Dott.ssa Serena Partemi

Dott.ssa Serena Partemi La terapia è un processo di crescita e scoperta di sé, in cui si riesce a illuminare lo scenario d

31/01/2026

27/01/2026
27/01/2026

C. Mackesy, Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo, Salani

22/01/2026

15/01/2026

Che ci piaccia o no… le cose cambiano. A volte dolcemente, altre come una sveglia alle cinque del mattino. Ma cambiano.

Il problema non è il cambiamento.
È quanto restiamo aggrappati a come “doveva essere”.

Flessibilità non vuol dire mollare tutto. Vuol dire scegliere di non restare bloccati nelle vecchie idee solo perché ci siamo abituati.

Proviamo a guardare le cose da un nuovo punto di vista. Magari non risolve tutto… ma ci cambia tutto.

Tu Pensaci🙂
👉 www.tupensaci.it

14/01/2026

Jung parlava del 🌀❤️

13/01/2026
Autorizzasti internamente a esprimere se stessi
08/01/2026

Autorizzasti internamente a esprimere se stessi

La libertà di espressione nasce quando il Sé non ha più bisogno di chiedere permesso per esistere

Dal punto di vista psicodinamico, il problema non è mai l’espressione in sé ma l’autorizzarsi internamente a esprimere se stessi.
Molti soggetti non sono inibite o perennemente taciturne perché “non hanno nulla da dire” ma perché hanno interiorizzato uno sguardo che giudica, corregge, punisce.

Winnicott parlava di vero Sé come di una dimensione che può emergere solo in un ambiente sufficientemente sicuro.

Quando questo ambiente manca, il Sé impara ad adattarsi: nasce il falso Sé, una forma di sopravvivenza psichica che protegge ma al prezzo della spontaneità.
In questi casi, l’inibizione espressiva non è timidezza, è fedeltà a un antico patto interno : “esisto solo se non disturbo, se non eccedo, se non sono troppo”...

La libertà di espressione non coincide allora con il fare ciò che si vuole ma con il poter sentire, pensare e mostrarsi senza temere la perdita del legame.
Quando il Sé smette di chiedere permesso, non diventa onnipotente: diventa finalmente abitabile.





L’ assenza dell’ altro : diventa tollerabile quando l’ altro, con la sua presenza stabile e’ stato interiorizzato , quin...
06/01/2026

L’ assenza dell’ altro : diventa tollerabile quando l’ altro, con la sua presenza stabile e’ stato interiorizzato , quindi c’ e’ anche quando non c’ e’.

La speranza non nasce dall’illusione che qualcuno torni.
Nasce quando qualcuno è stato abbastanza presente da poter essere interiorizzato.
In psicoanalisi, la speranza non è un sentimento ingenuo né un ottimismo difensivo: è una funzione psichica che si costruisce molto presto, quando l’esperienza dell’altro è stata sufficientemente affidabile da diventare oggetto interno.

Come osservano Winnicott e la teoria delle relazioni oggettuali, solo una "madre sufficientemente buona" permette al bambino di tollerare l’assenza senza crollare: l’altro può andare via perché resta dentro, come presenza psichica viva, non come vuoto persecutorio.

Bion lo dirà in un altro modo: la speranza nasce quando l’esperienza emotiva è stata contenuta, pensata, trasformata.
Non serve che l’oggetto sia sempre presente fuori, se è stato capace di diventare pensabile dentro.
Quando questo processo non avviene, l’assenza diventa intollerabile, il distacco si trasforma in angoscia di annientamento e la speranza viene sostituita da ansia abbandonica, idealizzazioni o disperazione silenziosa.

In terapia, lavorare sulla speranza non significa “incoraggiare” ma ricostruire lentamente un’esperienza interna di presenza.





Maniacalita’ , fare troppo , esplodere di energia per non sentire angoscia ,il vuoto e il bisogno di essere sostenuti .
30/12/2025

Maniacalita’ , fare troppo , esplodere di energia per non sentire angoscia ,il vuoto e il bisogno di essere sostenuti .

La maniacalità non è stare troppo bene:
è non potersi permettere di stare male

In psicodinamica, la maniacalità non viene letta come un eccesso di vitalità ma come una difesa contro il dolore psichico.

Già Freud descriveva la dinamica maniacale come una risposta al lutto non elaborato: quando la perdita non può essere sentita, la psiche reagisce negandola attraverso l’euforia, l’attività incessante, il senso di trionfo.

Melanie Klein ha poi approfondito questo assetto parlando di posizione maniacale: una modalità in cui il soggetto tenta di dominare l’angoscia depressiva attraverso onnipotenza, svalutazione del limite e illusione di autosufficienza. Non si tratta di gioia autentica ma di un modo per non dipendere dall’oggetto e non rischiare il dolore della perdita.

Winnicott, infine, ha mostrato come dietro certi funzionamenti iperattivi, brillanti e apparentemente vitali, possa nascondersi un falso Sé: una struttura adattiva che serve a evitare il contatto con il vuoto, la fragilità e il bisogno originario di essere sostenuti.
In questa prospettiva, la maniacalità non è un problema di “troppa energia” ma il segnale di un dolore che non ha trovato uno spazio psichico in cui essere tollerato.
È una corsa in avanti che serve a non fermarsi, perché fermarsi significherebbe sentire.

La clinica mostra che il lavoro terapeutico non consiste nello spegnere l’energia maniacale ma nel rendere finalmente possibile l’esperienza del limite, della dipendenza e della tristezza, senza che queste vengano vissute come una minaccia di annientamento.





30/12/2025

Educare non è solo trasmettere nozioni, è costruire l'identità di un essere umano. Sì, Bowlby afferma proprio questo. Prenderci cura di qualcuno lascia una traccia indelebile nella sua mente. Come docenti e genitori, siamo i "costruttori" della sicurezza dei futuri adulti. Il bambino non nasce con un'autocoscienza definita. Come un computer senza software, inizia a scriverlo attraverso i feedback che riceve dall'esterno. Se il bambino sperimenta una cura coerente e attenta, costruirà un modello di mondo "sicuro" e di persone "affidabili". Se sperimenta invece indifferenza o rifiuto, vedrà il mondo come un luogo ostile dove bisogna difendersi o attaccare per primi. Questo spiega molti comportamenti "oppositivi" che vediamo in classe. Quindi in definitiva, il bambino si costruisce un modello di sé, in base a come noi ci prendiamo cura di lui. Significa che la nostra voce, i nostri silenzi e persino i nostri sospiri, diventano col tempo la sua voce interiore. Quella che lo accompagnerà da adulto quando dovrà affrontare una sfida. Scusate, ma questa è una responsabilità che mi fa tremare i polsi. E allora mi chiedo: "Quanto conta davvero quello che insegniamo rispetto a "come" li facciamo sentire mentre lo insegniamo?Questo significa che il modo in cui guardiamo un alunno mentre sbaglia, il modo in cui gestiamo la sua frustrazione o la sua rabbia, sta letteralmente costruendo l'idea che lui avrà di se stesso per il resto della vita. Siamo noi l’architetto della loro autostima (o della loro insicurezza)?
Insegnare non è "passare contenuti". È un atto di cura continuo, una sfida quotidiana dove ogni nostra parola può diventare un mattone o un macigno. Ed è qui che nasce la grande responsabilità che spesso mi porto casa la sera: il timore che un nostro giudizio affrettato, un momento di stanchezza o una parola di troppo possa ferire l'immagine che quel bambino sta costruendo di sé.
Siamo chiamati a essere "base sicura" in un mondo che spesso non lo è. Ed è una fatica immensa...

Indirizzo

Via Roma 109
Castel Di Lama
63082

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Serena Partemi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Serena Partemi:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare