20/01/2026
Una mia riflessione su quello che stiamo vedendo e su come dobbiamo stare attenti,...
Stiamo assistendo a qualcosa che, se davvero continuerà in questa direzione, ci dice una cosa molto chiara: siamo arrivati a un punto critico.
Un punto in cui il confine tra sensibilizzazione e sfruttamento rischia di essere superato senza nemmeno accorgercene.
Prima sono arrivati i simboli, poi le rappresentazioni “creative”, poi i personaggi, ora addirittura le bambole. Tutto rigorosamente etichettato come inclusione, come attenzione, come messaggio sociale. Ma fermiamoci un attimo e facciamoci una domanda scomoda, quella che spesso nessuno vuole fare: qual è il vero obiettivo?
Perché quando qualcosa non è donato, non è accessibile a tutti, non nasce da un progetto strutturato di supporto reale, ma viene venduto, promosso, monetizzato, allora il rischio è evidente. Il rischio è che un tema profondamente umano e delicato come l’autismo venga trasformato in un prodotto. In un marchio. In una leva emotiva utile a generare visibilità, consenso, denaro.
E questo non è sensibilizzare.
Questo è utilizzare.
L’autismo non è una bambola, non è un gioco, non è un personaggio da esporre.
L’autismo è vita quotidiana fatta di fatica, di famiglie che lottano, di bambini che cercano di comunicare, di genitori che aspettano risposte che spesso non arrivano, di territori dove i servizi sono insufficienti o inesistenti.
È fatto di scuole impreparate, di liste d’attesa infinite, di interventi tardivi che compromettono opportunità fondamentali.
Quando si usa l’autismo come strumento narrativo per costruire notorietà, e una volta ottenuta quella notorietà si passa a monetizzare, a non ascoltare più, a proteggere il proprio ego mascherandolo da sensibilità, allora non siamo più nel campo del supporto.
Siamo nel campo della violenza simbolica.
La più subdola. Quella che non urla, ma sfrutta.
Perché usare termini come “autismo” e “autistici” per secondi fini significa togliere dignità alle persone reali che vivono questa condizione ogni giorno. Significa ridurre una complessità enorme a un oggetto, a un’immagine, a un trend.
E i trend passano. Le persone restano.
La vera inclusione non è circoscritta, non è selettiva, non è episodica.
La vera sensibilità non ha bisogno di essere venduta.
La vera attenzione si misura nei servizi, nella formazione, nella presenza sul territorio, nella continuità degli interventi, nel supporto concreto alle famiglie, non nei prodotti “a tema”.
Se l’inclusione esiste solo in alcuni contesti, solo in alcune città, solo per chi può permetterselo, allora non è inclusione. È marketing.
E il marketing, quando si appoggia sulla fragilità altrui, diventa qualcosa di profondamente sbagliato.
Non facciamoci infinocchiare.
Non confondiamo il rumore con l’aiuto, la visibilità con il sostegno, l’immagine con la responsabilità.
Chi lavora davvero sull’autismo lo fa spesso in silenzio, lontano dai riflettori, senza bisogno di trasformare la sofferenza in una vetrina.
Abbiamo bisogno di meno simboli e di più sistemi.
Di meno prodotti e di più percorsi.
Di meno ego e di più ascolto.
L’autismo non ha bisogno di essere “rappresentato”.
Ha bisogno di essere rispettato.