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🦠🧠 PROBIOTICI, MICROBIOTA INTESTINALE E DETERIORAMENTO COGNITIVO CORRELATO ALL’OBESITÀL'obesità rappresenta una delle em...
16/04/2026

🦠🧠 PROBIOTICI, MICROBIOTA INTESTINALE E DETERIORAMENTO COGNITIVO CORRELATO ALL’OBESITÀ

L'obesità rappresenta una delle emergenze sanitarie più pressanti del XXI secolo, con una prevalenza in costante ascesa che coinvolge quasi due miliardi di adulti a livello globale. Lungi dall'essere una mera condizione di eccesso ponderale, essa si configura come una patologia metabolica sistemica con ramificazioni profonde sul sistema nervoso centrale.

Tra le complicanze più rilevanti sul piano neuropsicologico, il deterioramento cognitivo occupa una posizione di primo piano: studi di coorte longitudinali hanno documentato un'associazione lineare tra l'indice di massa corporea (BMI) e il grado di compromissione delle funzioni cognitive, con ulteriori correlazioni significative per il rapporto vita-fianchi (WHR), la massa grassa e il grasso addominale, parametri tutti indipendentemente associati alle performance cognitive nella popolazione anziana.

Il sistema nervoso enterico e la flora intestinale si collocano al centro di questa relazione bidirezionale, configurando quello che la letteratura scientifica contemporanea definisce l'asse microbiota-intestino-cervello.

⚙️ L'ecosistema microbico intestinale, composto da oltre mille specie batteriche uniche con popolazioni procariotiche che superano per numero totale le cellule umane, esercita un controllo capillare sulla fisiologia dell'ospite. Nei soggetti obesi si registra una riduzione significativa della diversità microbica rispetto ai controlli normopeso, con alterazioni caratteristiche nella composizione della flora: aumento del rapporto Firmicutes/Bacteroidetes, incremento della permeabilità intestinale e conseguente endotossiemia metabolica mediata da lipopolisaccaridi (LPS). Quest'ultima condizione, definita appunto endotossiemia metabolica, costituisce un nodo critico nella patogenesi dell'infiammazione sistemica di basso grado propria dell'obesità: gli LPS derivati dalle pareti cellulari di microrganismi gram-negativi si legano ai recettori Toll-like (TLR), in particolare TLR4, innescando una cascata di segnalazione proinfiammatoria con produzione di TNF-α, IL-1β e IL-6. Tale stato infiammatorio cronico non si limita alla periferia, ma raggiunge il sistema nervoso centrale attraverso il passaggio di fattori infiammatori circolanti attraverso la barriera emato-encefalica (BBB), la stimolazione microgliale mediata da TLR4 e l'inibizione dei neuroni afferenti vagali.

A livello ippocampale, l'obesità indotta da dieta iperlipidica provoca una riduzione della neurogenesi, della plasticità sinaptica e dei marcatori di crescita neuronale, con contestuale aumento della microglia e promozione dell'invecchiamento precoce del tessuto ippocampale.

🔷 L'interferenza con il sistema serotoninergico e l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) rappresenta un ulteriore meccanismo attraverso cui la disbiosi intestinale mediata dall'obesità deteriora le funzioni cognitive ed emotive. Il 90% della 5-idrossitriptamina (5-HT) corporea è distribuita a livello intestinale, dove funge da segnale di raccordo tra intestino e cervello; le alterazioni del microbiota compromettono la produzione e la regolazione di questo neurotrasmettitore, contribuendo ai comportamenti ansiosi e depressivi frequentemente osservati nei soggetti obesi.

La trasmissione di microbiota intestinale da soggetti obesi a individui normopeso è stata dimostrata in grado di indurre cambiamenti neurocomportamentali nel ricevente, a conferma del ruolo causale del microbiota in questi fenomeni. Diversi metaboliti batterici intestinali — tra cui la trimetilammina (TMA), gli acidi grassi a catena corta (SCFA) e gli acidi biliari — sono stati associati a patologie neurodegenerative, ampliando ulteriormente il quadro fisiopatologico.

In tale contesto, i probiotici si profilano come strumenti terapeutici di grande interesse, capaci di intervenire sull'asse microbiota-intestino-cervello attraverso meccanismi pleiotropici. Le evidenze precliniche accumulate nell'ultimo triennio documentano effetti benefici su molteplici ceppi e formulazioni. Akkermansia muciniphila (AKK), unico rappresentante intestinale umano del phylum Verrucomicrobia, ha mostrato in modelli murini di obesità e malattia di Alzheimer (AD) indotta da dieta iperlipidica la capacità di ridurre il peso corporeo, abbassare colesterolo e trigliceridi sierici, e potenziare la barriera intestinale attraverso la riduzione dei livelli sierici di diammina ossidasi (DAO), enzima marcatore dell'integrità della barriera mucosale. Sul piano cognitivo, AKK ha ritardato le alterazioni patologiche cerebrali in modelli AD, migliorando l'apprendimento spaziale e la memoria — evidenziato dall'incremento nel completamento del labirinto a Y — e invertendo la proliferazione microgliale ippocampale indotta dall'HFD.

Lactobacillus plantarum DR7, isolato da latte fresco, ha dimostrato in ratti anziani obesi la capacità di ridurre l'ansia e potenziare la memoria, operando sui pathway della serotonina attraverso la downregolazione dell'indoleammina diossigenasi e della P53 e la upregolazione della TPH1.

Il ceppo Lactobacillus paracasei HII01 ha incrementato la densità delle spine dendritiche nell'ippocampo, inibito l'apoptosi ippocampale e la disfunzione mitocondriale, aumentando la plasticità sinaptica in ratti obesi. Formulazioni miste quali ProBiotic-4 (composto da Bifidobacterium lactis, L. casei, B. bifidum e L. acidophilus) hanno attenuato la distruzione della barriera intestinale e della BBB correlata all'invecchiamento, migliorando i deficit cognitivi attraverso l'inibizione delle vie di segnalazione NF-κB mediate da TLR4 e RIG-I.

I meccanismi d'azione attraverso cui i probiotici esercitano questi effetti si articolano su diversi livelli:

⭕️ A livello intestinale, essi riducono la permeabilità attraverso la promozione dell'espressione di proteine giunzionali come Muc2 e ZOO-1, e inibiscono la traslocazione di LPS nel circolo sistemico. ⭕️ Sul piano metabolico, modulano la produzione di metaboliti batterici quali il GABA — come nel caso di Lactobacillus brevis DPC6108 e DSM32386, ceppi produttori di GABA che migliorano la sensibilità insulinica e le funzioni cognitive in modelli murini di sindrome metabolica — e degli SCFA, regolatori fondamentali dell'equilibrio energetico dell'ospite.
⭕️ Sul versante neuroendocrino, i probiotici modulano l'asse HPA riducendo i livelli di corticosterone fecale e i livelli di trascritti ippocampali per CRH-R1 e CRH-R2, attenuando così la risposta allo stress.

Il sistema serotoninergico è bersaglio di specifiche formulazioni, come Bifidobacterium pseudocatenulatum CECT 7765, che ripristina i livelli di 5-HT nell'ipotalamo e riduce i comportamenti depressivi mediati dall'anedonia nei topi obesi.

👉🏻 Nonostante il robusto corpus di evidenze precliniche, le ricerche cliniche sull'impiego dei probiotici nel deterioramento cognitivo correlato all'obesità restano ancora limitate. Il principale studio clinico disponibile, condotto su 74 pazienti con sindrome metabolica-dell'umore (MMS), ha valutato l'effetto di una formulazione contenente L. rhamnosus e B. animalis subsp. lactis, evidenziando una riduzione della proteina C-reattiva (PCR) e della flogosi sistemica dopo nove settimane, senza tuttavia effetti significativi su umore, cognitività o integrità della barriera intestinale. Questa discrepanza tra modelli animali e studi sull'uomo riflette la complessità della traduzione clinica e le sfide metodologiche intrinseche — eterogeneità nei ceppi, nelle dosi, nelle durate di trattamento e nelle popolazioni studiate — che rendono ardua la comparazione tra studi.

Resta dunque necessaria l'elaborazione di protocolli clinici standardizzati, l'incremento delle sperimentazioni sull'uomo e lo sviluppo di alimenti funzionali probiotici ad alta vitalità e stabilità, capaci di garantire la colonizzazione stabile e l'aderenza dietetica a lungo termine.

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📌 PER APPROFONDIRE:

📚 Cai Y, Liu P, Zhou X, Yuan J, Chen Q. Probiotics therapy show significant improvement in obesity and neurobehavioral disorders symptoms. Front Cell Infect Microbiol. 2023;13:1178399.

📚 Cryan JF, O'Riordan KJ, Cowan CSM, et al. The microbiota-Gut-Brain axis. Physiol Rev. 2019;99(4):1877-2013.

📚 Anand SS, Friedrich MG, Lee DS, et al. Evaluation of adiposity and cognitive function in adults. JAMA Netw Open. 2022;5(2):e2146324.

📚 Morys F, Dadar M, Dagher A. Association between midlife obesity and its metabolic consequences, cerebrovascular disease, and cognitive decline. J Clin Endocrinol Metab. 2021;106(10):e4260-e4274.

📚 Yang Y, Zhong Z, Wang B, et al. Early-life high-fat diet-induced obesity programs hippocampal development and cognitive functions via regulation of gut commensal Akkermansia muciniphila. Neuropsychopharmacology. 2019;44(12):2054-2064

🥩 LA CARNE PROTEGGE IL CERVELLO? IL CASO DI APOE4 Nel panorama sempre più articolato della nutrizione di precisione, un ...
14/04/2026

🥩 LA CARNE PROTEGGE IL CERVELLO? IL CASO DI APOE4

Nel panorama sempre più articolato della nutrizione di precisione, un recente studio longitudinale pubblicato su JAMA Network Open nel marzo 2026 fornisce evidenze di rilievo sul ruolo dell'apporto di carne nella salute cognitiva degli anziani, individuando nell'assetto genotipico dell'apolipoproteina E (APOE) il principale modificatore di effetto di tale associazione.

Lo studio — condotto nell'ambito del Swedish National Study on Aging and Care–Kungsholmen (SNAC-K) su 2.157 adulti di età pari o superiore a 60 anni, privi di demenza all’inizio dello studio — ha esaminato l'interazione tra consumo totale di carne, tipologia di carne e genotipo APOE nel determinare le traiettorie cognitive globali e il rischio di demenza incidente nell'arco di un follow-up fino a 15 anni.

⚙️ L'APOE rappresenta il principale modificatore genetico del rischio di malattia di Alzheimer. I sei genotipi derivanti dalla combinazione degli alleli ε2, ε3 ed ε4 conferiscono rischi radicalmente diversi: l'omozigosi ε4/ε4 (APOE44) è associata a un odds ratio prossimo a 30 rispetto all'APOE33 nelle popolazioni dell'Asia orientale (vale a dire rischio di 30 volte superiore), scendendo a 13 nelle popolazioni caucasiche; mentre il genotipo ε3/ε4 (APOE34) determina un rischio circa tre volte superiore rispetto all'APOE33.

Dal punto di vista evoluzionistico, l'allele ε4 rappresenta la forma ancestrale dell'APOE umana, comparso tra uno e sei milioni di anni fa, verosimilmente in un periodo caratterizzato da un'alimentazione ipercarnivora. L'allele ε3 sarebbe emerso circa 200.000 anni fa, in coincidenza con un progressivo ritorno verso diete a maggiore componente vegetale.

👉🏻 Tale quadro evolutivo offre una cornice interpretativa alla possibilità che portatori dell'allele ε4 abbiano conservato una maggiore adattabilità metabolica a substrati proteico-lipidici di origine animale.

Nello studio l'esposizione primaria era il consumo totale di carne espresso in grammi per chilocaloria totale, misurato tramite questionari di frequenza alimentare validati a 98 voci. Le esposizioni secondarie comprendevano il rapporto tra carne processata e carne totale, nonché il rapporto tra carne rossa non processata e pollame. L'esito principale per le traiettorie cognitive era la variazione del punteggio globale per decade, ricavata da quattro domini: memoria episodica, memoria semantica, fluenza verbale e velocità percettiva. La demenza incidente veniva analizzata mediante modelli di Fine e Gray con la morte non associata a demenza come rischio competitivo.

I risultati principali mostrano un'interazione statisticamente significativa tra genotipo APOE e consumo di carne per quanto concerne le traiettorie cognitive globali (P per interazione = 0,004). Nei partecipanti con genotipi APOE34/44 — pari al 26,4% del campione — il consumo nel quintile più elevato rispetto a quello più basso era associato a una traiettoria cognitiva globale significativamente più favorevole (β = 0,32; IC 95%, 0,07–0,56; P = 0,01). L'effetto più pronunciato si osservava per la memoria episodica (β = 0,52; IC 95%, 0,12–0,92), che costituisce un marcatore neurocomportamentale precoce della patologia di Alzheimer. In termini di demenza incidente, i portatori APOE34/44 nel quintile superiore mostravano una riduzione del rischio del 55% rispetto al quintile inferiore (sHR = 0,45; IC 95%, 0,21–0,95; P = 0,04). Nei partecipanti con genotipi non-APOE34/44, invece, nessuna associazione significativa emergeva né per le traiettorie cognitive (β = –0,11; IC 95%, –0,27–0,06; P = 0,20) né per la demenza (sHR = 0,95; IC 95%, 0,57–1,61; P = 0,86).

🔴 Relativamente alla tipologia di carne, i dati evidenziano che un rapporto più elevato tra carne processata e carne totale si associava a un aumentato rischio di demenza in tutto il campione (sHR = 1,14; IC 95%, 1,01–1,29; P = 0,04), senza interazione significativa con il genotipo APOE. Non emergevano invece differenze rilevanti tra carne rossa non processata e pollame.

Le analisi di rimpiazzo per singoli gruppi alimentari indicavano associazioni cognitive più favorevoli nei portatori APOE34/44 quando la carne sostituiva cereali, latticini, oli e legumi, ovvero alimenti introdotti in modo relativamente recente nel corso dell'evoluzione umana, a ulteriore supporto di un'interpretazione adattativo-evoluzionistica.

Le analisi post hoc sulla mortalità per tutte le cause mostravano un pattern coerente con quello cognitivo: nei portatori APOE34/44, un consumo più elevato di carne non processata era associato a una riduzione della mortalità (HR = 0,85; IC 95%, 0,73–0,99; P = 0,04; P per interazione = 0,03), con un trend di direzione opposta nei non portatori.

A livello biochimico, l'esplorazione di un'ipotesi meccanicistica attraverso il coefficiente di assorbimento della vitamina B12 — stimato come proxy tramite la relazione tra intake dietetico e livelli circolanti — suggeriva che nei portatori APOE34/44 l'assorbimento di questo micronutriente aumentasse proporzionalmente al consumo di carne, mentre nei portatori APOE2 si osservava un pattern inverso. Questo dato potrebbe indicare che la matrice alimentare della carne, ricca di cofattori biodisponibili come cobalamina, zinco e aminoacidi essenziali, venga sfruttata in modo genotipo-dipendente, con implicazioni potenzialmente rilevanti per la funzione neuronale e la sintesi di neurotrasmettitori.

⚠️ Bisogna necessariamente notare che tuttavia lo studio presenta alcune limitazioni importanti:
il campione era prevalentemente di origine nordeuropea, il che limita la generalizzabilità dei risultati ad altre popolazioni; i dati dietetici erano autoriferiti e soggetti agli errori classici di misura, sebbene gli autori argomentassero l'improbabilità di un bias sistematico differenziale per genotipo; non erano disponibili dati su integratori alimentari; e, come in ogni studio osservazionale, il rischio di confondimento residuo non può essere escluso, pur avendo gli autori applicato un aggiustamento esteso per un ampio set di covariate cliniche e dietetiche.

Ad ogni modo nel suo insieme, questa ricerca fornisce la prima dimostrazione di un'interazione statistica tra consumo di carne e genotipo APOE nell'associazione con gli esiti cognitivi, in linea con un'ipotesi prespecificata radicata in un framework evoluzionistico. I risultati convergono con pattern precedentemente documentati in coorti di grandi dimensioni — UK Biobank e Nurses' Health Study — nei quali le analisi stratificate per portatori di APOE4 mostravano tendenze favorevoli per la carne rossa non processata, rimaste in secondo piano rispetto agli obiettivi primari di quei lavori.

👨🏻‍⚕️ Le implicazioni per la nutrizione di precisione sono sostanziali: considerando che i genotipi APOE34/44 sono responsabili di circa il 70% dei casi di demenza da Alzheimer nell'Europa settentrionale e nel Nord America, la riduzione del rischio osservata — equivalente all'annullamento del vantaggio atteso nei non portatori — si traduce in un numero potenzialmente rilevante di casi prevenibili. Questi dati sollecitano un investimento significativo nella ricerca di nutrizione personalizzata con focus sull'APOE, come base per una eventuale revisione delle raccomandazioni dietetiche per questa specifica popolazione genetica.

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📌 PER APPROFONDIRE:

📚 Norgren J, Carballo-Casla A, Grande G, et al. Meat Consumption and Cognitive Health by APOE Genotype. JAMA Netw Open. 2026;9(3):e266489.

📚 Belloy ME, Napolioni V, Greicius MD. A quarter century of APOE and Alzheimer's disease: progress to date and the path forward. Neuron. 2019;101(5):820-838.

📚 Huebbe P, Rimbach G. Evolution of human apolipoprotein E (APOE) isoforms: gene structure, protein function and interaction with dietary factors. Ageing Res Rev. 2017;37:146-161.

📚 Belloy ME, Andrews SJ, Le Guen Y, et al. APOE genotype and Alzheimer disease risk across age, s*x, and population ancestry. JAMA Neurol. 2023;80(12):1284-1294.

📚 Zhang H, Greenwood DC, Risch HA, Bunce D, Hardie LJ, Cade JE. Meat consumption and risk of incident dementia: cohort study of 493,888 UK Biobank participants. Am J Clin Nutr. 2021;114(1):175-184.

⭕️ CIBI ULTRAPROCESSATI E TABACCO - UNA DIPENDENZA SIMILENel panorama della salute pubblica globale, uno dei fenomeni pi...
06/03/2026

⭕️ CIBI ULTRAPROCESSATI E TABACCO - UNA DIPENDENZA SIMILE

Nel panorama della salute pubblica globale, uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi decenni è rappresentato dalla progressiva e inarrestabile diffusione degli alimenti ultraprocessati (UPF, ultraprocessed foods), la cui associazione con patologie croniche di rilevanza epidemiologica è ormai documentata da un corpus di evidenze scientifiche di dimensioni considerevoli.

Ciò che rende questa traiettoria particolarmente degna di attenzione non è soltanto la natura nutrizionale di questi prodotti, ma la loro stessa architettura tecnologica: gli UPF non sono il risultato di semplici trasformazioni industriali della materia prima alimentare, bensì sistemi di consegna biologica progettati con precisione allo scopo di massimizzare il rinforzo psicologico e comportamentale, interferendo profondamente con i meccanismi omeostatici che regolano l’appetito, la sazietà e il metabolismo energetico.

⚙️ La classificazione NOVA, ormai ampiamente adottata in nutrizione e sanità pubblica, identifica gli UPF come prodotti sottoposti a trasformazioni industriali intensive, contenenti ingredienti estranei alla cucina domestica tradizionale — emulsionanti, aromi artificiali, coloranti sintetici, dolcificanti non calorici, esaltatori di sapidità, stabilizzanti — e concepiti per essere iper-palatabili, microbiologicamente stabili nel lungo periodo e pronti al consumo immediato.

In molti paesi ad alto reddito, questa categoria di prodotti rappresenta già oltre la metà dell’apporto calorico giornaliero della popolazione, e la sua associazione con malattie cardiovascolari, neoplasie di diversa origine, patologie metaboliche, diabete di tipo 2 e obesità è stata documentata in numerosi studi epidemiologici longitudinali di ampia scala. A questi si aggiungono evidenze più recenti che ne segnalano una correlazione con condizioni neurologiche di grande impatto sociale, quali la demenza e il morbo di Parkinson, nonché con un aumento significativo della mortalità prematura in contesti geografici diversi.

🚬 Il parallelismo con l’industria del tabacco costituisce la chiave interpretativa più feconda per comprendere la natura strutturale di questo problema. L’industria del tabacco ha dimostrato, nel corso del Novecento, come sia possibile ingegnerizzare un prodotto naturale — la foglia di tabacco — trasformandolo in un sistema di somministrazione farmacologica ottimizzato per indurre e mantenere la dipendenza da nicotina. Un processo del tutto analogo ha interessato l’industria alimentare ultraprocessata, che ha progressivamente raffinato le proprie formulazioni sulla base di ricerche sistematiche sui meccanismi neurobiologici del piacere e del rinforzo comportamentale.

È possibile identificare cinque domini strategici nei quali questo parallelismo si manifesta con particolare evidenza:

1️⃣ l’ottimizzazione della dose

Nel tabacco, la manipolazione dei livelli di nicotina e l’aggiunta di ammoniaca per alcalinizzare il prodotto e incrementarne la biodisponibilità polmonare costituivano interventi deliberati per collocare la sigaretta nella finestra farmacocinetica più efficace per l’instaurazione della dipendenza. Negli UPF, un meccanismo funzionalmente equivalente riguarda la calibrazione di zuccheri raffinati, grassi saturi e trans, sodio e amidi ad alta digeribilità in combinazioni sinergiche — le cosiddette combinazioni iperpalatabili — che attivano i circuiti dopaminergici del sistema mesolimbico di ricompensa con un’intensità che i singoli macronutrienti, assunti in modo isolato, non sarebbero in grado di elicitare.

2️⃣la velocità di consegna del rinforzo

L’ elevato indice glicemico degli UPF e la rapida idrolisi enzimatica di composti altamente solubili producono picchi glicemici e insulinemici acuti che, sul piano neurobiologico, accelerano il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens, mimando la rapidità d’azione delle si*****te inalate rispetto alle forme di nicotina a lento rilascio. Questo principio — quanto più rapida è la comparsa del rinforzo, tanto più potente è il suo effetto condizionante — è fondamentale nella scienza dell’addiction e spiega in parte la difficoltà che molti individui incontrano nel regolare il proprio consumo di questi prodotti.

3️⃣ l’ingegneria edonica

Descrive la manipolazione multisensoriale sistematica degli alimenti attraverso additivi tecnologici che modulano texture, aroma, colore e sapore per massimizzare l’esperienza sensoriale soggettiva e perpetuare il desiderio di reiterare il consumo indipendentemente dalla fame fisiologica. Questa non è un’attività empirica e artigianale, ma il risultato di ricerche condotte con metodologie neuroscientifiche rigorose — tecniche di neuroimaging funzionale, misurazioni elettrofisiologiche delle risposte edoniche, analisi sensoriali strutturate — che richiamano da vicino le metodologie impiegate dall’industria del tabacco nel perfezionamento del profilo aromatico e della gratificazione sensoriale delle si*****te.

4️⃣ l’ubiquità ambientale

Si riferisce alla capillare penetrazione di questi prodotti in contesti che ne amplificano il consumo impulsivo e automatico: ospedali, scuole, luoghi di lavoro, distributori automatici, stazioni di servizio.

5️⃣ la riformulazione ingannevole

Corrisponde all’introduzione di claim salutistici («ridotto in grassi», «senza zuccheri aggiunti», «fonte di fibre», «con vitamine naturali») che dislocano l’attenzione del consumatore dal profilo biochimico complessivo del prodotto verso attributi parziali e selettivi, in un’operazione di health-washing che trova un precedente diretto nelle campagne di marketing delle si*****te “light” condotte tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, poi dimostratesi scientificamente fraudolente.

🔴 Le implicazioni regolatorie di questa analisi comparativa sono di vasta portata. Se gli UPF devono essere valutati non soltanto come alimenti di bassa qualità ma come sostanze biologicamente attive con un potenziale addittivo documentabile, allora le politiche sanitarie orientate esclusivamente all’educazione alimentare e alla promozione della responsabilità individuale si rivelano strutturalmente inadeguate, esattamente come lo furono le strategie di “moderazione” promosse dall’industria del tabacco per decenni allo scopo di ritardare interventi regolativi incisivi.

Le misure che hanno dimostrato efficacia nel contenimento del danno da fumo offrono un modello di riferimento adattabile:

🔷 tassazione progressiva commisurata al grado di ultraprocessazione
🔷 restrizioni severe alla commercializzazione rivolta ai minori
🔷etichettatura intuitiva che evidenzi i rischi per la salute piuttosto che oscurarli
🔷 limitazione della disponibilità in contesti istituzionali sensibili come scuole e strutture sanitarie
🔷 ricorso alla litigation civile come strumento per attribuire responsabilità giuridica all’industria alimentare per le conseguenze sanitarie delle proprie scelte di formulazione e marketing.

👨🏻‍⚕️ Il problema della salute legato agli UPF non è riducibile a una questione di scelte individuali mal orientate o di insufficiente educazione nutrizionale, ma riflette l’azione di un sistema industriale che ha deliberatamente progettato prodotti capaci di aggirare la biologia umana, e che deve essere fronteggiato con gli stessi strumenti strutturali — normativi, fiscali e legali — che hanno consentito, seppur con decenni di ritardo e un prezzo umano elevatissimo, di contenere la pandemia da tabacco.

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📌 PER APPROFONDIRE:

📚 Gearhardt AN, Brownell KD, Brandt AM. From To***co to Ultraprocessed Food: How Industry Engineering Fuels the Epidemic of Preventable Disease. Milbank Q. 2026;104(1):0202.

📚 Monteiro CA, Cannon G, Levy RB, et al. Ultra-processed foods: what they are and how to identify them. Public Health Nutr. 2019;22(5):936-941.

📚 Lane MM, Gamage E, Du S, et al. Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses. BMJ. 2024

📚 Nilson EAF, Delpino FM, Batis C, et al. Premature mortality attributable to ultraprocessed food consumption in 8 countries. Am J Prev Med. 2025;68(6):1091-1099.

🍩 ALIMENTI ULTRAPROCESSATI E CONTAMINANTINel corso dell’ultimo secolo, la chimica di sintesi ha rappresentato uno dei pr...
20/02/2026

🍩 ALIMENTI ULTRAPROCESSATI E CONTAMINANTI

Nel corso dell’ultimo secolo, la chimica di sintesi ha rappresentato uno dei principali motori della trasformazione dei sistemi alimentari globali, contribuendo in modo decisivo alla sicurezza microbiologica degli alimenti, alla loro conservazione e alla disponibilità su larga scala. Tuttavia, parallelamente a questi indiscutibili benefici, è emersa una crescente consapevolezza circa il ruolo dei contaminanti chimici sintetici presenti negli alimenti come determinanti rilevanti della salute umana. L’esposizione cronica a tali sostanze, in larga parte mediata dalla dieta, si configura oggi come un fattore di rischio sistemico, potenzialmente implicato nell’aumento globale delle malattie croniche non trasmissibili.

Gli alimenti possono essere contaminati da sostanze chimiche sintetiche lungo l’intera filiera produttiva, dal campo alla tavola. Residui di pesticidi, contaminanti ambientali persistenti, microplastiche e nanoplastiche sono già presenti nelle materie prime agricole a causa dell’inquinamento di suolo, aria e acque. A questi si aggiungono composti introdotti intenzionalmente, come additivi alimentari, o non intenzionalmente, come sottoprodotti di lavorazione e sostanze migrate dai materiali a contatto con gli alimenti. Quest’ultima categoria, che comprende i cosiddetti food contact chemicals (FCC), rappresenta una fonte di esposizione ampiamente sottostimata, sia in termini quantitativi sia per quanto riguarda la complessità chimica delle miscele ingerite.

⭕️ I materiali a contatto con gli alimenti includono un’ampia gamma di sostanze e manufatti, quali plastiche, rivestimenti metallici, carte e cartoni, inchiostri da stampa, adesivi, siliconi e ceramiche. Essi contengono migliaia di composti chimici, tra cui monomeri, additivi funzionali, oligomeri e una vasta gamma di sostanze non intenzionalmente aggiunte, derivanti da impurità, reazioni secondarie o processi di degradazione. Il fenomeno della migrazione, ossia il trasferimento di tali composti dal materiale all’alimento, è influenzato da numerosi fattori fisico-chimici, tra cui temperatura, tempo di contatto, composizione lipidica dell’alimento, pH e rapporto superficie-volume. Le evidenze sperimentali dimostrano che la migrazione avviene in condizioni di utilizzo ordinario, non soltanto in situazioni estreme o improprie.

La portata del problema è amplificata dal numero straordinariamente elevato di FCC potenzialmente presenti negli alimenti. Si stima che oltre 15.000 sostanze siano note e intenzionalmente utilizzate nei materiali a contatto con gli alimenti, ma il numero complessivo, includendo le sostanze non intenzionalmente aggiunte, potrebbe superare le 100.000 unità. A fronte di questa complessità, i sistemi regolatori attuali appaiono strutturalmente inadeguati. Le valutazioni di sicurezza sono spesso limitate a singole sostanze, ignorano gli effetti di miscela e si concentrano prevalentemente sulla genotossicità, trascurando endpoint critici quali la perturbazione endocrina, la disfunzione metabolica e le alterazioni dello sviluppo.

⚙️ Dal punto di vista biologico, numerosi FCC rientrano nella categoria degli interferenti endocrini, capaci di alterare segnali ormonali a dosi estremamente basse. Composti come il bisfenolo A, i ftalati e alcune sostanze per- e polifluoroalchiliche hanno dimostrato di interagire con recettori nucleari, enzimi della steroidogenesi e vie di segnalazione metabolica, inducendo effetti non monotoni dose-risposta. Ciò mette in discussione uno dei principi cardine della tossicologia classica, secondo cui “la dose fa il veleno”, e rafforza l’importanza del momento dell’esposizione, in particolare durante le finestre critiche dello sviluppo embrio-fetale e perinatale.

Le evidenze epidemiologiche e sperimentali indicano che l’esposizione prenatale a FCC quali il di-(2-etilesil)ftalato o l’acido perfluoroottanoico è associata a esiti avversi della gravidanza, tra cui parto pretermine, riduzione dell’età gestazionale e preeclampsia. Tali condizioni rappresentano fattori di rischio consolidati per lo sviluppo, in età adulta, di patologie cardiometaboliche, renali e neuroendocrine. Negli adulti, l’esposizione cronica a miscele di FCC è stata associata a obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2, dislipidemia e aumento della mortalità cardiovascolare.

🔴 Un ruolo centrale nell’esposizione alimentare a sostanze chimiche sintetiche è svolto dagli alimenti ultra-processati. Questi prodotti, definiti dalla classificazione NOVA come formulazioni industriali ottenute mediante processi fisici e chimici intensivi e contenenti ingredienti non utilizzati nella cucina domestica, rappresentano una quota crescente dell’apporto energetico quotidiano in molti Paesi industrializzati. Oltre al profilo nutrizionale generalmente sfavorevole, caratterizzato da elevata densità energetica e basso contenuto di micronutrienti e fibre, gli alimenti ultra-processati si distinguono per un “carico chimico” significativamente superiore rispetto agli alimenti minimamente processati.

La loro produzione implica numerosi passaggi industriali, ciascuno dei quali comporta il contatto con superfici, tubazioni, contenitori e imballaggi potenzialmente fonte di migrazione chimica. Inoltre, questi alimenti sono spesso conservati per lunghi periodi, preconfezionati e talvolta riscaldati direttamente nel packaging, condizioni che favoriscono ulteriormente il rilascio di FCC. Studi di biomonitoraggio hanno dimostrato che un maggiore consumo di alimenti ultra-processati è associato a concentrazioni urinarie più elevate di ftalati, bisfenoli e altre sostanze plastiche, suggerendo un nesso plausibile tra grado di trasformazione industriale degli alimenti ed esposizione chimica sistemica.

👨🏻‍⚕️ L’onere sanitario ed economico associato a tali esposizioni è considerevole. Apposite analisi attribuiscono centinaia di miliardi di euro o dollari all’anno ai costi sanitari e sociali delle patologie legate agli interferenti endocrini, con una quota rilevante imputabile alle sostanze utilizzate nei materiali plastici e negli imballaggi alimentari. Paradossalmente, questi costi contribuiscono alla crescita del prodotto interno lordo, mascherando l’impatto negativo sulla salute pubblica e sottolineando l’inadeguatezza degli attuali indicatori di progresso economico.

Alla luce di queste evidenze, emerge con forza la necessità di una transizione sistemica verso modelli alimentari e produttivi che pongano la tutela della salute umana al centro. Ciò implica una revisione profonda dei paradigmi regolatori, con l’adozione di approcci basati sulla valutazione delle miscele, sulla regolamentazione per gruppi chimici e sul principio dell’uso essenziale. Parallelamente, è indispensabile promuovere l’innovazione verso materiali a contatto con gli alimenti intrinsecamente più inerti e modelli di consumo che riducano la dipendenza dagli alimenti ultra-processati. Solo attraverso un’integrazione coerente di ricerca indipendente, politiche pubbliche e trasformazione dei sistemi alimentari sarà possibile ridurre in modo significativo l’esposizione a contaminanti chimici sintetici e prevenire una quota rilevante di malattie croniche evitabili.

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📌 PER APPROFONDIRE:

📚 Muncke J., Touvier M., Trasande L., Scheringer M. Health impacts of exposure to synthetic chemicals in food. Nature Medicine, 2025.

📚 Trasande L. et al. Estimating burden and disease costs of exposure to endocrine-disrupting chemicals. The Lancet Diabetes & Endocrinology.

📚 Woodruff T.J. Health effects of fossil fuel–derived endocrine disruptors. New England Journal of Medicine.

📚 Monteiro C.A. et al. Ultra-processed foods: what they are and how to identify them. Public Health Nutrition.

📚 Hall K.D. et al. Ultra-processed diets cause excess calorie intake and weight gain. Cell Metabolism.

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