Dott.ssa Ivana Gallo - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Ivana Gallo - Psicologa Psicoterapeuta Riceve su appuntamento ad Aversa e Castel Volturno

22/08/2025
21/08/2025

FARSI UMILIARE E PICCHIARE PER QUASI 300 ORE E POI MORIRE IN DIRETTA: COSA SONO DIVENTATI I SOCIAL MEDIA? E COSA SIAMO DIVENTATI NOI, ESERI UMANI?

Un uomo 46enne viveva nel mondo online facendosi umiliare e subendo violenze sia fisiche che psicologiche da parte di due altri streamer. Quest’uomo oggi fa notizia in tutto il mondo, perché non è sopravvissuto all’ultima diretta di cui è stato protagonista e in cui i suoi torturatori hanno compiuto abusi su di lui per piu’ di 12 giorni consecutivi. Quest’uomo accettava di essere bersaglio di violenze e situazioni degradanti, in quanto le relative dirette online avevano migliaia di spettatori e followers. Oggi la sua morte accende mille domande, perché la sua era una morte prevenibile. Nonostante i suoi due “torturatori” spieghino che tutto ciò che veniva mostrato in video era stato concordato con il diretto interessato, la domanda che ci dovremmo porre tutti non è relativa al decesso, ma alla natura delle scene, situazioni e immagini che nei social trovano “casa”, senza nessun tipo di filtro o remora etica. Che senso ha diventare personaggi famosi e seguiti in un social perché ci si mostra in situazioni di violenza e degrado? E come ha fatto il pubblico dei followers a trovare piacere e divertimento nell’esporsi a scene di questa natura? Verrebbe da chiedersi cosa sta succedendo al genere umano. Come abbiamo fatto a perdere quella sensibilità che di fronte alla violenza compiuta su un soggetto piu’ fragile e vulnerabile ci trasformava da spettatori a difensori e protettori, in modo presso che istantaneo? Troppe situazioni online oggi generano compiacimento individuale e di gruppo, nell’assistere a violenza, umiliazione e degrado di un altro essere umano. E molti tra noi, quasi senza accorgersene, si trasformano in soggetti che praticano in modo diretto o indiretto, questo genere di violenza su altri. Davvero, come spesso sento dire anche da specialisti di psicologia e di comunicazione, il mondo dei social sta migliorando il genere umano? La violenza, la banalizzazione di dimensioni che hanno enorme significato nella vita degli esseri umani, la volgarità con cui nei social viene maneggiata la sessualità e la questione associata ai ruoli di genere, l’indifferenza con cui si scrivono commenti dispregiativi e umilianti sono fenomeni che moltissimi, in prima persona, stanno praticando all’interno dei propri social. Magari piangendo oggi la morte del 46enne francese. Urge un ripensamento totale del mondo social, stabilendo cosa è lecito condividere e cosa no. Il sistema dei social media, ancora oggi, si rifugia dietro alla logica che non si può praticare alcuna forma di censura preventiva ai contenuti in esso presenti. Ma ciò che è orrido, degradante, umiliante non dovrebbe avere alcuno spazio in un’arena pubblica frequentata in modo massiccio da minorenni che stanno generando le loro attitudini e la propria sensibilità verso ciò che diventerà valore nella loro vita e per tutta la loro vita. I nostri figli e figlie oggi hanno un allenamento continuo e una sollecitazione costante ad assistere all’orrendo. Dell’educazione e formazione alla bellezza non si trova piu’ traccia se non nel paziente lavoro che la scuola prova a mettere a loro disposizione. Serve una rivoluzione che sia estetica, ma anche culturale ed educativa. Però a me sembra che le voci che la reclamano oggi siano sempre meno e sempre piu’ oscurate.

Se potete e volete, commentate e condividere.

21/08/2025

❤️‍🩹 Crescere in una famiglia disfunzionale

Forse ti sei accorto che certi dolori non si esauriscono con l’infanzia.
Restano negli sguardi, nei silenzi, nelle relazioni che fatichiamo a costruire.

Carl Gustav Jung diceva:
“Non siamo solo ciò che è accaduto a noi, ma ciò che scegliamo di fare con ciò che è accaduto.”

✨ E crescere in una famiglia disfunzionale significa, molto spesso, portare con sé cicatrici invisibili:
•la fatica di fidarsi,
•il peso di emozioni non espresse,
•la paura di non essere mai abbastanza.

Una famiglia disfunzionale non è solo quella segnata dalla violenza o dalle dipendenze.
Lo è anche quella in cui non c’è spazio per i bisogni emotivi, dove i ruoli si confondono, dove il bambino impara presto a “fare da adulto” o a rinunciare a se stesso per mantenere la fragile armonia di casa.

🌿 Le conseguenze?
Spesso una bassa autostima, ansia, difficoltà nelle relazioni, fatica a stabilire confini.
Ma la buona notizia è che la storia scritta nella tua infanzia non è la sola possibile.
La guarigione esiste. La resilienza si impara. La libertà si conquista.

💫 Come?
•Riconoscendo il dolore, senza più negarlo.
•Cercando supporto, per dare parole a ciò che per anni è rimasto muto.
•Coltivando relazioni sane, con chi sa rispettare i tuoi confini.
•Nutrendo la tua anima, con piccoli gesti di cura, meditazione, scrittura, movimento.
•Diventando il genitore interiore che avresti voluto avere, capace di offrirti ascolto, dolcezza e protezione.

🌸 Ricorda: non sei solo/a. Molti hanno camminato nel buio e hanno trovato la luce.
Puoi interrompere il ciclo, puoi trasformare il dolore in radici nuove.

La tua infanzia ti ha segnato, sì, ma dentro di te vive un seme di libertà, che aspetta solo di germogliare. Smetti di essere il bravo bambino sofferente.

E ricorda. Non devi odiare nessuno. Hanno fatto del loro meglio per crescerti…ma involontariamente hanno proiettato le proprie ferite emotive e fragilità sui figli.
Onora la tua famiglia, amala, ma genera un sano distacco emotivo per iniziare a vivere la tua🌿
Quando diverrai consapevole, allora sarai da guarigione anche per loro. E sarà un modo nuovo di rapportarsi. Non più frutto di “sensi di colpa” o “costrizioni” ma guidato dall’amore incondizionato che non lega. Ma libera 🌸

Con amore,
Anna Psico Prof🌸

📍Questo post indaga le dinamiche del subconscio che spesso se non accompagnato con consapevolezza, pilota la nostra vita. È un post terapeutico che non vuole essere monito di ribellioni, ma suono di consapevolezza interiore. Siamo stati tutti figli. Non dimentichiamolo mai.🌿



21/08/2025
17/08/2025
In una società in cui anche le relazioni sono diventate “mordi e fuggi”, in cui qualunque difficoltà viene etichettata c...
17/08/2025

In una società in cui anche le relazioni sono diventate “mordi e fuggi”, in cui qualunque difficoltà viene etichettata come “tossicità”, questo testo si rivela una bussola per comprendere cosa realisticamente aspettarsi da una relazione di coppia.
“L’amore è un territorio della vita in cui percepirsi protetti e al sicuro”, scrivono gli autori, questo implica un lavoro continuo e costante su di sé e sulla relazione.
Così veniamo guidati a capire quanto le nostre esperienze infantili possano non solo condizionarci nella scelta del partner ma anche nella capacità di vivere una relazione stabile. Comprendere quanto sia necessario un lavoro sulla propria storia e sul proprio stile di attaccamento per poter costruire relazioni sane. Con delicatezza e rispetto il libro offre utilissimi suggerimenti per una comunicazione costruttiva e riflessioni sui vantaggi di mantenere relazioni stabili nel tempo.


17/08/2025

LA MIA PICCOLA E IL MOSTRO.

La piccolina, in piena notte, lancia un urlo disperato e io, col cuore in gola, mi lancio fuori dal letto e corro nella sua camera, accendo la lampada sul suo comodino e la trovo seduta sul letto con la faccia contratta dalla paura, che mi indica tremante un punto nella cameretta, nei pressi della finestra, dicendomi piangente: "c'era un mostro, lì c'era un mostro!"

Mi dispiace enormemente per quel cuore che le batte impazzito e per il suo corpicino tremante. Allora l'abbraccio e, attento a usare una voce dolce e tranquilla, comincio a rassicurarla.
«No amore mio, tranquilla, non ti preoccupare... non c'è nessun mostro, stai tranquilla piccola mia... Ecco... Ora accendo la luce grande... Vedi amore? Non c'è niente... Hai visto? Non devi aver paura amore mio... Probabilmente hai fatto un incubo... Ma ora è passato... Ora c'è qui papà con te.»
«No papà, non era un incubo, ero sveglia... ti giuro... c'era un mostro proprio lì...» insiste a dirmi, asciugandosi le lacrime con il retro dei polsi.
«Ma no amore. So che pensi che eri sveglia, infatti è così che funzionano gli incubi: uno pensa di essere sveglio e invece stava ancora dormendo. Ma tu lo sai: I mostri non esistono. Ormai sei grande, a scuola studi scienza, storia. Sai che i mostri sono solo un'invenzione della fantasia umana, come i mostri della mitologia antica, di cui ti parla la maestra. Va bene amore? Sei più tranquilla ora?»
«Sì, grazie papà...»
«Allora adesso ti leggo una fiaba breve, di quelle dolci che fanno fare i sogni belli, e poi torniamo a dormire... va bene amore?»
«Sì papà...»

E poi finalmente torno a letto. E anche se dispiaciuto per lo spavento della piccola e per il mio terribile risveglio in piena notte, sono contento però di essere riuscito a starle vicino nel modo migliore.

Le sono stato vicino nel modo migliore?

Forse sì.
Forse era stato davvero un incubo.
Forse questa volta ci è andata bene, io sono stato bravo a rassicurarla e ascoltarla (esistono padri pessimi che l'avrebbero rimproverata per essere stati svegliati di notte per stupide paure, ma io no, sono un padre comprensivo, io).
Sì, è andata bene, alla fine, lei si è tranquillizzata e dormirà serena per il resto della notte.

A volte va così, e dobbiamo essere tanto felici, quando va così.

Ma a volte non va così.
E allora, quando non va così, dobbiamo farci domande più profonde, dobbiamo metterci più in discussione, dobbiamo scavarci più dentro.

Dopo circa mezz'ora riparte un'altro grido!
Io mi alzo, un po' più lentamente di prima, e mi dirigo nella sua stanza: «Hai fatto un'altro incubo amore?» Ma questa volta la parola "amore" è un po' meno calda, un po' meno dolce, un poco meno comprensiva.

«C'era di nuovo il mostro papà... » mi dice, con il viso rigato di lacrime silenziose.
Io non sono capace di notarlo, ma me lo dice in modo diverso dalla prima volta. La prima volta era piena di paura per il mostro, e me lo aveva detto di slancio, per avvertire subito il suo salvatore di quale fosse il pericolo. Ora me lo dice titubante. Ha paura, ma non solo del mostro, ora ha paura di me.
Ha paura di non venir creduta.
Ha paura di ve**re rimproverata.
Ma tutto questo io non lo noto, tutto preso dall'impegnarmi nella mia sacra missione di padre amorevole.

Mi siedo infatti sul suo letto e le faccio una carezza, e poi, sapientemente guidato dalla bella immagine di me come padre comprensivo non la sgrido affatto, ovviamente, ma tento nuovamente di consolarla.

A ben vedere ripeto semplicemente il copione che ho messo in campo prima, con la voce che tradisce appena il grande sforzo di mantenere la pazienza (sforzo che stride alla sua anima come unghie sulla lavagna).
Il copione è buono, ma suona già sbiadito, come quando attori esausti vengono costretti a troppe repliche di fila dall'impresario avido.

Poco convinto io nel rassicurarla, con il tarlo dentro che lei stia facendo finta solo per bisogno di attenzioni (attenzioni che sarei pronto a darle, ma non alle tre di notte), poco convinta lei nel farsi rassicurare e rimettere sotto le coperte.
E il tutto si compie dolcemente, con un rito appena più frettoloso del primo, ma già diminuito di calore.

E poi il terzo atto. Ma non urla la piccola. Non mi chiama.
Piange solo sommessamente nella sua stanza, cercando di trattenere i singhiozzi. Perché ora, più del mostro, ha paura che io la senta.

A volte l'amorevolezza che abbiamo imparato sui libri e nei corsi di intelligenza emotiva, basta. I raffinati copioni ben confezionati. Ma altre volte no.

Ero davvero stato comprensivo la prima volta?
L'avevo davvero ascoltata, capita, aiutata?
O ero stato solo bravo a convincere me di essere un ottimo padre?

Dopo aver fatto i conti con la mia anima, dopo aver capito che i copioni sdruciti non fanno incontrare i cuori, mi alzo per la terza volta e vado da lei. Ma in modo diverso.
Provo ad andare da lei ascoltandola.

Ascoltandola.

«Amore mio, ma il mostro è ancora qui? Non è andato via?»
E lei, senza fare un fiato, stringendo il suo peluche fortissimo al petto, fa segno di no con la testa.

È impaurita, ma la mia frase ha già sciolto impercettibilmente la sua tensione verso di me. Perché è una frase diversa. Perché ora sto parlando del suo mostro, non sto dicendo che non c'è.

«Mi dici bene cosa hai visto amore?»
«Era lì, accanto alla sedia e mi fissava», mi risponde lei, ancora paralizzata dalla paura.

Guardo attentamente in quella direzione, ma non vedo nulla. Poi le chiedo di spostarsi un poco.
«Fammi mettere al posto tuo amore... Come stavi quando lo hai visto? Eri seduta?»
«No, ero sdraiata, papà...» La sua voce si fa un pochino più calma. Ora è insieme al suo papà, che sta cercando il suo mostro.

ORA è insieme al suo papà.
Solo ora.
Perché solo ora il suo papà sta davvero cercando il suo mostro.

«Ma la luce come era? Non era accesa così, vero?»
«No, era spenta papà...»
«Allora adesso la spegniamo e papà si sdraia qui accanto a te, proprio nella posizione in cui eri tu, e aspettiamo che il mostro arrivi... Così ci sarà papà con te».
«Sì, papà... Grazie papà.»
«Ora stiamo in silenzio e aspettiamo»..
«Ora vedi il mostro piccola mia?»
«No papà, ora non c'è».
«No, non c'è, infatti anche io non lo vedo»...
Io scruto nel buio e non vedo nulla, ma aspetto con gli occhi all'erta. All'improvviso giù sulla strada passa una macchina, il bagliore dei fari fa un veloce giro nella stanza e proprio in quel momento la mia piccola urla «Eccolo papà! Eccolo!»
E io finalmente lo vedo, vedo il mostro, dritto che mi fissa con i suoi occhi rossi che lanciano un lampo nel buio!

«L'ho visto amore, l'ho visto... Ora l'ho visto davvero... non aver paura, è tutto a posto».
«L'hai visto papà!!!» e invece di terrorizzarsi di più, per aver avuto la conferma del mostro, la piccola mi si stringe addosso rilassandosi per la prima volta e infilandomi una f***a di dolcezza dritta in fondo al cuore.

Non c'era un mostro, no, e i mostri non esistono, vero, ma c'erano alcuni panni sulla sedia, con il suo giacchettino con i bottoni rossi splendenti in una particolare posizione, e c'erano i bagliori delle auto che quando rimbalzavano nella stanza, guardando da una precisa angolazione, aspettando un preciso istante, facevano apparire davvero un mostro a scrutarci in fondo all'anima.

Fu facile farle vedere tutto allora.
Senza toccare nulla farle vedere la posizione dei vestiti, di come assumevano con una certa luce il profilo di un mostro. Farle vedere da vicino i bottoni rifrangenti, che diventavano occhi fiammeggianti se illuminati dalla torcia del telefonino. E poi aspettare insieme la nuova auto e osservare con nuovi occhi quell'istante prodigioso.

No, i mostri non esistono, ma le paure sì.
Ed esistono le cose che, messe in un certo modo, ci spaventano e ci traggono in inganno.
Ed esiste la paura di essere matti.
La paura di non essere creduti.
La paura di rimanere da soli ad affrontare i mostri.
Mostri che nessuno vede, tranne noi.

Imparai molto quella notte. E non solo verso mia figlia. Imparai che posso sentirmi molto buono e comprensivo senza aver compreso nulla. Imparai che spesso di fronte alle paure della mia compagna, delle mie figlie, di mia mamma anziana, delle persone care, io rispondo con le mie certezze ben confezionate e i miei copioni raffinati.
Sceneggiature ben scritte dalla mia mente che mi fanno fare, ai miei stessi occhi, la parte dell'eroe salvatore dal cuore generoso. Mentre invece sono perso nel labirinto di me stesso, lasciando loro là fuori ad annaspare non solo con le loro paure, ma anche con la terribile sofferenza di non venir creduti.

Cosa le dicevo, con quella voce tanto dolce, la prima volta che sono andato da lei? Le dicevo che i mostri non esistono e che lei aveva avuto un incubo.
Incastravo a forza la sua esperienza nel mio sistema di valori, solo per tornare presto a letto, con lei tranquilla e io compiaciuto di me.
La stavo lasciando sola.
Sola nella terribile altalena di essere o indifesa di fronte ad un mostro che c'è e che nessuno vede, o pazza.
Non lo facevo per cattiveria, io le voglio bene davvero.
Lo facevo per cecità.

A volte i nostri copioni di genitori amorevoli bastano. E va bene così, non possiamo fare sempre miracoli, non sempre c'è bisogno di miracoli. Ma a volte sì. A volte dobbiamo fare il miracolo di uscire da ciò che ci sembra, ed entrare davvero in ciò che sembra all'altra persona.

Ed è solo quando diremo: «Oddio! Ecco il mostro! lo vedo! Sta scrutando nell'anima anche me! Anche io ho paura, guardando quegli occhi!»

Solo quando tu mi stringerai la mano dicendo: «Allora lo hai visto! Ora capisci che non stavo impazzendo, ora capisci che aveva senso per me avere paura!»

Solo allora ci staremo davvero incontrando, amore mio.


Grazie per chi ha letto fin qui, e grazie a chi me lo fa sapere.
Vi chiedo di NON copiare e incollare.
Mi fate un dono quando vi va di condividere il post della pagina, così che il testo rimanga connesso alla fonte da cui proviene.
Grazie, Bruno.

Foto di Nextvoyage: https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-del-muro-di-graffiti-3053859/

14/08/2025
11/08/2025

*Nella noia nasce la meraviglia.*

Due bambini. Un tappeto, qualche gioco. Nessuna regola imposta, nessun programma, nessuno schermo. Solo tempo vuoto da riempire con la fantasia.

E proprio lì, in quello spazio che chiamiamo “noia”, accade qualcosa di straordinario: si attivano risorse interne, si costruiscono mondi, si esplorano emozioni. Senza che nessuno dica cosa fare, loro trovano il modo.

In psicoterapia EMDR lavoriamo spesso per riaccendere queste stesse risorse negli adulti, per restituire al Sé la fiducia di potercela fare, anche quando non c’è una guida esterna.

Lasciare che un bambino si annoi (senza abbandonarlo), significa offrirgli l’occasione di conoscersi, autoregolarsi, sentirsi efficace. È un dono silenzioso ma potentissimo per la sua crescita cognitiva ed emotiva.

*A volte, il miglior gioco è quello che i bambini inventano da soli.*
E lì, noi possiamo semplicemente restare accanto incantati… a guardare la bellezza che nasce.
Laura Corvaglia

Indirizzo

Viale G. L. Bernini
Castel Volturno
81030

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