16/08/2020
E’ il dolore a distinguerci dalle pietre.
(Rainer Maria Rilke)
La fame di ricette semplici trova nel Dsm-5 la sua epifania più sconvolgente.
E’ firmato dall’ American Psychiatric Association ed è il tomo che classifica l’animo umano in oltre 300 potenziali disturbi.
I guru statunitensi della mente hanno stabilito “un linguaggio comune” per definire i nuovi “standard” con cui “la vita di milioni di individui” può essere compresa nelle sue patologie (parole del presidente del progetto, David Kupfer) mettendo nero su bianco quali sofferenze possono essere chiamate “disturbi” e quali no, da quali avvisaglie possiamo capire se un bambino è iperattivo o un amico depresso, secondo quali test (sì, ci sono anche i questionari a crocette) la nostra ansia andrebbe curata con un blister oppure la timidezza che mostriamo in pubblico avrebbe bisogno di una terapia.
Queste tavole chiedono che tutti guardino con gli stessi occhi gli stessi sintomi. Sintomi che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo.
Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere classificate come se si trattasse di una pancreatite.
Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa sta succedendo in quell’interiorità.
Penso a tutte quelle descrizioni che sembrano suggerire l’idea per la quale ogni ostacolo ci impedisca di corrispondere a una vita che scorra senza problemi, senza cadute, senza dolore, senza tristezze, dev’essere etichettato come patologico.
Queste tavole finiscono per escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi: la soggettività.
E’ una necessità medica quella di dare delle regole scientifiche alla disciplina, ma dipende da cosa consideriamo scientifico.
Se pensiamo che la psichiatria sia una scienza naturalistica, che si occupa di problemi riconducibili a disfunzioni biologiche, allora sì. Non è così però.
Le forme che può assumere il dolore cambiano a seconda del contesto sociale e ambientale di quella persona.
Cambiano a seconda delle origini di quella sofferenza.
Cambiano addirittura a seconda di come noi stessi ci relazioniamo con quel dolore.
Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi, che non invece ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione.
Se il volume viene tradotto in tutto il mondo significa che a qualcuno quelle diagnosi piacciono.
Soprattutto a chi non vuole perdere tempo.
Il testo sul quale si fonda la psichiatria internazionale dà criteri tali per poter decidere quali psicofarmaci somministrare dinanzi a qualunque forma di ansia, di sofferenza psichica, di quelle che riempiono, riempivano e riempiranno gli studi dei medici di base.
Sarebbe infinitamente più comodo se un antidepressivo mi risolvesse l’angoscia per la morte di una persona cara, ad esempio, senza farmi perdere tempo ad andare da un “essere” che ascolta e chiede.
Ma cosa sono le mie vaghe parole pseudo-mediche, così fragili, evanescenti, di fronte alle certezze che regnano nel manuale?
È ovvio che è più faticoso fare una diagnosi che prescinda dai criteri semplici e lapalissiani proposti dal “Dsm”. Ma il tempo che si "perde" per capire un paziente ha un significato.
È testimone di quella solidarietà umana che dovrebbe essere alla base del rapporto con l’altro.
(Eugenio Borgna – da “Giù le mani dalla psiche" del marzo 2014)
Immagine: Dipinto di Egon Schiele