13/04/2026
Quando immagino un esperto di vino mentre prende un calice e, come in un rituale, lo osserva, lo annusa, lo assaggia e poi dice: “Questo vino nasce su un terreno calcareo, con forti escursioni termiche ed è invecchiato in una botte di rovere per venti mesi. Tra dieci anni sarà più rotondo, meno acido, più profondo.”
Io, che non conosco il vino, resto incantata, perché mi sembra una forma di preveggenza. Eppure, per gli esperti e per la nostra cultura fortemente ancorata al vino, non c’è nulla di soprannaturale. Si tratta solo di studio, esperienza e sensibilità affinata nel tempo.
Quando immagino una sacerdotessa antica che osserva il comportamento delle api, il ciclo delle fioriture, il modo in cui il miele cambia consistenza e profumo durante l’anno, e da queste osservazioni, trae indicazioni su quando è il momento di seminare, di raccogliere, di celebrare un rito di passaggio, o quando, ascoltando il ritmo del respiro e del battito di una persona, intuisce uno squilibrio interiore prima ancora che si manifesti come malattia, mi sembrano anche queste “magie”, ma forse, anche in questi casi, non è che conoscenza profonda della vita.
Le culture antiche erano immerse in un altro tipo di attenzione. Non si limitavano alla materia visibile, ma includevano anche ciò che oggi chiameremmo dimensione interiore, simbolica, spirituale. Così, ciò che per loro era la naturale estensione della conoscenza, per noi diventa un mistero o addirittura, qualcosa di incredibile.
Mi chiedo: cosa succederebbe se non scegliessimo tra questi sguardi, ma li integrassimo?
La precisione analitica della scienza e la sensibilità simbolica delle antiche tradizioni sono due modi diversi di leggere la stessa realtà. Quando dialogano, si ampliano a vicenda. La prima ci dà strumenti, metodo, verifica. La seconda ci offre profondità, significato, connessione.
Non sarebbe una grande evoluzione, in termini di cultura e sensibilità, se imparassimo a tenerle insieme?