Ilaria Traniello - Psicologa

Ilaria Traniello - Psicologa Psicologa Clinica. Orientamento Sistemico Relazionale. Consulenza e sostegno psicologico all'individuo, alla coppia e alla famiglia.

"Paura di stare bene, di scegliere e sbagliare”, cantava una canzone. Sembra un paradosso: in fondo, tutti desideriamo s...
03/05/2026

"Paura di stare bene, di scegliere e sbagliare”, cantava una canzone.

Sembra un paradosso: in fondo, tutti desideriamo stare bene. Eppure quel benessere difficilmente arriva come per magia, come una stella cadente che possiamo raccogliere restando fermi.

Stare bene è una scelta. E scegliere significa esporsi, implica una spinta in avanti, spesso fino al punto in cui sembra di perdere l’equilibrio, di poter cadere.

In quella spinta c’è anche una rinuncia: lasciare la posizione che conosciamo. È una posizione comoda, familiare, controllabile. Anche quando ci immobilizza, intrappolandoci in pensieri che si ripetono, finiamo per preferirla all’ignoto.

Per questo il benessere porta con sé una ferita profonda: abbandonare una strada nota per una mai percorsa, che può sorprenderci ma anche metterci in pericolo, farci persino precipitare.

E allora sì, la paura di stare bene diventa qualcosa di concreto: non è paura della felicità in sé, ma del processo che conduce ad essa.

Così, la paura di stare bene diventa una soglia da attraversare. Solo così il benessere smette di essere un’immagine ideale, qualcosa di impalpabile, e diventa una possibilità reale: non una magia da attendere, ma qualcosa che si costruisce.

✨️

Quanti sensi di colpa poniamo tra noi e l’accettazione della realtà, che a volte è così, dura e brutale. Persino tragica...
11/04/2026

Quanti sensi di colpa poniamo tra noi e l’accettazione della realtà, che a volte è così, dura e brutale. Persino tragica.

Avrei potuto fare di più.
Se non mi fossi comportato così.

Il senso di colpa, per quanto doloroso, svolge inizialmente una funzione difensiva: ci protegge dal contatto diretto con l’angoscia e il senso di impotenza che la realtà, nuda e cruda, può suscitare.

Tuttavia, se questo meccanismo si cristallizza, si irrigidisce e persiste nel tempo, perde la sua funzione protettiva e diventa disfunzionale.

In questi casi, il senso di colpa finisce per tenerci bloccati, in una condizione di immobilità che non favorisce una reale accettazione della realtà, ma ci mantiene ancorati a ciò che non è stato, a ciò che non è andato come avremmo voluto.

Ci impedisce di alzare lo sguardo oltre i nostri piedi, di rimetterci in cammino, di agire e di vivere.

Facciamo carte false e tripli salti mortali: troviamo alibi e scuse, giustifichiamo, pensiamo dell'altro "poverino", e f...
24/03/2026

Facciamo carte false e tripli salti mortali: troviamo alibi e scuse, giustifichiamo, pensiamo dell'altro "poverino", e finiamo per caricarci addosso tutta la responsabilità: "non è colpa sua, è tutta roba mia".

Quante volte lo sento dire in terapia per difendere genitori, fratelli, sorelle, mogli, mariti, compagni, amici. Quante volte queste parole le ho proncunciate io stessa.

In realtà non stiamo difendendo l'altro.
Stiamo disperatamente rimanendo aggrappati alla nostra immagine di lui: all’aspettativa che avevamo, al modo in cui avremmo voluto che fosse.

Perchè l’altro, non c'è via di scampo, è altro davvero. Non è ciò che immaginiamo.

Anche quando l'altro ci è vicino, o dice di volerlo essere, lo farà comunque a modo suo — non come noi ce lo aspettiamo.

Ed è dura lasciare andare l'immagine dell'altro che ci siamo costruiti. Darle continuità ci tiene al sicuro, ci dà senso, ci dà stabilità.

Quando diciamo "è colpa mia, sono fatto io così" non è senso di responsabilità ma la fatica di vedere qualcosa che potrebbe farci male.

Perché se la colpa non è tua, allora significa che l’altro non può darti ciò di cui avresti bisogno.

L’altro esiste al di là di ciò che noi vorremmo.
Ed il difficile non è tanto accettare questa diversità, quanto capire cosa farcene di questa differenza.

Restare, sapendo cosa c'è e cosa non c'è.
Chiedere e vedere cosa succede.
O lasciare andare, non perchè l'altro sia sbagliato, ma perchè non è nutriente per noi.

In ogni caso sarà un compito arduo. Perchè le relazioni, per loro natura, lo sono.

Sapevo che per la bambina era molto più importante  essere stretta al petto di suo padre dopo la caduta, piuttosto che n...
19/03/2026

Sapevo che per la bambina era molto più importante essere stretta al petto di suo padre dopo la caduta, piuttosto che non essere caduta mai.

Matteo Bussola



"MARTEDÌ, Cane chiederà a Gatto: Cosa fa la tua coda? Io non la capisco."Questa è la storia di Cane e di Gatto, ma è anc...
10/03/2026

"MARTEDÌ, Cane chiederà a Gatto: Cosa fa la tua coda? Io non la capisco."

Questa è la storia di Cane e di Gatto, ma è anche la storia di chi si incontra, portando con sè un'altra lingua, un altro sguardo, un altro modo di stare al mondo, un'altra paura.

È la storia di chi fraintende i gesti dell'altro.

È la storia di chi si arma.

È la storia di chi si mette in attacco, di chi si mette in difesa.

Eppure dietro al conflitto, ai silenzi, alla distanza, si nasconde una domanda che abbiamo il coraggio di porci solo di notte quando siamo da soli con i nostri pensieri:

Come sarebbe capirsi davvero?

Non succede subito.

Succede se si fa spazio all'altro, se si sa aspettare, se si smette di volere avere ragione e si guarda all'altro con curiosità.

Succede se ci ascolta, per capire.

Succede se si accetta che l'altro è diverso da noi.

Succede se si sceglie di restare comunque.

E non è questo il segreto delle relazioni?

E non è questo l'inizio per la pace?

🫂❤️🏳️‍🌈

Rieccomi a scrivere su queste pagine, per poi tornare chissà quando. Perché le cose succedono, la vita corre veloce e, m...
31/12/2025

Rieccomi a scrivere su queste pagine, per poi tornare chissà quando. Perché le cose succedono, la vita corre veloce e, mentre cerchi di programmare, di fermare anche qualche riflessione, lei ti stanca, ti arresta, ti spinge ad accelerare, ti fa girare su te stesso. E nulla va mai come lo avevi immaginato, anche se hai passato ore e ore a fantasticare su come sarebbe potuta andare.

E queste ore che dividono l'anno vecchio da quello nuovo hanno un sapore dolceamaro perchè mi chiedo se il tempo mi abbia davvero insegnato qualcosa, se mi abbia resa diversa, se mi affacci al nuovo anno con una nuova leggerezza che prima non avevo. La verità è che io questa sono: con i miei improvvisi cieli neri, con la fatica di restare in silenzio davanti alle provocazioni, con il sentirmi responsabile per le scelte altrui, con le mani che stringono troppo forte quello che dovrebbe essere lasciato andare, con l'amore che a volte confonde il proteggere con il trattenere, con il mio perdermi la pienezza del presente per tornare al passato o proiettarmi nel futuro, con il mio procrastinare quello che mi spaventa, con la mia vulnerabilissima umanità.

Quindi non ho imparato niente? No, ho imparato che quando guardo il cielo per quello che è, quando le frecce mi colpiscono, ma non mi pervadono, quando scelgo e mi prendo la responsabilità solo delle mie scelte, quando lascio andare ciò che non è in mio controllo, quando riesco ad amare con fiducia e libertà, quando riesco a stare esattamente nel luogo e con le persone con cui sono, quando, senza accorgemene, compio qualcosa che fino al giorno prima mi sembrava infattibile, mi fermo. Ci faccio caso. Sorrido. Mi sento bene.

Nel nuovo anno ci entro cosi: accogliendo quello che c'è, e lasciando sempre aperta la porta per quello che arriva. Continuando a farci caso.

Ciao studietto,in questi giorni hai accolto saluti e separazioni, abbracci e lacrime, soddisfazioni e paure, felicità e ...
14/07/2025

Ciao studietto,

in questi giorni hai accolto saluti e separazioni, abbracci e lacrime, soddisfazioni e paure, felicità e tristezza, comprensione e rabbia, leggerezza e fatica, controllo e accoglienza, movimento e staticità.

Sono stati giorni pieni di emozioni, in un modo simile, eppur molto diverso dalla pausa per la mia prima maternità. Un modo di cui ho compreso evidentemente ed immediatamente delle cose e su certe altre sto ancora compiendo riflessioni. Di altre ancora, capirò solo con il tempo, voltandomi e guardando indietro alla me di adesso.

Ciao studietto,

ci ritroveremo tra qualche tempo per raccontarci come è andata e se abbiamo scoperto un altro pezzettino di noi.

In questi giorni comincio a sentire la stanchezza di questa gravidanza. Soprattutto avverto il fiato corto e il bisogno ...
10/06/2025

In questi giorni comincio a sentire la stanchezza di questa gravidanza. Soprattutto avverto il fiato corto e il bisogno crescente di fermarmi, respirare profondamente, cercare di allargare i polmoni che ormai sembrano compressi. Lo stomaco è schiacciato, spinto verso l’alto da un esserino che cresce dentro di me, che si fa spazio nel mio corpo, nel mio immaginario… e anche nei cassetti e negli armadi di casa, dove inizio a liberare angoli per lui, che presto arriverà ad abitarli.
E rifletto su quanto sia complesso, e al tempo stesso profondo, questo lavoro del “farsi spazio”. Dentro e fuori dal grembo.
Dentro, il piccolo deve fare i conti con un utero più o meno accogliente, con una mamma più o meno capace di ascoltarsi, di ascoltarlo, di fermarsi e riposare – se può, se riesce.
Fuori… fuori è un gran casino.
Perché questo processo del trovare spazio comincia subito, appena si arriva al mondo, e continua per tutta la vita.
Appena nasci, cerchi il tuo posto nella famiglia che ti accoglie. Uno spazio fisico, certo, ma soprattutto emotivo.
Sono il primo figlio? Il secondo? Quanti fratelli sono arrivati prima di me? In quale momento arrivo? Cosa stava succedendo nella vita di questa famiglia prima che arrivassi io? Mi stavano aspettando con trepidazione? E cosa comporterà questo per me? Oppure arrivo in una famiglia distratta, già affaticata da altro? E questo cosa significherà per il mio posto nel mondo?
Il farsi spazio non è un operazione semplice. Spesso ci ritagliamo angoli che a malapena contengono i nostri piedi. Spazi in cui non ci si può muovere, senza finestre, senza porte, senza protezioni dai venti che arrivano da fuori. Altre volte, la nostra storia ci porta a costruire isole: larghe abbastanza per sopravvivere con le nostre provviste, ma prive di porti, fari, connessioni. Nessun modo per far approdare l’altro, per inviare segnali nel momento del bisogno.
Dovremmo imparare a costruire ponti, a sventolare bandiere, a mandare segnali luminosi. Dovremmo poter aprire e chiudere finestre e porte, coltivare un giardino attorno a noi, e costruire una bella staccionata. Qualcosa che definisca il nostro spazio, senza isolarci del tutto.
[...]

LA TERAPIA È UNA SPIRALESettimane fa nella mia terapia personale portavo il senso di impotenza con cui a volte mi ritrov...
28/05/2025

LA TERAPIA È UNA SPIRALE

Settimane fa nella mia terapia personale portavo il senso di impotenza con cui a volte mi ritrovo a fare i conti nei percorsi con i miei pazienti che ciclicamente ritornano sempre agli stessi temi difficoltosi, alle stesse dinamiche relazionali, agli stessi pensieri, magari in maniera diversa, con dei piccoli o grandi pezzi di consapevolezza in più, con reazioni più o meno diverse, ma sempre lí, su quegli stessi punti dolorosi.

E io lamentavo un certo senso di frustrazione, perché nel nostro lavoro, il rischio di scivolare nel bisogno di voler salvare l'altro è dietro l'angolo, volergli "risolvere la vita", proteggerlo dalle sofferenze.

Ma non siamo formati a fare questo. Non è utile a nessuno.

Anzi, noi terapeuti dobbiamo saperci stare in quella sensazione di impotenza, perché i nostri pazienti possano imparare da noi.

La mia terapeuta di fronte al mio sentirmi sfiduciata, mi ha citato Bion.

Questo paragona la terapia ad una spirale, e lo descrive non come un percorso lineare che va da un punto A ad un punto B, ma piuttosto come un processo complesso ed interattivo.
È un viaggio che torna su stesso, a quei temi iniziali, ripercorrendo probabilmente le stesse strade, ma addettrandosi in maniera più profonda e più consapevole della volta precedente.

Ed è proprio così: lo è per me (e per il mio senso di impotenza) e lo è per le persone che accolgo nella stanza di terapia e per i loro nodi.

La terapia non è un percorso di guarigione definitiva, ma un processo dinamico, dove si torna spesso all'esperienza iniziale, con una prospettiva nuova ed un  maggiore livello di comprensione.

Quando nella relazione con il paziente, tiro fuori un aspetto di me, di cui tempo fa avrei avuto vergogna, quando mi acc...
28/10/2024

Quando nella relazione con il paziente, tiro fuori un aspetto di me, di cui tempo fa avrei avuto vergogna,

quando mi accorgo che i pazienti non possono fare quel pezzetto di strada, se non ho avuto il coraggio di farlo io per prima, 

quando i pazienti imparano, nella relazione terapeutica con me, che un altro modo possibile c'è, ed io con loro,

quando avvertono lo spazio della terapia come luogo sicuro, nonostante, nella loro storia la sicurezza sia stata sensazione rara,

e quando, anche io sento che in quella stanza niente è indicibile, ed anche l'indicibile può essere accolto, compreso, accettato ed integrato con quello che siamo, loro ed io,

quando vedo le persone di fronte a me crescere, imparare la vita ed imparare se stessi, nell'accezione di scoprire, andare incontro a chi sono davvero, loro ed inevitabilmente anche io,

ecco, in quei momenti, benedico il giorno in cui ho scelto di fare questo lavoro con gli altri e con me stessa. Benedico quel giorno, e tutti i successivi, in cui ho continuato e continuo a scegliere questo lavoro, come terapeuta e come paziente.

Siamo tutti molto esposti, ma in realtà non lo siamo nemmeno un po'.Forse proprio perche abbiamo la sensazione di essere...
01/10/2024

Siamo tutti molto esposti, ma in realtà non lo siamo nemmeno un po'.

Forse proprio perche abbiamo la sensazione di essere sovraesposti, scegliamo accuratamente e morbosamente di mostrare il nostro profilo migliore, i nostri successi, i momenti felici, la leggerezza, le nostre passioni, le nostre vacanze.

E va benissimo.

Ma tutto il resto dov'è? Le giornate storte? Le fatiche? I fallimenti? La tristezza? Quello che non ci piace e che non va come vorremmo? La quotidianità? La banalità delle nostre giornate?

Esiste anche quella.
Ma non si vede. Non la mostriamo. Non la raccontiamo. Né sui social, né dal vivo.

E così facendo creiamo un grandissimo fraintendimento che ci porta a pensare che l'altro sia più in gamba, più felice, più organizzato, sempre sul pezzo, mai fermo, mai triste, mai addolorato, mai affaticato, straordinario.

Vediamo l'altro sempre meglio di quello che è realmente e sempre meglio di quello che l'altro vede di se stesso.

E tutto questo produce un cortocircuito dentro il quale siamo spinti a fare sempre di più, a competere con l'altro, in una gara che non esiste, ma, che in questo paradosso e di questo paradosso si nutre e si alimenta.

Indirizzo

Via Romanino 1
Brescia

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