27/02/2026
✍️STORIE RESIDENTI, PAOLO
Paolo è arrivato ad Agape il 30 luglio 2020. Viene da Arzachena e oggi vive a Casa Armonia Uno.
Quando gli chiedi perché sia arrivato, non fa giri di parole: «Non c’era un altro posto». Prima Valledoria, poi Luogosanto, diverse strutture. Motivi di famiglia. Un percorso che a un certo punto lo ha portato a Quartu, dentro una casa che oggi definisce senza esitazione «più familiare» ma sempre con il cuore lassù, ad Arzachena, a cui è legato.
All’inizio era insicuro. Pensava che sarebbe rimasto poco, che quello fosse solo un periodo di passaggio. Aveva una stanza tutta sua, ma non ancora certezze. «Ero convinto che me ne sarei andato», racconta. Poi sono arrivate le persone, le conoscenze, le abitudini. E il disorientamento ha lasciato spazio a qualcosa di più stabile.
La sua giornata comincia con il rituale tipico dei residenti: rifare il letto, pulire la stanza, uscire. Le piccole responsabilità gli danno un ritmo. Si occupa di commissioni, porta il caffè, si rende disponibile. «Non rimango mai senza fare niente», dice. Se c’è da andare dalla dottoressa o da ritirare qualcosa, lui c’è. Gli piace sentirsi utile. «Se manco io, si sente», aggiunge con un mezzo sorriso.
Non parla di soldi quando dice di essere generoso. Parla di tempo, presenza, disponibilità. Non ha un amministratore di sostegno: gestisce tutto da solo, cambia medico se serve, si organizza.
In casa sono nati anche piccoli riti. Come l’“Insalatona Agape”, inventata durante una riunione: polpa di granchio, olive, pomodori, insalata. Un piatto che è diventato simbolo di condivisione. Gli piace anche la pasta alla carlofortina e la salsiccia di pollo. I compiti si dividono.
Con Gavino, un altro residente che ha trovato in Casa Armonia, si conoscevano già, dai tempi di una struttura alla Moddizza. Quando ha sentito il nome Pintus, ha capito subito chi fosse. Si dividono anche sul calcio: Gavino tifa Torres, Paolo tifa Cagliari e non lo nasconde, dato che chiacchieriamo con lui mentre indossa un cappellino della squadra rossoblù.
Si prendono in giro, si stuzzicano, ma c’è complicità. Con gli altri ha legato. C’è chi parla spesso di religione, chi è più riservato. «Bisogna accettare le persone come sono», dice. È una frase che ripete più volte, come una regola imparata sul campo.
Il rapporto con gli operatori lo descrive così: «Sono bravi, ci sono sempre». Si sente seguito, ma non controllato. Accompagnato, ma libero di crescere.
Paolo è curioso. Attacca bottone con tutti. Vuole sapere che lavoro fanno, cosa li appassiona. Con la parrucchiera, la signora Rita, ha parlato a lungo. Gli piace conoscere, capire, entrare in relazione. È un modo per sentirsi parte del mondo.
Legge molto. Ama i gialli di John Grisham, perché l’intrigo lo costringe a ragionare. «Mi sento attento, mi arricchisce». In biblioteca va spesso. Ha letto anche Umberto Veronesi. La lettura, come le commissioni, gli riempiono il tempo in modo buono e creativo.
La musica è un’altra presenza costante. Francesco Gabbani, Vasco Rossi. Adora anche la cantante sarda Maria Luisa Congiu – si mette a cantare spesso “Festa Paesana” – e si è incollato alla tv a vedere Sanremo. La musica non è solo ascolto ma anche esercizio. Canta appena si alza. Canta sempre, da solo, perché si vergogna a farlo davanti agli altri. «Quando canto sono felice», dice. E chi vive con lui lo sa: la musica lo segue sempre.
Segue tutte le partite del Cagliari, ascolta le cronache di Lele Casini su Radiolina, cerca i biglietti quando può.
A novembre è morto suo padre. La madre oggi vive in una RSA. Le sorelle le sente poco. «Io oggi sono indipendente», afferma, con una punta di orgoglio e un velo di amarezza.
In sei anni ad Agape ha imparato molte cose. «Il tempo scorre meglio», spiega. «Non mi sento pesante, anzi qui ho costruito la mia indipendenza. Mi sento più sicuro di me, guardo al presente prima di tutto». Parla del 2030 come di un orizzonte lontano ma possibile. Gli piacerebbe un giorno tornare a vivere in una casa tutta sua, ad Arzachena, la sua cittadina. Intanto c’è un obiettivo concreto: imparare a cucinare. «Non mi piace, ma devo imparare. Bisogna arrangiarsi».
Ama la tecnologia e le persone tecnologiche, compra su Amazon, è incuriosito dalle novità. E ogni tanto si concede una pizza o un all you can eat.
Paolo non racconta la sua vita in Agape come una rivincita clamorosa. La racconta come un percorso fatto di piccoli passi, di insalate condivise, di partite ascoltate alla radio, di canzoni cantate sottovoce e di consapevolezza, quella che gli permette di osservarsi da fuori.
Un percorso in cui ci sono parole chiave: presenza, presente. Essere presente per gli altri, e finalmente anche per se stesso.