17/08/2025
LA MIA PICCOLA E IL MOSTRO.
La piccolina, in piena notte, lancia un urlo disperato e io, col cuore in gola, mi lancio fuori dal letto e corro nella sua camera, accendo la lampada sul suo comodino e la trovo seduta sul letto con la faccia contratta dalla paura, che mi indica tremante un punto nella cameretta, nei pressi della finestra, dicendomi piangente: "c'era un mostro, lì c'era un mostro!"
Mi dispiace enormemente per quel cuore che le batte impazzito e per il suo corpicino tremante. Allora l'abbraccio e, attento a usare una voce dolce e tranquilla, comincio a rassicurarla.
«No amore mio, tranquilla, non ti preoccupare... non c'è nessun mostro, stai tranquilla piccola mia... Ecco... Ora accendo la luce grande... Vedi amore? Non c'è niente... Hai visto? Non devi aver paura amore mio... Probabilmente hai fatto un incubo... Ma ora è passato... Ora c'è qui papà con te.»
«No papà, non era un incubo, ero sveglia... ti giuro... c'era un mostro proprio lì...» insiste a dirmi, asciugandosi le lacrime con il retro dei polsi.
«Ma no amore. So che pensi che eri sveglia, infatti è così che funzionano gli incubi: uno pensa di essere sveglio e invece stava ancora dormendo. Ma tu lo sai: I mostri non esistono. Ormai sei grande, a scuola studi scienza, storia. Sai che i mostri sono solo un'invenzione della fantasia umana, come i mostri della mitologia antica, di cui ti parla la maestra. Va bene amore? Sei più tranquilla ora?»
«Sì, grazie papà...»
«Allora adesso ti leggo una fiaba breve, di quelle dolci che fanno fare i sogni belli, e poi torniamo a dormire... va bene amore?»
«Sì papà...»
E poi finalmente torno a letto. E anche se dispiaciuto per lo spavento della piccola e per il mio terribile risveglio in piena notte, sono contento però di essere riuscito a starle vicino nel modo migliore.
Le sono stato vicino nel modo migliore?
Forse sì.
Forse era stato davvero un incubo.
Forse questa volta ci è andata bene, io sono stato bravo a rassicurarla e ascoltarla (esistono padri pessimi che l'avrebbero rimproverata per essere stati svegliati di notte per stupide paure, ma io no, sono un padre comprensivo, io).
Sì, è andata bene, alla fine, lei si è tranquillizzata e dormirà serena per il resto della notte.
A volte va così, e dobbiamo essere tanto felici, quando va così.
Ma a volte non va così.
E allora, quando non va così, dobbiamo farci domande più profonde, dobbiamo metterci più in discussione, dobbiamo scavarci più dentro.
Dopo circa mezz'ora riparte un'altro grido!
Io mi alzo, un po' più lentamente di prima, e mi dirigo nella sua stanza: «Hai fatto un'altro incubo amore?» Ma questa volta la parola "amore" è un po' meno calda, un po' meno dolce, un poco meno comprensiva.
«C'era di nuovo il mostro papà... » mi dice, con il viso rigato di lacrime silenziose.
Io non sono capace di notarlo, ma me lo dice in modo diverso dalla prima volta. La prima volta era piena di paura per il mostro, e me lo aveva detto di slancio, per avvertire subito il suo salvatore di quale fosse il pericolo. Ora me lo dice titubante. Ha paura, ma non solo del mostro, ora ha paura di me.
Ha paura di non venir creduta.
Ha paura di ve**re rimproverata.
Ma tutto questo io non lo noto, tutto preso dall'impegnarmi nella mia sacra missione di padre amorevole.
Mi siedo infatti sul suo letto e le faccio una carezza, e poi, sapientemente guidato dalla bella immagine di me come padre comprensivo non la sgrido affatto, ovviamente, ma tento nuovamente di consolarla.
A ben vedere ripeto semplicemente il copione che ho messo in campo prima, con la voce che tradisce appena il grande sforzo di mantenere la pazienza (sforzo che stride alla sua anima come unghie sulla lavagna).
Il copione è buono, ma suona già sbiadito, come quando attori esausti vengono costretti a troppe repliche di fila dall'impresario avido.
Poco convinto io nel rassicurarla, con il tarlo dentro che lei stia facendo finta solo per bisogno di attenzioni (attenzioni che sarei pronto a darle, ma non alle tre di notte), poco convinta lei nel farsi rassicurare e rimettere sotto le coperte.
E il tutto si compie dolcemente, con un rito appena più frettoloso del primo, ma già diminuito di calore.
E poi il terzo atto. Ma non urla la piccola. Non mi chiama.
Piange solo sommessamente nella sua stanza, cercando di trattenere i singhiozzi. Perché ora, più del mostro, ha paura che io la senta.
A volte l'amorevolezza che abbiamo imparato sui libri e nei corsi di intelligenza emotiva, basta. I raffinati copioni ben confezionati. Ma altre volte no.
Ero davvero stato comprensivo la prima volta?
L'avevo davvero ascoltata, capita, aiutata?
O ero stato solo bravo a convincere me di essere un ottimo padre?
Dopo aver fatto i conti con la mia anima, dopo aver capito che i copioni sdruciti non fanno incontrare i cuori, mi alzo per la terza volta e vado da lei. Ma in modo diverso.
Provo ad andare da lei ascoltandola.
Ascoltandola.
«Amore mio, ma il mostro è ancora qui? Non è andato via?»
E lei, senza fare un fiato, stringendo il suo peluche fortissimo al petto, fa segno di no con la testa.
È impaurita, ma la mia frase ha già sciolto impercettibilmente la sua tensione verso di me. Perché è una frase diversa. Perché ora sto parlando del suo mostro, non sto dicendo che non c'è.
«Mi dici bene cosa hai visto amore?»
«Era lì, accanto alla sedia e mi fissava», mi risponde lei, ancora paralizzata dalla paura.
Guardo attentamente in quella direzione, ma non vedo nulla. Poi le chiedo di spostarsi un poco.
«Fammi mettere al posto tuo amore... Come stavi quando lo hai visto? Eri seduta?»
«No, ero sdraiata, papà...» La sua voce si fa un pochino più calma. Ora è insieme al suo papà, che sta cercando il suo mostro.
ORA è insieme al suo papà.
Solo ora.
Perché solo ora il suo papà sta davvero cercando il suo mostro.
«Ma la luce come era? Non era accesa così, vero?»
«No, era spenta papà...»
«Allora adesso la spegniamo e papà si sdraia qui accanto a te, proprio nella posizione in cui eri tu, e aspettiamo che il mostro arrivi... Così ci sarà papà con te».
«Sì, papà... Grazie papà.»
«Ora stiamo in silenzio e aspettiamo»..
«Ora vedi il mostro piccola mia?»
«No papà, ora non c'è».
«No, non c'è, infatti anche io non lo vedo»...
Io scruto nel buio e non vedo nulla, ma aspetto con gli occhi all'erta. All'improvviso giù sulla strada passa una macchina, il bagliore dei fari fa un veloce giro nella stanza e proprio in quel momento la mia piccola urla «Eccolo papà! Eccolo!»
E io finalmente lo vedo, vedo il mostro, dritto che mi fissa con i suoi occhi rossi che lanciano un lampo nel buio!
«L'ho visto amore, l'ho visto... Ora l'ho visto davvero... non aver paura, è tutto a posto».
«L'hai visto papà!!!» e invece di terrorizzarsi di più, per aver avuto la conferma del mostro, la piccola mi si stringe addosso rilassandosi per la prima volta e infilandomi una f***a di dolcezza dritta in fondo al cuore.
Non c'era un mostro, no, e i mostri non esistono, vero, ma c'erano alcuni panni sulla sedia, con il suo giacchettino con i bottoni rossi splendenti in una particolare posizione, e c'erano i bagliori delle auto che quando rimbalzavano nella stanza, guardando da una precisa angolazione, aspettando un preciso istante, facevano apparire davvero un mostro a scrutarci in fondo all'anima.
Fu facile farle vedere tutto allora.
Senza toccare nulla farle vedere la posizione dei vestiti, di come assumevano con una certa luce il profilo di un mostro. Farle vedere da vicino i bottoni rifrangenti, che diventavano occhi fiammeggianti se illuminati dalla torcia del telefonino. E poi aspettare insieme la nuova auto e osservare con nuovi occhi quell'istante prodigioso.
No, i mostri non esistono, ma le paure sì.
Ed esistono le cose che, messe in un certo modo, ci spaventano e ci traggono in inganno.
Ed esiste la paura di essere matti.
La paura di non essere creduti.
La paura di rimanere da soli ad affrontare i mostri.
Mostri che nessuno vede, tranne noi.
Imparai molto quella notte. E non solo verso mia figlia. Imparai che posso sentirmi molto buono e comprensivo senza aver compreso nulla. Imparai che spesso di fronte alle paure della mia compagna, delle mie figlie, di mia mamma anziana, delle persone care, io rispondo con le mie certezze ben confezionate e i miei copioni raffinati.
Sceneggiature ben scritte dalla mia mente che mi fanno fare, ai miei stessi occhi, la parte dell'eroe salvatore dal cuore generoso. Mentre invece sono perso nel labirinto di me stesso, lasciando loro là fuori ad annaspare non solo con le loro paure, ma anche con la terribile sofferenza di non venir creduti.
Cosa le dicevo, con quella voce tanto dolce, la prima volta che sono andato da lei? Le dicevo che i mostri non esistono e che lei aveva avuto un incubo.
Incastravo a forza la sua esperienza nel mio sistema di valori, solo per tornare presto a letto, con lei tranquilla e io compiaciuto di me.
La stavo lasciando sola.
Sola nella terribile altalena di essere o indifesa di fronte ad un mostro che c'è e che nessuno vede, o pazza.
Non lo facevo per cattiveria, io le voglio bene davvero.
Lo facevo per cecità.
A volte i nostri copioni di genitori amorevoli bastano. E va bene così, non possiamo fare sempre miracoli, non sempre c'è bisogno di miracoli. Ma a volte sì. A volte dobbiamo fare il miracolo di uscire da ciò che ci sembra, ed entrare davvero in ciò che sembra all'altra persona.
Ed è solo quando diremo: «Oddio! Ecco il mostro! lo vedo! Sta scrutando nell'anima anche me! Anche io ho paura, guardando quegli occhi!»
Solo quando tu mi stringerai la mano dicendo: «Allora lo hai visto! Ora capisci che non stavo impazzendo, ora capisci che aveva senso per me avere paura!»
Solo allora ci staremo davvero incontrando, amore mio.
Grazie per chi ha letto fin qui, e grazie a chi me lo fa sapere.
Vi chiedo di NON copiare e incollare.
Mi fate un dono quando vi va di condividere il post della pagina, così che il testo rimanga connesso alla fonte da cui proviene.
Grazie, Bruno.
Foto di Nextvoyage: https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-del-muro-di-graffiti-3053859/