Dodici Abbracci

Dodici Abbracci Tutto comincia da un abbraccio, la prima forma di comunicazione universale, è il viaggio più emozi

22/05/2026

Ci sono serate che si organizzano.
E poi ci sono serate che accadono davvero.
Che attraversano le persone, le emozionano, le uniscono e lasciano qualcosa dentro che continua a vibrare anche dopo.

La ripresa della “Cena dei Dodici Abbracci” al dei Campioni è stata tutto questo.
Un’esperienza intensa, autentica, profondamente umana.

Vedere persone diverse per età, storia, sensibilità, orientamento e vissuto incontrarsi senza maschere, donarsi presenza, ascolto e abbracci, mi ha ricordato ancora una volta quanto abbiamo bisogno di relazione vera.
Quanto il contatto umano, quando vissuto con rispetto e consapevolezza, possa diventare cura.

Durante la serata abbiamo parlato del valore dell’abbraccio, dei benefici che le neuroscienze hanno dimostrato sul corpo e sulla mente, ma soprattutto abbiamo vissuto tutto questo insieme.
Tre momenti di abbraccio collettivo, guidati con attenzione e delicatezza, in cui il pubblico intero ha partecipato inviando energia, presenza, positive vibes.
E in quei momenti è successo qualcosa di straordinario: le persone si sono lasciate incontrare davvero.

Alla fine, nel giardino del Campus dei Campioni, dopo ogni abbraccio ho chiesto ai partecipanti di scrivere su un post-it l’emozione provata.
Parole semplici, ma potentissime.
Gratitudine. Fiducia. Calore. Libertà. Commozione. Pace. Vita.

Le abbiamo lette insieme, una ad una.
E poi, simbolicamente, abbiamo seminato quei messaggi sull’erba.
Come si semina qualcosa che si spera possa contaminare il mondo di amorevolezza, presenza e umanità.

I cavalli, ancora una volta, ci hanno insegnato il linguaggio del branco: stare vicini senza paura, percepirsi, sostenersi, condividere energia senza giudizio.

Ringrazio di cuore il Campus dei Campioni per aver accolto questo progetto con sensibilità e apertura.
Grazie a Soldati e a per la cura, l’attenzione e l’energia meravigliosa con cui hanno contribuito a rendere speciale questa esperienza.

E grazie a tutti i partecipanti.
Avete trasformato una serata semplice in qualcosa di straordinario.
Le frequenze, le vibrazioni, gli sguardi, gli abbracci e le emozioni vissute resteranno nella mente e nel corpo per molto tempo.

Perché a volte basta un gesto semplice, autentico e umano…
per ricordarci che non siamo soli.

16/05/2026

Mi offri un abbraccio?
Giovedi 21 maggio al Campus dei Campioni in via Zucchi 41 a San Lazzaro ti racconteremo tutto ciò che non sai sugli “ABBRACCI” e non solo …
prenotazioni wapp 393 575 9732

16/05/2026

‎Anthony Hopkins non riusciva a trovare un libro da nessuna parte a Londra. Poi si sedette su una panchina della metropolitana.

‎Era il 1973, e Hopkins era stato appena scritturato per The Girl from Petrovka, un film tratto da un romanzo del giornalista americano George Feifer. Come qualsiasi attore serio riguardo al proprio mestiere, voleva avere il materiale originale tra le mani prima dell'inizio delle riprese.

‎Così passò la giornata a cercare in tutta Londra.

‎Girò per le famose librerie di Charing Cross Road, scrutando gli scaffali, chiedendo ai commessi, inseguendo vicoli ciechi. Negozio dopo negozio, riceveva sempre la stessa risposta.

‎Nessuna copia disponibile.

‎Sul far della sera, frustrato e stanco, Hopkins si diresse verso la stazione della metropolitana di Leicester Square per prendere il treno e tornare a casa. La ricerca era finita.

‎O almeno così pensava.

‎Mentre si sedeva su una panchina, qualcosa accanto a lui attirò la sua attenzione.

‎Un libro dimenticato.

‎Lo raccolse distrattamente, lo girò tra le mani e rimase di ghiaccio.

‎The Girl from Petrovka.

‎Il romanzo che aveva cercato per tutto il giorno, abbandonato su una panchina della metropolitana in una delle città più grandi del mondo.

‎Per un attimo, non sembrava nemmeno reale.

‎Hopkins portò il libro a casa e cominciò subito a leggere. Ma mentre sfogliava le pagine, notò qualcosa di insolito. I margini erano pieni di appunti scritti a mano con inchiostro rosso: pensieri, osservazioni, annotazioni scarabocchiate in quasi tutti i capitoli.

‎Chiunque possedesse quella copia l’aveva studiata attentamente.

‎Hopkins liquidò la cosa come un altro strano dettaglio in una coincidenza già di per sé strana. Usò gli appunti durante la preparazione del ruolo, poi mise da parte il ricordo come uno di quegli impossibili piccoli momenti che la vita talvolta regala.

‎Mes dopo, le riprese iniziarono a Vienna.

‎Un giorno sul set, presentarono a Hopkins un visitatore: George Feifer in persona, l’autore del romanzo. Parlarono dell’adattamento, dei personaggi e della sfida di tradurre la storia in film.

‎Poi Feifer accennò casualmente a qualcosa che fece immobilizzare Hopkins.

‎«Io stesso non possiedo più una copia del mio libro», disse. «Prestai la mia copia personale a un amico anni fa. Era piena dei miei appunti scritti a mano nei margini. Lui la p***e da qualche parte a Londra.»

‎Hopkins lo fissò.

‎Lentamente, rispose: «Ho trovato una copia su una panchina della metropolitana. È piena di annotazioni scritte a mano.»

‎All’inizio Feifer sembrò dubbioso.

‎Fino a quando Hopkins gli portò il libro.

‎Il colore scomparve dal volto dell’autore quasi all’istante. Era la sua copia. La sua scrittura. Le sue note. Il libro stesso che aveva perso anni prima, in qualche modo in attesa su una panchina della metropolitana nel momento esatto in cui l’attore che ne aveva più bisogno capitò di sedersi accanto.

‎Otto milioni di persone.

‎Migliaia di strade.

‎Centinaia di stazioni della metropolitana.

‎Eppure, in qualche modo, la storia giusta trovò le mani giuste nel momento perfetto.

‎Carl Jung chiamava questi momenti sincronicità coincidenze significative, troppo precise per essere liquidate come semplice caso. Hopkins in seguito ammise di non aver mai smesso di pensarci.

‎Forse fu fortuna. Forse destino. Forse l’universo si diverte semplicemente con i tempi impossibili.

‎O forse certe storie sanno esattamente dove devono andare.

🌿 Quando vediamo due persone che si abbracciano, il nostro corpo cambia.Il respiro rallenta.Le difese si abbassano.Dentr...
08/05/2026

🌿 Quando vediamo due persone che si abbracciano, il nostro corpo cambia.

Il respiro rallenta.
Le difese si abbassano.
Dentro di noi accade qualcosa di profondamente umano: ci sentiamo al sicuro.

Perché l’abbraccio non è solo un gesto affettivo.
È linguaggio emotivo.
È presenza.
È il modo più antico che abbiamo per dire:
“Non sei solo.”

La psicologa Virginia Satir sosteneva che abbiamo bisogno di abbracci ogni giorno:
4 per sopravvivere,
8 per mantenerci in equilibrio,
12 per crescere emotivamente.

Da questo pensiero nasce la 🌿 Cena dei Dodici Abbracci 🌿

Non sarà solo una cena.
Sarà un’esperienza fatta di relazioni, ascolto e connessione umana.

Dodici abbracci come simbolo:
di cura,
di vicinanza,
di umanità.

✨ Parte del ricavato sosterrà Horse for the Cure, il progetto di Pet Counseling dedicato alle donne che stanno affrontando o hanno affrontato il tumore al seno, attraverso la relazione con il cavallo.

📍 Campus dei Campioni
📅 21 maggio
🕢 Ore 19:30

📩 Prenotazioni WhatsApp
Milena – 393 575 9732

Perché a volte basta sentirsi accolti per ritrovare la forza di andare avanti. 🌿

28/01/2026
Abbracci 🥰
27/12/2025

Abbracci 🥰

Sotto la pioggia battente, questo cagnolino si rifugia tra le braccia di una statua, come se cercasse un abbraccio...
A volte, la solitudine fa più male del freddo. 💔🐾
Un gesto che vale più di mille parole.
Chi ha un cuore, lo sente.

Buon Natale ✨💫🎄🎁
24/12/2025

Buon Natale ✨💫🎄🎁

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25/11/2025

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Quando Temple Grandin nacque nel 1947, i medici dissero a sua madre che forse non avrebbe mai parlato. Le consigliarono di ricoverarla in un istituto: “la sua mente è diversa”, dissero, “non c’è cura.”

Ma sua madre disse no.

Temple non parlò fino ai quattro anni. Non capiva i volti, i rumori del mondo la sovrastavano. Ma vedeva ciò che agli altri sfuggiva: schemi, colori, movimenti. Dove tutti vedevano caos, lei vedeva ordine.

Da bambina passava ore a osservare le mucche nel ranch di sua zia in Arizona. Studiava come si muovevano, cosa le spaventava, cosa le calmava. E capì che animali e persone condividono un bisogno profondo: sentirsi al sicuro, compresi, trattati con dolcezza.

Da adolescente, il mondo era troppo: troppo rumoroso, troppo veloce. Così costruì qualcosa di unico: una “macchina degli abbracci”. Una struttura in legno, con imbottiture e regolatori di pressione, capace di calmarla, di darle sollievo, di ancorarla alla realtà. Un’invenzione nata dal bisogno che avrebbe aperto un ponte tra scienza ed empatia.

Temple studiò psicologia, poi scienze animali, fino al dottorato. I compagni la deridevano per la voce, per i modi, per il suo pensiero diretto. Lei non rispose con rabbia. Rispose con il lavoro.

Osservava gli animali come altri leggono poesie. Notava come la paura si trasmette nei movimenti, come bastassero piccoli cambiamenti per eliminare la sofferenza. Progettò sistemi di gestione del bestiame più umani, con corridoi curvi che guidavano gli animali senza violenza. I suoi progetti cambiarono i macelli in tutta l’America.

Ma il suo vero impatto non è stato fatto di metallo. È stato un cambiamento di sguardo.

Temple ha insegnato al mondo che l’autismo non è un errore da correggere. È un altro modo di pensare. Il suo cervello non bloccava la compassione: la amplificava. Dove gli altri vedevano limiti, lei vedeva connessioni tra specie, tra menti, tra mondi apparentemente lontanissimi.

Nel 2010, "Time" l’ha inserita tra le 100 persone più influenti del pianeta. Temple ha sorriso, timida, e ha detto: “Penso per immagini. Ma sento tutto.”

Oggi è professoressa, autrice di bestseller, mentore per tanti ragazzi che si credevano “troppo diversi” per trovare un posto nel mondo. Cammina tra campi e aule ricordando a tutti che essere diversi non significa valere di meno.

Temple Grandin non ha solo cambiato il modo in cui trattiamo gli animali.
Ha cambiato il modo in cui comprendiamo la gentilezza.

Perché ci ha insegnato che l’empatia non nasce sempre dall’emozione.
A volte nasce dallo sguardo.

E forse… forse sono proprio le persone che chiamiamo “diverse” a vedere il mondo così com’era sempre stato pensato.

Indirizzo

Via Olmatello, 49 Ozzano Dell’Emilia Bologna
Bologna

Orario di apertura

Sabato 09:00 - 21:00
Domenica 09:00 - 21:00

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