06/02/2026
PSICOTRAUMATOLOGIA - 50
LUTTO E TRAUMA: QUANDO LA PERDITA PUO' DIVENTARE DISTURBO?
La ricerca contemporanea distingue in modo sempre più netto tra lutto fisiologico, Disturbo da
Lutto Prolungato (PGD) e PTSD. Il lutto normale è un processo di integrazione: anche quando è
molto intenso tende, nel tempo, a trasformarsi. Non significa “passare oltre”, ma riuscire
gradualmente a collocare la perdita nella propria storia senza che occupi tutto lo spazio psichico.
Quando invece il dolore rimane invariato, intrusivo e compromette il funzionamento, non siamo più
di fronte a un’elaborazione ma a un blocco del processo.
Il DSM-5-TR ha introdotto il Prolonged Grief Disorder, caratterizzato da yearning persistente per il
defunto, preoccupazione costante, difficoltà a reinvestire nelle relazioni, alterazione del senso di
identità ed evitamento dei ricordi. Il suo nucleo non è la paura ma la separazione non mentalizzata:
la mente continua a cercare la persona come se dovesse tornare. Il PTSD nasce invece da una
percezione di minaccia. Qui dominano ipervigilanza, freezing, riattivazioni somatiche e evitamento
fobico. Nei lutti traumatici – morti improvvise, violente, suicidio, disastri – i due quadri possono
sovrapporsi, creando configurazioni cliniche particolarmente complesse.
La variabile ponte sembra essere la ruminazione. Quando il pensiero non elabora la perdita ma tenta
inconsciamente di annullarla o riscriverla, il sistema resta in stato di allarme e il dolore non si
trasforma.Diventa clinicamente significativo quando i sintomi persistono oltre 6-12 mesi senza
modulazione, aumentano invece di ridursi, la persona evita i ricordi, l’identità rimane ancorata al
defunto, compare compromissione funzionale o una costante iperattivazione neurofisiologica.
La distinzione è fondamentale per il trattamento. Il PGD richiede interventi maggiormente centrati
sulla separazione e sulla riorganizzazione del legame interno; il PTSD richiede interventi
maggiormente centrati sulla memoria traumatica e sulla risposta di minaccia. E’ importante e
necessario non confondere le due condizioni per non prolungare la sofferenza.
In poche parole non è la “quantità” di sofferenza esperita che fa la differenza, ma come la mente
organizza ed elabora tale sofferenza e quindi la perdita.
Liberamente tratto da :
M. Malgaroli, F. Maccallum, and G. Bonanno, “Symptoms of persistent complex bereavement
disorder, depression, and PTSD in a conjugally bereaved sample: a network analysis,”
Psychological Medicine, Jul. 2018, doi: 10.1017/S0033291718001769.
A. Lemma, “Mourning, melancholia and machines: An applied psychoanalytic investigation
B. of mourning in the age of griefbots*,” The International journal of psycho-analysis, May
C. 2024, doi: 10.1080/00207578.2024.2342917.