Dott. Vito Rodio, Psicologo Clinico, Psicoterapia Umanistica/Bioenergetica

Dott. Vito Rodio, Psicologo Clinico, Psicoterapia Umanistica/Bioenergetica Dott. Vito Rodio, Psicologo Clinico, Psicoterapeuta ad indirizzo UMANISTICO/BIOENERGETICO

"Il trucco è semplice: dai la colpa a qualcosa o a qualcuno, così potrai sentirti bene e continuare a essere come sei, n...
17/01/2026

"Il trucco è semplice: dai la colpa a qualcosa o a qualcuno, così potrai sentirti bene e continuare a essere come sei, non c'è bisogno di passare attraverso alcuna trasformazione.
L'uomo è in un tale stato di inconsapevolezza che qualsiasi cosa faccia, continua a portare sempre più infelicità a se stesso e agli altri. Continua a dare la colpa al destino, alla società: da sempre la colpa agli altri, mai a se stesso!
Non dare la colpa agli altri e non cercare le cause all'esterno, è facile: trovare le cause da qualche altra parte è la strategia dell'ego, perché così non c'è alcun bisogno di cambiare.
Cosa puoi farci? La società è fatta male, la struttura sociale è sbagliata, l'ideologia politica non ha funzionato, il governo non funziona, neanche la struttura economica: è tutto sbagliato tranne te. Sei una persona meravigliosa che è precipitata in un universo sbagliato, cosa puoi farci?
Nel momento in cui raccogli abbastanza coraggio da ammettere i tuoi torti, nel momento in cui accetti la responsabilità di qualsiasi cosa tu sia, un raggio di luce penetra nel tuo essere e ti ritrovi sul sentiero della trasformazione interiore.
Si raccoglie solo ciò che si è seminato: diventarne consapevoli è il momento più importante della vita, perché da lì inizia la trasformazione, da li comincia una nuova vita."

~ Osho

Opporsi ai cambiamenti è causa di dolorePerché opporsi ai cambiamenti se la vita è fatta di essi? Il cambiamento è l’uni...
04/01/2026

Opporsi ai cambiamenti è causa di dolore

Perché opporsi ai cambiamenti se la vita è fatta di essi? Il cambiamento è l’unica costante, l’unica sicurezza che vige nell’universo. Oggi non siamo la stessa persona che eravamo ieri e non saremo la stessa domani, per quanto ci sforziamo.

Sono moltissime le circostanze che determinano i cambiamenti che viviamo, pur non accorgendocene. Per questo, è fondamentale sconfiggere la paura di cambiare. Esistono modi più sani di vivere la vita che opporsi ai cambiamenti. Perché allora spesso ci convinciamo che il passato sia sempre migliore?

Idealizzare il passato è una delle nostre abitudini, frutto della tendenza a dimenticare le cose negative e selezionare unicamente i ricordi positivi. Per questo siamo soliti ricordare più facilmente le esperienze felici dell’infanzia. Inoltre, se stiamo vivendo un periodo di preoccupazione o disperazione, è facile paragonarlo a momenti felici in cui vivere sembrava più facile.

La memoria non è degna di fiducia in quanto cambia in modo costante. I ricordi sono infatti caratterizzati da un periodo sensibile in cui possono essere modificati in relazione ai nuovi eventi. Così, tendiamo ad addolcire tutto quello che abbiamo vissuto e a farlo riaffiorare ogni volta che ci succede qualcosa di brutto.

Tenendo a mente questo, non è difficile comprendere che il nostro cervello è predisposto a temere i cambiamenti, che siano in bene o in male. Il principale obiettivo del nostro cervello è sentirsi al sicuro e restare nella sua zona di confort, al contrario di quanto accade con i cambiamenti. Come potrebbe non temere l’inaspettato?

D’altro canto, l’eccesso di adrenalina che generiamo per affrontare i cambiamenti spesso viene confusa dal cervello con sensazioni simili alla mancanza di fiducia o al pericolo. In realtà, l’adrenalina viene rilasciata per poter affrontare al meglio le nuove situazioni.

“Non ci bagniamo mai due volte nello stesso fiume perché il fiume scorre di continuo e anche noi cambiamo di continuo.”

-Eraclito di Efeso-

Scopriamo dunque perché i cambiamenti, anche i più attesi, portano con sé una certa malinconia.

Quando si profila la possibilità di cambiare, fatelo
Lo scrittore, poeta e filosofo Henry David Thoreau fece un’affermazione molto giusta: le cose non cambiano, siamo noi a cambiare.
Il fluire della vita ci colpisce e ci trasforma, in un modo o nell’altro. Prima lo accettiamo, prima impareremo a gestire i cambiamenti. È l’unico modo per non restare incatenati al passato né alle illusioni del futuro, ma di vivere il presente in modo cosciente.

Perché non siamo le stesse persone dell’anno passato, così come non lo sono le persone che amiamo. Eppure, la cosa straordinaria è che cambiare non significa smettere di amare, che sia gli altri o noi stessi.

“Ogni mattina mi sono guardato allo specchio chiedendomi -Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?-. Quando la risposta era No per troppi giorni consecutivi, sapevo che dovevo cambiare qualcosa.”

-Steve Jobs-

Opporsi ai cambiamenti rivela le nostre debolezze
La salute mentale dipende dalla capacità di una persona di evolversi e adattarsi alle circostanze della vita. Rimanere saldamente ancorati a modelli o schemi primordiali servirà soltanto ad accumulare angoscia. Non bisogna dunque opporsi all’esperienza che ci insegna e ci cambia.

Resistere di fronte alle cose non fa che rafforzarle. La libertà di spirito non va d’accordo con la resistenza dettata dalla paura.

Evitare di cambiare rivela il desiderio intimo di restare nel posto più comodo, là dove non ci sono paure da affrontare.
Cambiare significa affrontare a viso aperto l’incertezza e sapere che ciò comporterà insicurezza e ansia.

D’altra parte, opporsi ai cambiamenti può voler dire che la persona non si assume le responsabilità dei problemi e preferisce evitarli, o cercarne le cause al di fuori incolpando gli altri dei suoi errori. Una via decisamente più facile, seppur priva di soddisfazioni reali.

“Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni.”

-John Maynard Keynes-

l Capodanno è un rito carico di aspettative e simbolismi poiché segna il passaggio da un anno all’altro, alimentando la ...
02/01/2026

l Capodanno è un rito carico di aspettative e simbolismi poiché segna il passaggio da un anno all’altro, alimentando la speranza di un rinnovamento. È rassicurante pensare che, con il vecchio calendario, possiamo lasciarci alle spalle delusioni e difficoltà, aprendo le porte a un futuro migliore.
C’è qualcosa di affascinante nell’idea che il nuovo anno possa consolidare i legami autentici, moltiplicare i successi e offrire nuove opportunità. Ma è anche un momento di conflitto: da una parte, il desiderio di cambiamento e speranza; dall’altra, la razionalità che ci ricorda che nulla cambia davvero con il semplice scoccare della mezzanotte.
Eppure, possiamo scegliere come vivere questo momento. Possiamo lasciarci sopraffare dalla malinconia o accoglierlo come un’occasione per sperare, sognare e progettare.
Come scrive Neil Gaiman: “Spero che facciate errori. Perché sono il segno che state vivendo, sperimentando, crescendo.”
Al di là di feste e fuochi d’artificio, questo momento può essere un dono: un’opportunità per far dialogare cuore e mente, trasformando la riflessione in azione, con la speranza che anche un pizzico di fortuna arrivi che non guasta!

L’anno nuovo non è soltanto una data che cambia sul calendario. È una soglia.E come tutte le soglie, non appartiene né a...
30/12/2025

L’anno nuovo non è soltanto una data che cambia sul calendario. È una soglia.
E come tutte le soglie, non appartiene né a ciò che è stato né a ciò che sarà, ma a quello spazio intermedio in cui il tempo smette di essere lineare e diventa simbolico.

Nelle culture antiche, e nelle mappe interiori che ancora oggi abitano il profondo dell’essere umano, il passaggio d’anno non era un semplice “ricominciare”, bensì un momento di rinegoziazione con il senso. Non si augurava solo prosperità o salute: si interrogava il destino, si ascoltavano i sogni, si osservavano i segni. L’anno nuovo veniva accolto come una presenza viva, dotata di qualità proprie, di un carattere, persino di una voce.

Oggi siamo abituati a trattare il tempo come una successione di obiettivi, scadenze e buoni propositi. Ma l’anima non funziona per liste. L’anima si muove per immagini, per risonanze, per chiamate sottili. E l’anno nuovo, se lo si ascolta davvero, non chiede di essere programmato: chiede di essere incontrato.

Ogni passaggio d’anno porta con sé un tema dominante, un clima psichico collettivo che non è uguale per tutti, ma che attraversa tutti. Alcuni anni sono anni di semina invisibile, in cui ciò che conta non produce subito risultati ma modifica il terreno. Altri sono anni di rivelazione, in cui ciò che era rimasto sommerso chiede di emergere. Altri ancora sono anni di alleggerimento, in cui la vita domanda di lasciare andare identità, ruoli, storie che hanno esaurito la loro funzione.

Il punto non è “che cosa voglio ottenere quest’anno?”, ma piuttosto: che cosa l’anno vuole da me?

Questa domanda rovescia la prospettiva abituale e restituisce al tempo la sua natura dialogica. Non siamo solo noi a muoverci nel tempo: è il tempo che ci attraversa, ci forma, ci educa. Quando smettiamo di opporci alla corrente della vita e impariamo ad ascoltarla, accade qualcosa di sottile ma decisivo: la vita smette di essere una battaglia e diventa una relazione.

“Non ho scelto io il cammino. È stato il cammino a scegliere me, nel momento esatto in cui ho smesso di volerlo controllare.”

L’anno nuovo funziona allo stesso modo. Non chiede controllo, ma disponibilità. Non chiede sforzo, ma presenza. È una porta che si apre solo a chi accetta di attraversarla senza sapere esattamente cosa troverà dall’altra parte.

Per questo, i rituali di passaggio – grandi o piccoli, intimi o condivisi – hanno ancora oggi un valore profondo. Non perché “cambino” magicamente le cose, ma perché trasformano la nostra posizione interiore. Accendere una candela, scrivere una parola-chiave, fare silenzio all’alba del primo giorno dell’anno: sono gesti semplici che parlano un linguaggio antico, capace di raggiungere strati di noi che le parole razionali non toccano.

Il significato speciale dell’anno nuovo non è dunque nella promessa di un futuro migliore, ma nella possibilità di un ascolto più profondo del presente. Un ascolto che ci rende meno rigidi, meno separati, meno convinti di dover essere sempre gli stessi.

Ogni anno nuovo porta con sé una possibilità di rinascita, ma non nel senso ingenuo del termine. Rinascere non significa ricominciare da zero: significa tornare fedeli a ciò che siamo diventati attraversando le nostre notti.

E forse il vero augurio, all’inizio di un nuovo anno, non è “che tutto vada bene”, ma qualcosa di più essenziale e più vero: che possiamo riconoscere i segni quando si presentano, che possiamo avere il coraggio di cambiare forma quando la vita lo chiede e la forza di non opporre resistenza inutile a ciò che vuole nascere.

Perché ogni anno nuovo, in fondo, non è un numero che avanza. È una domanda che ritorna.

In realtà, a uno sguardo più profondo, ciò che chiamiamo “scorrere del tempo” è una convenzione utile, ma non del tutto vera. Il tempo, così come lo immaginiamo, non si muove da un punto all’altro come un fiume che passa. È la coscienza che cambia stato.
Non siamo trascinati dal tempo: siamo noi a mutare posizione interiore, frequenza percettiva, qualità di presenza. Quando diciamo che un anno finisce e un altro comincia, stiamo nominando un cambiamento di assetto, non un avanzamento oggettivo. Il mondo non diventa “nuovo” perché il calendario lo dichiara, ma perché qualcosa in noi si è spostato, anche impercettibilmente.
Per questo alcuni passaggi d’anno sembrano vuoti e altri densissimi; alcuni ci lasciano indifferenti, altri ci attraversano come un richiamo. Non è il tempo che accelera o rallenta: è la nostra interiorità che entra in una diversa configurazione, come se cambiasse postura davanti alla vita.

NON E' MAI TROPPO TARDI PER SEGUIRE IL TUO DESIDERIO“Cosa voglio fare da grande?” Questa è una domanda che molti di noi ...
20/12/2025

NON E' MAI TROPPO TARDI PER SEGUIRE IL TUO DESIDERIO

“Cosa voglio fare da grande?” Questa è una domanda che molti di noi hanno smesso di farsi tanti, tanti anni fa. La risposta, che facciamo pure fatica a ricordare ormai, ci parlava di diventare pilota d’aereo, poeta, archeologo/a, di solcare i mari in cerca di tesori, di salvare delle vite, di diventare un artista, di seguire quella chiamata, quella vocazione che ci partiva da dentro.

Poi, i doveri, i problemi, i pensieri ci hanno fatto dimenticare che un tempo avevamo un sogno e che lì era tutta la nostra ragione di vita. Abbiamo dimenticato il nostro sogno, ignorato la nostra vocazione e cominciato a vivere come se non dovessimo morire mai, così abbiamo smesso di vivere davvero.

C. G. Jung disse: “Il desiderio è la via della vita”

Quando abbiamo smesso di credere nei nostri talenti e abbiamo seguito una via che non corrispondeva più alle nostre vere aspirazioni, i sogni, lentamente soffocati nel cassetto, si sono lasciati morire per lasciare spazio alla routine, alla noia, a quel grigiore che spegne ogni volontà di manifestare la propria singolarità come dono e non come peso per una società che ci vuole tutti uguali.

Siamo nati con qualcosa di unico e l’abbiamo scambiato per qualcosa che avevano tutti, pensando e sperando che così la vita sarebbe stata meno difficile, meno severa con noi. Ma non lo è stata.

“Non è poco confessare a se stessi il proprio vivo desiderio.

Molti hanno bisogno di un particolare sforzo d’onestà. Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso.

Il desiderio è però la via della vita. Se non ammetti di fronte a te stesso il tuo desiderio, allora non seguirai te stesso ma strade estranee che altri hanno tracciato per te.

Così non vivi la tua vita, ma una vita estranea. Ma chi altri deve vivere la tua vita, se non tu stesso? Scambiare la propria vita per quella di altri non è soltanto una cosa sciocca, ma anche un gioco ipocrita, perché non puoi mai vivere realmente la vita dell’Altro, fai solo finta, inganni l’Altro e te stesso, perché tu puoi vivere solo la vita che ti appartiene.

"Se rinunci al tuo Sé, lo vivrai nell’Altro; in tal modo sarai egoista verso l’altra persona, e la ingannerai. Tutti credono che una vita del genere sia possibile, ma è solo un’imitazione scimmiesca.”

(C.G.Jung, Libro Rosso, Ed. Bollati Boringhieri)

Non barattare la tua unicità perché rinunceresti alla tua Bellezza

Il desiderio è una tensione che ci porta a ricercare il piacere, e nella sua accettazione forse più filosofica si potrebbe parlare di piacere inteso come ricerca della Bellezza, che non si limita all’estetica ma che si manifesta sotto forma di un’armonia tale da farci vivere in uno stato di lieve beatitudine.

Ecco che rinunciare ai propri talenti e sogni ci preclude la strada a quel tipo di felicità che vive di ogni singolo istante di gioia profonda nel manifestare ciò che siamo realmente. Se sei un cantante nell’anima, cantare ti darà gioia, ti nutrirà interiormente e non potrai fare altro che cantare; rinunciarci sarebbe per te talmente doloroso che la tua vita non avrebbe più lo stesso sapore. Sai che qualcosa dentro di te morirebbe se tu lo facessi.

Il guaio per molti di noi è che quando ci siamo resi conto che ciò che potevamo portare al mondo ci riempiva di stupore, la paura di essere “diversi” ha preso il sopravvento: abbiamo avuto paura di essere isolati, giudicati, di perdere quel poco di affetto e considerazione che eravamo riusciti a conquistarci. Così, abbiamo fatto finta di nulla per non sentirci marginali, ci siamo girati dall’altra parte per evitare di guardare in faccia ciò che ci rendeva unici e a cui stavamo rinunciando anche se dava un senso alla nostra vita.

Abbiamo avuto paura di brillare e di conseguenza abbiamo rinunciato alla nostra Bellezza e al dono che potevamo portare al mondo.

Non è mai troppo tardi per cominciare a vivere

Memento Mori (“ricordati che devi morire”): due parole che riescono a ridimensionare i nostri problemi… e la nostra vita. Se conoscessimo la data della nostra morte in anticipo, probabilmente vivremmo diversamente. Avendo coscienza del tempo che ci rimane non lo sprecheremmo con cose futili o che per noi non hanno valore, decideremmo bene con chi trascorrere quella vita che scorre e molto probabilmente saremmo più impegnati a seguire le nostre passioni che a criticare o ferire gli altri.

“In ultima analisi, noi contiamo qualcosa in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata.”
(C. G. Jung)

Siccome ormai siamo tutti “grandi”, vorrei farti una domanda: cosa vorresti fare della tua vita se tu conoscessi il giorno della tua morte; cosa faresti per dare valore al tempo che ti rimane?

Ovviamente ci sarà la solita voce subdola che tenterà di bloccarti: “E se poi te ne penti?”; ma se farai ciò che ti rende felice (che non significa che filerà sempre tutto liscio e che non incontrerai difficoltà, sia ben chiaro) come potresti pentirtene? Seriamente, riusciresti a pentirti di fare ciò che conta per te nella vita e che ti rende felice?

COPPIE INFELICI: PERCHE' CONTINUANO A STARE INSIEME?I rapporti affettivi e amorosi sono un aspetto molto importante dell...
17/12/2025

COPPIE INFELICI: PERCHE' CONTINUANO A STARE INSIEME?

I rapporti affettivi e amorosi sono un aspetto molto importante della nostra vita. Per molti di noi, il successo in amore è importante quasi quanto il successo lavorativo, se non di più. Tuttavia, non è facile costruire una relazione che funzioni alla perfezione. Ecco perché molte coppie infelici si adattano a una situazione che non è ottimale e continuano a stare insieme nonostante i problemi.

Per quali motivi le coppie infelici stanno assieme?

Conosciamo tutti persone coinvolte in un rapporto amoroso che non funziona, ma che, nonostante questo, non si lasciano. Anche se la psicologia delle relazioni è ancora in pieno sviluppo, la risposta al perché di situazioni simili ha occupato una grossa fetta della ricerca e degli studi in merito.

I motivi più comuni per cui si porta avanti una relazione anche quando essa comporta dolore e infelicità sono i seguenti:

Motivi esterni alla relazione
Motivi religiosi
Forte senso di impegno
Fallacia dei costi irrecuperabili

Vediamoli in dettaglio.

1. Motivi esterni alla relazione

Uno dei principali motivi della mancata rottura è l’esistenza di fattori esterni, come i figli o problemi economici. Dato che chiudere la relazione comporterebbe una grande sofferenza per via di queste ragioni esterne, la coppia decide di continuare a stare assieme anche se ciò è fonte di emozioni negative.

Molto spesso, le persone che evitano di affrontare un dolore a breve termine in realtà lo prolungano nel tempo. Ad esempio, i genitori che pensano di fare il bene dei figli continuando a stare assieme peggiorano solamente le cose. Per questo motivo, la maggior parte delle volte bisogna trovare una soluzione ai fattori esterni che costringono a portare avanti una relazione già finita da tempo.

2. Motivi religiosi

Le credenze religiose sono un altro motivo per cui le coppie infelici continuano a stare assieme. Nei paesi cattolici, il numero di divorzi è inferiore rispetto ai paesi laici.

Questo perché il matrimonio è considerato sacro, dunque porvi fine è una delle peggiori azioni che una coppia possa commettere. Le persone cattoliche sposate preferiscono portare avanti un rapporto infelice piuttosto di commettere un atto così terribile (per loro) come divorziare.

3. Forte senso di impegno

Non tutte le coppie infelici che decidono di stare assieme lo fanno per motivi esterni, come soldi o religione. Alcuni lo fanno in nome dell’impegno.

Secondo la teoria triangolare dell’amore di Sternberg, quella più accettata tra gli psicologi per spiegare i rapporti di coppia, una delle componenti dell’amore è proprio l’impegno, il compromesso. Anche se in generale si richiede la presenza di altre componenti, come l’intimità e la passione, c’è un tipo di amore che si basa solo sull’impegno preso nei confronti del partner, il cosiddetto amore vuoto.

A volte, questo legame è sufficiente per portare avanti una relazione nonostante i problemi o l’infelicità.

4. Fallacia dei costi irrecuperabili

Uno dei pregiudizi cognitivi più pericolosi è la fallacia dei costi irrecuperabili. Si pensa che, visti le risorse e l’impegno investiti in qualcosa, in questo caso il rapporto, bisogna perseverare anche se è chiaro che non sta funzionando. Capita a molti giocatori e capita anche a noi nella vita di tutti i giorni.

La fallacia dei costi irrecuperabili può risultare dannosa in molti ambiti e in quello delle relazioni può spingerci a lottare per un rapporto che non funziona solo in nome del tempo già trascorso assieme al partner. Teoricamente questo potrebbe avere senso, ma in pratica rischiamo di aumentare il risentimento e la distanza.

Se anche voi state portando avanti una relazione solo perché state assieme da tanti anni con il vostro partner, ricordate che a volte è meglio soffrire subito che vivere male a lungo.

PRIMI SINTOMI DELL'ANSIA: SITUAZIONI CHE PASSANO INOSSERVATEMolte volte i primi sintomi dell’ansia passano inosservati p...
11/12/2025

PRIMI SINTOMI DELL'ANSIA: SITUAZIONI CHE PASSANO INOSSERVATE

Molte volte i primi sintomi dell’ansia passano inosservati perché sono poco evidenti. In più, per chi è inesperto, può sembrare che l’ansia non c’entri proprio nulla. La neuroscienza, invece, ha riscontrato che alcuni sintomi costituiscono un segnale d’allarme che ci avvisa dell’insorgere dell’ansia.

Una volta che l’ansia ha messo radici, i sentimenti che possono avere la meglio sono l’incertezza, la paura e una specie di abisso interiore. Convergono sintomi fisici, psicologici, cognitivi ed emotivi. È una condizione complessa, dalla quale non ci si libera facilmente.

Come accade con altre problematiche, prima la si riconosce, prima si potrà intervenire e maggiori saranno le probabilità di superarla. Per questo motivo, è importante prestare attenzione ai primi sintomi dell’ansia.

“Le minacce alla nostra autostima o l’idea che ci facciamo di noi stessi, spesso causano molta più ansia che le minacce alla nostra incolumità.”

-Sigmund Freud-

Primi sintomi dell’ansia

1. Piedi freddi

La temperatura dei piedi può essere un indizio del nostro stato d’animo. Uno dei primi sintomi dell’ansia possono essere i piedi freddi, in forma ricorrente e senza una regione fisiologica che dopo un’analisi superficiale lo spieghi. Perché consideriamo questo fattore un sintomo di uno stato ansioso?

Quando l’essere umano si sente minacciato, il flusso sanguigno si concentra negli organi della zona toracica, quindi verso il cuore e l’apparato digerente. Si tratta di un meccanismo di difesa del corpo. Quando questo succede, le estremità, specialmente i piedi, ricevono meno sangue. Di conseguenza la temperatura scende in questa zona.

2. Sbadigliare di continuo

Un altro dei primi sintomi dell’ansia è sbadigliare più spesso del normale, le persone con alti livelli di ansia, timore o panico, tendono a sbadigliare con una frequenza maggiore.

C’è una relazione diretta fra il numero di sbadigli e la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress. Più si sbadiglia, più è alto il tasso di cortisolo nel sangue. Questo è si deve al fatto che questo ormone aumenta la temperatura corporea. Sbadigliare, invece, contribuisce in parte ad abbassarla.

3. Nebbia mentale

Parliamo di nebbia mentale per descrivere una condizione nella quale è difficile concentrarsi. Si manifesta come una sensazione di irrealtà. Chi ne soffre fatica a connettersi con il presente, così come formulare un pensiero o un’idea.

Questo stato di nebbia mentale si chiama anche “fibro nebbia” e può essere uno dei primi sintomi dell’ansia. Possiamo avere così tante idee nella mente che si forma una specie di velo sul pensiero, che ostacola la concentrazione.

4. Incubi ricorrenti

A tutti è capitato di avere gli incubi. Questo fenomeno, associato al sonno, può avere relazione con situazioni realmente vissute. Magari ci siamo impressionati profondamente e non riusciamo a superare lo shock. Quando questi episodi diventano ricorrenti, però, potrebbero essere un segnale di ansia latente.

I sogni, in special modo gli incubi, possono essere un’espressione del nostro subconscio. Forse rimandano a situazioni delle quali non siamo consci e che, però, ruotano attorno alla nostra vita. Gli incubi, dunque, possono essere un segnale di uno stato iniziale d’ansia.

5. Sapore metallico in bocca

È stato scoperto che le persone ansiose tendono ad avere una percezione più acuta dei sapori salati e amari. Si è quindi stabilito che uno dei primi sintomi dell’ansia è un fastidioso sapore metallico in bocca.

Questo succede perché l’ansia è un’emozione potenzialmente forte che, in alcune persone, stimola la proliferazione di batteri in bocca. Questo a sua volta, produce sanguinamento gengivale, anche se può essere molto lieve e non si nota a occhio n**o. Ecco quindi che il sapore metallico che possiamo provare deriva dal sanguinamento delle gengive.

L’ansia, come altre condizioni psicologiche, si traduce in comportamenti che con il tempo diventano abitudini. Senza accorgercene, adottiamo questi comportamenti e cominciamo a ripeterli. In altre parole impariamo ad avere una condotta ansiosa e la facciamo nostra. Quando ciò accade, uscire da questo circolo vizioso è una sfida davvero impegnativa.

Per questo motivo è molto importante mantenere un atteggiamento di autoanalisi. Riconoscere cambiamenti, sintomi nuovi e disturbi, per piccoli che siano. Se riusciamo a individuare l’ansia nei suoi stadi iniziali, ci sarà più facile affrontarla.

UNA FERITA CHE NON GUARISCE, IL LUTTO IRRISOLTOQuando nella nostra vita è presente una ferita aperta, ci accompagna un c...
10/12/2025

UNA FERITA CHE NON GUARISCE, IL LUTTO IRRISOLTO

Quando nella nostra vita è presente una ferita aperta, ci accompagna un costante dolore di fondo. Risolverlo significa lasciar andare la persona, la situazione o l'oggetto amato che non tornerà più indietro, cominciare a costruire nuovi legami possibili e andare avanti.

Superare un lutto non è scontato né facile. Certo, il tempo aiuta, ma senza una narrazione personale di ciò che è accaduto, è probabile che sentiremo a lungo gli effetti di una ferita che non guarisce. Potremmo anche smettere di provare dolore, almeno in modo cosciente, ma esso continuerà a gravitare nella nostra vita in modi inaspettati.

Separarsi da chi si ama, che sia in seguito a un abbandono, una rottura, un decesso, è sempre doloroso. È un’esperienza che può capitare a qualunque età e in diverse circostanze della vita. A volte una perdita può lasciare una ferita insanabile e così il dolore diventa uno stile di vita.

Elaborare un lutto significa ristrutturare il nostro mondo psichico; è un lavoro che compiamo su noi stessi, che ci porta all’accettazione dell’evento e a una trasformazione del nostro modo di essere e di vivere. Soltanto quando si produce questa metamorfosi sentiremo calare l’intensità del dolore e chiudersi la ferita.

“Ride delle cicatrici d’amore chi non ha mai avuto una ferita.”

-William Shakespeare-

IL LUTTO

Il lutto ha due facce: la prima è afflizione, sofferenza per aver perso l’oggetto del nostro amore. La seconda è lotta. Da un lato, la tristezza e il desiderio che torni qualcosa che non c’è e non ci sarà più. Dall’altro, la nostra lotta interiore. Nel dolore esiste necessariamente una tensione tra il passato e il futuro, che si coagula nel presente.

Il lutto non si prova solo nei confronti delle persone; lo viviamo anche quando siamo costretti ad abbandonare una situazione che ci rende felici o quando perdiamo un oggetto. Questo oggetto può essere la gioventù che ci ha lasciato per sempre, i soldi andati in fumo o, semplicemente, qualcosa che non siamo arrivati a vivere mai.

Ogni persona vive la sofferenza a modo suo. Ciò dipende dalla struttura psichica di ognuno di noi e dalle circostanze in cui è avvenuta la perdita. Di solito, tuttavia, si tende a negare a oltranza. Con il tempo, alcuni arrivano ad accettare, in altri è presente invece una certa resistenza.

IL LUTTO, PRENDERSI CURA DI UNA FERITA

Un lutto irrisolto è una ferita che non guarisce. È un dolore che resta vivo e non si risolve con il tempo. Può restare coperto o possiamo ignorarlo, ma è comunque presente, come uno sfondo nella nostra vita. Nessuna storia di lutto è semplice, e questo è un problema in un’epoca che rifiuta tutto quello che è difficile. Spesso è lento a guarire, una tragedia nella nostra cultura dell’istantaneo.

Per un diverso lasso di tempo, seconda del tipo di perdita e dell’intensità del dolore, non riusciamo più a vivere “normalmente“. Tristezza e disinteresse prevalgono sulle altre emozioni. Probabilmente ne risentirà il lavoro o lo studio e sarà difficile stare bene in compagnia degli altri. La sofferenza sarà, per lo più, tutto quello che abbiamo.

La perdita è il primo momento del lutto. Naturalmente si tratta di una circostanza che è fuori dal nostro controllo, altrimenti non causerebbe dolore. Elaborare il lutto, invece, significa perdere per la seconda volta quello che amiamo; adesso, però, in modo volontario, come effetto del lavoro di ristrutturazione sui pensieri e sui sentimenti. A volte, ci rifiutiamo di affrontare questo processo.

SINTOMI DI UNA FERITA CHE NON GUARISCE

Si dice che la durata media del lutto sia un periodo compreso tra sei mesi e due anni. Certamente uno dei più difficili da superare è la perdita di un figlio. Tanto duro, eppure non esiste, stranamente, una parola per indicare questo tipo di perdita. Vi sono l’orfano e il vedovo, ma non abbiamo una termine per indicare un padre o una madre che abbiano perso un figlio.

Una ferita che non cicatrizza ci parla di un lavoro sul lutto che non è stato portato a termine. Per prima cosa, c’è la resistenza ad accettare l’accaduto. A volte questa resistenza assume la forma del cinismo o dell’evasione. In questi casi si diventa ipersensibili alle sciocchezze e si perde il contatto genuino con se stessi. Si vive in modo meccanico.

In altri casi, reprimere il dolore porta ad ammalarci, a sviluppare un disturbo emotivo o fisico. È possibile anche che si diventi aspri, autodistruttivi o irresponsabili. Ogni perdita che non porta a una trasformazione positiva è sospetta e richiede di essere affrontata.

Sviluppo dell'autostima: come influisce la famigliaLa famiglia è il primo cerchio in cui interagiamo fin dall'infanzia, ...
01/12/2025

Sviluppo dell'autostima: come influisce la famiglia

La famiglia è il primo cerchio in cui interagiamo fin dall'infanzia, quindi il modo in cui interagiamo in questo cerchio determinerà gran parte della nostra percezione e autopercezione.

Lo sviluppo dell’autostima è alimentato (in parte) dalle dinamiche familiari nelle quali siamo cresciuti e siamo stati educati. È un lascito che ci portiamo dietro e talvolta difficile da sanare, soprattutto se abbiamo avuto dei genitori che non hanno mai amato se stessi e che non sono stati capaci di soddisfare i nostri bisogni, sostenerci o consolarci dal profondo del loro cuore.

Non mancano gli psicologi che dicono che per avere successo nella vita occorre avere il magazzino dell’autostima ben riempito. Che lo si voglia o meno, sono pochi i “combustibili” che ci danno tanta determinazione, autostima e senso di competenza. Tuttavia, e questo lo sappiamo bene, spesso viviamo la vita e ci muoviamo nel mondo con livelli di autostima molto bassi, talmente minuscoli che è quasi impossibile azionare il motore che ci fa superare noi stessi.

“Le persone cominciano ad avere successo il minuto in cui decidono di averlo”.
-Harvey Mackay-

Proprio come spiega la celebre antropologa culturale Margaret Mead, la famiglia è il primo gruppo sociale nel quale le interazioni che si verificano determinano in buona parte chi siamo. I nostri genitori hanno il dovere e l’obbligo di riempire il nostro magazzino di nutrienti adeguati, di ricche componenti dove non manchi la sicurezza, l’affetto, la considerazione e quell’impulso vitale capace di spingerci a camminare nel mondo sentendoci preziosi e importanti.

Tuttavia, nel duro cammino dello sviluppo della autostima, non contiamo sempre su detto combustibile. Questo ci spinge inevitabilmente a intraprendere un cammino di auto-ricerca e, soprattutto, di riparazione di questa infanzia nella quale ci sono mancate troppe cose.

Lo sviluppo dell’autostima e la sintonia con i nostri genitori

Lo sviluppo dell’autostima ha inizio nell’infanzia. Questo vuol dire forse che è determinato solo dalle esperienze previe accadute nella nostra infanzia e prima giovinezza? Bene, in psicologia, come in gran parte delle scienze, la parola “determinismo” è pericolosa e presenta delle sfumature profonde.

In materia psicologica, tutto quello che è successo nell’infanzia influisce molto su di noi, ma non ci determina. In altre parole, sappiamo che l’essere umano, e in particolare il cervello, è dotato di immensa plasticità e capacità di superamento. Questo ci obbliga ancora una volta a concentrarci sulla grande importanza dell’educazione che si riceve e sulla qualità delle interazioni con chi ci accudisce e fornisce non solo alimenti e sostentamento, ma anche un lascito emotivo ed educativo.

Per favorire un corretto sviluppo dell’autostima e fornire un buon sostegno ai bambini, è necessario essere emotivamente sintonizzati con loro. In molti studi, tuttavia, è emerso che il 40% delle volte persino i bravi genitori non riescono a entrare in sintonia con i propri figli.

Molto probabilmente questo dato ci sembrerà allarmante e persino drammatico. Tuttavia, ci invita a una riflessione. Il motivo per cui molti genitori non entrano in totale connessione con i bisogni emotivi dei propri figli è perché non lo fanno neanche con loro stessi.

Un genitore carico di stress, resistenze e nodi emotivi irrisolti invierà una serie di codici, schemi incoscienti e linguaggi al bambino, il quale li assorbirà per farli propri. Senza parlare, inoltre, della chiara difficoltà a erigere nei piccoli una buona autostima, se nei genitori stessi non vi sono solide fondamenta, radici profonde con le quali dare l’esempio, con le quali guidare con prontezza e sicurezza.

La famiglia influisce, ma decidiamo noi

Lo sviluppo dell’autostima nel corso dell’infanzia si vede influenzato soprattutto da tre fattori: l’aspetto fisico, il comportamento e il rendimento accademico. Il modo in cui i nostri genitori si pongono verso queste tre dimensioni può incoraggiarci ad accrescere la nostra sicurezza e fiducia o, al contrario, può collocarci nella conchiglia dell’impotenza, della solitudine e della paura.

“La peggior solitudine è non essere a proprio agio con te stesso”,
-Mark Twain-

L’aspetto più complesso è che, ai giorni d’oggi, continuiamo a vedere molti genitori immaturi e inconsapevoli in termini di attenzione nei confronti del proprio linguaggio e modo di comunicare. È sufficiente ascoltare le loro conversazioni davanti alla soglia delle scuole per captare quanto, senza rendersene conto, strappino una dopo l’altra le ali dell’autostima dei loro figli.

L’uso di paragoni, di affermazioni assolute (sei negato in matematica, non sarai mai promosso…) o l’incapacità di vedere problemi emotivi nascosti si verificano spesso e inducono le nuove generazioni a commettere lo stesso problema dei loro genitori: la mancanza di autostima.

La famiglia influisce sullo sviluppo dell’autostima di una persona, lo sappiamo, ma quanto successo in passato non ha alcun motivo di determinare tutta la vita. Sta a noi smettere di farci del male, perché non abbiamo il combustibile pieno di forza personale. Nel nostro orizzonte c’è la possibilità di riparare un’infanzia di mancanze per raggiungere la giusta maturità.

È necessario imparare a bastare a noi stessi, a compensarci da soli, a smettere di cercare all’esterno ciò che possiamo e dobbiamo essere in grado di offrirci in prima persona. Sull’autostima si lavora giorno dopo giorno, richiede dei cambiamenti, ci chiede di essere coraggiosi e, prima di ogni altra cosa, di avere una grande dose di amor proprio. In qualsiasi modo si sia svolto il nostro passato, siamo sempre in tempo ad apportare dei cambiamenti, a investire sulla nostra autostima.

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