12/04/2026
Una delle cose che mi affascina dei testi antichi è la loro capacità di trasmettere quella sapienza che non ha tempo, né confini. In poche, essenziali parole riescono a farmi sempre da specchio dandomi la possibilità di osservarmi nel momento in cui mi trovo.
“Dalla perfetta contentezza si raggiunge una felicità senza pari” Yoga-sūtra II, 42
Il secondo dei cinque suggerimenti per prenderci cura di noi è coltivare saṃtoṣa: l’appagamento o contentezza.
Quella contentezza che non deriva da un momento particolarmente speciale, ma che è esito dell’accoglienza dell’istante, così come si presenta.
Possiamo dire che saṃtoṣa diventa più facile se seguiamo anche la prima indicazione dataci da Patañjali: śauca, la purezza. Quando riusciamo ad alleggerire corpo e mente da tutti gli ingombri emotivi (giudizi, lamenti, risentimenti), da tutte le pretese e rimuginii, (i “se fossi”, i “se avessi”) allora quella leggerezza porta a riconoscere i doni da cui siamo sempre, costantemente, circondati.
Così saṃtoṣa diventa un delicato risveglio a ciò che abbiamo dentro e fuori.
Diventa il riconoscere le risorse che possediamo anche nei momenti più critici.
Diventa il godere con sensi aperti e gratitudine nel cuore quell’incontro, quella parola casuale, quel cielo, quel fiore, quel gusto.
Diventa il sapore della vita.
Diventa, infine, la più libera tra le felicità.