14/11/2025
A volte la chiamiamo “depressione”.
Ma forse è il suono di tutta la rabbia che non ci è stato permesso esprimere.
Siamo stati educati a temere la rabbia, come se fosse il nemico dell’amore e dell’appartenenza.
Eppure è proprio la sua assenza che, spesso, ci mantiene bloccati.
Non tutta la depressione nasce dalla tristezza o dalla perdita: sotto la superficie c’è un’enorme quantità di rabbia repressa.
Per anni mandiamo giù emozioni per sentirci al sicuro o amabili, finché il sistema nervoso impara che esprimersi = pericolo.
Ma la rabbia non scompare: si congela.
E quando il corpo dimentica come dire “NO”,
la sua protesta si trasforma in pesantezza, stanchezza, chiusura.
Spalle che cedono.
Petto che si chiude.
Sguardo spento.
💥 Quella non è calma: è sopravvivenza.
È energia senza direzione, intrappolata dietro le costole.
Quando la rabbia non può uscire verso ciò che ci ha feriti, si blocca nella pancia, nella mandibola, nel torace… e smette di sembrare rabbia: diventa peso.
E così, iniziamo a confondere:
-il crollo con la serenità,
-il compiacere con la pace,
-il silenzio con la guarigione.
Ma non tutta la quiete è soppressione.
A volte il corpo tace perché sta raccogliendo forza.
🌑 La depressione può essere una soglia: tra una fine che non regge più e un inizio che non è ancora arrivato.
Dentro quel buio, a volte c’è una verità semplice:
“Qualcosa in me non può più andare avanti così.”
In questo senso, la depressione non è un vuoto di energia: è l’inizio dell’onestà.
E il movimento che ci riporta alla vita nasce proprio dalla rabbia sana:
🔥 quella che protegge, delimita, afferma, dice NO.
Quando il corpo ritrova questa forza, ritrova anche il senso di: “Posso. Io posso.”
E spesso basta pochissimo: un respiro più lungo, una mandibola che si scioglie, una mano che si chiude a pugno.
Un microscopico gesto che ricorda al corpo:
💫 Tu sei fatto per muoverti. Per vivere.