27/11/2025
IL CORAGGIO DI PAROLE CHIARE
(per chi desidera e lo sceglie)
Come ogni mattina, oggi apro il giornale Avvenire e vi trovo parole che costano: costano a dirle, costano a seguirle. Come tutte le questioni che devono fare i conti con delle verità.
Amore: una parola oggi spesso sfigurata, resa superficiale, attaccata dal relativismo imperante, persino dove non lo si vorrebbe vedere.
Mi riferisco a un documento ratificato da Leone XVI e pubblicato appena qualche giorno fa. Non dovrebbe passare inosservato – specie dentro la Chiesa – per il tema che affronta, e proprio con chi forse dirà: “Ci sono cose più urgenti”.
Si parla della “promessa vertiginosa” di un impegno “per sempre”, quando ci si sposa davanti a un altare. Ma anche laicamente: basterebbe leggere – e rileggere – gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione italiana. E rifletterci a fondo, magari insieme.
Amore, come scrivo in una breve poesia, etimologicamente significa “non muore”. E per renderlo tale – vero, pieno, maturo – si passa per le “forche caudine” degli individualismi, del divertimento elevato a unico scopo della vita, che prima o poi possono trasformarsi in “una valle di lacrime”. Soprattutto quando si perde la bussola. Il credente in Cristo sa dov’è, ma non è detto che non ci cada. O almeno dovrebbe saperlo dov’è – uso il condizionale – anche se per anni abbiamo cantato “Stella polare”. Si sa che le parole troppo utilizzate rischiano pure di perdersi. Ricordiamo magari “l’aria, la melodia, non sempre la sostanza di quel testo”.
Sia chiaro: come tutte le cose serie e vere, la fatica non manca, ma nemmeno la gioia di superarla, offrirla, trasformarla in qualcosa di più grande.
Ma se il “per sempre” si ha paura anche di annunciarlo? E talvolta pare che nessuno possa più nemmeno dirlo? Magari per includere? Per non scocciare? Per rimanere nel politicamente corretto di “questo tempo oramai alla fine”?
L’ha intuito tempo fa anche Cesare Cremonini. Non ho notizia della sua fede in qualcosa, e poco mi importa:
“C’è qualcosa di grande tra di noi.
Che non puoi scordare mai. Nemmeno se lo vuoi.”
Lo cantava in un suo successo discografico.
Si riferiva proprio all’amore. Per lui, un amore giovanile finito che, nel suo apparente paradosso, “non finisce”. Non è certo quello delle “farfalline” che reggono solo il momento, immaginarsi una vita intera, e che si scioglie al primo “fiotto di pancia”. Né quello perfetto, che non esiste in terra. Perché nell’umano ci sono amori sbagliati, sogni che erano illusioni, egoismi difficili da comprendere e trasformare, impicci relazionali anche da chi non te lo aspetteresti, divisioni prodotte e subite.
Eppure, l’amore vero e sincero non muore mai. Chi ha ancora il coraggio di narrarlo, proclamarlo? Di viverlo ogni giorno, con gioia, impegno, finanche sacrificio, davanti ai propri figli e al mondo? Ben oltre il “finché dura”?
Chi osa testimoniarlo nell’educazione quotidiana, trafficarlo in famiglia, insegnarlo a scuola, nei gruppi di formazione, nelle associazioni, nei cerchi e nei quadrati che spesso invece dividono? Accogliendo ogni fragilità, dubbio, persino sciocchezza – ma senza travestirli da virtù assolute. Piuttosto come occasione di fecondo cambiamento.
E che disagio si prova quando, persino in certe realtà ecclesiali, si viene messi ai margini solo per aver ricordato – non come formula vuota – la promessa e l’impegno del “per sempre”.
Sì, anche dentro la Chiesa, ci sono frange che, in nome di una falsa e pericolosa inclusione, fatta di loop come “non giudicare” o “accettazione incondizionata”, hanno svuotato la misericordia – persino quella divina – del suo cuore: il riconoscimento dell’errore, l’impegno a cambiare strada, il perdono che ne discende per ricominciare.
Noi siamo più veloci, passando direttamente all’autoassoluzione, così come a una certa invocata depenalizzazione che, agli estremi, non è nemmeno riparativa.
“Andiamo bene così come siamo”, ci martellano. E così è un attimo andare a cercare solo gli altri che ce lo rispecchiano. Purtroppo questo non è neppure il percorso per trovare una sana stima di sé.
Tornano, finalmente, parole chiare, in questo documento della Chiesa cattolica. Inclusive, sì, ma per chi – nel libero arbitrio – decide di sceglierle e provare a viverle. In sintesi, senza troppi giri di parole:
• Unione esclusiva tra uomo e donna, che “era, è e sempre rimarrà” per un cristiano. Eretiche e non profetiche certe interpretazioni che hanno troppo successo. Quelle del Vangelo preso a pezzi o curvato a proprio comodo.
• Monogamia come promessa di infinito, dono totale e reciproco che esalta la dignità dell’altro/a.
• Condanna del poliamore e della poligamia, incompatibili con la visione cristiana dell’amore coniugale.
• L’amore coniugale non come possesso, perché si fonda sul rispetto della sacralità dell’altro/a.
• La sessualità in una dimensione non solo procreativa, ma anche espressione di amore e comunione. Modo di comunicare col corpo nel rispetto e nel piacere intenso, gioioso, unitivo, che dona.
Persino Benedetto XVI, considerato un tradizionalista (altra diavoleria utilizzata in modo divisivo), nella sua prima enciclica ha ricordato il valore necessario dell’Eros (amore desiderante, attrattivo), coniugato con l’Agape (amore come dono di sé). Insieme entrambi, perché l’amore divenga vero e pieno. Avanti un bel po’, proprio di questi tempi. Una “vecchia novità” per l’oggi.
Mi pare - sempre per chi lo desidera - una risposta di senso alla cultura individualista, in quest’epoca segnata da relazioni fluide e consumismo affettivo e sessuale. Il documento ribadisce che il matrimonio cristiano è via di responsabilità, speranza e libertà autentica.
Non da ultimo, si sottolinea la necessità di educare ed educarsi all’amore: quello di un desiderato “per sempre”, che prima riflette se esistano le condizioni realistiche affinché possa via via diventarlo, sempre di più. Un dono e una responsabilità, non possesso o consumo.
Non bisogna sorvolare sul fatto che è meglio evitare per tempo situazioni ambigue, poco chiare, illusorie, piuttosto che riparare talvolta l’irrimediabile o concludere. Perché una storia senza condizioni, condivisione, fondamenta, senza possibilità, va conclusa sia laicamente e, ancora di più, cristianamente. Aggiungo, civilmente e serenamente. Tutelando, in primis i figli.
Non credo di scandalizzare nessuno dicendo che esistono matrimoni sacramentali celebrati in chiesa che forse non sono mai stati tali. Dall’origine. L’annullamento del vincolo al tribunale ecclesiastico avviene pure in questi casi, previa analisi molto accurata. Molto più profonda di quelli laici. O di quelli mai celebrati, né in comune né in parrocchia che non hanno bisogno di un impegno. Stiamo a vedere…
Immaginiamo, poi e però, quando ci sono figli di mezzo. In tutte e tre queste condizioni. Senza dimenticare quello che sta accadendo quando, purtroppo, la legge non è sempre uguale per tutti.
Infine - ma in cima - proprio per chi crede e cerca di dare un volto e un passo alla propria, anche pur fragile fede: il matrimonio cristiano, in quanto sacramento, dona una grazia speciale, utilissima laddove non arriviamo da soli.
Di nuovo: non basta sposarsi in Chiesa per avere un “Mago Zurlì” che ci risolve i problemi. Piuttosto, per mantenere quella “Stella Polare” al centro del nostro cuore. È Lui che non ci abbandona, soprattutto quando siamo per valle oscura.
È difficile capirlo quando spacciamo e chiamiamo “bene il male”. Eppure, anche qui, non c’è mai un portone chiuso. Riconoscere un proprio errore è il primo atto di conversione e trasformazione della persona, di ognuno di noi.
È proprio quella promessa e quell’atto di fede che ci guida e, come “brezza leggera”, ci regala la sapienza del cuore. Anche quando, proprio per la nostra fragilità, il nostro cuore si indurisce, e così nemmeno la ragione giunge a una equilibrata saggezza.