Studio di consulenza e sostegno psicologico

Studio di consulenza e sostegno psicologico Dott.ssa Carmela Gentile
-Psicologa - Psicoterapeuta post-razionalista
Consulente formazione aziendale
Riceve su appuntamento a Roma e Foggia

Qui potrete consultare il mio profilo:
it.linkedin.com/in/carmelagentile86
Lo Psicologo è lo specialista che si occupa della psiche umana, sia sul piano conoscitivo che clinico-operativo: dalla promozione del benessere alla prevenzione del disagio psichico, fino alla diagnosi e al sostegno psicologico. Ha il compito di guidare l’individuo in un percorso di conoscenza di sé che permette di superar

e preoccupazioni o disagi che ostacolano la serenità, ma soprattutto consente di rivelare i meccanismi psicologici, sia emozionali che intellettivi, alla base dei comportamenti. Un percorso attraverso il quale comprendere cosa ci muove, cosa ci paralizza, come ci relazioniamo con gli altri, perché alcune situazioni ci provocano disagio, ansia o sofferenza; finalizzato ad elaborare “strategie” più funzionali ed adattative per vivere meglio, tra una continua scoperta o ri-scoperta di capacità affettive, relazionali, lavorative, personali.

É un percorso che ha come finalità la salute psicologica ed il benessere psico-fisico. Un percorso e una relazione che curano. Ci si rivolge allo Psicologo quando un disagio è tale da non poter essere affrontato con i propri mezzi, o con l’aiuto degli altri. Chi si rivolge allo Psicologo

La sofferenza non è di per sé patologica, anzi, è una reazione “sana” - significa che manteniamo il contatto con la realtà di fronte a prove anche dure a cui la vita ci sottopone (pensiamo a un lutto, un incidente, la rottura di una relazione importante, il fallimento di un progetto ambito…) – ma è necessario esser consapevoli che un dolore o una difficoltà che persistono troppo a lungo molto probabilmente non passeranno da soli, ma piuttosto si cronicizzeranno, cresceranno e si autonutriranno generando un appuntamento quotidiano con il malessere che finisce per ripercuotersi e condizionare pesantemente la vita di tutti i giorni. In situazioni di questo tipo, andare dallo psicologo significa essere responsabili e impegnarsi concretamente a migliorare la qualità della propria vita. Ecco degli esempi:


1-Quando manca la serenità, quando ci si accorge di avere reazioni inadeguate che portano sofferenza a sé stessi e/o agli altri;

2-Quando si ha la sensazione, o il timore, di non comprendere più il proprio vissuto, di perdere la bussola e il timone di se stessi e della propria vita;

3-Quando si avvertono dei blocchi che ostacolano la propria capacità di scegliere, decidere, agire;

4- Quando ci si trova in situazioni come: stallo – disagio – ansia - stress ingestibile - pensieri e impulsi fissi, intrusivi, inappropriati o irragionevoli - difficoltà comunicative, relazionali, sessuali - auto-svalutazione – autolesionismo - non accettazione di sé – depressione – disperazione - fasi critiche della vita - crisi d’identità - problemi esistenziali - euforia artificiale – dipendenze - perdita dell’autocontrollo - difficoltà nell’approccio con la realtà etc...

5- Quando si ha voglia di potenziare le proprie risorse, sfruttare al meglio le proprie abilità, alimentare un buon equilibrio e una buona autostima

6- Quando si avverte il desiderio di prendersi del tempo, riflettere sulla propria vita...... il bisogno di parlare di sè.

17/03/2026
Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’e...
05/03/2026

Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’esperienza venga vissuta come soverchiante e solitaria, senza la possibilità di essere compresa e condivisa con un adulto affidabile. Come ha sottolineato Bessel van der Kolk, il trauma non è definito soltanto dall’evento in sé, ma dall’effetto che quell’esperienza produce sul sistema nervoso: è ciò che resta nel corpo quando la mente non è stata in grado di elaborare ciò che è accaduto. Un bambino, data la sua struttura neurobiologica, non possiede ancora completamente le competenze di autoregolazione emotiva, dipende infatti dall’adulto per dare senso alle proprie emozioni e per modularle. Se un’esperienza è troppo intensa, improvvisa, ripetuta o vissuta in solitudine emotiva, può assumere una valenza traumatica. Il trauma infantile può dunque derivare da eventi acuti, come maltrattamenti, trascuratezza grave, perdita improvvisa di una figura di riferimento, ma anche da condizioni relazionali croniche e meno visibili come umiliazioni ripetute, svalutazione sistematica, freddezza affettiva, imprevedibilità, richieste di maturità precoce, mancanza di rispecchiamento emotivo. In questi casi non è tanto il singolo episodio a ferire, ma la ripetizione e l’assenza di un contesto riparativo. Il bambino, non potendo modificare l’ambiente né allontanarsene, sviluppa adattamenti di sopravvivenza, per chi può diventare ipervigile, compiacente, autosufficiente in modo rigido, oppure può imparare a dissociarsi, cioè a ridurre il contatto con le proprie sensazioni ed emozioni per non sentirne l’intensità. Un bambino traumatizzato può presentare reazioni sproporzionate rispetto agli stimoli come crisi intense di rabbia o panico per frustrazioni minime, pianto inconsolabile, oppure al contrario un’apparente freddezza emotiva eccessiva. Si possono osservare oscillazioni rapide tra iperattivazione (agitazione, impulsività, ipervigilanza) e spegnimento (ritiro, apatia, sguardo assente). Questa alternanza riflette spesso un sistema nervoso che fatica a trovare uno stato di equilibrio.
Un secondo ambito è quello comportamentale. Possono comparire regressioni improvvise, ritorno a comportamenti già superati come enuresi, richiesta costante di contatto fisico, difficoltà nel sonno, oppure condotte oppositive marcate, aggressività non contestualizzata, o ancora un compiacimento eccessivo verso l’adulto, come se il bambino fosse costantemente preoccupato di non deludere. Anche il gioco può fornire indizi: ripetizioni rigide di scene di pericolo, salvataggio o punizione possono indicare un tentativo di elaborazione simbolica di vissuti non integrati.
L’aspetto relazionale è particolarmente significativo. Alcuni bambini mostrano un attaccamento estremamente ansioso, con paura intensa della separazione e bisogno continuo di rassicurazione; altri appaiono evitanti, eccessivamente autonomi per l’età, poco inclini a cercare conforto anche quando sono in difficoltà. In entrambi i casi può essere presente una difficoltà a percepire l’adulto come base sicura. Il trauma relazionale precoce, soprattutto se cronico, può manifestarsi proprio attraverso queste distorsioni nella fiducia di base.
Anche il corpo parla. Disturbi del sonno persistenti, incubi ricorrenti, mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche evidenti, tensione muscolare costante, postura rigida o sguardo ipervigile possono indicare uno stato di attivazione cronica. Talvolta il bambino sembra sempre in allerta, come se stesse monitorando l’ambiente alla ricerca di segnali di minaccia.
È importante sottolineare che singoli comportamenti possono avere molte spiegazioni e che l’osservazione deve essere contestualizzata nell’età evolutiva e nell’ambiente familiare e scolastico. Ciò che orienta verso un’ipotesi traumatica è la persistenza dei segnali, la loro intensità e soprattutto la difficoltà del bambino a tornare spontaneamente a uno stato di calma dopo l’attivazione.
Infine, un indicatore centrale è la qualità della regolazione in presenza di un adulto disponibile. Un bambino non traumatizzato, anche se agitato, tende a calmarsi quando trova un adulto sintonizzato. Se invece la co-regolazione fatica a produrre effetto, o il bambino sembra non fidarsi del conforto offerto, può essere presente una ferita più profonda nel sistema di sicurezza.

Questi adattamenti, funzionali nell’infanzia, possono però trasformarsi in difficoltà relazionali o regolative nell’età adulta. La minimizzazione di quanto vissuto è una delle strategie più comuni e affonda le sue radici nella necessità primaria di preservare il legame di attaccamento. Alice Miller ha descritto come il bambino tenda a proteggere l’immagine dei genitori anche a costo di negare il proprio dolore, perché riconoscere l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire sicurezza può risultare psichicamente destabilizzante. È spesso meno minaccioso pensare di essere stati bambini troppo sensibili, che ammettere di non essere stati sufficientemente amati, compresi o protetti. Da questo punto di vista il trauma infantile non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto, cioè la mancanza di sintonizzazione, di validazione emotiva, di uno momenti in cui le emozioni potessero essere accolte e regolate insieme a un adulto. Quando queste condizioni vengono a mancare in modo significativo o prolungato, il bambino può interiorizzare un senso di inadeguatezza o di insicurezza di base che continuerà a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche molti anni dopo.

23/11/2025
"Sono il cervello sinistro. Sono scientifico. Un matematico. Amo la consuetudine. Categorizzo. Sono accurato. Lineare. A...
17/11/2025

"Sono il cervello sinistro. Sono scientifico. Un matematico. Amo la consuetudine. Categorizzo. Sono accurato. Lineare. Analitico. Strategico. Sono pratico. Ho sempre il controllo. Sono il padrone di parola e linguaggio. Realistico. Calcolo equazioni, coi numeri gioco. Sono ordine. Sono logica. So esattamente chi sono”
“Sono il cervello destro. Sono la creatività. Uno spirito libero. Sono passione. Desiderio. Sensualità. Sono il suono ruggente di chi ride. Sono il gusto. La sensazione della sabbia sotto il piede n**o. Sono movimento. Colori brillanti. Sono la pulsione a dipingere sulla nuda tela. Sono immaginazione senza limiti. Arte. Poesia. Intuisco. Sento. Sono tutto ciò che volevo essere”.
"Il libro rosso di Jung . The Page"

13/11/2025
12/11/2025

EDUCARE ALL'AUTONOMIA.

Come professionista, credo fermamente che il nostro obiettivo primario non debba essere semplicemente quello di sostenere, ma di RENDERE CAPACI.

Spesso si confonde l'autonomia con l'autosufficienza, o peggio ancora, con una forma di ASSISTENZIALISMO prolungato che, pur partendo da buone intenzioni, finisce per mantenere il giovane in una condizione di
DIPENDENZA PASSIVA.

La distinzione cruciale:
L'ASSISTENZA risolve il problema per il soggetto. L'educazione ALL'AUTONOMIA sviluppa la capacità di risolverlo da sé, costruendo RESILIENZA e LIBERTÀ.
Il Mandato trasformativo della scuola è il contesto ideale per questo passaggio di paradigma.
NON PUÒ PIÙ LIMITARSI A TRASMETTERE CONTENUTI; deve diventare un vero e proprio LABORATORI DI VITA ADULTA. Dobbiamo superare la logica del "tutto pronto" e dell'errore bandito.

Il ruolo dell'insegnante è quello di COSTRUIRE PONTI VERSO L'ESTERNO per poi gradualmente fare un passo indietro.
L'atto di EDUCARE ALL'AUTONOMIA è, in fondo, la RINUNCIA al PROPRIO RUOLO ASSISTENZIALE, un'azione "eretica" ma fondamentale per consentire al giovane di ASSUMERE PIENAMENTE LA PROPRIA VITA.

Per chi, come me, lavora nella Scuola Secondaria, questo è il momento di massima urgenza.
Le strategie per l'adolescenza devono mirare a: promuovere L'AUTO-GESTIONE (accettando anche il fallimento come feedback di realtà), COINVOLGIMENTO REALE (trasformando i progetti scolastici in iniziative con impatto concreto) e DECENTRAMENTO DECISIONALE (potenziando il loro senso di efficacia attraverso scelte e responsabilità nel percorso didattico).

L'investimento in autonomia è l'unico modo per garantire ai nostri ragazzi una PIENA CITTADINANZA ATTIVA E NON UN'ETERNA"GIOVINEZZA ASSISTITA"
Roberto Coni

08/11/2025

IL NOSTRO LASCITO

La grande fatica dei genitori di oggi è che hanno un vissuto da bambini che stanno tentando in molti modi di cambiare.
Siamo i primi che hanno deciso, consapevolmente, che l'educazione di un tempo ci ha lasciato ferite.

Siamo cresciuti con genitori che decidevano tutto.
Le regole non si mettevano in discussione e le punizioni arrivavano veloci.
Era un modo chiaro di crescere, ma poco spazio lasciava al dialogo, alle emozioni, alle domande.
C'erano silenzi giudicanti non in ascolto.

Stiamo provando a trasformare un modo di essere genitori che ci portiamo dentro da generazioni.

Siamo cresciuti con genitori che “non si discutevano”.
Le regole erano legge, e le emozioni spesso restavano in silenzio.
“Si fa così e basta” era la frase che chiudeva ogni dialogo.

Oggi, invece, proviamo ad aprirlo quel dialogo.
Cerchiamo di ascoltare, di spiegare, di dare un senso ai comportamenti dei nostri figli.
Oggi proviamo a fare diversamente.
Cerchiamo di ascoltare, di spiegare, di capire cosa c’è dietro a un comportamento.
Vogliamo che i nostri figli si sentano VISTI, non solo corretti.
Forse anche noi vorremmo essere stati visti diversamente.

Ma non è sempre facile.
Dentro di noi vive ancora la voce del passato — quella parte che reagisce prima ancora di pensare.
A volte ci sorprende, ci fa alzare la voce, ci riporta indietro.
Quella voce dentro di noi che abbiamo ascoltato da bambini — quella che dice “si fa così e basta”.
Altre volte ci immergiamo dalla parte opposta, nel lasciar fare senza confini, perché si sta provando.

Ricordo sempre ai genitori che vengono da me le parole di Winnicott: “Una madre sufficientemente buona non è perfetta, ma sa riparare.”
Non siamo perfetti, ma FALLIBILI e dobbiamo essere COMPASSIONEVOLI, in primis con noi stessi.

È questo che stiamo facendo, ogni giorno: riparare.
Riparare il modo in cui siamo stati ascoltati, amati, educati.
E costruire qualcosa di nuovo, più autentico, più vicino ai nostri figli.

Non siamo genitori perfetti. Siamo genitori in cammino:
Ogni volta che scegliamo il dialogo invece del rimprovero,
la connessione invece del controllo,
stiamo facendo un passo avanti.
Ed è faticoso cambiare la storia, ma come ci ricorda Alice Miller, “Ciò che non abbiamo ricevuto da piccoli, cerchiamo di donarlo ai nostri figli.”
E in questo dono si gioca tutta la nostra trasformazione.

È il nostro lascito.

01/11/2025

LA LUCE DELLE STELLE MORTE — MASSIMO RECALCATI E IL LAVORO INFINITO DEL LUTTO

E se il lutto, diversamente da ciò che pensava Freud, non potesse mai dirsi compiuto del tutto?
Se ogni lutto, anche quello più elaborato, più “accettato”, conservasse sempre un resto, una scheggia, un punto dolente che continua a pulsare dentro di noi?

Ho sempre pensato che esista qualcosa di irriducibile nel dolore della perdita, una ferita che non guarisce mai del tutto.
Possiamo provare a rimarginarla, a darle un senso, ma resta sempre lì: come una cicatrice che, al cambiare del tempo o delle stagioni, torna a farsi sentire.

Freud chiamava lavoro del lutto quel processo psichico che ci consente di sciogliere l’investimento affettivo verso ciò che abbiamo perduto per poterci aprire di nuovo alla vita.
Ma se questo lavoro non potesse mai arrivare alla fine?
Se fosse, piuttosto, un cammino senza approdo, un gesto interminabile, come respirare o amare?

Forse dovremmo accettare che il lutto non è qualcosa che si supera, ma qualcosa che si trasforma.
Che dentro di noi non muore mai davvero ciò che abbiamo amato: cambia forma, si riconfigura, diventa un’altra presenza.
È un’operazione di metamorfosi, un’opera interiore di trasformazione del dolore in significato, della perdita in creazione.

Il lutto, se resta senza lavoro, ci incatena al passato, ci condanna alla paralisi della malinconia.
Ma se trova una via, se riesce a generare senso, allora può aprirci di nuovo alla vita.

È qui che nasce una nuova forma di nostalgia — non quella sterile del rimpianto, ma quella grata, viva, che illumina come la luce delle stelle morte:
una luce che ci raggiunge da un corpo che non esiste più, ma che continua a splendere.

La nostalgia delle stelle morte è questo: la memoria che non spegne, ma accende;
il dolore che non distrugge, ma trasforma;
il passato che non ci trattiene, ma ci invita ad andare avanti.

Il lutto, allora, non è mai solo perdita.
È anche promessa.
È un ritorno di luce — quella che proviene da ciò che abbiamo amato, e che, anche se non c’è più, continua a mostrarci la via.



In queste righe straordinarie, Massimo Recalcati compie un atto di filosofia poetica e di psicologia umana: ridefinisce il lutto non come un compito da portare a termine, ma come un movimento eterno dell’anima.

L’idea freudiana del “lavoro del lutto” — un processo di separazione e di superamento — qui si rovescia in una prospettiva più profonda, quasi spirituale: il lutto non finisce, continua a vivere dentro di noi.
Non come peso, ma come energia trasformativa.

La perdita, dice Recalcati, non si cancella mai davvero.
Ma può essere trasfigurata.
Può generare valore, riconfigurare la nostra visione del mondo, persino accendere nuova vita.

La sua metafora della luce delle stelle morte è un’immagine potentissima: ciò che non c’è più continua a brillare, a parlarci, a orientare il nostro cammino.
Non è più un ritorno nostalgico verso ciò che è stato, ma un modo per vivere più intensamente ciò che ancora ci resta.

In tempi in cui la società sembra chiedere di “riprendersi in fretta”, di “voltare pagina”, Recalcati ci invita invece a rimanere — ad abitare il dolore, ad ascoltarlo, a farlo diventare parola, opera, gesto, creazione.

Perché il vero lavoro del lutto non è dimenticare,
ma riconoscere la luce che ancora brilla —
anche quando la stella è già spenta.

Le Parole di Maria Montessori sulla Pace"La pace non è un dono. La pace è una conquista. Non è l'assenza di guerra, ma l...
22/09/2025

Le Parole di Maria Montessori sulla Pace

"La pace non è un dono. La pace è una conquista. Non è l'assenza di guerra, ma la presenza della giustizia, dell'amore e dell'armonia tra gli esseri umani. Non la si può ottenere semplicemente attraverso trattati politici o accordi diplomatici; questi sono solo palliativi temporanei. La vera pace deve essere costruita e radicata nell'anima dell'uomo, fin dalla sua infanzia.

L'educazione è la nostra arma più potente per la pace. Non possiamo aspettarci di avere un mondo di pace se non educhiamo i nostri bambini alla pace. È un compito che non spetta solo ai governi, ma a ogni adulto, a ogni insegnante, a ogni genitore. Dobbiamo aiutare i bambini a sviluppare un senso di responsabilità universale, una coscienza che riconosca l'interconnessione di tutti gli esseri viventi e la necessità di rispettare ogni forma di vita.

Il bambino, se lasciato libero di svilupparsi in un ambiente preparato, rivela la sua vera natura, che è quella di un essere disciplinato, concentrato e amante dell'ordine. Questo ordine interiore è la base per la pace esteriore. Quando un bambino è in armonia con se stesso e con il suo ambiente, quando lavora con gioia e scopre la propria dignità attraverso il lavoro indipendente, egli sta già costruendo la pace dentro di sé. Questo bambino, crescendo, diventerà un adulto capace di portare la pace nel mondo.

Il nostro compito è quello di offrire al bambino gli strumenti per la sua auto-costruzione, per liberare il suo potenziale e permettergli di diventare un cittadino del mondo, consapevole della propria individualità e del proprio ruolo nell'intera umanità.

La cultura della pace inizia nell'aula, dove i bambini imparano a collaborare, a risolvere i conflitti pacificamente e a rispettare le differenze. Lì, nel cuore di ogni bambino che cresce, germoglia il seme di un futuro di pace per tutti."

Educazione e Pace

«Ti trovi esattamente nel punto in cui tutto è ancora possibile, ti servono solo fiducia, autonomia e iniziativa».Questa...
20/09/2025

«Ti trovi esattamente nel punto in cui tutto è ancora possibile, ti servono solo fiducia, autonomia e iniziativa».

Questa affermazione ha il potere di di aprire gli occhi a molti o... di spaventarci e farci scattare sulla difensiva. Nel libro «il Mondo con i Tuoi Occhi» vediamo come i periodi della nostra vita che più abbiamo idealizzato (infanzia e adolescenza) sono anche quelli in cui ci mentivamo di più, all'epoca vivevamo in un mondo ricco di illusioni. Pesavamo di poter fare della nostra vita qualsiasi cosa ma in realtà l'ambiente sociale e familiare faceva di noi ciò che voleva, noi, infatti, all'epoca eravamo impotenti. Tutto ciò che poteva accadere a quei tempi è accaduto... non è lì che davvero tutto era possibile.

Vediamo come in otto step si è forgiata la nostra vita adulta ma soprattutto come, proprio qui, proprio dove ci troviamo adesso, in uno stadio adulto, è possibile concederci quella vita che, per timore, ci siamo concessi solo di sognare. ❤️

😜
27/08/2025

😜

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71033

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