Dott.ssa Simona Murtas psicoterapeuta

Dott.ssa Simona Murtas psicoterapeuta Psicoterapia, Training autogeno, Emdr. Autostima, ansia, traumi,lutti, patologie oncologiche

04/01/2026

Crans-Montana, cordoglio e riflessione.
Rimettere al centro educazione al rischio, prevenzione e rispetto delle regole di sicurezza

Il dolore per le vittime e per i giovani feriti a Crans-Montana è profondo, lacerante. Abbiamo tutti negli occhi le immagini di queste ore, che generano sofferenza e molti interrogativi: ogni vita spezzata o segnata per sempre è una sconfitta che ci tocca da vicino.

Esprimiamo anzitutto la nostra vicinanza alle famiglie e a tutte le persone coinvolte. Un ringraziamento profondo va ai soccorritori – molti dei quali arrivati dal nostro Paese, con professionalità e dedizione – che stanno operando in un contesto complesso e fragile. Invitiamo tutti alla massima prudenza nel condividere informazioni: il rispetto del dolore passa anche attraverso la verifica delle notizie.

In momenti come questo, il silenzio – rispettoso, orante – è doveroso. Ma lo è anche una riflessione onesta, che non si fermi all’emozione del momento.

Lavoriamo da sempre per la prevenzione, la gestione delle emergenze, l’educazione alla sicurezza. Sappiamo che la capacità di affrontare un’emergenza e di adottare comportamenti protettivi dipende dalle strutture o dagli edifici, ma è anche una responsabilità individuale e condivisa.

Soprattutto in momenti di festa e spensieratezza è difficile pretendere una vigilanza costante, e nessuno potrebbe vivere in uno stato di allerta permanente. A maggior ragione ci auguriamo che siano chiarite le mancanze e le responsabilità oggettive. Dunque proprio qui emergono le domande cruciali che accompagnano il nostro impegno: perché non si investe in prevenzione e sicurezza? Perché è così difficile trasmettere la capacità di riconoscere il pericolo? E ancora: quanto è basilare investire in percorsi di consapevolezza e preparazione all’emergenza?

Parliamo di educazione al rischio, realizzata in modo partecipato e sereno, per affinare la capacità di leggere i contesti, allenarsi ad agire efficacemente, per proteggere sé stessi e gli altri. Contro il pessimismo, la rassegnazione, il fatalismo: responsabilità, lucidità, cura. A partire dal rispetto delle misure di sicurezza in tutti gli ambienti di vita.

Si parla molto di libertà – come è giusto– ma meno di responsabilità ed educazione alla gestione degli imprevisti. Come ha ricordato lo psicologo V. Frankl, sopravvissuto a 4 lager nazisti, insieme alla Statua della Libertà dovrebbe esistere la “Statua della Responsabilità”: se la libertà ci dà il diritto di scegliere, la responsabilità ci ricorda che siamo custodi delle conseguenze di quelle scelte, per noi stessi e per gli altri. Ed è proprio questo che salvaguarda la libertà.

Viviamo in una società che tende a rimuovere il pericolo e la catastrofe, anche attraverso una mediazione continua degli schermi che rischia di attenuare l’istinto di protezione. Le indagini chiariranno responsabilità e violazioni, ma a tutti noi spetta un compito ulteriore: riconoscere una responsabilità educativa e culturale collettiva, che non possiamo evitare.

Il nostro impegno, nato da una tragedia, è portato avanti da 45 anni con la convinzione che il dolore, da solo, non basti: deve diventare responsabilità, memoria attiva, prevenzione e cambiamento.
In nome di questo impegno, il Centro Rampi continuerà, con ancora maggiore determinazione, il suo lavoro di formazione e sensibilizzazione. Lo dobbiamo ai ragazzi di oggi. E lo dobbiamo alla memoria di chi non c’è più. 🙏❤️

Michele Grano
Psicologo, Vice Presidente Centro Alfredo Rampi

Dipartimento Protezione Civile

04/01/2026

Il dolore non elaborato di un genitore può diventare — senza volerlo — un carico devastante per il figlio. Se un genitore ha degli irrisolti, se soffre, il bambino lo sente nel corpo, nelle espressioni, nei silenzi, nella qualità della presenza, lo sente in tutte le interazioni.

Nel migliore dei casi succede questo: il bambino non può pensare che il genitore abbia un mondo interno indipendente da lui, sfaccettato, caotico... Quindi quando vede il genitore triste, arrabbiato, fragile o emotivamente assente, spesso pensa:

- “Ho fatto qualcosa io.”
- “Devo essere più bravo, più calmo, più perfetto.”

Questo crea ferite che poi diventano schemi da adulti. E questo è solo lo scenario più basilare. Doloroso, disorientante.... Certo. Purtroppo, però, molti scenari, sanno essere ancora più devastanti di così.💔❤️‍🩹 Ecco perché ripetiamo spesso questa frase ai nostri incontri: il regalo più grande che un genitore può fare ai propri figli è... PRENDERSI CURA DI Sé. E non dobbiamo avere paura della parola "cura" riferito alla psiche perché... la psiche è nel corpo. Lo stesso dolore è nel corpo e... il corpo può guarire.

Psicoadvisor |

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04/01/2026

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Non si può morire a quindici anni
la Repubblica - 3 gennaio 2026

Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già vissuta.
La tragedia è certamente nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta, lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio della vita. Ne La stanza del figlio (2001) Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli, come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori ad essere costretti ad assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando ciascuno di loro in una solitudine senza scampo. Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente.
Un’amica ha raccontato di un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. Ma per i genitori dove invece questo istante benedetto è stato precluso, dove il figlio o la figlia si sono allontanati per sempre? Cosa accade a questi genitori che restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo. È quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice l’avvicendamento naturale tra le generazioni. La giustizia che dovrà colpire i veri responsabili di questo disastro non sarà sufficiente a sanare questa ferita.
La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita, come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamento amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi, non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare. Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani…

[Cover: Ann Hamilton, Sense]

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05/12/2025

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‼️ TUO FIGLIO CAMBIA: E TU?
Ciclo di incontri ONLINE rivolti ai GENITORI ‼️

📅 Edizione Febbraio/Marzo 2026

🧑‍🧒‍🧒L’essere genitori comporta l’assunzione di una profonda responsabilità che si esprime attraverso comportamenti impliciti ed espliciti che si manifestano nella relazione con i propri figli.
L’adolescenza spesso scompagina gli equilibri familiari e il ruolo fino ad allora rappresentato dai genitori rischiando di trasformare e cristallizzare il rapporto in una conflittualità interminabile.
Il Ciclo di incontri promosso dall’ARPAd si propone di dialogare su temi inerenti l’adolescenza al fine di favorire ed accompagnare i genitori nel processo di crescita psichica della nuova generazione, promuovendo la capacità di rispondere alle richieste dei figli, di essere autorevoli e di accogliere i segnali del cambiamento.

✨APPUNTAMENTI✨

🔖 Mercoledì 11 Febbraio 2026 dalle ore 20:00 alle ore 22
COME CAMBIA IL RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI IN ADOLESCENZA - G. Montinari
🔖 Sabato 7 Marzo 2026 dalle ore 9:30 alle ore 11:30
L'USO DEL DIGITALE E DELLA TECNOLOGIA PERVASIVA - D. Biondo
🔖 Sabato 28 Marzo 2026 dalle ore 9:30 alle ore 11:30 SESSUALITÀ TRA INCERTEZZE E DESIDERIO - E. Casini

📧 per maggiori informazioni ed iscriversi: arpad@associazionearpad.it

27/11/2025
27/11/2025

🔺Bando per la partecipazione al Progetto Promemoria Auschwitz Sardegna 2026
❗Comune di Dolianova n. 2 partecipanti
📅invio domanda di partecipazione entro le ore 23.59 del 7 dicembre 2025
👉https://tinyurl.com/7bas2jkp

https://www.facebook.com/share/1aUK16EatE/
27/11/2025

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🧠 FOCUS PSICONCOLOGIA | Aiutare i bambini a comprendere la malattia

📖 Nell’articolo “Come parlare del cancro ai bambini?” (
ilfattoquotidiano.it, 17 novembre 2025) vengono presentati i consigli degli psicologi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e cinque libri utili per aiutare i genitori a trovare le parole giuste di fronte alla malattia.

Dalla scelta di un linguaggio semplice e sincero, alla necessità di ascoltare le emozioni dei più piccoli, il contributo offre indicazioni concrete per trasformare un tema difficile in uno spazio di dialogo e vicinanza.
Un approfondimento prezioso per famiglie, psicologi e operatori che desiderano accompagnare i bambini con delicatezza e verità.

💬 “Anche i bambini hanno diritto a capire: parlare della malattia è un atto di cura.”

👉 Leggi l’articolo completo sul nostro sito:
psiconcologia.org/articolo-di-stampa-20251117/


31/10/2025
31/10/2025
31/10/2025

NON È AMORE. È DIPENDENZA NEUROBIOLOGICA.

Negli ultimi giorni altre giovani donne sono state uccise barbaramente dai loro compagni.
E ancora una volta sentiamo dire: “Perché non se ne vanno?”

La risposta è dentro il cervello. Non nel cuore.

Quando una donna entra in una relazione tossica, soprattutto con un manipolatore o un soggetto narcisista patologico, il suo sistema nervoso viene progressivamente condizionato.
Il ciclo “idealizzazione – svalutazione – riaggancio” attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nella dipendenza da sostanze, in particolare nella dipendenza da eroina o cocaina.

Ecco gli ingredienti della chimica dell’inganno:

Dopamina: ogni messaggio affettuoso, ogni “ti amo” dopo giorni di gelo o umiliazioni, produce una scarica di dopamina. È il premio intermittente che rinforza la ricerca spasmodica di quell’approvazione.

Ossitocina: l’ormone del legame, che normalmente serve a costruire fiducia e intimità, viene “dirottato” e usato dal manipolatore per cementare un attaccamento disfunzionale.

Cortisolo e adrenalina: lo stress cronico tiene il corpo in costante allerta, creando una condizione di iper-vigilanza e sottomissione.

Riduzione funzioni della corteccia prefrontale: con il tempo, la capacità di analisi, di giudizio e di decisione si riduce. La donna non è più libera di scegliere: è prigioniera del proprio sistema neurobiologico, riscritto dal trauma.

Questo si chiama legame traumatico.

E finché continueremo a leggerlo come “debolezza”, “dipendenza affettiva” o “mancanza di autostima”, continueremo a perdere vite.

Perché chi è intrappolata in questa dinamica non può semplicemente “andarsene”, ha bisogno di un intervento mirato, che tenga conto dei processi neurobiologici e psicologici sottesi alla relazione violenta.

Capire questo significa costruire strumenti di prevenzione reali, efficaci, capaci di spezzare la catena della violenza prima che arrivi all’epilogo finale.

Solo così potremo davvero proteggere le donne e impedire che i loro figli imparino — e ripetano — lo stesso copione.

Indirizzo

Via Dante 42/a Cagliari , Via P. Vargiu N. 1 Dolianova
Cagliari
09127

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 20:00
Mercoledì 09:30 - 20:00
Venerdì 09:30 - 20:00

Telefono

+393460419182

Sito Web

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