23/12/2025
Faccio ravioli da quando ho imparato a stare in piedi.
I miei nonni erano mantovani e i casoncelli di zucca e gli angiolini in brodo erano la grammatica dei nostri natali. Non si discuteva: si facevano. Il nonno Carlo tirava la pasta con una pazienza quasi morale, girando la manovella a mano come se il tempo fosse una cosa che gli apparteneva. La nonna Carla e la zia Gelsomina preparavano i ripieni, tagliavano uno a uno i quadretti di pasta e li chiudevano. Tutti uguali, come se l’uguaglianza fosse una forma di rispetto.
Io, che per molti anni sono stata la più piccola della famiglia, avevo il compito meno visibile e più delicato: fare le palline di ripieno. Dovevano essere identiche, precise, e soprattutto senza sporcare l’asse di legno. Era un apprendistato silenzioso, un esercizio di pazienza fatto di sguardi di controllo e approvazione. Per fortuna, grazie a una precoce passione per la cucina ho scalato rapidamente la gerarchia familiare fino a diventare una “chiudi ravioli”. Un ruolo conquistato, non assegnato. Ruolo che per anni mi è costato il rancore di mia sorella, più grande di me, che era gelosa di questo precoce avanzamento di carriera.
Intorno a quel tavolo c’era un insieme di regole dette e non dette, un codice che cambiava ogni anno a seconda di chi c’era e di chi mancava. Quando i nonni sono morti io ero alle medie; poi sono arrivate le assenze, gli spostamenti, i cambiamenti inevitabili della vita. Dalle superiori in poi ho ereditato quel rito in tutte le sue sfumature, comprese le responsabilità.
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