centrali dello Stato”, con “il rischio di influire negativamente sull’ordine costituzionale e politico dello Stato”.

Il che ha consapevolmente e volutamente fatto il referendum veneto del 22.10.2017, sempre citato da Zaia. Fu consentito dalla sent. 118/2015, e certo era sopravvenuto il nuovo Titolo V nel 2001. Ma l’antico argomento preclusivo del referendum regionale sarebbe stato valido anche nel nuovo regime, se la Corte avesse voluto.

Negherà ora la Corte al popolo sovrano – quello vero – il diritto che ha riconosciuto all’inesistente popolo veneto (sent. 192/2024)? Confidiamo nella saggezza e nella prudenza dell’alto consesso.

Indirizzo

Via Santo Stefano, 59
Bologna
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