Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna

Comitato per il NO al Referendum Costituzionale - Bologna Comitato "Alessandro Baldini" per votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

05/03/2026

COMUNICATO STAMPA

Sabato 7 marzo giornata di mobilitazione straordinaria per il NO alla legge Meloni-Nordio

A Bologna, in Emilia-Romagna e in tutt’Italia, in risposta all’appello di Giovanni Bachelet, sabato 7 marzo sono stati organizzati decine di banchetti promossi dal comitato della "Società civile per il NO alla riforma costituzionale", insieme al comitato "Giusto dire NO" e al comitato "Avvocati per il NO".
Nel centro della città (l'evento principale sarà in piazza Nettuno a Bologna, dalle 9 alle 13), ma anche in Bolognina e in altre zone della periferia e nei Comuni dell'area metropolitana, si terranno per tutta la giornata banchetti e volantinaggi informativi sui contenuti e le conseguenze di una legge di Riforma Costituzionale che colpisce duramente l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, fa arretrare la democrazia, rende la "giustizia debole con i forti e forte con i deboli".
Parteciperanno ai banchetti e volantinaggi la società civile: gente comune, magistrati, avvocati, studenti di comitati universitari, le numerose organizzazioni che intendono sconfiggere nelle urne questo disegno che colpisce al cuore la Costituzione.
Le tante iniziative svolte e quelle programmate dai comitati per il NO, evidenziano la crescente consapevolezza dell’elettorato dell’importanza per la nostra democrazia di questo appuntamento e hanno reso vano il tentativo di chi ha tentato di rappresentare il referendum come l’occasione per “cambiare la giustizia” e in questo modo incassare un facile esito di conferma alle sciagurate modifiche Costituzionali introdotte dalla legge Meloni-Nordio.
Viceversa, la capacità di mobilitazione e coinvolgimento del fronte del NO di larghi strati di popolazione, ha reso esplicito che una vera e necessaria riforma della Giustizia passa innanzitutto dal NO nelle urne il 22 e 23 marzo prossimi.

Comitato società civile per il No nel referendum costituzionale

Comitato Giusto dire NO

Comitato Avvocati per il NO

Tre eventi del NO a Bologna
04/03/2026

Tre eventi del NO a Bologna

Qualcuno inoltri a Nordio e ai sostenitori del SI questa intervista del figlio di Gelli che se mai avessero dei dubbi su...
01/03/2026

Qualcuno inoltri a Nordio e ai sostenitori del SI questa intervista del figlio di Gelli che se mai avessero dei dubbi sulla matrice piduista della loro "riforma della magistratura" il figliolo del capo della P2 glielo ha definitivamente tolto!

Referendum, affondo di Giovanni  Melillo procuratore nazionale antimafia e antiterrorismoConchita Sannino la Repubblica ...
24/02/2026

Referendum, affondo di Giovanni Melillo procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo

Conchita Sannino la Repubblica 24/2/26

Un giudizio durissimo sulla riforma Nordio. Nel metodo – «un’iniziativa governativa chiusa a ogni confronto parlamentare» – e nel merito, parlando di «soluzioni, largamente inadeguate» e «soluzioni forzate che prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi».

Nel tesissimo dibattito sul referendum – urne aperte il 22 e 23 marzo sulla legge Nordio-Meloni – interviene il vertice della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, con una lunga intervista alla testata on line Giustizia insieme, rivista diretta dalla magistrata Paola Filippi, una piattaforma dedicata al confronto tra magistrati, avvocati, studiosi del diritto e società civile.

Con i suoi pacati toni, Melillo lancia l’allarme su una situazione che mette «in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali», a fronte della Costituzione che rappresenta un «bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta», e che non può essere il terreno di «prove di forza».

Nel merito, il procuratore nazionale antimafia denuncia «soluzioni, largamente inadeguate» e altri interventi «forzati», che «prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi». Il rischio? Intaccare la «condizione spirituale» della magistratura e alimentare «processi di ripiegamento burocratico e micro-corporativo».

Melillo parla inoltre di «pressioni politico-mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate», soprattutto quelle sulla «corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali». Insomma: una riforma «impossibile da condividere» perché lede la stessa idea di un’architettura costituzionale intesa come patrimonio «delicato e prezioso, per tutti».

Una bocciatura che – lontano dal clamore della quotidiana polemica politica – resta implacabile, perché strettamente tecnica. Ma il cui effetto non è ovviamente indolore per il fronte del sì. Lo testimonia il pesante attacco che arriva, in mattinata, da Enrico Costa, FI, alfiere tra i più agguerriti della riforma. Che non risponde nel merito ai rilievi del procuratore nazionale.

«Gli ultimi tre capi della Procura nazionale antimafia si sono candidati alle elezioni, due con il Pd e uno con i 5Stelle. Pertanto non stupisce che l'attuale procuratore spari a zero sulla riforma –è la reazione di Costa – arrivando a paventare 'pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate', proprio dall'ufficio che si è distinto come colabrodo per l'estrazione abusiva di documenti riservati a beneficio di giornalisti per costruire articoli contro esponenti del governo. Inventare di sana pianta che la riforma condizionerà le indagini è uno sfregio al Parlamento e misura il rispetto che certa magistratura manifesta».

Un affondo che entra in un dibattito politico ormai arroventato. «Non facciamoci fregare con la riforma salva-casta», dice ieri anche Giuseppe Conte, all’attacco sul no alla separazione delle carriere, mentre fa brillare le contraddizioni della destra.

Così il leader M5s si prepara così al duello con Nordio, mercoledì prossimo a Palermo, e prova a strappare la scena all’alleata Elly Schlein , la leader dei democratici. Che comunque non mollano la sfida, anzi.

È il presidente dei senatori Francesco Boccia a tracciare ufficialmente il referendum come argine di vitale peso: «È la scelta più importante della legislatura. E sarà un giudizio anche sul governo».

Dal fronte del sì reagiscono. «Non è un referendum sull’azione di Meloni, ma per una giustizia migliore», replica il vicepremier Antonio Tajani. È proprio su quest’ultimo concetto che il presidente M5S, con un video sui social, coglie in fallo la maggioranza sulle «bugie» relative alla riforma. Sequenza veloce, filo d’ironia nello spot di Conte. Da un lato le parole della senatrice-giurista Giulia Bongiorno, avvocata di successo (ieri Andreotti, oggi Salvini), che dice in sintesi: la riforma non avrà alcun impatto su tempi ed efficienza dei processi, la convinzione è figlia dell’«ignoranza». Subito dopo, ecco la più convincente Meloni che giura il contrario: con la riforma Nordio arriverà una giustizia «più efficiente e giusta». Conte chiosa: «Tutto chiaro? Non facciamoci fregare allora: votiamo no».

due incontri per comprendere cosa veramente comporta il progetto di controriforma Nordio Meloni della magistratura
21/02/2026

due incontri per comprendere cosa veramente comporta il progetto di controriforma Nordio Meloni della magistratura

Una riforma senza eleganza Un No anche al premieratoGianfranco Pasquino il Domani 18/2/26 Le buone teorie, secondo alcun...
18/02/2026

Una riforma senza eleganza Un No anche al premierato

Gianfranco Pasquino il Domani 18/2/26

Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimonia. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni.

Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano. apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova.

Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiore e introduce l’Alta Corte, implica un aumento dei costi di funzionamento.

Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali.

Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irrita.

Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale.

D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi. Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano a essere decisivi nel voto.

Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo.

Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante.

Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia.

Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo lo 0,50 per cento di loro che sono circa 9.600 ha effettuato il passaggio da una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del No si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personale ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate.

Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.

Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante,

Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla Rai, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la faccia all’ultimo opportunistico momento.

In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo di moralità politica, di dimissioni. Se vincerà il No le opposizioni avranno sconfitto una br**ta revisione, anche alla faccia delle quinte colonne al loro interno.

Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è, neanche con i duttili “sinistri per il Sì”. Non è poco.

Presidio davanti la Rai per la partita condicio nella campagna referendaria. Intervista a Loris Mazzetti, portavoce di a...
15/02/2026

Presidio davanti la Rai per la partita condicio nella campagna referendaria. Intervista a Loris Mazzetti, portavoce di articolo 21

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14/02/2026

presidio davanti i cancelli della Rai del comitato società civile per il NO al referendum costituzionale, per protestare per il rispetto della par condicio e del pluralismo dell'informazione, diritto inaleniabile della democrazia

Marina va al mercatoMarco Travaglio il Fatto 11/2/26Voglio raccontare una storia a Marina B., che in un paginone del Cor...
11/02/2026

Marina va al mercato
Marco Travaglio il Fatto 11/2/26

Voglio raccontare una storia a Marina B., che in un paginone del Corriere annuncia il suo Sì alla separazione delle carriere perché tiene tanto alla “vera ‘terzietà’ dei giudici” contro “i magistrati ideologizzati” e la “giustizia condizionata da un vergognoso mercato di nomine”.

C’era una volta un giudice della Corte d’appello civile di Roma, Vittorio Metta, intimo di Cesare Previti, amico e avvocato di Silvio B., che in due mesi (novembre 1990-gennaio ’91) scrisse due sentenze miliardarie: la prima condannòla banca pubblica Imi, cioè lo Stato, a versare 1.000 miliardi di lire al petroliere andreottiano Nino Rovelli; la seconda annullò il lodo Mondadori e sfilò il colosso editoriale a De Benedetti per consegnarlo a B.. Rovelli e B. avevano la fortuna di disporre di tre avvocati –Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora– ch e tenevano a libro paga Metta e altri giudici: le sentenze di Metta le compravano e le scrivevano pure.

Di quella su Imi- Sir, decisa dopo che Metta aveva iniziato a versare in contanti 270 milioni sul suo conto, furono trovate alcune minute scritte a mano con grafia diversa da quella del giudice, che si era limitato a copiarle.

Di quella su Mondadori i suoi legali esibirono con un clamoroso autogol una copia diversa dall’originale.

E si scoprì che era stata depositata il 15.1.91, il giorno dopo la decisione in camera di consiglio: 168 pagine manoscritte in meno di 24 ore, un record mondiale (Metta impiegava 2-3 mesi anche per verdetti molto più brevi).

Un mese dopo, il 14.2, dalle casse di All Iberian (cassaforte estera dei fondi neri Fininvest), partì un bonifico di 3,036 miliardi al conto svizzero Mercier di Previti. Che il 26.2 girò 1,5 miliardi al conto Careliza Trade di Acampora.
Che l’1.10 bonificò 425 milioni a Previti, il quale li dirottò in due t ra n ch e (11 e 16.10) sul conto Pavoncella di Pacifico. Che il 15 e il 17.10 prelevò 400milioni in contanti e li recapitò a Metta. Che si comprò una Bmw, acquistò e ristrutturò un appartamento per la figlia Sabrina, poi gettò la toga e divenne avvocato. Indovinate un po’ d o v e? Nello studio Previti.

Tre anni dopo, Previti divenne senatore e ministro della Difesa del governo B. (che lo voleva alla Giustizia, ma Scalfaro disse no). Poi fu condannato definitivamente a 7 anni e 6 mesi per le due corruzioni giudiziarie con Metta, Acampora, Pacifico e gli eredi Rovelli. La Fininvest dovette risarcire De Benedetti con 540 milioni di euro e il giudice che la condannò in primo grado, Raimondo Mesiano, fu linciato da Canale 5 per i suoi calzini turchesi.

Ora la presidente di Mondadori, cioè della refurtiva, parla temerariamente di “mercato vergognoso”e vuol separare i giudici dai pm per renderli “terzi”.

Ma basta separarli dai conti svizzeri di famiglia.

NO per sempre!
10/02/2026

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Referendum: la premier non è ostile. E la Corte?Massimo Villone il Fatto 12/1/25Nella conferenza stampa del 9 gennaio de...
11/01/2025

Referendum: la premier non è ostile. E la Corte?
Massimo Villone il Fatto 12/1/25

Nella conferenza stampa del 9 gennaio della presidente Meloni cogliamo per la strategia di maggioranza la frase “per me l’importante è portare a casa le riforme e consentire agli italiani di esprimersi su queste materie”. Meloni scommette sui referendum.

È possibile che consideri il vaglio popolare come elemento di legittimazione per una strategia che vuole attraverso quelle riforme “rivoltare il paese come un calzino”. Legittimazione necessaria per riforme fatte dal Parlamento meno rappresentativo della storia repubblicana, e grazie a una legge elettorale che regala alla sua coalizione minoritaria nel consenso popolare un largo vantaggio nei numeri parlamentari.

Ci dice quindi – vero o falso che sia – che non c’è un disfavore governativo avverso il referendum.

E forse si trova una conferma nella notizia apparsa sulla stampa che l’Avvocatura di Stato non sosterrebbe le ragioni dell’inammissibilità nell’udienza in Corte costituzionale sul referendum abrogativo della legge 86/2024 (Calderoli), ora fissata al 20 gennaio.

È possibile che Palazzo Chigi veda un prezzo politico nel sostenere l’inammissibilità di un voto popolare abrogativo, in specie quando un’altra riforma – il premierato – poggia sul dare la scelta ai cittadini piuttosto che al Palazzo con il voto sull’elezione diretta del premier.

È una prospettiva in cui è preferibile che le urne referendarie siano impedite da altri: magari dalla Consulta il 20 gennaio, con lo schermo apparentemente tecnico di un richiamo ai precedenti della propria giurisprudenza. Ma un gioco delle tre carte istituzionale non può trasformare in questione tecnica un tema eminentemente politico, come certo è un voto popolare che tocca a fondo il futuro del paese.

Se il 20 gennaio lo Stato si ritira dalla mischia lasciando nella trincea dell’inammissibilità solo alcune regioni del Nord, il risultato netto è porre in esclusiva sulla Corte la responsabilità di negare a 1.300.000 cittadini il diritto che hanno per l’art. 75. Si esalta un ruolo politico della Consulta costruito in una giurisprudenza che consente ad essa amplissimi margini di decisione in un senso o nell’altro.

Tre gli argomenti portati per l’inammissibilità: il collegamento alla legge di Bilancio della legge Calderoli, che la attirerebbe nella inammissibilità prevista dall’art. 75; la molteplicità e conseguente disomogeneità dei contenuti, che renderebbe la Calderoli inidonea per una scelta tutta per il sì o tutta per il no, necessaria invece a garantire la libertà di voto dell’elettore in un referendum; la supposta natura di legge costituzionalmente necessaria della legge Calderoli in quanto direttamente attuativa dell’art. 116.3.

Dei tre argomenti l’ultimo è smentito dai precedenti (governo Conte-1, bozze di intesa della leghista Stefani), e dalla indubbia possibilità di stipulare intese anche senza legge-quadro. È debolissimo il primo, essendo del tutto strumentale il collegamento al bilancio per la dichiarata mancanza di un impatto sulla finanza pubblica. Debolissimo anche il secondo, perché qualunque legge minimamente complessa sarà inevitabilmente disomogenea. Non per questo si può sottrarre al referendum totalmente abrogativo ex art. 75.

Ritenere i primi due argomenti validi per la Calderoli produrrebbe effetti molto al di là della legge 86.

Significherebbe consegnare a qualunque maggioranza pro tempore, attraverso un uso mirato dello strumento legislativo, la possibilità di espropriare il popolo sovrano del diritto fondamentale di partecipazione democratica garantito dall’art. 75 della Costituzione. Questo sulla base non dell’esplicito dettato della norma, ma della lettura data da una giurisprudenza costituzionale restrittiva e segnata da qualche eccesso di formalismo.

Conseguenze pesanti per una scelta politica dissimulata nel tecnicismo. Soprattutto considerando che la Corte ha già avuto un ruolo nella vicenda dell’autonomia differenziata, tra l’altro cambiando una sua antica giurisprudenza.

Leggiamo (sent. 256/1989 e 470/1992) che non è consentito a un referendum consultivo regionale “condizionare scelte discrezionali affidate alla esclusiva competenza di organi centrali dello Stato”, con “il rischio di influire negativamente sull’ordine costituzionale e politico dello Stato”.

Il che ha consapevolmente e volutamente fatto il referendum veneto del 22.10.2017, sempre citato da Zaia. Fu consentito dalla sent. 118/2015, e certo era sopravvenuto il nuovo Titolo V nel 2001. Ma l’antico argomento preclusivo del referendum regionale sarebbe stato valido anche nel nuovo regime, se la Corte avesse voluto.

Negherà ora la Corte al popolo sovrano – quello vero – il diritto che ha riconosciuto all’inesistente popolo veneto (sent. 192/2024)? Confidiamo nella saggezza e nella prudenza dell’alto consesso.

MELONI NON PUO' SFUGGIRE AL TEMA DELL'AUTONOMIAMassimo Villone il Fatto quotidiano 7 agosto 24Il vertice di maggioranza ...
07/09/2024

MELONI NON PUO' SFUGGIRE AL TEMA DELL'AUTONOMIA
Massimo Villone il Fatto quotidiano 7 agosto 24

Il vertice di maggioranza non ha alleviato le ambasce di Meloni. Legge di bilancio, jus scholae, carceri, giustizia, balneari, Europa, successione a Fitto, nomine si aggiunge il caso Sangiuliano.

Lo tsunami mediatico e in specie l'intervista di Boccia (la Stamlo rilanciano verso prospettive - anche non immediate - di dimissioni e rimpasto. Si può capire che sull'autonomia differenziata (Ad) la premier tenti un esorcismo. In una intervista televisiva Meloni vorrebbe infatti tenere a distanza di sicurezza l'Ad con due affermazioni.

La prima, che è opera del centrosinistra. Lo sappiamo, è stato un errore, di cui - dopo quasi un quarto di secolo - va evitato il danno. Ne ho già scritto su queste pagine.

Chi nel centrosinistra richiama oggi acriticamente la riforma del Titolo V è come il detrito dell'esondazione di un fiume che si ritira La seconda, che l'Ad non spacca l'Italia, ma la riunifica. Parole di assoluta e vuota banalità.

L'esorcismo di Meloni fallirà, e l'Ad continuerà a infestare Palazzo Chigi. Per la Lega delle origini è in gioco la sopravvivenza, in specie dopo l'arrivo di Vannacci. Non per caso i pesi massimi leghisti avviano una campagna mediatica per l'Ad.

Zaia rende pubblica la sua lettera al presidente Cei Zuppi in cui offre per leggere e capire l'aiuto dei suoi tecnici. Sono componenti della delegazione trattante veneta, tra cui la presidente della Commissione tecnica per i fabbisogni standard Elena D'Orlando.

Una garanzia E la competizione per la presidenza del Veneto - cui guarda Meloni-- avrà certo l'Ad tra le questioni prioritarie.
Conta allora che la legge Calderoli attribuisca un ruolo dominante allo stesso ministro (86/2024, art. 2).

Acquisisce gli atti di iniziativa delle regioni ed entro 60 giorni le ''valutazioni" dei ministri competenti per materia e del ministro per l'economia Nessuna codecisione. Se le "valutazioni" non pervengono entro il termine, il negoziato si avvia comunque. In sintesi, se un Thjanio un Musumeci dicono no o tacciono, Calderoli può negoziare tal quale.

Le Camere e la Conferenza Stato-Regioni sono informate - niente di più - sulle iniziative. A Calderoli spetta poi proporre al Consiglio dei ministri uno "schema di intesa preliminare" con la regione. Meloni non può fuggire. Il negoziato con Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria avrà inizio tra fine settembre e inizio ottobre. Meloni può limitarlo (art. 2.2). Lo farà? Calderoli afferma che lo ha invece autorizzato a trattare. Spetta alle opposizioni far emergere nei prossimi mesi il ruolo di tutti gli attori.

Nel frattempo, si avviano le procedure per la Consulta Qui il punto è che le carte giuridiche sono gestite nel giudizio dall'Avvocatura dello Stato, ma nella regia non manca la voce della Presidenza del consiglio.

E in ultima analisi sul tavolo di Meloni la decisione su quel che l'Avvocatura, pur nella sua autonomia, dice o non dice.
E Meloni ne risponde, su due punti. Il primo: il quesito referendario. Si argomenta per l'inammissibilità dal collegamento al bilancio e dal contenuto disomogeneo della legge 86/ 2024 oggetto del quesito. Elementi negati dai referendari. Sosterrà il governo in Corte che basti un collegamento strumentale e fittizio con il bilancio dichiarato dall'esecutivo, o la molteplicità di contenuti tipica mente propria di qualunque legge, a privare il popolo sovrano del diritto al voto referendario? Svuotando così di significato l'art. 75 della Costituzione?

Certo, si può argomentare che l'inammissibilità viene dalla pregressa giurisprudenza della Corte. Ma questo non rende irrilevante cosa il governo chiede alla Corte, e come. Il secondo: la costituzionalità della legge Calderoli. I ricorsi delle regioni pongono su ogni parte del testo ineludibili domande, sulle quali Palazzo Chigi - tramite l'Avvocatura - dovrà pronunciarsi.

Un vantaggio dei ricorsi rispetto al quesito referendario è la possibilità di un attacco che non punta a una singola risposta.
Si sosterrà che è conforme a Costituzione il trasferimento di funzioni in 23 materie, senza valutazione dell'impatto potenzialmente negativo su altre regioni e sul paese? Che sono conformi i Lep determinati, ma non finanziati né erogati? Che è conforme la norma transitoria che concede un vantaggio ad alcune regioni rispetto ad altre? Queste e molte altre domande sono poste alla Corte. Alcune regioni ricorrono e altre - come il Veneto-si oppongono al ricorso.

Qualunque posizione della Presidenza del consiglio sarà inevitabilmente di parte E potranno la saggezza e il self-restraint della Corte giungere a impedire il referendum e ad un tempo rigettare integralmente tutti i ricorsi?

Meloni non ha capito che Calderoli andava frenato molto prima Ha sbagliato, ma niente scuse, in specie televisive. Non fiori, ma opere di bene.

Indirizzo

Via Santo Stefano, 59
Bologna
40138

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