Dottoressa Giulia Giovagnoli - psicologa psicoterapeuta

Dottoressa Giulia Giovagnoli - psicologa psicoterapeuta Consulenze individuali e di coppia; sostegno alla genitorialità; terapia familiare

Ci sono momenti nella vita in cui capita di attraversare situazioni di disagio o difficoltà di tipo emotivo e relazionale. Un sostegno psicologico mirato può risultare utile in tutte le situazioni di 'crisi' (nelle dinamiche familiari, di coppia, lavorative o affettive) ma anche a chi abbia voglia di conoscere meglio le proprie modalità di funzionamento, al fine di migliorare il proprio benessere e prendersi cura di sè.

10/12/2021

Succede che l’attesa si interrompe, che cuoricino se ne va e porta via con sé un pezzetto del tuo cuore.
Succede che intorno, persone note e anche ignote ti fanno un programma per andare avanti, come se soffermarsi sul saluto volesse dire rimanere indietro. Indietro rispetto a cosa, poi? Chi la stabilisce la velocità dei nostri piedi, nel nostro percorso, se non noi stesse?
Succede anche che un po’ ci crediamo, inesperte come siamo, all’inizio di questo capitolo doloroso e imprevisto delle nostre vite, che fare in fretta, “superare” tornare quella di prima, sia la chiave per recuperare quel pezzetto mancante di cuore. E aggiustarlo. E aggiustarsi.
E se poi, dopo mille tentativi per andare avanti e milleuno risvegli nel qui ed ora, esattamente dove sei adesso, ti rendessi conto che stai già curando la tua ferita, giorno dopo giorno, praticando il rispetto di te stessa e la gentilezza nei tuoi confronti? E che i tuoi piedi sanno benissimo attraversare il dolore, la paura, il senso di sconfitta e tornare nel mondo del possibile, quello a colori, al loro tempo? Certo, mi dirai, resta quel pezzetto mancante, quella piccola asola nel tuo cuore, che ogni tanto ti tira dentro, e costringe a fermarsi, a sostare. Ecco, in questo delirio delle feste e della felicità esibita a tutti i costi, trattieni le tue forze. Cerca un filo dorato, per tenere insieme i bordi del tuo pezzetto mancante. Sii kintsugi, per te stessa.

16/10/2021

BAMBINI DELLA SCUOLA PRIMARIA CHE GUARDANO “SQUID GAME”

“Sono un'insegnante di scuola primaria con 2 classi quinte. In questi giorni è venuto alla luce la visione da parte di gran parte dei miei alunni della serie SQUID GAME visibile su una piattaforma che trasmette principalmente serie televisive. Ho trascorso 2 giorni a colloquiare con i miei alunni per capire come lo avessero conosciuto, come e con chi lo avessero visto e il tipo di emozione o motivazione che suscitava in loro. La trama è la costrizione di persone povere, emarginate e problematiche si giocare a 6 giochi (tra cui 1,2,3 stella): la pena per l'errore del gioco è la morte attraverso delle bambole che uccidono gli sconfitti. La serie è coreana e la visione è in lingua originale con i sottotitoli. Durante la ricreazione li vedo spesso giocare a 1 ,2, 3, stella simulando la squalifica dei compagni con il gesto della pi***la. E io che fino a poco tempo mi ero quasi commossa nel vederli giocare in gruppo a dei giochi dei vecchi tempi. Solo ora traggo l'amara realtà”.

Questo è uno dei tanti messaggi che ho ricevuto in questi giorni da parte di adulti preoccupati perché bambini della scuola primaria sono diventati spettatori fedeli della serie televisiva “Squid Game”. Io non l’ho vista. Quindi sto parlando di qualcosa che non conosco, ma di cui ho letto molto. So che la serie è incentrata su adulti coinvolti in un torneo di giochi tipici dell’infanzia, per cui riceveranno cospicui premi in denaro. Però se vengono sconfitti, saranno uccisi. La serie è sconsigliata a chi ha meno di 14 anni, ma l’evidenza di moltissimi docenti ed educatori è che sia entrata nelle preferenze e nelle scelte di visione di molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze preadolescenti. La violenza della serie è anche graficamente molto “spinta” ed esplicita: quando si viene uccisi, schizza sangue dappertutto. Gli insegnanti dicono che i bambini ci ridono su e si tranquillizzano vicendevolmente dicendosi “tanto non è sangue vero, è sugo di pomodoro”. In molti hanno chiesto che io commentassi tutto ciò.
Non posso che riprendere ogni singolo concetto espresso nel nostro libro “Vietato ai minori di 14 anni” (De Agostini ed.): quando sei bambino/a o preadolescente la tua mente non è in grado di gestire la complessità di alcune esperienze a cui puoi avere accesso, ma per cui non possiedi competenze emotive-cognitive di rielaborazione e integrazione dentro di te. E’ qualcosa di cui noi genitori dobbiamo essere assolutamente consapevoli. Altrimenti nella vita dei nostri figli entra il peggio e nella loro mente, dimensioni ed esperienze che hanno significati e risvolti emotivi enormi (la vita e la morte lo sono; la violenza fine a se stessa lo è; il gioco che si trasforma in esperienza per vincere soldi o per subire la morte lo è) si depositano in modo caotico e disorganizzato. Potendosi anche trasformare in esperienze traumatizzanti, ovvero che il soggetto non riesce a gestire nella propria psiche. E perciò ne rimane disturbato e impattato. Bambini che guardano “Squid game” e poi ne simulano le azioni nel loro gioco durante l’intervallo scolastico forse stanno semplicemente imitando ciò che hanno visto. O forse ci stanno comunicando che dentro di loro è entrato “qualcosa” che devono buttare fuori, perché non sanno dove metterlo. Il gioco è il loro modo per tentare di farlo. Ma il gioco non fa miracoli e certe cose possono “tatuarsi” nella loro mente e da lì non uscire più. Come psicoterapeuta, rimango tuttora colpito da quanti pazienti adulti mi hanno raccontato di non aver mai superato la traumatizzazione conseguente a certi film dell’orrore visti da bambini o adolescenti; primo fra tutti ”L’Esorcista”. La problematicità sta nel fatto che certi contenuti non vengono “metabolizzati” quando la mente non ha le competenze per riuscire a farlo. E la mente dei bambini e dei preadolescenti non è in grado di metabolizzare i contenuti di una serie come “Squid game”. Anche se non l’ho vista, per tutto ciò che ho letto di questa serie e per il mestiere che faccio questa cosa la posso affermare con certezza.
“Vietato ai minori di 14 anni” non è un messaggio che reprime la crescita: in casi come questi la protegge, la sostiene e la promuove. E forse noi adulti dovremmo smetterla di affermare “ a priori” che è “vietato vietare”, la cosa più frequente che mi sono sentito dire in quest’ultimo mese, dopo che è uscito il nostro libro che ha osato mettere questo verbo nel titolo. Dovremmo fare una lunga riflessione su quanto è tossico l’ambiente in cui stanno crescendo i nostri figli, ma soprattutto su quanto siamo diventati fragili noi adulti nel fare il nostro mestiere di adulti. Adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere “Squid game”. E in una società civile si dovrebbe fare di tutto perché ciò non avvenga. Altrimenti l’unica cosa che succede è che qualche adulto ci pensa su solo dopo aver letto un post come questo su un social network. Che è appunto un singolo post in mezzo a migliaia di altri post, che nello stesso social network, celebrano ed esaltano questa serie tv. Leggete e fate leggere questo messaggio ad altri genitori, se lo ritenete opportuno.

16/10/2021

Nessuno
sa immaginare il rumore
che fa
il tuo silenzio.
E quindi ci parla sopra.

Nessuno sa immaginare
come riempie gli occhi
la tua assenza.
E quindi ti dimentica subito.

Nessuno sa immaginare
quanto pesa
l’amore che mi resta.
E già vorrebbe vedermi leggera.

Mancano di fantasia
-o di benevolenza-
oppure di coraggio,
tutti questi “nessuno” intorno.

Se solo avessero vissuto
la nostra -breve- magia
porterebbero nel cuore
due battiti per sempre.

E allora, forse
potrebbero immaginare.
O almeno,
portare rispetto.

C.Ravaldi
15/10/21

10/10/2021

Il 10 ottobre, da oltre VENTI anni, è la giornata mondiale dedicata alla salute mentale, un argomento che riguarda tutti coloro che hanno un cervello e desiderano prendersene cura esattamente come ci si prende cura di altre parti del nostro corpo.
Ancora oggi, accorgersi di avere male a un dente è più facile e intuitivo che accorgersi di avere “male all’anima”.
Inoltre, se hai male a un dente le persone non ti giudicheranno debole o privo di forza di volontà, ma se hai male all’anima, sarai giudicato. Anche se il tuo dolore è appena all’inizio è ancora pienamente gestibile senza troppi danni, per quel dolore la società non ha spazio e la conseguenza di questa indifferenza è che per qualcun* quel dolore cresce, dilaga, fino a conseguenze a volte estreme. Fino a prenderti la vita.

Quando ho scelto di studiare psichiatria, psicoterapia e neuroscienze dell’umore, volevo “curare le anime”, (perché quello significa psichiatria), volevo accogliere, per tempo, i dolori “piccoli”, prima che diventassero valanghe.
Lo sapevo che la salute mentale è un argomento tabù e sapevo che la sofferenza mentale è uno stigma e discrimina tra i cosiddetti “sani” e i “malati”. Discriminava prima, quando c’era l’ignoranza, lo fa adesso, che basta aprire Wikipedia per capire come funziona il cervello e come può ammalarsi.
Perché la salute mentale è ancora un tabù, nonostante una persona su 4 nella sua vita incontri almeno una volta un disturbo psichico invalidante?
Perché siamo una società indifferente e perpetriamo quella dicotomia forte vs debole che permette alla sofferenza mentale di crescere indisturbata.
Smettiamo di nutrire lo stigma sulla malattia psichica e lavoriamo tutt* per tutelare la nostra salute mentale. Riconoscendo i nostri bisogni, rispettando le nostre biografie, anche quelle dolorosissime, e difendendo il diritto di occuparci del nostro malessere e di ricevere un sostegno qualificato tutte le volte che serve, prima che sia troppo tardi.
Senza tutto questo ragionamento, e senza avere toccato con mano la ferita dell’indifferenza al mio lutto perinatale, non sarebbe nato CiaoLapo.
Prendersi cura della propria salute mentale comincia dal prendersi cura del lutto.

12/04/2021

🙆‍♀️ Cos’è la salute? L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella sua Costituzione, la definisce come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”,

🟣 In quest’ultimo anno, a seguito della pandemia da Covid19, si è ovviamente parlato tanto - e giustamente - di malattia e di cura fisica. Troppo spesso è però stata dimenticata l’importanza della salute psicologica, intaccata fortemente dal periodo storico.

📌Per questo oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Salute, ricordiamo che “Non c’è salute senza salute psicologica” auspicando sempre più investimenti sul lavoro di psicologhe e psicologi da parte di tutte le istituzioni per rispondere pienamente ai bisogni dei cittadini!

"La salute non è assenza/presenza ma equilibrio, e quindi è sempre legata al rapporto tra la persona ed il contesto in c...
02/11/2020

"La salute non è assenza/presenza ma equilibrio, e quindi è sempre legata al rapporto tra la persona ed il contesto in cui è immersa. Da questo derivano due fatti importanti, cioè che clima psicosociale e salute sono legati e che esistono situazioni che non sono più salute ma non ancora malattia in senso stretto. [...] Dobbiamo aspettare, come ci mostrano gli studi sulle grandi crisi (terremoti, uragani, altre pandemie), che tante persone sviluppino una malattia mentale o fisica per ve**re presi in considerazione dai nostri schemi mentali e dai relativi capitoli di bilancio?"

LA “TERRA DI NESSUNO” TRA SALUTE E MALATTIA:
LE GRAVI IMPLICAZIONI DI UNA REALTA' NEGATA

di David Lazzari, Presidente Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, Docente a c. Univ. Torino e L'Aquila, Past President Società Italiana PsicoNeuroEndocrinoImmunologia.
Foto di Engin Akyurt/Unsplash

La crisi sanitaria ha prodotto una condizione ben studiata nella letteratura scientifica, che a livello internazionale va sotto il nome di “psychological distress”, reso in italiano come “disagio psicologico”. Oggi, secondo le ricerche condotte in tutto il mondo, questo disagio è la condizione, più o meno accentuata, di circa la metà della popolazione. Abbiamo arruolato medici, infermieri ed altri operatori per la pandemia, ma quasi nessuno Psicologo. Dobbiamo aspettare, come ci mostrano gli studi sulle grandi crisi (terremoti, uragani, altre pandemie), che tante persone sviluppino una malattia mentale o fisica per ve**re presi in considerazione dai nostri schemi mentali e dai relativi capitoli di bilancio?

💊💊💊

Gli studi sul funzionamento della mente ci hanno mostrato che essere “sapiens sapiens” non vuol dire avere una “oggettiva” conoscenza e controllo della realtà. Noi tendiamo a classificare il mondo in categorie che risentono molto della cultura nella quale siamo immersi (familiare, della comunità di appartenenza, sociale). Di ciò abbiamo livelli di auto consapevolezza che variano in relazione al nostro sviluppo psicologico: una psiche equilibrata e armonica è più “accesa” su ciò che accade dentro e fuori di noi. La pandemia ha reso evidenti, tra le altre cose, sia il potere di questi meccanismi che di alcuni grandi schemi culturali che ci portiamo dietro e che limitano la lettura condivisa della realtà.

Nel primo caso è emerso con chiarezza quanto il “filtro psicologico” con cui leggiamo la realtà determini quello che proviamo (emozioni, livelli di paura) e quello che facciamo (i nostri comportamenti). E come questo “filtro” può essere condizionato da fattori sociali, come i messaggi istituzionali, i media, i social, il clima collettivo e così via.

Infatti tutti gli studi psicologici sulle emergenze (ivi comprese le pandemie) hanno messo in luce l’importanza di questi aspetti e le strategie per promuovere letture e comportamenti funzionali e cooperativi e limitare lo stress legato a queste situazioni.

L’altro aspetto è legato agli “schemi culturali” sociali. Si tratta delle “lenti culturali” con cui viene influenzata la lettura della realtà, che possono essere più o meno evidenti e coerenti le une con le altre.

In questa fase è importante evidenziarne una soprattutto, per l’impatto che sta avendo sul modo di gestire la pandemia e gli aspetti psicologici. Mi riferisco al concetto di “salute” che, nella sostanza, dal punto di vista biomedico, risulta corrispondente ad una condizione di non malattia. Questo può sembrare molto vero in tempo di pandemia, dove tutto lo sforzo è legato a capire se le persone sono “infette” o meno e trovare cure efficaci.

Ma, se ci soffermiamo un attimo, vediamo che la realtà è più complessa: si può essere “infetti” senza essere malati e si può risentire in modo più o meno accentuato del virus in relazione alle condizioni di salute generali preesistenti. Non c’è una lettura in “bianco e nero” ma diverse gradazioni. Bisognerebbe aggiungere che molte persone “stanno male” in relazione alla pandemia senza essere “malate” di Covid, perché la sofferenza psicologica può essere moto pervasiva e debilitante. Appare allora chiaro che salute e malattia vanno viste non in astratto, se si vuol capire, ma contestualizzate nelle persone: sono le persone ad essere in salute ed in malattia e sempre in modo relativo, nel senso che non si tratta di dimensioni alternative bensì coesistenti.

Diventa allora importante evidenziare come gli studi sulla salute abbiano messo in luce due elementi: che non si tratta di un aspetto statico ma dinamico, che integra il buon funzionamento dei processi del corpo con gli equilibri psicologici e adattativi della persona (Huber 2011).

Quindi la salute non è assenza/presenza ma equilibrio, e quindi è sempre legata al rapporto tra la persona ed il contesto in cui è immersa. Da questo derivano due fatti importanti, cioè che clima psicosociale e salute sono legati e che esistono situazioni che non sono più salute ma non ancora malattia in senso stretto.

La crisi sanitaria ha prodotto una condizione ben studiata nella letteratura scientifica, che a livello internazionale va sotto il nome di “psychological distress”, reso in italiano come “disagio psicologico”: un mix di sintomatologia che varia in base alle caratteristiche individuali ma che ha come ingredienti ricorrenti ansia, umore oscillante ma tendente al depresso, irritabilità, tensione, apatia, disturbi del sonno, malesseri fisici. Se vai dal medico e fai le analisi di routine al 90% non rientri in nessuna malattia ma migliaia di ricerche ci dicono che questa condizione ha alterato il nostro funzionamento biologico, relazionale e sociale, la nostra perfomance nella vita e compromesso la nostra salute.

Dal “benessere bio-psicosociale” siamo nel “malessere bio-psicosociale”, una condizione in grado di compromettere molti aspetti di chi la vive: basti pensare come esempio che, se protratta, aumenta il rischio di una malattia cardiovascolare o immunitaria del 100% o la mortalità in generale del 40% (vedi Lazzari, “La Psiche tra Salute e Malattia. Evidenze ed epidemiologia, EDRA 2020).

Un disagio contagioso, che cambia il clima nelle famiglie, nelle comunità o nell’intera società. Oggi, secondo le ricerche condotte in tutto il mondo, questo disagio è la condizione, più o meno accentuata, di circa la metà della popolazione. Che, in virtù di questi schemi culturali ed operativi, non si sente bene ma ha – giustamente – paura di considerarsi malata o debole caratterialmente. Una enorme sofferenza che viene negata o relegata al privato delle famiglie. E questo nonostante che le scienze psicologiche abbiano mostrato l’importanza e l’efficacia (ma anche il valore costo-benefici in termini economici) di strategie diffuse di prevenzione, di promozione della resilienza, di ascolto e sostegno.

Dall’inizio della pandemia non solo è stata trascurato l’impatto della comunicazione sul clima psicosociale, e il ruolo delle Istituzioni nel favorire la cooperazione attraverso l’autorevolezza e l’affidabilità, ma anche questo diffuso disagio, che è rimasto praticamente senza risposte. Nonostante ci siano collegamenti importanti tra questi aspetti e la disponibilità delle persone, i livelli di rabbia, la comparsa di forme di ribellione e di disgregazione del tessuto sociale stanno emergendo.

Di fatto, i nessi messi in luce dalla letteratura psicologica, tra vissuti individuali e politiche collettive, non sono stati sinora preso in considerazione. Farlo in questa fase della pandemia può essere molto importante per gli sviluppi futuri.

Peraltro, quella del “disagio psicologico” è una categoria ben presente già prima della pandemia nelle nostre leggi, si pensi ai LEA che prevedono interventi psicologici pubblici per queste situazioni. Ma ogni volta che si prendono provvedimenti e si fanno stanziamenti, questi aspetti rimangono fuori dalla porta. Abbiamo giustamente arruolato migliaia di medici, infermieri ed altri operatori per la pandemia, ma quasi nessuno Psicologo.

Dobbiamo aspettare, come ci mostrano gli studi sulle grandi crisi (terremoti, uragani, altre pandemie), che tante persone sviluppino una malattia mentale o fisica per ve**re presi in considerazione dai nostri schemi mentali e dai relativi capitoli di bilancio?

BIBLIOGRAFIA

BendauA. et al., Associations between COVID‑19 related media consumptionand symptoms of anxiety, depression and COVID‑19 related fearin the general population in Germany; European Archives of Psychiatry and Clinical Neuroscience,20July 2020, https://doi.org/10.1007/s00406-020-01171-6

Benedetti F, Ansia e depressione post Covid-19, https://www.hsr.it/news/2020/agosto/ansia-depressione-post-covid

Gao J, Zheng P, Jia Y, Chen H, MaoY, Chen S, et al. (2020) Mental health problems andsocial media exposure during COVID-19 outbreak.PLoS ONE 15(4): e0231924.

Huber M. et al. How should we define health?. British Medical Journal 2011;343:d4163

Inchausti F. et al. , Psychological Intervention and COVID‑19: What We Know So Farand What We Can Do, Journal of Contemporary Psychotherapy, Publ. online 27 May 2020

Lazzari D, “La Psiche tra salute e malattia. Evidenze ed epidemiologia”, 2° ristampa agg. Pandemia. Settembre 2020. Edra.

Lazzari D., Bottaccioli MG, Bottaccioli F., Letter to the Editor: Kim, S.-W., Su, K.-P. (2020) Using psychoneuroimmunity against COVID-19, Brain, Behavior, and Immunity 87 (2020) 170–171

Lazzari D, Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Promuovere la resilienza della popolazione italiana contro SARS-CoV-2, Pneireview n.1:6-25, 2020

Legrenzi P. (2019) A tu per tu con le nostre paure, Bologna: il Mulino

Lunn P. et al.; Using Behavioural Science to Help Fight the Coronavirus: ARapid, Narrative Review, Journal of Behavioral Public Administration Vol 3(1), 2020

Pfefferbaum B., North CS, Mental Health and the Covid-19 Pademic, The New England Journal of Medicine, April 13, 2020.

Rumiati R. (2016) Decidere in pratica, Il Mulino

Taylor S. (2019) The Psychology of Pandemics, Cambridge Scholars Publishing.

Thaler R.H. (2014) Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli.

Van Bavel JJ. Et al. , Using social and behavioural science to supportCOVID-19 pandemic response, Nature Human Beaviour Perspective, 30 April 2020.

15/10/2020

NON CHIUDETE LE SCUOLE SUPERIORI
Un’ipotesi che alcuni hanno fatto per affrontare questa fase di emergenza epidemiologica dovuta alla recrudescenza dei contagi da Covid è stata “Chiudere le scuole secondarie di secondo grado”. Ovvero chiedere agli adolescenti – soprattutto quelli che frequentano gli ultimi anni delle superiori - di restare a casa da scuola, seguendo le lezioni a distanza. Di tutte le cose da fare, per me questa è l’ultima. Proprio l’ultima delle ultime. La salute e il benessere degli adolescenti è fortemente dipendente dalla loro possibilità di vivere in spazi dove incontrano altre persone e socializzano. Chiuderli in casa come “i destinatari” delle misure più restrittive dell’intervento preventivo significa non coglierne i bisogni fondamentali, non rispettarne le esigenze evolutive. Direi invece che gli adolescenti dovrebbero essere resi protagonisti di questa fase critica. Dovrebbero essere incaricati di promuovere un progetto di educazione tra pari dove vengono coinvolti in modo attivo per promuovere tutte le norme di prevenzione che aiuteranno la nostra collettività ad affrontare questa fase critica in cui dobbiamo imparare a convivere con il COVID 19 , in attesa che risulti disponibile un vaccino efficace. Dobbiamo offrire loro la possibilità di partecipare ad iniziative di solidarietà e sostegno per persone fragili e vulnerabili di cui loro potrebbero diventare sostenitori e tutori con servizi che permettano a quelle persone fragili di non mettersi in condizioni di rischio. Dovremmo renderli attori di un modello di solidarietà collettiva in cui loro diventano testimonial attivi e promotori del rispetto delle regole che in questo momento sono di stringente utilità per costruire quello che sarà il destino di noi tutti, nelle prossime settimane. Insomma, dovremmo pensare che a loro, in questo momento, non è possibile chiedere di rimanere passivamente invisibili. Bensì l’esatto contrario: ovvero essere attivamente partecipi di un grande obiettivo della società di cui a breve diverranno cittadini ufficiali con diritti e doveri. Il problema è che nelle nostre città per gli adolescenti gli spazi dove aggregarsi, fare gruppo, coltivare progetti, perseguire obiettivi di crescita non esistono. La scuola per loro non è solo il luogo della formazione, ma è anche il luogo dove incontrano i loro pari in carne ed ossa. Dove vivono la dimensione relazionale nel reale, elemento fondamentale per la loro salute emotiva e psicologica. Qualsiasi cosa succeda nelle prossime settimane, in questo “giro” dovremmo davvero avere una visione più competente dell’adolescenza e investire sulle competenze dei giovanissimi. Invece di raccontarli solo come “attori” di una movida, offriamo loro la possibilità di essere pensati come soggetti che hanno competenze reali da spendere nel mondo reale. E da non sacrificare nell’invisibilità di un lockdown selettivo di cui dovrebbero essere, secondo alcuni, gli sfortunati prescelti.
Come genitore credo davvero che i nostri ragazzi possono essere bel altro che diffusiori del contagio. Possono, rispettando tutte le norme di prevenzione, diventare attori attivi della strategia di resistenza che non necessariamente veda nel lockdown l’unica modalità di essere attuata. I vostri figli sarebbero in grado di aderire a questa proposta?

14/09/2020

🗞 OPER Rassegna Stampa: Rientriamo a scuola!
Tra pochi giorni si torna a scuola, è indispensabile riprenderne la frequenza sia per restituire ai bambine/i e a ragazze/i un senso di tranquillità e di sicurezza, sia per garantire loro il diritto allo studio. Coniugare il diritto allo studio con la sicurezza di tutte le componenti personali della scuola non è cosa facile.

⚠️ Si rende necessario, così come previsto dal Protocollo di Sicurezza e dalle ultime Linee Guida Ministeriali, un supporto psicologico mirato alla scuola di ogni ordine e grado, per fronteggiare situazioni di smarrimento, di stress, di ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio e situazione di isolamento vissuta.

La pandemia, ancora presente, mette a dura prova tutto il sistema scuola creando prevedibilmente un disagio psicologico diffuso nelle sue varie componenti: docenti, genitori, alunni e alunne, personale ata, ecc.

🎯 È quindi fondamentale tutelare la salute psicologica di tutti con azioni di prevenzione, fornendo alla scuola interventi specifici per attivare risorse adattive e di resilienza.

L’obbligata chiusura delle scuole e il conseguente impatto psicologico sulla salute di bambine/i e delle/gli adolescenti, causato dal rimanere a casa per diversi mesi, ha determinato una situazione complessa di particolare problematicità per tutti e che richiede interventi mirati per essere affrontata. In particolare modo questa chiusura è stata subita dalle persone che vivono in situazioni di vulnerabilità e che trovano nella scuola risposte alle proprie esigenze di salute: emotive, educative, e di socializzazione.

L’esperienza scolastica, intesa come diritto allo studio, dovrebbe infatti essere il percorso che, garantendo pari opportunità, rende concreto il principio dell’eguaglianza e dell’educazione, intesa come strumento di promozione di processi relazionali diretti a sviluppare le singole potenzialità.

Bambine/i, ragazze/i sono diversi fra loro, ma sono uguali in termini di diritti alla cura, all’istruzione, al gioco, alla protezione, a costruire il proprio futuro e a essere accompagnati nel percorso di crescita, per il quale la scuola riveste ancora un ruolo fondamentale.

Il “digital divide”, nel periodo del lockdown, ha accentuato purtroppo le disuguaglianze e aggravato il fenomeno delle povertà educative, con gravi ripercussioni anche psicologiche per tutti i minori che vivono in situazioni di svantaggio sociale ed economico ed in particolare per chi vive una condizione di disabilità o con bisogni educativi speciali.

La scuola, non essendo solo luogo di istruzione, di passaggio di conoscenze e nozioni, riveste un’importanza vitale per lo sviluppo psicofisico e relazionale; la sua frequenza alimenta in alunne/i il proprio senso di valore, la propria autostima, favorendo anche la capacità di sperimentare ed esprimersi nella complessità dei vari contesti sociali.

La presenza della scuola in remoto ha generato, in molte situazioni, una profonda frattura negli equilibri quotidiani con possibili ripercussioni negative sullo stato di salute psicofisico: alterazione ciclo sonno-veglia, sregolatezza alimentare, apatia, demotivazione, paura, chiusura, ansia e intolleranza ecc.

Il rientro per tutti non può configurarsi come semplice ripresa delle attività didattiche in presenza, ma dovrebbe infatti offrire spazi e modi, adeguati alle varie fasce di età, e ai bisogni sociali/educativo/didattici. L’insegnamento è un processo educativo e formativo complesso, la cui componente relazionale in presenza è indispensabile ed è fondamentale che sia caratterizzata da vicinanza fisica, espressioni accoglienti e rassicuranti, ascolto attivo, gesti incoraggianti.

Facilitare il racconto soggettivo dell’esperienza della perdita e della ritrovata dimensione sociale scolastica, può favorire la ri-significazione tanto delle situazioni vissute nei mesi di sospensione, quanto del ritorno a una normalità, ci auguriamo duratura, che si presenta necessariamente differente da prima.

La narrazione rende possibile la rielaborazione emozionale, cognitiva e affettiva. Una narrazione di sé guidata, in modo appropriato all’età e nel rispetto di tutte le diverse individualità, può responsabilizzare al mantenimento di condotte adeguate di protezione propria e altrui della salute. In particolare, in questo momento COVID, diventa fondamentale per la costruzione di proprie conoscenze utili ad orientarsi nei comportamenti e nelle relazioni interpersonali.

La scuola infatti, se, dando un’adeguata attenzione psicologico educativa, si pone l’obbiettivo di salvaguardare la dimensione soggettiva di chi la frequenta, diventa un laboratorio, dove si sperimenta la complessità della vita e dell’essere persone. Questa esperienza di crescita sociale, se ben vissuta, contribuisce in modo rilevante a costruire il benessere psicofisico e relazionale di bambine/i e ragazze/i che non devono essere considerati i cittadine/i di domani, ma del presente. Quali cittadine/i saranno domani dipenderà anche da quali strategie psicologiche ed educative vengono loro riservate oggi e dal livello di qualità e complessità con cui vengono impostate le relazioni con loro.

Bologna, 09 settembre 2020

Comunicato a cura della Commissione Pari Opportunità dell'Ordine Psicologhe e Psicologi ER

07/08/2020

“Mi raccomando. Sia forte”
“Deve farsi forza per tutti e due”
“Sua moglie ha bisogno del suo aiuto” “Sua moglie deve essere aiutata”
“Ci pensi lei”
“Cerchi un aiuto per sua moglie”

E oggi, durante la pandemia.
“Lei non può entrare”
“Lei non potrà essere presente”
“Lei deve restare fuori”
“Lei aspetti fuori”

Potrei continuare all’infinito a riportare esempi di 14 anni e di questi sei mesi di pandemia.
L’idea che mi sono fatta è che nei luoghi di cura si sia perduta l’abitudine ad ascoltare e coltivare la relazione d’aiuto; in particolare, non è ancora riconosciuto il ruolo del padre come interlocutore alla pari all’interno di una coppia.
La coppia aspetta un figlio: si parla alla coppia, (tenendo presente che è formata da due persone diverse con diversi vissuti..).
La coppia affronta il parto: si include il padre nel processo (se la coppia concorda) come parte attiva, non come spettatore.
La coppia affronta il puerperio: alla coppia ci si rivolge per comprendere come sta andando la vita in tre, quali ostacoli e quali risorse.
La coppia ha un aborto/morte in utero/bambino gravemente prematuro o malato che muore in ospedale? La coppia è in lutto ed e alla coppia che ci si rivolge per offrire aiuto mirato per tutti e due. Il padre non è il guardiano della madre e non è il suo “curante” perché lui stesso ha bisogno di cure. Insieme possono prendersi cura reciprocamente.
Durante la pandemia, tutte queste cose che sulla carta sembrano note e arcinote, tanto è stato il lavoro culturale fatto sulla genitorialità e la paternità, sono piano piano scomparse.
I padri restano fuori e sono le madri che fanno le ambasciatrici “nella buona e nella cattiva sorte” e raccontano ai loro compagni come sono andate le visite, i ricoveri, i parti. Il distanziamento prevede di stare lontani fisicamente (un metro e mezzo).
Non emotivamente.
Non dal punto di vista sociale o relazionale.
Stiamo raccogliendo le testimonianze dei padri, positive e negative sull’assistenza e le stiamo misurando insieme allo stress e al benessere percepito in questo tempo di pandemia.
Le stiamo misurando in 14 paesi.
Sei un padre? Sei importante.

www.ciaolapo.it/cocoon

Indirizzo

Zona Bolognina, Quartiere Navile
Bologna

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