Cristina Silvestri Psicologa-Psicoterapeuta

Cristina Silvestri Psicologa-Psicoterapeuta Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Cristina Silvestri Psicologa-Psicoterapeuta, Psicoterapeuta, Via C. Cavour 6/C, Carugo.

✅️Psicologa Psicoterapeuta ad approccio Umanistico Integrato, ASPIC, Roma.
✅️Iscritta all'Albo degli Psicologi della Lombardia al n°19555.
✅️Formazione EMDR I e II livello

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20/03/2026

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Dopo aver visto più volte nello schermo un “fare sesso” che nella vita reale sarebbe penalmente perseguibile, lo spettatore può cominciare a pensare che ...

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02/03/2026

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Ho imparato che le persone sono
un po’ come le case.
Ce ne sono alcune
piene di finestre e di luce,
ma dentro senti freddo.
E altre,
piccole, storte, imperfette;
ma appena entri
ti togli la giacca.

Ho imparato che non tutte le persone
vanno scelte per quanto brillano.
Alcune sanno parlare bene,
riempiono i tavoli di storie;
ti fanno credere, per un’ora,
che la vita stia succedendo proprio lì.
Poi torni a casa
e non ti è rimasto niente addosso.

Ho imparato che le persone
si capiscono dal modo
in cui trattano il silenzio.
C’è chi lo riempie subito,
come se fosse un errore.
E chi invece
ci si siede dentro
senza paura.

Ho imparato che le persone
più rare
sono quelle con cui
non succede niente di speciale.
Una cena,
una passeggiata,
una sera qualunque.
Eppure torni a casa
più in pace di prima.

Oggi so che le persone sono
come certi posti di mare.
Ci sono spiagge spettacolari
che però non ti fanno ve**re voglia
di restare.
E poi ci sono scogli strani
dove ti siedi cinque minuti
e perdi il senso del tempo.

Ho imparato che le persone
che amano i gatti
sono sempre persone speciali.
E più gatti hanno,
più capisci
che dentro di loro
c’è uno spazio grande
dove la bellezza non si è mai stancata
di esistere.

Non scelgo più le persone
per quanto sono interessanti.
Le scelgo per quanto mi fanno emozionare.
Perché ho scoperto che vivere bene
non dipende da quante persone hai intorno.
Dipende da quante sanno
farti l’infinito dentro.

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18/01/2026

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"Le parole, ho scoperto, servono soprattutto a mentire, mascherare e spiegare, ma un rossore, uno sguardo spaventato, lo stringersi di un pugno e così via rivelano la vera persona.
Soprattutto: è la voce e non il contenuto che mostra la persona (per-sona: attraverso il suono).
Il boato pomposo dell'estroverso dal petto gonfio, il borbottio della modestia compulsiva, lo spezzato stridio delle streghe, la monotonia della mascella tesa del gangster che fa il duro, sono cose che sentite, ne sono sicuro.
Ma le esitazioni, la fretta, l'ansia senza respiro, i sospiri di sollievo. lo spegnersi o l'aumentare del volume dell'autoaffermazione, valgono la pena di essere ascoltati.
Eppure... chi ascolta?"

Fritz Perls

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17/01/2026

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Chiunque sia stato genitore e non viva in uno stato di perfetto autoinganno sa per esperienza come possa riuscire difficile tollerare certi aspetti del carattere del proprio figlio. Accorgersi di questo è particolarmente doloroso, se vogliamo bene al bambino, desideriamo realmente rispettarne l’individualità e tuttavia non ci riusciamo. Magnanimità e tolleranza non si possono raggiungere con l’aiuto di conoscenze intellettuali. Se non abbiamo avuto la possibilità di vivere e rielaborare in modo cosciente il disprezzo di cui siamo stati vittime nella nostra infanzia, continueremo a riprodurlo e a trasmetterlo ai nostri figli.

Alice Miller

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10/01/2026

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FUGGIRE CON LA CASSA NEL PIENO DI UNA STRAGE

Se vengono confermati i rumours che raccontano che esiste un frame video che mostra la comproprietaria del locale della strage di Crans Montana fuggire con la cassa in mano nel pieno della strage, l’orrore provato per questo tremendo evento sarà amplificato oltremodo.

Ma io invito il mondo adulto a fare una riflessione che va al di là di questo singolo caso. perché in questa evenienza – fuggire con denaro mentre i ragazzi perdono la vita – c’è l’immagine decadente di una società e di una cultura che ha usato l’età evolutiva per fare cassa, senza alcuna cura della tutela dei diritti dei minori e senza alcuna assunzione di responsabilità verso i propri doveri educativi.

Nel locale svizzero si sono accumulate una serie di infrazioni spaventosamente gravi: presenza di più persone rispetto al numero permesso per legge, vendita di alcolici ai minori, chiusura di un’uscita di sicurezza per evitare l’ingresso dei non paganti, utilizzo di dispositivi che generano scintille, restrizione della scala di fuga per aumentare il numero di posti a sedere. Nessuna di queste infrazioni è avvenuta per caso: tutto contribuiva ad aumentare l’incasso. Tutto questo è in continuità logica con la scena che mostra che, nel pieno di una strage, la preoccupazione dell’adulto rimane mettere in salvo l’incasso, non i ragazzi e le ragazze che l’hanno prodotto.

Siamo la prima generazione di genitori che deve condividere il proprio progetto educativo con una società che ci viene “contro” perché quando pensa ai nostri figli, pensa all’incasso che possono generare e non ai bisogni educativi che devono essere presidiati e promossi, pensati e condivisi. Un tempo valeva il detto “Ci vuole un villaggio per crescere un figlio”, ma oggi “quel villaggio” sembra abitato da vampiri e cannibali pronti a succhiare l’ultima goccia di sangue, incuranti del fatto che ciò potrebbe uccidere quel ragazzo a cui porti via tutto, senza lasciargli nulla di ciò che gli serve per diventare grande. O addirittura per rimanere vivo.

Nell’immagine della donna che fugge con la cassa c’è la metafora di una società liberista che ha messo il denaro al centro dei propri valori. C’è un mondo occidentale che tutela i privilegi di chi ne ha già molti, incurante della sofferenza e del danno prodotto su quel sottogruppo (sempre più gigantesco) della popolazione che invece di privilegi ne ha pochi o - a volte - non ne ha nemmeno uno, ha aspetti di fragilità e vulnerabilità che devono essere tutelati e non manipolati e sfruttati a fini economici.

In questa lettura del nostro vivere, rientrano le politiche internazionali centrate sugli armamenti e sul proliferare delle guerre nel mondo. Ci sono le multinazionali del digitale che si sono mangiate i cervelli dei nostri figli, generando un “brain rot” (marcescenza dei cervelli) che nel terzo millennio e con questo livello di progresso scientifico avrebbe dovuto essere l’ultima delle cose da far avve**re nella vita di chi cresce.

Se i rumours verranno confermati, il lavoro da fare nelle nostre menti e nei nostri cuori di adulti non dovrà essere disprezzare “quella donna”, ma rivedere completamente la struttura socio-economica e culturale di una società che non ha avuto paura a mettere sull’altare sacrificale il suo bene più prezioso (cioè i nostri figli) per l’adorazione incondizionata all’unico dio che oggi regola il mondo: il Dio Danaro.

Sì: vorrei davvero che questo testo venisse condiviso e diventasse il punto di partenza di una riflessione del mondo adulto, genitoriale ed educativo perché sarebbe troppo facile pensare soltanto che “quella donna” è una criminale. E’ vero: ha commesso molti reati. Ma quei reati sono il risultato – purtroppo – di una corresponsabilità politica, economica, sociale e culturale di cui facciamo parte tutti noi.

BUON 2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣🍀❤️☘️🎶🌻
03/01/2026

BUON 2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣🍀❤️☘️🎶🌻

24/10/2025

Con IL CORAGGIO DI BLANCHE (titolo originale L’Amour et les Forêts) su RaiPlay, Valérie Donzelli costruisce un dramma psicologico che si muove tra la grazia e il terrore. Un racconto sulla trasformazione dell’amore in prigione, sulla vertigine che separa la seduzione dall’annientamento.

Blanche, interpretata da una magnetica Virginie Efira, vive all’inizio nella luce di un sentimento che sembra totalizzante. L’incontro con Grégoire (Melvil Poupaud) appare come l’inizio di una felicità attesa, condivisa, finalmente possibile. Ma la felicità, nel mondo di Donzelli, è un’apparizione fragile, un riflesso che si incrina presto. L’amore diventa controllo, la tenerezza diventa sorveglianza, il desiderio di protezione diventa possesso.

La regista, che adatta il romanzo di Éric Reinhardt insieme ad Audrey Diwan, sceglie una narrazione intima, scandita da un lungo flashback che accompagna la voce interiore di Blanche. Attraverso il ricordo, Donzelli indaga la costruzione del dominio: l’isolamento geografico, la separazione dagli affetti, la manipolazione quotidiana. Ogni gesto di Grégoire è una crepa che si allarga, ogni parola un colpo che toglie spazio e respiro.

Il film si apre con un tono quasi fiabesco, dove Efira interpreta anche la sorella gemella Rose, presenza solare e specchio protettivo. In quei momenti iniziali, la luce e i colori rimandano al cinema di Jacques Demy, a un incanto sospeso. Poi, progressivamente, la tavolozza si oscura: il rosso diventa ferita, il verde si spegne, il nero domina. È un linguaggio visivo che traduce l’abisso emotivo di Blanche, intrappolata in una relazione che le ruba la voce.

Melvil Poupaud costruisce un personaggio che alterna fascino e minaccia con inquietante naturalezza. Ma è Virginie Efira a tenere il film in equilibrio.

IL CORAGGIO DI BLANCHE ci racconta di una presa di coscienza lenta e dolorosa. E salvifica! È un film sul potere corrosivo dell’amore malato e sulla possibilità, infine, di riprendersi il diritto di respirare.

18/04/2023

Le relazioni sono fragili. Basta poco perché qualcosa ci ferisca.
La salute di una relazione non è definita dall’assenza di graffi, litigi,
minacce. E’ definita da quanto tempo è necessario per arrivare ad
una riparazione. Ammesso che una riparazione sia possibile perché
in alcune relazioni la tolleranza all’errore è davvero minima. Allora
rompiamo la relazione e costruiamo un muro, per proteggerci dal dolore, nella vana speranza che sia possibile eliminare la sofferenza
dalla nostra vita.
Così quando riceviamo un graffio o una ferita, non chiediamoci quanto è profonda: domandiamoci se è davvero importante nel tessuto di quella relazione. E di quanto tempo abbiamo bisogno per cicatrizzare.
Sapremo quanto è vitale il nostro rapporto.

Costruiamo muri dietro ai quali nascondersi, per proteggerci dall’essere feriti, per tenere dentro il nostro dolore. Sfortunatamente questi muri ci imprigionano.

A. Lowen

04/03/2022

Quanto sarebbe importante la presenza di psicologi nel percorso dei pazienti terminali? Perché?

Vieni a leggere l’articolo completo su www.stateofmind.it “La morte in terapia”

Per i Greci, la gioia della vita è resa possibile dalla crudeltà della morte, per cui il dolore e la morte non sono qualcosa che è capitato alla vita in seguito a una caduta o a una colpa, come nella tradizione giudaico-cristiana, ma sono intrinseci alla vita stessa come condizioni del suo accadere.
In altre parole, i Greci hanno colto la circolarità della vita con la morte, la felicità e la gioia della vita inseparabile dal dolore e dalla morte.
Consapevoli del ciclo naturale dell’esistenza, i Greci riescono a elaborare risposte attive all’inevitabilità della fine; infatti, Galimberti sottolinea come, per i Greci, dal dolore per l’ineluttabilità della legge di natura nascano due importanti forme di resistenza, che sono il sapere, che consente di evitare il male evitabile, e, soprattutto, la virtù cioè la forza e il coraggio di vivere pienamente, al di là delle avversità.
Dalla consapevolezza della morte, quindi, deriva la volontà di accrescere e potenziare la vita: è questa l’essenza della tragicità greca, un lascito prezioso da cogliere e far proprio.
Dal punto di vista filosofico, Yalom ne “Il dono della terapia” riporta il pensiero del tedesco Heidegger, il quale nella sua celebre opera “Essere e tempo” analizza le due modalità principali dell’esistenza: l’esistenza inautentica e l’esistenza autentica.
La prima è l’esistenza quotidiana, monotona, nella quale l’uomo si lascia catturare e distrarre dal mondo, cadendo nel conformismo, in quanto incapace di essere propriamente sé stesso. L’esistenza autentica, invece, costituisce l’esperienza umana della libertà, nella quale l’uomo non fugge da sé stesso, non si conforma acriticamente agli schemi impersonali della società, ma si rivela per quello che propriamente è.
In conclusione, il discorso – difficile, faticoso e scomodo – sulla morte consente di parlare del significato della vita, la cui ricerca continua ci fa spesso precipitare in profonde crisi di significato.

Indirizzo

Via C. Cavour 6/C
Carugo
22060

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