22/02/2026
TRA TRADIZIONE e PROGRESSO
Tradizione non significa tornare indietro, ma trasmettere. È continuità, non nostalgia.
Il progresso non è il rifiuto del passato, bensì uno sviluppo coerente con esso. Diventa possibile solo se radicato nella tradizione; altrimenti produce rotture, divisioni, rivolte, eresie.
Questi due fronti diventano rigidi e contrapposti, devianti, quando degenerano in tradizionalismo e progressismo. Accade nella cultura umana quanto nella vita della Chiesa.
Continuo ad essere convinto che per un credente, in sinergia non semplice tra fede e opere e di un etica che ne discende, sia necessario parlare di valori non negoziabili. Sono quelli senza "se" e senza "ma", quando interpellano la coscienza ben oltre la semplice consapevolezza. In primis, la tutela della vita, dal suo inizio in grembo fino alla sua naturale conclusione.
Negli ultimi decenni, questi valori sono stati troppo spesso accantonati, balbettati, offuscati. Ho compreso questo in ritardo. Ed è stata proprio l'accelerazione del loro decadimento a permettermi di osservarne gli effetti nefasti, sia personali che sociali.
Trovo molta gente, anche giovane, stanca della fluidità, con il bisogno di solido, di speranza e di fede che supera questi schieramenti opposti. Vale anche per chi è nei territori di confine dalla Chiesa e attende da essa il ritorno a una spiritualità non disincarnata, che risponda alle domande di senso e alla resilienza che ne scaturisce. Credo che non ci si aspetti una Chiesa mondana, sia tra chi crede e pure nei segmenti di non credenti, distanti da quelli che cercano giustificazioni alle loro idee e ideologie. Una chiesa che parli chiaro, prossima all’umano e maestra, non con-fusa.
Il suicidio dell’Occidente è evidente. Passa attraverso l’avvelenamento anche delle sue radici culturali. In questo scenario, la crisi del cristianesimo è un tratto ben visibile: oggi si vive da "cristiani senza cristianesimo". Una “purga”, immagino utile, ma da osservare e maneggiare con cura.
L’umano non basta a se stesso e per sua natura è caduco. Da sempre ha un nome preciso: si chiama e si dice peccato. Non dovremmo annacquarlo con vocaboli che lo sostituiscono rendendolo "floscio" a noi e al mondo. Fragilità è una di queste parole, quando usata e compresa male. Perché la fragilità non sempre la si “fugge con orrore” e si corre ai ripari. Così dolce, la si coccola pure e ci si imbatte nel rischio di farla diventare quasi una virtù. Il peccato invece è altro, è un’infedeltà. La fragilità di certo è umana, ma potrebbe non far cogliere il senso dell’aver rotto un impegno, un patto con Dio, con l’umano e la nostra coscienza. Altro termine volutamente sostituito.
A tal riguardo bisogna ricordare due cose: la prima è che le parole sono fatti e modellano pensiero e azione; la seconda è che, almeno per chi crede, il peccato ha una porta sempre aperta che si chiama “scusa” e che apre alla misericordia del perdono e all'impegno di trasformazione. Un errore riconosciuto può farci crescere, se non cosciente, lasciarci nella stasi, persino farci regredire. E la derubricazione del male come presenza e limite umano, è una tentazione sempre presente, che offusca pure il suo contrario.
Sono anche convinto che la Geena non è solo la discarica di Gerusalemme, per descrivere un inferno che non esiste e se esiste è vuoto. C’è chi lo afferma o si limita a dire che è già presente in terra, la qual cosa può essere solo in parte vera.
Azione non distante da chi dubita o o relativizza la natura divina di Gesù Cristo, senza disdegnare il prendere fattezze umane. Lo “predicano”, in modi attrattivi e magnetici, alcuni teologi, creando un clima di inclusione confusiva. È un attimo, eliminando la presenza viva del male e riducendolo ad allegoria, che scompaia, persino nel Dio incarnato, il Sommo Bene. Ateismo strisciante tra alcuni credenti, pure di un certo peso intellettuale.
L’intelligenza non basta. Ce lo ricorda Sant’Agostino che valorizza il dono della ragione per cercare Dio, che la ritiene utile a cercarlo, ma non bastevole a trovarlo. Fino a fargli affermare “crede ut intelligas” - credi per capire. E, piuttosto, abbandonarsi per lasciarsi trovare da Lui.
Non è distante dal cammino dove il buon Dio cerca condurci, sempre in corso e da comprendere. Si concluderà nel vederlo “faccia a faccia”, per godere della sua eterna presenza svelando il suo volto. Non scriverei più, come ho fatto, “sine condizio”, accettazione senza giudizio e condizioni. Pezzo omessi, che non mi convincono più.
Andando avanti. I sogni di un benessere facile e fatuo, dominato dal primato dell'io-dio, si stanno via via svelando e, per fortuna, trasfigurando. Per un credente, la risposta è tornare all’origine: la preghiera incessante, personale e comunitaria, che illumina la presenza in questo tempo "oramai alla fine", dove però si scorgono germogli di novità, talvolta con persone e in luoghi inattesi.
In questo continuum tra tradizione e progresso che si sta dipanando oltre gli estremismi, vedo un ritorno forte a Dio, non solo all’uomo. Un passaggio "sacrosanto", che forse riporterà la Chiesa e il Concilio Vaticano II alle loro origini, lontano da certi deragliamenti e per progredire senza rotture.
Mi pare che Papa Leone - come percepito da una prima impressione - sia una guida sicura, un traghettatore verso questa integrazione in cui possono coesistere la forza del discernimento degli et-et e il coraggio degli aut-aut. Entrambi evangelici. Ho speranza che anche la saggezza umana torni a fare lo stesso, pur senza la fede, che rimane un dono e una scelta.
Auguro a tutti e a tutte una felice domenica.