Mentalsportaut Formazione di Vadala' Filippo

Mentalsportaut Formazione di Vadala' Filippo MentalSportAut è un’associazione fondata da Filippo Vadalà che offre formazione, consulenza e risorse pratiche su autismo, ADHD e ABA.

Supporta genitori, educatori e professionisti con corsi online, libri e strategie per favorire benessere e autonomia.

13/04/2026

Quando la scienza incontra la relazione: perché l’ABA funziona davvero (anche a scuola)

Negli anni ho visto tante famiglie passare da un senso di smarrimento a una direzione chiara, da comportamenti difficili da gestire a piccoli e grandi progressi concreti. In molti di questi percorsi, c’è stato un elemento comune: un intervento ABA ben strutturato, coerente e condiviso.

Oggi è importante dirlo con chiarezza: l’ABA, l’Analisi del Comportamento Applicata, non è un’opinione, non è una moda, non è un tentativo. È un approccio scientificamente validato, utilizzato a livello internazionale, che ha dimostrato nel tempo la sua efficacia nel migliorare competenze fondamentali come la comunicazione, l’autonomia, la gestione dei comportamenti e la qualità della vita dei bambini nello spettro.

Ma c’è un punto su cui voglio soffermarmi: l’ABA non deve rimanere confinata esclusivamente negli studi privati o nelle ore di terapia. Il suo vero valore emerge quando entra nei contesti di vita reale del bambino, e tra questi la scuola è uno dei più importanti.

La scuola non è solo un luogo di apprendimento accademico. È un ambiente sociale, relazionale, emotivo. È lì che il bambino sperimenta la relazione con i pari, le regole, la comunicazione, l’adattamento. Ed è proprio lì che le strategie ABA possono fare la differenza, se applicate con coerenza e competenza.

Quando un intervento ABA viene integrato nel contesto scolastico, succede qualcosa di importante: il bambino non impara solo in terapia, ma generalizza le competenze nella vita reale. Impara a comunicare in classe, a rispettare i turni, a partecipare, a chiedere aiuto, a gestire le difficoltà in un ambiente concreto.

Ma questo non avviene automaticamente. Non basta dire “facciamo ABA”. Serve un lavoro preciso, condiviso, costruito.

E qui entra in gioco un altro elemento fondamentale: la figura del terapista.

Perché è vero che l’ABA è efficace, ma è altrettanto vero che la sua applicazione dipende dalle persone. Dalle capacità del terapista di osservare, di adattare, di creare strategie su misura. Dalla sua capacità di essere non solo tecnico, ma anche umano, empatico, flessibile.

Un buon terapista non si limita ad applicare protocolli.
Costruisce ponti.

Ponti tra terapia e scuola.
Ponti tra teoria e pratica.
Ponti tra professionisti e famiglia.

E soprattutto ha la capacità di trasferire competenze.

Perché la vera forza dell’ABA non sta nel lavoro fatto solo durante le ore di terapia, ma nella capacità di insegnare a chi sta accanto al bambino – insegnanti, educatori, genitori – come intervenire nel modo giusto, con coerenza e continuità.

Quando un insegnante comprende il senso di una strategia, quando un educatore sa come gestire un comportamento, quando un genitore riesce ad applicare a casa ciò che viene fatto in terapia, allora si crea quella che io chiamo una formula vincente.

Una rete.
Una direzione unica.
Un obiettivo condiviso.
Ed è lì che iniziano ad arrivare i risultati più importanti. Non solo in termini di competenze, ma in termini di benessere. Il bambino è più sereno, più presente, più coinvolto. L’ambiente diventa più prevedibile, più comprensibile, più accessibile.

Purtroppo, ancora oggi, in molti contesti scolastici c’è resistenza. C’è poca formazione, poca apertura, poca integrazione tra le figure. Ma quando si supera questa barriera e si inizia a lavorare insieme, i cambiamenti sono evidenti.

Per questo continuo a sostenere che l’ABA non è solo una terapia. È un modo di leggere il comportamento, di comprendere il bambino, di costruire interventi efficaci partendo da dati concreti e non da interpretazioni casuali.

È uno strumento potente, ma va utilizzato nel modo giusto, con competenza, sensibilità e visione.

E il mio invito alle famiglie è proprio questo: cercate percorsi che non si fermino alla stanza di terapia. Cercate professionisti che sappiano dialogare con la scuola, che sappiano coinvolgere, che sappiano spiegare, che sappiano costruire insieme.

Perché il cambiamento vero avviene quando tutti remano nella stessa direzione.

Se sentite il bisogno di fare chiarezza, di capire quale percorso è più adatto per vostro figlio, o di costruire una strategia efficace che coinvolga anche la scuola e la famiglia, io resto a disposizione.

Possiamo lavorare insieme per tracciare il percorso giusto, valutare le opzioni migliori e costruire un intervento realmente su misura, anche attraverso percorsi di parent training online.

Perché quando il metodo è corretto e la squadra è unita, i risultati arrivano. Sempre. 💙

Vadala' Filippo
Terapista ABA, Coach Professionista , Autore, Formatore

“Ci sono storie che restano chiuse nella testa.Esperienze che potrebbero aiutare qualcuno…ma rimangono lì.Non perché non...
03/04/2026

“Ci sono storie che restano chiuse nella testa.

Esperienze che potrebbero aiutare qualcuno…
ma rimangono lì.

Non perché non valgono.

Ma perché nessuno ti ha mai spiegato come trasformarle in qualcosa di concreto.

Per anni ho pensato che scrivere un libro fosse qualcosa per pochi.
Per chi aveva talento.
Per chi “sapeva scrivere”.

Poi ho capito una cosa.

Scrivere un libro non è talento.
È struttura.

E oggi sto costruendo qualcosa per chi vuole fare questo passo davvero.

Non per diventare scrittore.
Ma per dare valore.

Se anche tu senti di avere qualcosa da dire…

scrivi LIBRO nei commenti.”

01/04/2026

La forza di raccontarsi per non sentirsi soli

Ci sono storie che non fanno rumore, ma che hanno una forza immensa. Storie che nascono nel silenzio di una stanza, tra lacrime trattenute e pensieri che fanno fatica a trovare parole. Storie di mamme che, giorno dopo giorno, imparano a stare in piedi anche quando dentro sentono di crollare. E poi, a un certo punto, succede qualcosa. Quella storia non resta più chiusa. Viene raccontata. E nel momento in cui viene raccontata, cambia tutto.

Raccontarsi è un atto di coraggio. Non è semplice dire: "Sto facendo fatica". Non è facile ammettere di sentirsi persi, stanchi, a volte anche arrabbiati. Ma è proprio lì che nasce la connessione. È lì che una mamma smette di sentirsi sola e diventa punto di riferimento per un’altra mamma che, magari in silenzio, sta vivendo la stessa identica tempesta.

Ho visto con i miei occhi quanto possa essere potente la condivisione. Una mamma, durante un incontro, prese la parola con la voce tremante. Disse: "Io non so se sto facendo bene. Non so se sono abbastanza." In quella frase c’era tutta la fragilità del mondo. Ma pochi secondi dopo, altre mamme annuirono. Qualcuna si commosse. Qualcuna le prese la mano. In quel momento, quella fragilità si trasformò in forza. Perché quando ti racconti, permetti agli altri di riconoscersi in te. E quando ci riconosciamo, smettiamo di sentirci sbagliati.

La forza di una mamma non è quella che non cade mai. È quella che cade e si rialza. È quella che, anche nei giorni più duri, riesce a trovare un motivo per andare avanti. È quella che impara a leggere gli occhi del proprio figlio quando le parole non arrivano. È quella che, anche quando nessuno la vede, continua a crederci.

E questa forza è contagiosa. Si diffonde. Arriva agli insegnanti, agli educatori, alle altre famiglie. Arriva a chi magari non capiva, non conosceva, non aveva mai vissuto certe emozioni. Perché l’autenticità non ha bisogno di spiegazioni. Si sente.

Un insegnante, dopo aver ascoltato il racconto di una mamma, mi disse: "Io pensavo di sapere. Pensavo di fare il massimo. Ma oggi ho capito che devo fare di più, non nel fare, ma nel capire." Questo è il potere della condivisione. Non giudica, non impone. Apre. Sposta. Trasforma.

Raccontarsi significa anche dare un senso a quello che si vive. Dare ordine al caos. Trasformare il dolore in consapevolezza. E quando una mamma trova il coraggio di raccontarsi, sta facendo qualcosa di straordinario: sta costruendo un ponte. Un ponte tra lei e il mondo. Un ponte tra il suo bambino e la società.

Ai genitori voglio dire questo: non tenete tutto dentro. Non pensate di dover essere forti da soli. La vera forza non è chiudersi, ma aprirsi. Anche poco alla volta. Anche con una sola persona. Perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sentire che non è solo.

Agli insegnanti e agli educatori voglio dire: ascoltate. Davvero. Non solo con le orecchie, ma con il cuore. Dietro ogni comportamento c’è una storia. Dietro ogni difficoltà c’è una battaglia che spesso non vediamo. E dietro ogni mamma c’è una forza che merita rispetto.

C’è una frase che mi porto dentro: "Non possiamo sempre scegliere quello che ci accade, ma possiamo scegliere come attraversarlo." E molte mamme, ogni giorno, scelgono di attraversarlo con amore. Anche quando fa male. Anche quando sembra troppo.

La forza di raccontarsi non è solo per se stessi. È un dono per gli altri. È una luce accesa nel buio. È la prova che, anche nei momenti più difficili, possiamo trovare un senso, una direzione, una speranza.

E allora raccontiamoci. Senza paura. Senza vergogna. Senza dover dimostrare nulla.

Perché quando una mamma trova la sua voce, non cambia solo la sua storia.

Cambia anche quella di chi la ascolta.

Firmato,

Filippo Vadalà
TDC e Mental Coach

21/03/2026

Guardarlo con speranza cambia tutto

Ci sono momenti, nel percorso di un genitore, in cui lo sguardo cambia. Non succede all’improvviso, non è una scelta facile, ma è uno di quei passaggi che fanno la differenza tra il vivere ogni giorno con paura… e iniziare a viverlo con consapevolezza.

Quando arriva una diagnosi di autismo, è normale sentirsi disorientati. È normale vedere prima le difficoltà, i limiti, le cose che “non sono come dovrebbero essere”. È umano. Perché si entra in un territorio sconosciuto, pieno di domande e poche risposte immediate.

Ma c’è un punto, nel tempo, in cui qualcosa può cambiare.
Ed è il modo in cui guardiamo nostro figlio.

Perché se iniziamo a guardarlo solo attraverso la lente della diagnosi, vedremo sempre ciò che manca. Vedremo ciò che non fa, ciò che non dice, ciò che non riesce a raggiungere. E quello sguardo, anche senza volerlo, arriva a lui. Lo sente. Lo vive.

Se invece iniziamo a guardarlo con occhi di speranza, non significa negare le difficoltà. Significa scegliere di vedere anche le possibilità. Significa accorgersi dei piccoli progressi, di quei passi che agli altri sembrano invisibili ma che per voi hanno un valore enorme.

Un gesto in più.
Uno sguardo più lungo.
Una richiesta fatta in modo diverso.

Sono conquiste. Vere. Profonde.

Un bambino non ha bisogno di essere guardato come “diverso”.
Ha bisogno di essere guardato come capace.
Capace di crescere, di apprendere, di cambiare, con i suoi tempi e le sue modalità.

Lo sguardo del genitore è il primo ambiente in cui il bambino vive.
E quando quello sguardo è pieno di fiducia, di accoglienza, di speranza, diventa una base sicura da cui partire.

Non è sempre facile. Ci sono giorni in cui la stanchezza prende il sopravvento, in cui tutto sembra fermo, in cui i progressi non si vedono. Ci sono momenti in cui la paura del futuro diventa pesante.

Ma è proprio lì che serve ricordarsi una cosa:
vostro figlio non è la diagnosi.
È molto di più.

È un mondo che si sta costruendo.
È un percorso che ha bisogno di tempo, di strumenti, di persone che credano in lui.
Ed è anche un bambino che ha bisogno di sentire che qualcuno lo guarda non per ciò che non è… ma per ciò che può diventare.

La speranza non è illusione.
La speranza è una scelta attiva.
È ciò che vi permette di continuare a cercare soluzioni, a chiedere supporto, a costruire percorsi.

È ciò che tiene acceso il cammino anche quando la strada è in salita.

E credetemi, i bambini percepiscono tutto questo.
Sentono quando vengono accettati.
Sentono quando qualcuno crede in loro.
E spesso è proprio da lì che nasce il cambiamento.

Il vostro ruolo è fondamentale.
Non perché dovete essere perfetti, ma perché siete presenti.
Perché siete quelli che non mollano.
Perché siete quelli che, anche nei giorni difficili, scelgono di esserci.

Guardare vostro figlio con occhi di speranza non significa ignorare la realtà.
Significa scegliere di costruirla, giorno dopo giorno.

E non siete soli in questo.
Ci sono percorsi, strumenti, professionisti, comunità pronte a camminare con voi.

Ma il primo passo parte sempre da lì:
dal modo in cui lo guardate.

Perché quando cambia lo sguardo, cambia la relazione.
E quando cambia la relazione… iniziano a cambiare anche le possibilità. 💙

21/03/2026

Gestire i comportamenti problema.......

Mentalsportaut servizi per l' Autismo

17/03/2026

Quando il comportamento è un segnale: il legame tra autismo e disturbi gastrointestinali

Nella mia esperienza quotidiana, lavorando accanto a bambini nello spettro e alle loro famiglie, ho notato un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato o interpretato nel modo sbagliato: la presenza di disturbi gastrointestinali. Non parlo di casi isolati, ma di una situazione che si ripresenta con una frequenza significativa e che, se non compresa, rischia di compromettere tutto il percorso educativo e terapeutico.

Molti bambini che seguo manifestano segnali chiari: dolori addominali, stitichezza, difficoltà digestive, irritabilità improvvisa, cambiamenti nell’appetito, selettività alimentare marcata. Ma ciò che spesso viene osservato per primo non è il sintomo fisico, bensì il comportamento. Il bambino diventa nervoso, oppositivo, fatica a mantenere l’attenzione, mostra disinteresse, rifiuta le attività, non collabora.

E qui si commette uno degli errori più comuni: si interviene solo sul comportamento.

Si pensa che sia una fase, che sia una difficoltà educativa, che sia una questione di gestione. Si cercano strategie per contenere, per correggere, per “far funzionare” il bambino. Ma se alla base c’è un disagio fisico, tutto questo rischia di essere inefficace.

Perché un bambino che sta male non può apprendere nel modo corretto.
Un bambino che prova dolore non può collaborare serenamente.
Un bambino che vive un disagio interno costante non può essere disponibile al lavoro educativo.

Il comportamento, in questi casi, non è il problema. È il segnale.

Nel nostro lavoro, quando emergono situazioni di questo tipo, il primo passo non è intensificare l’intervento educativo, ma fermarsi e osservare. Ascoltare la famiglia, raccogliere informazioni, analizzare i cambiamenti nel comportamento e nel benessere generale del bambino.

Da lì nasce un passaggio fondamentale: indirizzare la famiglia verso i giusti professionisti sanitari.

Non si tratta di sostituirsi al medico, ma di riconoscere i limiti del nostro intervento e attivare una rete competente. Pediatri, gastroenterologi, nutrizionisti, specialisti del settore devono entrare nel percorso quando il quadro lo richiede. È una responsabilità.

Ho visto bambini cambiare radicalmente dopo aver individuato e trattato un problema gastrointestinale. Bambini che improvvisamente diventano più presenti, più sereni, più disponibili. Non perché è cambiato il metodo educativo, ma perché è stato risolto un disagio che impediva loro di stare bene.

Questo ci insegna una cosa fondamentale: non tutto è comportamento, non tutto è educazione, non tutto è terapia ABA.

Esiste una dimensione clinica che va considerata con attenzione.

I disturbi gastrointestinali, quando non riconosciuti, generano frustrazione. E la frustrazione, nel bambino, si trasforma in comportamenti che noi leggiamo come problematici: crisi, rifiuto, chiusura, disinteresse. Ma in realtà sono richieste di aiuto che non riescono a trovare una via comunicativa diversa.

Per questo è fondamentale che il programma di intervento sia dinamico, aperto, capace di adattarsi. Non può essere rigido. Non può ignorare segnali evidenti. Deve essere costruito tenendo conto del bambino nella sua totalità, non solo nelle sue competenze comportamentali.

Quando lavoriamo in modo corretto, il percorso diventa integrato: osservazione educativa, confronto con la famiglia, attivazione delle figure cliniche, monitoraggio dei cambiamenti. È un lavoro di squadra.

Ed è proprio qui che si fa la differenza.

Perché oggi queste situazioni sono sempre più comuni. Sempre più famiglie raccontano difficoltà legate all’alimentazione, alla digestione, al benessere fisico dei propri figli. Non possiamo ignorarle. Non possiamo ridurle a “capricci” o “comportamenti difficili”.

Dobbiamo leggerle per quello che sono: segnali importanti che richiedono attenzione e competenza.

Il mio invito alle famiglie è semplice ma fondamentale: osservate i vostri bambini nella loro globalità. Non fermatevi al comportamento. Chiedetevi sempre se dietro una difficoltà possa esserci un disagio fisico. Non abbiate paura di approfondire, di fare visite, di confrontarvi con specialisti.

E allo stesso tempo, affidatevi a professionisti che sappiano riconoscere quando è il momento di uscire dal proprio ambito e coinvolgere altre figure. Perché il vero lavoro non è dimostrare di saper fare tutto, ma saper costruire il percorso giusto per quel bambino.

Quando un bambino sta bene fisicamente, cambia tutto. Cambia il suo modo di stare nel mondo, cambia la sua disponibilità, cambia la sua capacità di apprendere.

E a quel punto anche il lavoro educativo può finalmente esprimere tutto il suo potenziale.

Perché non si può costruire nulla di solido su un corpo che sta male. Ma quando corpo e intervento lavorano nella stessa direzione, allora sì che iniziamo a vedere risultati veri, concreti, duraturi.

A cura di Vadala' Filippo TDC, Autore , Terapista ABA

📘 È uscito il mio nuovo libro101 Pillole per Comprendere l’AutismoUn libro pensato per genitori, insegnanti, educatori e...
16/03/2026

📘 È uscito il mio nuovo libro

101 Pillole per Comprendere l’Autismo

Un libro pensato per genitori, insegnanti, educatori e per chiunque voglia capire davvero l’autismo senza tecnicismi complicati.

Dentro troverai 101 riflessioni brevi e concrete, ognuna pensata per essere letta in pochi minuti ma capace di cambiare prospettiva.

Ogni pillola affronta temi reali del percorso:

🧩 diagnosi
🧩 emozioni e comportamenti
🧩 comunicazione
🧩 scuola e relazioni
🧩 vita quotidiana delle famiglie

Ogni capitolo è accompagnato da tre indicatori utili:

⭐ Utilità
⭐ Applicabilità
⭐ Impatto emotivo

per aiutarti a orientarti nella lettura e trovare subito ciò che può esserti più utile.

Non è un manuale complicato.
È un libro da aprire quando serve.

Puoi leggerlo al mattino.
Durante una pausa.
Quando hai bisogno di capire meglio.
O in ogni momento della giornata.

Perché comprendere l’autismo non significa avere tutte le risposte, ma imparare a guardare le cose con occhi diversi.

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101 Pillole per Comprendere l’Autismo All’interno del libro troverai Questo libro è per te se

12/03/2026

Sentire un bimbo che comincia a dire le prime parole a 8 anni quando forse molti professionisti pensavano fosse spacciato è un grande risultato e un enorme emozione per i genitori , che oggi quando vengono a prendere il suo bambino sentono che qualcosa sta cambiando, un lavoro fatto sin da subito in sinergia con genitori e insegnanti che si sono resi disponibili alla collaborazione, naturalmente ancora c'è tanto da lavorare ma l'amore, la passione e la dedizione per questo lavoro mi ha regalato questa enorme soddisfazione, e pensate alla soddisfazione dei genitori......mentalsportaut servizi per l'autismo è questo... nulla di più......

Vadala' Filippo Terapista Aba ,

21/02/2026

Quando l’attenzione rinforza il comportamento: imparare a ignorare per aiutare davvero

Una delle cose più difficili da spiegare a un genitore non è la strategia, non è la tecnica, non è il programma. È il concetto che, a volte, per aiutare davvero un bambino, bisogna fare un passo indietro. Bisogna resistere all’istinto di intervenire subito. Bisogna imparare a non dare attenzione a quei comportamenti che, proprio grazie alla nostra attenzione, continuano a ripetersi.

Lo capisco bene. Quando un bambino urla, si butta a terra, provoca, insiste, mette in atto comportamenti non funzionali, il primo impulso è intervenire. È umano. È una reazione naturale. Perché siamo genitori, educatori, adulti che vogliono ristabilire l’ordine, calmare la situazione, evitare il giudizio degli altri, aiutare nostro figlio a smettere.

Ma in quel momento accade qualcosa che spesso non vediamo: il bambino sta imparando.

Sta imparando che quel comportamento funziona.
Sta imparando che ottiene attenzione.
Sta imparando che in quel modo riesce a cambiare ciò che sta succedendo.

E quando un comportamento funziona, tende a ripetersi.
Non è manipolazione. Non è sfida. Non è cattiveria. È apprendimento.

Molti genitori mi dicono: “Lo fa apposta”.
Io rispondo sempre: “No, lo fa perché gli serve”.

Serve per ottenere qualcosa.
Serve per evitare qualcosa.
Serve per comunicare qualcosa.

Il punto non è eliminare il comportamento con la forza o con la punizione. Il punto è togliergli il terreno sotto i piedi. E quel terreno, molto spesso, è la nostra attenzione.

Ignorare un comportamento non funzionale non significa ignorare il bambino. Questo è il passaggio più importante da comprendere. Significa scegliere consapevolmente di non rinforzare quella modalità, per poter dare spazio a quelle funzionali.

È un atto educativo, non una mancanza di amore.

Anzi, è una delle forme più alte di amore educativo, perché richiede controllo emotivo, coerenza e visione nel tempo.

All’inizio è difficile.
Molto difficile.

Perché quando smettiamo di rinforzare un comportamento, quel comportamento aumenta. È quello che in ABA chiamiamo burst di estinzione. Il bambino prova più forte, più a lungo, in modo più intenso, perché sta verificando se la strategia funziona ancora.

E lì si gioca tutto.

Se l’adulto cede in quel momento, il comportamento diventa ancora più forte di prima.
Se l’adulto resta coerente, il comportamento inizia lentamente a perdere di significato.

Ma attenzione: ignorare da solo non basta. Deve essere sempre accompagnato dal rinforzo dei comportamenti corretti.

Significa che quando il bambino chiede in modo adeguato, quando aspetta, quando usa una modalità funzionale, lì dobbiamo esserci subito. Con lo sguardo, con il sorriso, con la risposta, con il rinforzo.

Ignoro il comportamento non funzionale.
Valorizzo quello funzionale.
Questo è il cuore del lavoro.

Molti comportamenti problema che vediamo ogni giorno sono mantenuti involontariamente dagli adulti. Non per errore, ma per amore, per stanchezza, per senso di colpa, per paura del giudizio degli altri. È normale. Ma diventa fondamentale prendere consapevolezza di questo meccanismo.

Ogni volta che interveniamo mentre il bambino urla per ottenere qualcosa, stiamo insegnando che urlare è una strada efficace.
Ogni volta che cambiamo richiesta per evitare la crisi, stiamo insegnando che opporsi funziona.
Ogni volta che diamo attenzione solo quando il comportamento è problematico, stiamo insegnando che quello è il modo giusto per essere visti.

Il cambiamento avviene quando iniziamo a fare l’opposto.

Quando anticipiamo le richieste.
Quando rinforziamo i piccoli tentativi corretti.
Quando restiamo calmi durante il comportamento non funzionale.
Quando siamo coerenti.

Non servono urla.
Non servono punizioni.
Serve metodo.

E soprattutto serve tempo.

Questo è un messaggio che voglio arrivi forte ai genitori: non siete sbagliati se fino ad oggi avete fatto diversamente. Avete fatto quello che potevate con le risorse che avevate. Ma da oggi potete scegliere di cambiare strategia.

Perché ignorare nel modo giusto non è allontanarsi dal bambino. È insegnargli una strada nuova.

Una strada in cui per essere ascoltato non deve gridare.
Una strada in cui per ottenere qualcosa può comunicare.
Una strada in cui la relazione non è basata sul conflitto, ma sulla collaborazione.

E quando questo accade, cambia tutto. Cambia il clima in casa, cambia il modo di stare insieme, cambia lo sguardo del genitore, cambia la sicurezza del bambino.

Il comportamento problema non è il nemico. È un messaggio.
Sta a noi decidere se continuare a rispondere nel modo che lo mantiene… o iniziare a costruire le condizioni per superarlo.

Se questo articolo ti ha fatto riflettere, condividilo con altri genitori. Perché spesso non serve fare di più, serve fare in modo diverso. E farlo insieme è sempre più facile. 💙

A cura di Vadala' Filippo, TDC ; Autore, Terapista

12/02/2026

La coscienza di chi sceglie di non condividere

Oggi voglio parlare di una cosa scomoda. Di quelle che non si dicono mai apertamente, ma che tutti vedono. Voglio parlare del peso della coscienza di chi, pur avendo un ruolo educativo o professionale, decide di non entrare in condivisione con chi lavora sullo stesso bambino.

Perché quando parliamo di un bambino con difficoltà, non stiamo parlando di un progetto qualsiasi. Stiamo parlando di una vita in costruzione. E ogni scelta, ogni chiusura, ogni mancata collaborazione lascia un segno.

Mi capita spesso di incontrare situazioni in cui il dialogo tra scuola, terapisti e famiglia potrebbe fare la differenza. I genitori chiedono confronto, i professionisti esterni propongono strategie, strumenti, osservazioni costruite sul campo. Ma dall’altra parte trovano un muro. Un rifiuto. Una distanza. A volte elegante, a volte mascherata da formalità, ma pur sempre un rifiuto.

E allora io mi chiedo: quanto pesa la coscienza di chi sa che avrebbe potuto fare di più e non l’ha fatto? Quanto pesa sapere che un bambino avrebbe potuto avere maggiori opportunità se solo si fosse deciso di lavorare insieme?

Non è una questione di chi ha ragione. Non è una gara tra titoli o competenze. Non è una sfida di autorevolezza. È una questione di responsabilità.

Quando un insegnante rifiuta il confronto con un terapista che segue lo stesso bambino, non sta difendendo la propria professionalità. Sta limitando le possibilità di quel ragazzo. Quando un educatore si sente messo in discussione da chi porta un contributo diverso, sta mettendo davanti il proprio orgoglio al futuro di chi dovrebbe aiutare.

E questo non è accettabile.

Io non credo nella figura del professionista isolato che “sa già tutto”. Credo nel lavoro di squadra. Credo nella contaminazione delle competenze. Credo nel fatto che nessuno, da solo, possa avere la visione completa di un bambino che vive in contesti diversi: casa, scuola, terapia, relazioni sociali.

La condivisione non toglie autorità. La rafforza.
La collaborazione non diminuisce il ruolo. Lo valorizza.
Il confronto non umilia. Migliora.

Se davvero volete bene al bambino che vi è stato affidato, mettete da parte l’egoismo e l’ipocrisia. Non basta parlare di inclusione durante gli eventi, non basta sedersi a tavoli istituzionali, non basta usare parole importanti come “rete” e “sinergia”. Bisogna praticarle, ogni giorno.

Quando un professionista si chiude, manda un messaggio preciso anche agli altri adulti e agli studenti: il dialogo non serve. E quando il dialogo non serve, resta solo la rigidità. E la rigidità, in ambito educativo, è pericolosa.

Ho visto bambini fare progressi straordinari quando tutti gli adulti attorno hanno deciso di parlarsi. Ho visto miglioramenti concreti nascere da un semplice confronto di mezz’ora, da un piano condiviso, da una strategia applicata con coerenza tra scuola e casa. E ho visto, al contrario, potenzialità bloccarsi perché qualcuno non voleva sedersi a quel tavolo.

La domanda non è chi ha il titolo più importante.
La domanda è: chi è disposto a fare un passo indietro per farne fare uno avanti al bambino?

Il futuro di un ragazzo non può essere ostaggio dell’orgoglio di un adulto. Non può dipendere dalla paura di perdere centralità. Non può essere sacrificato sull’altare dell’autosufficienza professionale.

Io continuerò a credere nella condivisione. Continuerò a chiedere confronto. Continuerò a sostenere che il lavoro educativo è un lavoro corale. Ma è giusto che anche le famiglie inizino a pretendere questo. Perché la collaborazione non è un favore: è un dovere.

Se questo messaggio ti risuona, se anche tu hai vissuto situazioni in cui il dialogo è stato negato, condividi questo post. Non per creare conflitto, ma per creare consapevolezza. Perché solo quando iniziamo a parlare apertamente di queste dinamiche possiamo cambiare davvero le cose.

Il bene di un bambino vale più di qualsiasi ego. Sempre.

A cura di Vadala Filippo
Autore , TDC

Ci sono giorni in cui ti chiedi:“Sto facendo la cosa giusta per mio figlio?”Silenzi.Crisi.Frustrazione.E mille libri che...
11/02/2026

Ci sono giorni in cui ti chiedi:
“Sto facendo la cosa giusta per mio figlio?”

Silenzi.
Crisi.
Frustrazione.

E mille libri che parlano… ma non ti dicono da dove iniziare.

Per questo ho creato un cofanetto fisico con 3 libri in ordine guidato:

1️⃣ Comunicazione
2️⃣ CAA (dare voce al silenzio)
3️⃣ Gestione delle crisi

Non è un catalogo.
È un percorso.

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✔ 3 libri stampati
✔ Lettera guida su come usarli
✔ Ordine logico Step 1 → 2 → 3

Su Amazon costerebbero circa 54€.
Qui li trovi in cofanetto a 49€.

Se senti che è il momento di fare chiarezza,
questo è il punto di partenza.

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Indirizzo

Via Forli'
Bova Marina
89035

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