08/04/2026
Mangiare, per alcune persone, non è un gesto semplice.
Non è automatico, né naturale.
Non è un movimento neutro, ma faticoso.
Esiste un disturbo, chiamato ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), in cui una persona mangia molto poco o evita molti cibi, non per dimagrire.
Non riguarda l’immagine corporea.
Il punto non è il peso, ma il senso di sicurezza.
Per chi vive questa difficoltà, il cibo può essere percepito come:
– troppo intenso a livello sensoriale (consistenza, odore, sapore)
– associato a paura (soffocare, vomitare, stare male)
– oppure poco riconoscibile nei segnali corporei (scarso senso di fame)
In questi casi, il corpo attiva una risposta di protezione.
E mangiare può diventare un’esperienza carica di tensione.
Dall’esterno, però, questo spesso non si vede.
Si vedono solo etichette:
“è schizzinoso”
“non ha voglia”
“basta impegnarsi”
Non si tratta di volontà ma di un tentativo di regolazione, di sensibilità, di storia.
Con il tempo, questa difficoltà può portare a:
– carenze nutrizionali
– perdita di peso
– difficoltà nelle situazioni sociali
Ma soprattutto può portare a sentirsi sbagliati.
Ed è qui che il lavoro su questo comportamento diventa comprensione, consapevolezza per conoscere le cause e cercare di creare sicurezza, rispettando i tempi e accompagnare con gradualità.
Perché il cambiamento, nel rapporto con il cibo, passa dalla relazione al corpo e dal corpo alla relazione interna ed esterna.
Bisogna sentirsi al sicuro, prima di potersi aprire.
Se ti riconosci in queste parole, non sei difficile e non sei sbagliato. Stai cercando, come puoi, di stare bene.
E da lì possiamo iniziare.
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