Dott.ssa Luisa Dipino. Psicologa-psicoterapeuta

Dott.ssa Luisa Dipino. Psicologa-psicoterapeuta Psicoanalista appassionata di storie e gentilezza. Esercito a Busto Arsizio (VA), nel Gentil Centro da me fondato

Attenzione, qui lavoriamo di fino. Tra tutti i lutti non immediatamente riconoscibili, questo è uno dei più sotterranei:...
17/03/2026

Attenzione, qui lavoriamo di fino. Tra tutti i lutti non immediatamente riconoscibili, questo è uno dei più sotterranei: quello che non riguarda qualcuno che si perde fuori da noi. A volte il lutto riguarda chi eravamo.

Pensate alle malattie, ai traumi, ai cambiamenti radicali dell’esistenza: ti svegli una mattina e il corpo non risponde più come prima. Oppure la mente: lentamente si trasforma, si perdono colpi e non si è più quelli di un tempo.
Oppure pensate all’invecchiare: irrimediabilmente, il volto riflesso nello specchio sembra irriconoscibile.

In questi casi, non si perde soltanto qualcosa: si perde una versione di sé.

Freud, lo abbiamo visto, in Lutto e melanconia (1917), definisce il lutto come la reazione alla perdita di un oggetto amato.
Ma l’oggetto non è necessariamente esterno. Può essere anche una forma dell’Io su cui è stato investito un forte carico libidico.
Noi investiamo libido non solo nelle persone, ma anche in ciò che pensiamo di essere:
nelle nostre capacità, nel nostro corpo, nel nostro ruolo, nella nostra identità.
Quando questo assetto viene meno, la perdita è reale, anche se non sempre viene riconosciuta come tale.

Dal punto di vista psicoanalitico, il lavoro del lutto consiste allora nel ritirare, lentamente, l’investimento libidico da quell’immagine di sé che non è più sostenibile.
E diciamolo chiaro: non è un processo immediato. E nemmeno indolore. Va attraversata una perdita che riguarda l’identità stessa, prima che nuove forme di investimento possano diventare possibili.
E vi assicuro che si può fare. ♥️

(Troppo felice per non condividerlo!)Chi mi conosce, lo sa: rido e chiacchiero volentieri, ma in fondo sono molto timida...
14/03/2026

(Troppo felice per non condividerlo!)

Chi mi conosce, lo sa: rido e chiacchiero volentieri, ma in fondo sono molto timida. Come mio padre, che parlava sempre un po’ sottovoce.

Inizio questa esperienza come clown di corsia perché sono una superstite. Ammaccata, ma sopravvissuta a un dolore più grande di me. Grata: non era scontato restare vivi, non lo è mai.
Pronti, partenza, via! Pronti con la formazione.

Lo abbiamo visto, ricordate? Il lutto non riguarda sempre la morte. Uno di questi lutti è quello dell’infertilità — e pr...
11/03/2026

Lo abbiamo visto, ricordate? Il lutto non riguarda sempre la morte. Uno di questi lutti è quello dell’infertilità — e provo a dirne qualcosa nel modo più delicato possibile, perché so che il dolore di chi ci passa è grande un mondo.

Freud, in Lutto e melanconia (1917), scrive che il lutto è la reazione alla perdita di un oggetto amato. Il desiderio di avere un figlio, per molte persone, diventa proprio questo: un oggetto psichico intensamente investito.
Non è soltanto un’idea. È una scena futura già immaginata: una relazione, una continuità, una forma possibile di vita.
Quando arriva una diagnosi di infertilità, oppure quando i tentativi falliscono ripetutamente, non si perde soltanto una possibilità biologica: si perde anche quella storia immaginata. Si perde il futuro.

La letteratura psicologica descrive l’infertilità come una vera e propria crisi esistenziale che coinvolge identità, autostima, relazioni e progetto di vita. 
Non di rado compaiono sentimenti di colpa, fallimento, solitudine o depressione.

E a complicare le cose c’è il fatto che questo lutto rimane spesso invisibile.
Non c’è una perdita visibile per gli altri. Non c’è una data che segni l’inizio del dolore. Non c’è un riconoscimento sociale che autorizzi il lutto.
Per questo alcuni autori parlano di “lutto non riconosciuto” (disenfranchised grief): una perdita reale, ma difficilmente legittimata dall’ambiente. È un lutto senza funerale, cioè senza un rituale collettivo che lo riconosca.

Ma anche ciò che non è mai accaduto può lasciare una traccia profonda nella vita psichica. Freud lo aveva intuito bene: il lutto riguarda sempre un oggetto d’amore. E quando quel legame non può realizzarsi, il lavoro del lutto serve proprio a questo — a trovare, lentamente, un modo perché la vita possa tornare a investire altrove.

(I compleanni di mia madre da qualche anno li festeggiamo sempre con le stesse persone, nello stesso posto e con lo stes...
08/03/2026

(I compleanni di mia madre da qualche anno li festeggiamo sempre con le stesse persone, nello stesso posto e con lo stesso menù — a mia madre piace così: il posto in cui andava con mio padre, e in cui abbiamo festeggiato cresime, lauree e anniversari. Un posto, insomma, che ci conosce e sa addolcire l’assenza di chi manca.

L’amore, il risotto e il vino buono: ogni anno per me la primavera inizia da qui.)

Si parla spesso delle “fasi del lutto”, come se il dolore seguisse un percorso ordinato: prima lo shock, poi la rabbia, ...
06/03/2026

Si parla spesso delle “fasi del lutto”, come se il dolore seguisse un percorso ordinato: prima lo shock, poi la rabbia, poi la tristezza, infine l’accettazione.
L’idea più diffusa deriva dal lavoro di Elisabeth Kübler-Ross, che nel libro “On Death and Dying” (1969) descrive cinque possibili reazioni alla perdita: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione.
È uno schema che ha avuto una grande fortuna, perché dà l’impressione che il lutto possa essere attraversato come una sequenza riconoscibile.

La prospettiva psicoanalitica è più prudente.
Freud, nel saggio “Lutto e melanconia”(1917), non parla di fasi.
Parla di lavoro del lutto (Trauerarbeit): un processo psichico attraverso cui, lentamente, l’energia affettiva legata all’oggetto perduto viene ritirata e resa di nuovo disponibile per la vita.

Questo lavoro non procede in modo lineare. Personalmente, mi sembra una prospettiva più vicina a quello che davvero accade: nel lutto si può avanzare e poi tornare indietro.
Un ricordo riapre il dolore.
Un luogo riattiva la perdita.
Un anniversario riporta qualcosa che sembrava superato.
Non è un fallimento del processo.
È il modo in cui la psiche lavora. A ondate, su e giù come le maree.

Per questo, non esiste una “durata giusta” del lutto.
Esiste piuttosto un lavoro, spesso silenzioso e intermittente, attraverso cui la vita psichica impara a fare posto all’assenza senza cancellare il legame.

Mio padre si occupava delle ortensie. Metteva gli zoccoli e usciva a innaffiarle tutti i gg, con la canna dell’acqua ver...
03/03/2026

Mio padre si occupava delle ortensie. Metteva gli zoccoli e usciva a innaffiarle tutti i gg, con la canna dell’acqua verde. Io e la mia cuginetta giocavamo ad avvicinarci di piano piano per farci schizzare, mentre lui gridava “pioggia di neve!”.

Ho trovato queste foto, nel giorno in cui mio padre avrebbe compiuto 74 anni. Chissà se riuscirò mai a farci pace, con questi ricordi che spaccano il cuore.

L’amore. L’amore trova sempre un modo per restare, me lo ha insegnato lui.
Buon compleanno, Papyska, sopra le nuvole 💙.

Un altro dei lutti di cui spesso non si ha consapevolezza è quello di chi resta accanto, il caregiver (cioè chi si prend...
03/03/2026

Un altro dei lutti di cui spesso non si ha consapevolezza è quello di chi resta accanto, il caregiver (cioè chi si prende cura). Nelle malattie degenerative, nelle condizioni croniche, nei decadimenti progressivi, il caregiver perde una persona amata che sta perdendo se stessa. Difficile pensare a un peso più grande di questo sulle spalle. Si tratta di far posto a sottrazioni quotidiane, un pezzetto per volta: una parola in meno, un ricordo che si spegne, un gesto che non ritorna.

Perché è in gioco un lutto? Perché, appunto, è in gioco una perdita. Ma si tratta di un lutto molto più complesso, perché avviene mentre l’oggetto d’amore è ancora presente. Diciamolo facile: si è costretti a fare lutto di qualcuno che è ancora lì.

La libido resta legata a una doppia immagine: quella attuale, fragile, dipendente, e quella passata, viva, riconoscibile. Il caregiver vive ogni giorno questa spaccatura che è l’effetto di un investimento libidico sottoposto a una prova lunga e logorante.

Per questo, il lutto del caregiver è un lutto anticipatorio e continuo. Non riguarda soltanto la perdita futura. Riguarda la perdita quotidiana di ciò che era.

E così non di rado accade che il caregiver perda se stesso. La fatica del lutto può essere troppa, il lutto può attorcigliarsi su se stesso e non riuscire a compiersi come opzione decisa verso la vita. Muore lentamente la persona ammalata e qualcosa, se non viene pensato, può spegnersi anche in chi cura.
Ecco perché, a mio avviso, andrebbe ripensata la cura delle malattie croniche: andrebbero pensati degli spazi di parola specifici per i familiari, troppo spesso lasciati soli. I legami sono ciò che permette di puntare -ancora, sempre, nonostante tutto- sulla vita: prendersi cura, nonostante la fatica, è sempre un modo per scegliere la vita.

Nei post precedenti, abbiamo accennato al fatto che non tutti i lutti sono legati alla morte. A volte hanno a che fare c...
02/03/2026

Nei post precedenti, abbiamo accennato al fatto che non tutti i lutti sono legati alla morte. A volte hanno a che fare con la fine di un legame, o al fallimento di un progetto. O semplicemente dal venir meno di un’idea che ci aveva abitati, un’idea in cui consciamente o inconsciamente credevamo moltissimo. Dalla caduta di un’identificazione.

Facciamo un esempio facilissimo: pensate alla pensione. Per molti (per non dire moltissimi) il tempo che si libera diventa una voragine, insieme a un interrogativo pressante: ma io che ho lavorato per 40y come operaio/avvocato/medico/eccetera, ora che non lavoro più… chi sono? Cosa sono, adesso?

In questi casi, quello che si attraversa è un lutto. Ma non sempre la persona lo sa. Sa soltanto che il mondo entusiasma meno, le energie si ritirano, ciò che prima aveva senso sembra adesso lontano.

Vi ricordate il post sulla libido? Ecco: come dice Freud, la libido resta legata a ciò che non c’è più e, finché questo legame non trova una nuova forma, il presente appare impoverito.

Badate bene, qui c’è in gioco una torsione: il lutto non riguarda solo ciò che abbiamo perso, ma anche ciò che non possiamo più essere (così: “ero un saldatore. Ora non saldo più. Chi sono? Cosa sarò?”).

È importante che si metta in moto il lavoro del lutto, per poter tornare a vivere la vita in pienezza e soddisfazione. Per non affogare nel vuoto e andare alla deriva. Il lavoro del lutto, lo capiamo ancora meglio!, è un lavoro della psiche che punta alla vita, mai alla morte. Diciamola così: il lutto lavora nei dintorni dell’oggetto perduto, per poter vivere in assenza.

Uno dei concetti più importanti che Freud utilizza per parlare del lavoro del lutto è quello di “investimento libidico”....
27/02/2026

Uno dei concetti più importanti che Freud utilizza per parlare del lavoro del lutto è quello di “investimento libidico”. Cosa vuol dire? Vuol dire che non abitiamo il mondo tutti allo stesso modo, il mondo non è uguale per tutti: ciascuno “appiccica” la propria libido (se volete, la propria energia psichica) su cose, persone, idee e situazioni e questo, per Freud almeno, definisce l’amore. Io amo — sembra dirci Freud — se lascio traccia di me nell’oggetto amato.

Cosa accade nel lutto? Quando una persona attraversa un lutto, l’oggetto amato (che abbiamo visto essere una persona, o un lavoro, o una relazione…) non c’è più. Tutta l’energia riposta sull’oggetto che fine fa? Diciamolo facile: la libido non sa immediatamente dove andare. Rimane orientata verso ciò che non è più raggiungibile.
Questo è il motivo per cui, nel lutto, la mente torna continuamente indietro: si ripercorrono conversazioni, si rivedono scene, si mantengono abitudini interiori come se ciò che è venuto a mancare esistesse ancora.
Non è rifiuto della realtà.
È il segno che l’investimento libidico persiste.

Il lavoro del lutto allora in cosa consiste? Consiste, nel riappropriarsi della propria energia, grazie al fatto che la psiche riconosce che l’oggetto non può più essere trovato nel mondo esterno.

Attenzione però. Ciò non vuol dire “prendere armi e bagagli” e sostituire prontamente l’oggetto perduto. Piuttosto, significa interiorizzarlo, prenderlo dentro di noi. Come dire che quando ci riprendiamo il “nostro”, questo “nostro” non è più quello di prima. Quando l’oggetto non c’è più, il lavoro del lutto permette di averlo dentro, per sempre.
Come dire che qualcosa non muore mai, qualcosa di ciò che abbiamo amato continuerà ad abitarci. Per sempre.

Nella vita accadono eventi che sono come spartiacque: da lì in poi, il mondo non è più lo stesso. Tra questi eventi, sic...
25/02/2026

Nella vita accadono eventi che sono come spartiacque: da lì in poi, il mondo non è più lo stesso. Tra questi eventi, sicuramente ci sono i lutti, sui quali nel 1917 Freud scrive un saggio bellissimo, intitolato “Lutto e melanconia”.

Nel lutto è in gioco una perdita: la morte di qualcuno, per esempio, ma anche in senso lato la fine di una relazione, la perdita di un lavoro. Il lutto, insomma, riguarda tutte le situazioni in cui si perde qualcosa: l’oggetto non c’è più e la psiche è chiamata, lentamente, a ritirare l’investimento libidico da ciò che non può più essere raggiunto. Traduciamolo facile: il mondo si fa più stretto, c’è da trovare un modo per tornare a vivere perché qualcosa di noi è perso insieme all’oggetto perduto. Si deve — scrive Freud— far lutto.

La parola usata da Freud è molto precisa: “Trauerarbeit”, lavoro del lutto. Nulla di patologico, nulla di immediato, ma neppure di infinito: il lutto è un lavoro che esige un tempo, ma che arriva (quando le cose vanno bene) a concludersi.

E, attenzione!, non si conclude mai dimenticando. Piuttosto, rendendo possibile che qualcosa continui a esistere, anche se in forma diversa. Il lutto, in questo senso, è un’opzione che va verso la vita, mai verso la morte.

Il lavoro del lutto non porta via il legame. Lo trasforma, perché la vita possa continuare.
Lo sa bene chi ha attraversato delle perdite: non si può smettere di amare. Impossibile (e francamente neanche auspicabile). Piuttosto, si impara ad amare in assenza.

Dalle mie parti oggi c’è profumo di primavera e io mi sento come quando sei piccola e giri in cortile con la bici. Pedal...
17/02/2026

Dalle mie parti oggi c’è profumo di primavera e io mi sento come quando sei piccola e giri in cortile con la bici. Pedali pedali e pedali, non esci dal perimetro, ma nella testa hai un mondo. Avventure e paesaggi lontani, un altrove sconfinato tutto tra orecchio e orecchio.

(Andrà bene. Oggi, dopo tanto, so osare pensarlo.)

Freud non la manda a dire: la vita amorosa, per molti uomini, si degrada. E non intende “si rovina” nel senso romantico....
23/01/2026

Freud non la manda a dire: la vita amorosa, per molti uomini, si degrada.

E non intende “si rovina” nel senso romantico. Intende una cosa più crudele e più precisa: l’amore si spacca. Ve lo ricordate il meraviglioso film di ? Ecco, precisamente così: da una parte la donna che si ama, dall’altra la donna che si desidera.
Senza sovrapposizioni.

L’amore finisce in alto, idealizzato. Il desiderio finisce in basso, erotizzato.
E nel mezzo resta un vuoto: l’impossibilità di unire tenerezza e passione nello stesso oggetto.

Freud osserva una scena tipica: l’uomo “per bene” vuole una compagna pura, quasi intoccabile, come compagna e magari madre dei suoi figli e poi cerca altrove la sessualità, quella che non può tollerare accanto all’amore.

Come se la persona amata dovesse essere preservata dal corpo. E il corpo dovesse essere “sporcato” lontano dall’amore.

Cosa c’è in gioco?
Freud ce lo spiega così: tutta “colpa” dell’Edipo. Come abbiamo visto, nell’Edipo si definisce la madre come oggetto d’amore e il padre come rivale —che impedisce l’unione del bambino con la madre minacciando la castrazione. La traccia che si deposita nell’inconscio può far sì che, da adulti, la donna resti investita di idealizzazione, ma anche proibizione: da qui, la difficoltà a erotizzarla (cioè a desiderarla $e$$ualmənte).
L’inconscio, quindi, spacca in due l’oggetto del desiderio e assegna le parti del copione: da un lato la donna “ufficiale” è amata, ma intoccabile. Dall’altra, una seconda donna viene desiderata, ma disprezzata, considerata non degna.
In questa scissione, ci spiega Freud, e’ come se si definissero quindi due ruoli: la Madonna e la pr******ta.

Questo è il motivo per cui vediamo uomini (ma anche donne, sebbene Freud non ne parli) letteralmente spezzati in due.

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Busto Arsizio
21052

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