17/03/2026
Attenzione, qui lavoriamo di fino. Tra tutti i lutti non immediatamente riconoscibili, questo è uno dei più sotterranei: quello che non riguarda qualcuno che si perde fuori da noi. A volte il lutto riguarda chi eravamo.
Pensate alle malattie, ai traumi, ai cambiamenti radicali dell’esistenza: ti svegli una mattina e il corpo non risponde più come prima. Oppure la mente: lentamente si trasforma, si perdono colpi e non si è più quelli di un tempo.
Oppure pensate all’invecchiare: irrimediabilmente, il volto riflesso nello specchio sembra irriconoscibile.
In questi casi, non si perde soltanto qualcosa: si perde una versione di sé.
Freud, lo abbiamo visto, in Lutto e melanconia (1917), definisce il lutto come la reazione alla perdita di un oggetto amato.
Ma l’oggetto non è necessariamente esterno. Può essere anche una forma dell’Io su cui è stato investito un forte carico libidico.
Noi investiamo libido non solo nelle persone, ma anche in ciò che pensiamo di essere:
nelle nostre capacità, nel nostro corpo, nel nostro ruolo, nella nostra identità.
Quando questo assetto viene meno, la perdita è reale, anche se non sempre viene riconosciuta come tale.
Dal punto di vista psicoanalitico, il lavoro del lutto consiste allora nel ritirare, lentamente, l’investimento libidico da quell’immagine di sé che non è più sostenibile.
E diciamolo chiaro: non è un processo immediato. E nemmeno indolore. Va attraversata una perdita che riguarda l’identità stessa, prima che nuove forme di investimento possano diventare possibili.
E vi assicuro che si può fare. ♥️