15/11/2024
Il/la terapeuta si addestra a fare il morto.
Ma non è morto/a.
Sente.
Eccome se sente.
Amore, franca avversione, noia, rabbia, compassione, invidia.
Può esprimerli se li ritiene utili in un'ottica proattiva nella relazione paziente-terapeuta, ma non li agisce.
Nè con la parola nè con le vie di fatto perché "posseduto da un desiderio più forte dei desideri di cui potrebbe trattarsi".
Grazie alla sua analisi o terapia personale è sceso/a negli abissi, ma non si è distaccato/a dalle passioni, intese come, etimologicamente parlando, patimenti notevoli e strutturati.
Al contrario, le conosce, riconosce ed accetta. Le passioni intendo.
Semplicemente non ne è più schiavo/a, l'automatismo asfissiante e perpetuo di ripetizione si è allentato. Non sparito. Parlo dei nuclei di base più profondi della personalità.
Non della paura di entrare in ascensore. Quella sì, può "sparire".
Il circolo magico della coazione a ripetere, che dorme fra le tranquille braccia conservatorie di Thanatos comincia ad allentarsi, consentendo l'accesso ad un desiderio più forte dei desideri, sotto l'egida di Eros.
Il/la terapeuta, quello bravo/a, ed io lo sono, non è più dominato dal desiderio di curare, di alleviare le sofferenze, di fare. Sa che dietro ogni spinta salvifica c'è un'inconscia volontà di dominio e di controllo sull'altro, che si traduce in sopraffazione, in passivizzazione, in non cura, nuovamente in schiavitù del Bambino.
Il desiderio più forte va oltre la cura, oltre il soccorrere, oltre il guarire, oltre il dare, oltre il rispondere ad una domanda.
Va nella direzione della pazienza, dell'attesa, del rispetto, del non volere nulla, della mancanza, del sostare nell'indeterminazione.
Dell'esserci senza esserci.
Del fare il morto senza essere morto.
😅