10/05/2022
Questo non è counseling.
Spiace, ma non è Counseling ✋😠
Finalmente un film dove si parla di , dove la protagonista è una ! La curiosità è tanta che mi precipito al cinema il giorno stesso della prima. In sala è presente l’attrice, Claudia Gerini, nell’occasione anche regista del film, che si intitola Tapirulàn - Il Film. Nelle sue parole, l’emozione per l’esordio alla regia ed il trasporto per una sceneggiatura che – dice – “meritava di essere trasportata sul grande schermo”.
Cresce a questo punto la mia aspettativa, ma arriva la prima gelata: la protagonista del film – viene detto nella presentazione – è una Counselor che “dà consigli psicologici online”. Mi si blocca il respiro: consigli psicologici? Devo aver capito male… Si spengono le luci e inizia il film.
La trama ci mostra la storia di una sedicente Counselor che lavora attraverso una piattaforma di eCounseling cui le persone si iscrivono e accedono on demand, ossia al bisogno, senza fissare un
appuntamento. Si direbbe una specie di servizio di emergenza, per cui l’incontro dura fin quando la persona dall’altra parte attacca, magari bruscamente, perché non è d’accordo con la Counselor. La professionista si attiva ricevendo una videochiamata e risponde mentre sta correndo sul tapis roulant: “eCounseling, sono Emma. Ti ascolto!”
La Counselor dispensa consigli e dà risposte alle domande dei clienti, ne ha per tutti. E quale casistica! Il tentativo di suicidio, l’attacco di panico di un giovane che vive in segreto la colpa per omissione di soccorso stradale, la vittima di violenza coniugale, il simpatico maniaco ossessivo compulsivo, il giovane che nel giro di tre telefonate vive tutta l’intensa esperienza dell’accettazione della propria omosessualità, del coming out con tutte le conseguenze, e infine anche della riabilitazione. Tutti o quasi i casi rappresentati si muovono in ambiti nei quali un Counselor certamente non si addentrerebbe; piuttosto invierebbe ad altri professionisti competenti in materia.
Per non parlare della difficoltà della protagonista a gestire il proprio privato. Invece di ricorrere agli strumenti che noi professionisti abbiamo per provvedere coscienziosamente al nostro benessere, Emma “risolve” il problema aprendo un’ambigua relazione con uno dei suoi clienti, con una confusione e un ribaltamento di ruoli chiaramente improponibile.
Un ultimo accenno alla speciale “supervisione” cui la protagonista ricorre nel suo lavoro. La Counselor del film si interfaccia (sempre in videochiamata) con una specie di coordinatore della piattaforma online, che richiama la sua attenzione sull’andamento del suo rating settimanale: il gradimento della professionista viene misurato in forma di stelline (i like) messe dai clienti al termine della telefonata. E quando Emma si trova di fronte ad una scelta particolarmente complicata sotto il profilo etico, il criterio di discernimento proposto non fa riferimento ad un codice deontologico professionale, bensì alle regole commerciali di iscrizione alla
piattaforma online.
Come professionista impegnata nel Counseling, la visione del film mi lascia inevitabilmente delusa e rammaricata. Quello che viene rappresentato non ha nulla a che vedere con il mondo del che con tanto impegno e responsabilità stiamo costruendo da anni. Semplicemente, non è il mestiere del Counselor quello descritto nel film, pur con il massimo di licenza artistica che possiamo concedere alla fantasia dello sceneggiatore.
Non è la relazione mordi e fuggi con il cliente, che invece deve essere fondata sull’attenzione alla persona dentro un tempo e un contesto appropriati ed opportuni.
Non è l’elargizione alla bisogna di risposte e consigli, tanto meno psicologici. Il Counselor accompagna il cliente a trovare le sue risposte, a esplorare le sue possibilità, rispettoso dei limiti delle proprie competenze.
Non è buon , non può esserlo, quello esercitato da un professionista che non trova il tempo per affrontare in modo serio e competente i problemi personali. Per fare spazio alla relazione con il cliente bisogna lavorare continuamente su di sé, mettere in ordine le proprie emozioni per fare spazio a quelle degli altri. Qui rientra anche il tema della supervisione e del supervisore: una figura essenziale per il Counselor, cui il professionista si riferisce per poter confrontare il proprio lavoro, ricevere spunti di miglioramento, verificare la propria efficacia professionale.
Per finire, il tema del online. Durante il lockdown tutti noi abbiamo dovuto adottare la modalità di relazione a distanza, che pur nella difficoltà ha permesso alle persone di mantenere un canale di ascolto e ricevere un po’ di accoglienza nella condizione assurda di isolamento a cui eravamo obbligati dalla pandemia. Ci siamo dovuti attrezzare per garantire ai nostri clienti la qualità del servizio offerto seppure a distanza, con uno schermo che ci separava. Abbiamo dovuto stabilire e concordare le condizioni per assicurare la nostra presenza di qualità, anche in quel contatto visivo che certamente non è lo stesso, perché se guardo in telecamera non guardo negli occhi del cliente e viceversa. Ecco perché, mi spiace dirlo, quello rappresentato nel film non è nemmeno counseling online.
Mi dispiace soprattutto per le persone che andando al cinema potranno farsi un’idea distorta della nostra professione. Il Counseling, esercitato con passione e competenza, può rappresentare e rappresenta di fatto una risorsa di sostegno e di aiuto per tante persone. Il film poteva essere finalmente l’occasione giusta per raccontarlo nel modo giusto. Peccato non ci sia riuscito. 🥀