Chiara Canonici - Psicologa

Chiara Canonici  - Psicologa "La grande Via è una strada spianata, ma gli uomini seguono sentieri distorti". Lao Tze Messaggi, risposte, interazioni sono molto gradite.

Questo spazio è dedicato a sguardi, spunti di riflessione e considerazioni sul tema della psicologia. Per informazioni sugli orari di ricevimento in studio, o per richiedere un appuntamento, potete scrivermi: chiaracanonici75@gmail.com o chiamarmi: 3393483506

Quando immagino un esperto di vino mentre prende un calice e, come in un rituale, lo osserva, lo annusa, lo assaggia e p...
13/04/2026

Quando immagino un esperto di vino mentre prende un calice e, come in un rituale, lo osserva, lo annusa, lo assaggia e poi dice: “Questo vino nasce su un terreno calcareo, con forti escursioni termiche ed è invecchiato in una botte di rovere per venti mesi. Tra dieci anni sarà più rotondo, meno acido, più profondo.”
Io, che non conosco il vino, resto incantata, perché mi sembra una forma di preveggenza. Eppure, per gli esperti e per la nostra cultura fortemente ancorata al vino, non c’è nulla di soprannaturale. Si tratta solo di studio, esperienza e sensibilità affinata nel tempo.

Quando immagino una sacerdotessa antica che osserva il comportamento delle api, il ciclo delle fioriture, il modo in cui il miele cambia consistenza e profumo durante l’anno, e da queste osservazioni, trae indicazioni su quando è il momento di seminare, di raccogliere, di celebrare un rito di passaggio, o quando, ascoltando il ritmo del respiro e del battito di una persona, intuisce uno squilibrio interiore prima ancora che si manifesti come malattia, mi sembrano anche queste “magie”, ma forse, anche in questi casi, non è che conoscenza profonda della vita.

Le culture antiche erano immerse in un altro tipo di attenzione. Non si limitavano alla materia visibile, ma includevano anche ciò che oggi chiameremmo dimensione interiore, simbolica, spirituale. Così, ciò che per loro era la naturale estensione della conoscenza, per noi diventa un mistero o addirittura, qualcosa di incredibile.

Mi chiedo: cosa succederebbe se non scegliessimo tra questi sguardi, ma li integrassimo?
La precisione analitica della scienza e la sensibilità simbolica delle antiche tradizioni sono due modi diversi di leggere la stessa realtà. Quando dialogano, si ampliano a vicenda. La prima ci dà strumenti, metodo, verifica. La seconda ci offre profondità, significato, connessione.
Non sarebbe una grande evoluzione, in termini di cultura e sensibilità, se imparassimo a tenerle insieme?

Ci sono momenti in cui quello che senti è troppo intenso e troppo difficile da reggere. In quei casi, probabilmente, fai...
06/04/2026

Ci sono momenti in cui quello che senti è troppo intenso e troppo difficile da reggere. In quei casi, probabilmente, fai quello che hai sempre fatto per sopravvivere: reagisci subito. Dici, scrivi, chiudi, scappi, attacchi…oppure ti anestetizzi. Forse fai questo perché nessuno ti ha mai insegnato che esiste un’altra possibilità.
Esiste uno spazio, dentro di te, che può imparare a contenere ciò che provi.
Uno spazio in cui la rabbia non deve esplodere per forza; in cui la tristezza non deve essere subito zittita; in cui il dolore può essere sentito senza distruggerti.
Questo spazio non è qualcosa che “hai o non hai”, è uno spazio che si costruisce piano e con pazienza. È uno dei gesti più profondamente terapeutici che puoi fare per te stessə, perché quando inizi a creare spazio interiore, non sei più solo dentro ciò che provi. Quello che senti smette, poco alla volta, di avere tutto il potere su di te.
Da dove puoi iniziare, concretamente a costruirlo?
1. Quando senti che stai per reagire, prova a fermarti. Crea un piccolo spazio prima dell’azione.
2. Dai un nome semplice a ciò che senti. “Sto male” può diventare: “mi sento rifiutatə”, “mi sento arrabbiatə”, “mi sento spaventatə”. Questo ti aiuta a non essere travoltə.
3. Porta attenzione al corpo: dove lo senti? Petto, gola, stomaco? Appoggia lì il respiro, come se stessi facendo spazio proprio in quel punto.
4. Rimani senza fare niente, per un momento, anche solo 1–2 minuti. Stai e basta.
5. Se è troppo, scrivi. Butta fuori su carta tutto quello che c’è, per non tenerlo tutto dentro da solə.
6. Ricordati che quello che senti è reale, ma non sei obbligatə ad agire subito su ciò che senti.
All’inizio può essere difficile.
Può sembrare che, se non reagisci, qualcosa dentro esploda, ma spesso succede il contrario:
se resti, se fai anche solo un piccolo spazio, l’emozione cambia forma e tu cambi con lei.
Devi solo iniziare, poco alla volta, a non lasciarti solə dentro quello che provi.
E lì, in quello spazio che cresce, inizia qualcosa di nuovo: meno reazione, più presenza, più possibilità di scegliere.
E questa è una forma profonda di cura.

“Esoterico” viene dal greco esōterikós, e significa “interiore”, “che riguarda ciò che è dentro”.Quindi esoterico è qual...
30/03/2026

“Esoterico” viene dal greco esōterikós, e significa “interiore”, “che riguarda ciò che è dentro”.
Quindi esoterico è qualcosa di profondo, non qualcosa di oscuro.
Eppure c'è un equivoco diffuso quando si parla di conoscenza esoterica: si pensa a qualcosa di lontano, misterioso, quasi evasivo rispetto alla vita quotidiana. In realtà è vero il contrario.
L’esoterismo, quando è autentico, non serve a “fuggire” dalla realtà, ma a leggerla meglio. È una lente che rende visibile ciò che già accade dentro e fuori di noi: i nostri automatismi, le nostre reazioni, i legami invisibili tra ciò che pensiamo, sentiamo e viviamo.
Quella esoterica non è una conoscenza da accumulare, ma da incarnare.
E questo non è nuovo.
Gli antichi lo sapevano.
Nei templi di Asclepio, la guarigione iniziava dall’ascolto interiore e dall’osservazione dei propri stati.
Nelle pratiche stoiche, ci si allenava a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che ci attraversa.
In tutti i percorsi misterici, il primo passaggio era sempre lo stesso: disidentificarsi, imparare a vedere.

Oggi, in un momento qualsiasi della giornata, prova a fermarti per un minuto.
Osserva:
– che pensiero è presente in te?
– che emozione lo accompagna?
– dove la senti nel corpo?
Poi, senza cercare una risposta immediata, chiediti:
“Questo stato mi appartiene davvero, o lo sto semplicemente attraversando?”
Questo piccolo scarto – tra identificazione e osservazione – è già pratica esoterica.
È lo stesso gesto che attraversa scuole, templi e tradizioni, ed è già trasformazione.

Nel momento in cui smetti di essere ciò che ti accade, infatti, inizi a diventare ciò che sei.

Mi capita spesso di prendere un simbolo e di meditarlo a lungo.Per giorni, a volte per mesi.Lo porto con me in silenzio,...
23/03/2026

Mi capita spesso di prendere un simbolo e di meditarlo a lungo.
Per giorni, a volte per mesi.
Lo porto con me in silenzio, come un compagno di viaggio a cui torno, di tanto in tanto, con lo sguardo interiore.
Perché il simbolo ha questa qualità: è inesauribile. Più lo contempli, più si apre. Più lo attraversi, più dischiude senso e consapevolezza.
Alcuni simboli, poi, attraversano i secoli senza perdere forza, perché parlano direttamente a qualcosa di profondo dentro di noi. Uno di questi è il contenitore: il vaso, la coppa, la conchiglia.
Sembrano oggetti semplici, ma per chi sceglie di ascoltarli, diventano immagini archetipiche di trasformazione.
Il vaso, la coppa, la conchiglia accolgono, custodiscono, proteggono, ma soprattutto trasformano.
Ogni processo di cambiamento, in fondo, ha bisogno di uno spazio sicuro in cui avvenire.
Di un “dentro” separato dal caos del fuori. È così nell’alchimia, dove il vaso diventa il luogo dell’Opera.
È così nel grembo, dove ciò che deve nascere è protetto dall’esterno.
Ed è così anche dentro di noi, perché anche noi abbiamo bisogno di diventare contenitori:
di emozioni, di intuizioni, di parti di noi ancora in trasformazione.
Restando in contatto con questi simboli e con la loro funzione contenitiva, in me si è fatta strada una consapevolezza: forse il vero lavoro non è “fare di più”, ma imparare a contenere meglio.
Restare. Accogliere. Lasciare che qualcosa maturi.

Per dare forma a questo lavoro, mi capita di fare un piccolo esercizio.
Mi siedo e immagino di essere un vaso.
Mi ricordo che non devo cambiare nulla, né migliorare nulla.
Qualunque pensiero, emozione o sensazione emerga, non lo scaccio e non lo inseguo.
Faccio una cosa sola: lo contengo. Come se dentro di me ci fosse spazio sufficiente per tutto.
Se arriva agitazione, la contengo.
Se arriva tristezza, la contengo.
Se arriva quiete, la contengo.
Non c’è nulla da risolvere, c'è solo da ospitare.
Resto così per qualche minuto, osservando cosa accade quando smetto di performare e inizio semplicemente ad essere.
E allora capisco anche che le trasformazioni più profonde non fanno rumore, ma cambiano tutto.

La parola "ispirazione" nasce dal latino inspirare: “soffiare dentro”. Alla radice c’è spiritus, il respiro, il soffio v...
16/03/2026

La parola "ispirazione" nasce dal latino inspirare: “soffiare dentro”. Alla radice c’è spiritus, il respiro, il soffio vitale. Dunque essere ispirati significa letteralmente lasciarsi attraversare da un respiro che entra e rinnova.

Ogni inspirazione è un gesto di apertura: accogliamo aria, vita, possibilità.
Ogni espirazione è un lasciare andare: ciò che non serve più, ciò che appesantisce.

In questo ritmo semplice si riflette anche il movimento della nostra vita interiore.
Quando siamo troppo identificati con la sola razionalità, spesso perdiamo questo ritmo. Pensiamo molto, ma respiriamo poco. Analizziamo, ma fatichiamo a sentire.
L’ispirazione, invece, nasce quando torniamo a respirare davvero: quando lasciamo spazio all’intuizione, all’immaginazione, alla parte di noi che sa prima ancora di spiegare.
Essere ispirati non significa essere meno lucidi, ma più vivi.
È il momento in cui ciò che siamo trova finalmente aria per esprimersi.

Ti lascio un breve esercizio che potrebbe aiutarti a cercare la dimensione dell'ispirazione:
Fermati per tre minuti.
Chiudi gli occhi e porta l’attenzione al respiro.
Quando inspiri, immagina di accogliere qualcosa di nuovo: un’idea, una possibilità, un’energia.
Quando espiri, lascia andare la tensione e il bisogno di controllare tutto con la mente.
Non cercare subito una risposta o un’intuizione.
Limitati a respirare.
Spesso l’ispirazione arriva proprio quando smettiamo di inseguirla e le facciamo semplicemente spazio.

Se ci pensi, molte delle cose più importanti che abbiamo fatto, scelto o creato nella nostra vita, non sono nate solo da un ragionamento, ma da un momento di ispirazione.

Viviamo un tempo saturo di notizie di guerre, di tensioni politiche, di instabilità economiche.Siamo dentro una corrente...
09/03/2026

Viviamo un tempo saturo di notizie di guerre, di tensioni politiche, di instabilità economiche.
Siamo dentro una corrente di allarme quasi continuo.
Ma noi non siamo fatti per abitare permanentemente nell’emergenza.
Quando la percezione di minaccia si cronicizza, il nostro sistema emotivo tende a oscillare tra due strategie di adattamento estreme: l’iperattivazione (ansia, rabbia, bisogno di controllare tutto) oppure il ritiro (stanchezza, cinismo, indifferenza difensiva).

Ma in noi abbiamo anche la speranza, che è una forza che ci permette di rigenerarci.
La speranza non è un ingenuo ottimismo che nega la realtà, ma la capacità di immaginare possibilità anche quando il presente è difficile. È uno spazio mentale che permette all’azione di esistere.

La speranza può essere coltivata intenzionalmente, attraverso piccoli esercizi quotidiani che aiutano la mente a riequilibrare la percezione della realtà.

Alcune pratiche semplici:
1. Stabilisci momenti precisi della giornata in cui informarti, evitando l’esposizione continua alle notizie.
2. Ogni sera annota tre cose, anche molto piccole, che nella giornata hanno funzionato: un incontro, un gesto gentile, qualcosa che hai imparato. Così orienti l’attenzione anche verso ciò che costruisce.
3. Fai qualcosa di concreto che abbia un impatto, anche minimo: aiuta qualcuno, prenditi cura di uno spazio, partecipa a un progetto. La speranza cresce quando sentiamo di poter incidere sulla realtà.
4. Parla con qualcuno, condividi pensieri e paure. Questo riduce la sensazione di isolamento che spesso amplifica l’angoscia.

La mente umana non si orienta solo verso ciò che teme, ma anche verso ciò che può creare.
La speranza nasce proprio lì: nello spazio tra ciò che accade e ciò che, insieme, possiamo ancora generare.

Nei momenti di "disordine" del mondo, diventa ancora più importante coltivare ciò che tiene insieme il tessuto umano: la cura, la solidarietà, la capacità di pensare e di sentire insieme agli altri.
I tempi difficili non sempre cancellano l’umano, a volte lo rivelano.

Questo fine settimana ho partecipato al convegno “Oltre la Cura” a Modena.Sul palco si sono alternati medici illustri, p...
02/03/2026

Questo fine settimana ho partecipato al convegno “Oltre la Cura” a Modena.
Sul palco si sono alternati medici illustri, professionisti con percorsi scientifici solidi e riconosciuti, che hanno avuto il coraggio di aprire il dialogo medico a prospettive più ampie.
Non si è trattato di mettere in discussione la medicina tradizionale, ma di ampliarne l’orizzonte.
Ciò che più mi ha toccata è stato sentire emergere, in modo sempre più chiaro, un concetto vibrazionale della salute: l’idea che l’essere umano non sia soltanto biochimica, ma anche frequenza, campo, risonanza.
Ascoltando questi interventi non ho potuto fare a meno di sentire una profonda connessione con ciò che studio da oltre vent’anni.
Da sempre mi affascinano gli antichi templi pagani, molti dei quali divenuti poi pievi cristiane, considerati non solo luoghi di culto, ma anche di cura.
La domanda che sempre mi accompagna è: come può un luogo avere qualità terapeutiche?
Gli antichi ritenevano che ogni spazio sacro fosse abitato da un Genius loci, uno spirito capace di renderlo benefico. Ma chi o cosa fosse davvero questo Genius loci è sempre rimasto un interrogativo aperto.
Per avvicinarmi a una risposta, ho osservato come per gli antichi tutto fosse vibrazione — un concetto che anche la medicina contemporanea adesso abbraccia: il cuore genera campi elettrici, il cervello onde, le cellule comunicano con segnali biofisici.
Anche la fisica ci offre uno spunto: un sistema sottoposto a un campo elettromagnetico che vibra alla sua stessa frequenza tende a riequilibrarsi.
Se tutto è vibrazione, i templi — spesso costruiti sopra fonti d’acqua minerale — potevano funzionare come vere e proprie “casse di risonanza”, amplificando campi elettromagnetici naturali e influenzando i processi di autoguarigione.
Oggi queste idee trovano una loro continuità nelle terapie vibrazionali, come Tecar e ultrasuoni, che agiscono inducendo campi elettromagnetici e vibrazionali nel corpo.
E se il Genius loci fosse proprio il campo elettromagnetico specifico di ogni luogo sacro, determinato da minerali, acqua e caratteristiche geomagnetiche? Sappiamo che un campo elettromagnetico può influenzare un sistema in risonanza con esso.
Forse il sacro non è magia, ma accordatura.
E guarire significa tornare in sintonia: con il luogo, con il corpo, con la vita.

Nell’affresco della Villa dei Misteri a Pompei c’è una scena che amo per la sua intensità e per la profondità del suo si...
23/02/2026

Nell’affresco della Villa dei Misteri a Pompei c’è una scena che amo per la sua intensità e per la profondità del suo significato. In realtà, l’intero ciclo pittorico — se letto con lo sguardo del suo tempo — è un percorso di consapevolezza, un racconto iniziatico, un’arte del vivere che oggi abbiamo quasi dimenticato.
In quella scena un giovane si specchia. Alle sue spalle compare una maschera che lo turba, quasi lo spaventa. Ma il centro simbolico non è soltanto il giovane, né la maschera: è il fatto che quella maschera sia sorretta da un’altra figura, un ragazzo che sembra essere lui stesso.
Lo specchio rappresenta l’identità: ciò che crediamo di essere.
La maschera è ciò che non vogliamo vedere: il tempo che passa, la trasformazione, l’ombra, il destino.
Ma chi è colui che tiene la maschera?
Per comprenderlo, prova a guardarti davvero allo specchio. Quando ti osservi a lungo, emergono parti di te che destabilizzano: fragilità, paure, memorie, immagini di ciò che eri o che potresti diventare. È la maschera che affiora.
Poi accade qualcosa di ancora più sottile: l’osservatore comincia a percepire una dimensione più profonda di sé. Comprende che non è soltanto il volto riflesso, ma anche la coscienza che osserva quel volto. E forse, ancora di più, è la mano invisibile che solleva la maschera.
La presenza che assiste a tutto questo non è il contenuto dell’esperienza: è il Testimone.
Psicologicamente è il Sé che integra.
Spiritualmente è l’anima che ricorda.
Non devi crearla. Devi solo riconoscerla nei suoi riflessi.
Perché forse l’anima non è qualcosa in cui credere, ma qualcosa di cui accorgersi.

Se vuoi avvicinarti all’esperienza evocata nell’affresco, prova questa breve meditazione:
Mettiti davanti a uno specchio, in piedi o seduto, con la schiena morbida ma diritta. Respira lentamente. Inspira ed espira più volte.
Ora guarda il tuo volto. Non correggerlo. Non aggiustarlo. Non interpretarlo.
Limitati a guardare.
Osserva i dettagli: la pelle, gli occhi, le piccole asimmetrie.
Quello è il volto che il mondo vede. Respira.
Resta qualche istante in più. Supera l’imbarazzo iniziale. Supera il giudizio.
Nota ciò che emerge: pensieri, emozioni, ricordi.
E poi chiediti, in silenzio:
Chi sta guardando?
Il volto nello specchio è visto.
I pensieri sono visti.
Le emozioni sono viste.
Ma c’è qualcosa che vede.
Sposta l’attenzione da ciò che osservi a ciò che osserva.
Non cercare di afferrarlo: è già lì.
Rimani qualche istante in quella presenza silenziosa.
Non sei solo l’immagine.
Non sei solo il contenuto.
Sei anche il Testimone.
Ed è proprio da qui che l’iniziazione comincia.

Molti mi chiedono se credo in Dio. A questa domanda non posso rispondere "si" o "no", come forse si aspetterebbero quant...
16/02/2026

Molti mi chiedono se credo in Dio. A questa domanda non posso rispondere "si" o "no", come forse si aspetterebbero quanti la pongono, perché la domanda è complessa.

Credere, per me, non è avere un Dio. È convivere con la penombra, dando valore a tutto.
Oggi abbiamo superato l’idea di Dio come entità esterna che crea, vede e dispone. Se incontriamo il divino, lo incontriamo dentro. Non in un “alto dei cieli” proiettato fuori da noi, ma nel luogo dell’interiorità.
Il bisogno di divino resta inevitabile, perché fa parte della nostra natura.
«Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo» diceva Gesù, facendo capire che la divinità non è in un Eden lontano, ma nel giardino della nostra coscienza.

Questa è una visione che abbraccio, in quanto responsabilizzante. Non c’è più un’entità esterna a decidere, siamo noi a creare il mondo in cui viviamo. Ogni giorno scegliamo se fare luce o ombra.

La psicologia, come studio della psiche (anima), oggi torna a incontrare la religione, non più teologica ma, finalmente, esperienziale. Il divino non è potere, è responsabilità interiore.

Ma come possiamo alimentare la divinità interiore? Per esempio facendo le seguenti attività:

1. [L’esercizio della penombra]
Ogni sera chiediamo a noi stessi: Dove oggi ho fatto luce? Dove ho scelto l’ombra? Dove ho delegato ad altri la responsabilità delle mie emozioni?
Osserviamo senza giudicare.

2. [Dialogo con il Dio interiore]
Scriviamo: “Se il divino fosse la mia parte più lucida e responsabile, cosa mi direbbe ora?”- Lasciamo rispondere quella voce.

3. [Integrare l’ombra]
Quando qualcuno ci irrita profondamente, chiediamoci:
“Quale parte di me sto rifiutando?”. Finché l’ombra è fuori, il divino è fuori.
Quando l’ombra rientra, la coscienza si espande.

Credere non è aderire a una dottrina. È scegliere consapevolmente chi essere. E forse il divino è proprio questo: la responsabilità di abitare la propria luce senza negare la propria ombra.

La natura insegna che la protezione è una fase, non una destinazione.La chiocciola porta con sé il guscio che è il suo r...
09/02/2026

La natura insegna che la protezione è una fase, non una destinazione.

La chiocciola porta con sé il guscio che è il suo rifugio, la sua sicurezza, il suo confine, ma la sua saggezza non è nel restare chiusa, bensì nel sapere quando uscire e nel non confondere la protezione con la prigione.

Il cervo, quando cresce, perde e rinnova le corna.
Non accumula per sempre i segni del potere. Li lascia andare, ogni anno, giacché anche la forza, se non si rinnova, diventa peso.

La saggezza non è essere sempre pronti a reagire.
È riconoscere quando non è più necessario farlo.

Se vuoi coltivare questa saggezza prova a fare i seguenti esercizi:

1. Valuta il tuo guscio.
Chiediti: "Oggi, dove mi sto proteggendo più del necessario?” - Non cambiare nulla: osserva soltanto.

2. Esponiti gentilmente.
Una volta al giorno fai qualcosa di piccolo senza armatura: dire ciò che senti con calma, chiedere aiuto,
non giustificarti inutilmente.

3. Lascia cadere le difese.
Scegli un comportamento difensivo che riconosci in te
(ironia pungente, rigidità, silenzio, controllo). Per una giornata, sospendilo consapevolmente.

In questo modo si apprende che crescere non è diventare invulnerabili, ma sapere quando possiamo abbassare le spine, alleggerire l’armatura
e abitare il mondo con mani più aperte.

E questo è ciò che contraddistingue l’elevazione umana, che non è salire sopra gli altri, ma andare oltre ciò che un tempo ci era necessario.

Molti sono attratti dal successo, dal bisogno di appartenere a un gruppo specifico o dall’ottenere uno status riconosciu...
02/02/2026

Molti sono attratti dal successo, dal bisogno di appartenere a un gruppo specifico o dall’ottenere uno status riconosciuto.

Per me, invece, l’obiettivo è un altro: diventare progressivamente più consapevole, imparando a stare nel corpo e nella trasformazione, senza delegarla a nessuno.

Esistono pratiche concrete e semplici per avvicinarsi a questo obiettivo. Il problema è che funzionano solo se vengono praticate con costanza e disciplina — ed è per questo che non sono adatte a tutti.

La premessa fondamentale è questa: le pratiche non servono per “diventare altro”, ma per abitare ciò che già siamo.

Riconosciamo una buona pratica da alcuni segnali molto concreti.
Se una pratica dissocia, eccita eccessivamente o fa sentire “speciali”, non è una buona pratica e va abbandonata.

Qui propongo una delle tante pratiche possibili, chiamata pratica del “vaso”. Può essere fatta una volta al giorno e richiede solo tre minuti.

Quando senti un’emozione intensa — desiderio, rabbia, tristezza — non reagire per almeno 90 secondi.
Non agire, non spiegare, non reprimere.
Porta l’attenzione al ventre e respira dentro la sensazione. Tutto qui!

L’obiettivo non è capire l’emozione, ma imparare a reggerla.
Nel tempo, questa pratica aiuta ad ascoltare il corpo, ad acquisire un diverso livello di consapevolezza e a trovare una centratura più stabile.

Una delle azioni che sembrano più semplici, e che invece custodiscono una complessità vertiginosa, è sostenere lo sguard...
26/01/2026

Una delle azioni che sembrano più semplici, e che invece custodiscono una complessità vertiginosa, è sostenere lo sguardo di un’altra persona.

Guardare negli occhi è un gesto che espone, perché in quell’istante affiorano insieme la presenza dell’altro e la nostra. È un atto intimo, mai neutro, che richiede una scelta silenziosa ma decisiva: resto o mi sottraggo?

Quando due sguardi si incontrano, l’altro smette di essere un ruolo, una funzione, una maschera. Diventa un’esistenza che si affaccia, con tutta la sua opacità, la sua fragilità, la sua irripetibile unicità. E in quel breve spazio sospeso, anche noi smettiamo di nasconderci.

Sostenere uno sguardo significa accettare di essere visti. Significa permettere all’altro di toccare i nostri limiti, la nostra finitezza, la nostra vulnerabilità. È un incontro tra due libertà che si riconoscono senza invadersi, senza possedersi. La distanza non scompare, ma smette di fare paura: diventa un luogo possibile, abitabile.

In quel silenzio denso accade qualcosa di essenziale: si intuisce che l’altro non sarà mai del tutto comprensibile — e proprio per questo è reale, vivo, presente.
Ogni sguardo è un evento irripetibile: accade una sola volta, in quella forma precisa, tra quelle due presenze che si sono scelte, anche solo per un istante.

Credo che sia in questi attraversamenti brevi e intensi — così quotidiani e insieme così radicali — che l’esistenza si lascia intravedere con maggiore chiarezza.
Vi auguro di avere il coraggio di incontrarvi nei sguardi.

[Foto di Steve McCurry: particolare di "Afghan Girl"]

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