12/05/2026
Ci sono lavori che non finiscono quando si chiude una porta o termina una giornata.
Fare la psicologa, per me, è uno di questi.
È un lavoro fatto di incontri profondi, di parole che restano, di silenzi che chiedono spazio.
Un lavoro che amo, ma che a volte pesa. Perché stare accanto alla sofferenza degli altri richiede energia, presenza, ascolto continuo.
Con il tempo ho capito che la cura non coincide con il dover avere sempre tutto chiaro, tutto risolto.
Non significa “aggiustare” qualcuno. Significa esserci, anche quando il percorso è lento, fragile, incerto.
Significa accettare che ogni cambiamento abbia i suoi tempi e che, a volte, il passo più importante sia semplicemente continuare a camminare.
Questo lavoro mi mette continuamente davanti ai limiti, miei e altrui. Mi ricorda anche quanto sia prezioso creare uno spazio in cui una persona possa sentirsi vista, ascoltata e accolta senza dover dimostrare nulla.
Ed è forse questa la parte più autentica della cura: non salvare, ma accompagnare.